La corsa dell’insurtech, una necessità per la stabilità del sistema

“Ora dobbiamo correre”, ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte subito dopo aver manifestato la sua soddisfazione per l’accordo raggiunto sul Recovery Fund, 750 miliardi di euro a sostegno dell’economia europea stressata dalla pandemia da coronavirus.

L’invito del premier andrebbe ripetuto nelle sedi istituzionali, associative e aziendali della Financial Services Industry. Dovrebbe diventare il mantra nelle compagnie di assicurazione e in tutta la filiera dell’insurance. Si è aperta una finestra di opportunità, spinta anche drammaticamente dall’emergenza sanitaria. A livello di sistema Paese va colta con lungimiranza, capacità di pianificazione e pragmatismo. Allo stesso modo nelle aziende, soprattutto in quelle che operano in settori dove il business è basato su servizi che per definizione sono immateriali e si prestano di più alla digitalizzazione.

In tutte le opportunità c’è una quota di rischio ed è quella che le aziende assicurative devono e possono evitare. Il Covid-19 e il lockdown hanno imposto uno stress test digitale a tutti i mercati, creando nuovi comportamenti e nuove  abitudini di consumo: dal lavoro agli acquisti, dalla formazione all’intrattenimento le tecnologie sono diventate vicine a fasce di popolazione che prima le frequentavano poco o nulla. Non si tornerà più allo status ante pandemia, anche quando ricominceremo a frequentare gli uffici, le scuole, gli stadi. E comunque resterà l’esperienza di una relazione digitale possibile con le aziende, soprattutto quando non è necessario lo scambio di oggetti o la presenza fisica (per il momento un idraulico o un elettricista devono ancora entrare in casa per fare una riparazione, solo per il momento però…).

Nel fintech l’innovazione è un ingrediente necessario per la stabilità del sistema del credito, sostiene Marco Giorgino, direttore scientifico dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano. “Il Covid-19 è stata una necessità, un dato contingente, ma serve un’accelerazione per trasformare rapidamente le aziende del credito e per mantenerne la competitività rispetto a nuovi e aggressivi competitor”, che sono poi le tech company digitali e globali. Non a caso è cresciuta l’attenzione e la moral suasion di Banca d’Italia sul fintech.

C’è la consapevolezza di un rischio che è un pericolo per tutto il sistema del credito che, tradizionalmente, ha una rilevante funzione di stabilità sociale. Quali sarebbe gli effetti di una perdita di efficacia e ed efficienza rispetto a operatori che arrivano sul mercato con un superiore livello di maturità e offerta digitale? Finita la stagione della resistenza al fintech, adesso è il momento delle alleanze ma resta il tema del ruolo e del peso delle aziende che, seppur blasonate, non riusciranno a tenere il passo della domanda e, soprattutto, dell’offerta.

E pensare che le banche sono avanti rispetto alle compagnie di assicurazione! fa notare Simone Ranucci, presidente di Italian Insurtech Association. Hanno cominciato prima il confronto con le tecnologie, da tempo hanno aperto agenzie online e stanno lavorando per innovare i processi e i prodotti. Quanto sta rischiando quindi la filiera italiana dell’insurance? Molto. Perché lo spazio di digitalizzazione è enorme (solo l’1% delle polizze viene venduto attraverso canali digitali) e il fatto che l’Italia sia sempre in fondo alla classifica del DESI, l’indice di digitalizzazione dei Paesi europei,  non può essere un alibi per non fare o aspettare a fare. Perché quello spazio sarà presto occupato da altri.

A inizio luglio si è quotata al NYSE Lemonade, la startup definita la Facebook dell’insurance: ha raccolto oltre 300milioni di dollari con una valutazione che ha superato il miliardo e mezzo. Lemonade è già operativa in Germania. Quanto tempo passerà prima che arrivi in Italia? Come risponderanno le compagnie ricche di tradizione, competenze e clienti di fronte a un competitor che liquida un sinistro in pochi secondi? E dopo Lemonade, quanto tempo passerà prima che Amazon o Google entrino nel mercato delle coperture assicurativo? Le opportunità, e i rischi, ormai sono dietro l’angolo. Per questo ora dobbiamo correre.

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Gestione del risparmio e finanza digitale nel post-Covid

La liquidità nei portafogli delle famiglie italiane è aumentata di 34,4 miliardi di euro nei tre mesi più neri dell’epidemia (febbraio-aprile): una cifra quasi uguale al valore del Mes per l’Italia di cui oggi tanto si discute. Sono risorse che si aggiungono ai 121 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva accumulata negli ultimi tre anni, prima dell’esplosione dell’epidemia (+8,4% in termini reali nel triennio): una cifra pari a nove volte le risorse del Piano Marshall destinate al nostro Paese per la ricostruzione del dopoguerra rapportate ai valori attuali.

Sono alcuni dei dati che arrivano da uno studio realizzato dal Censis per Assogestioni, associazione italiana del risparmio gestito, che ha voluto fotografare situazione e tendenze del risparmio in Italia in questa prima parte dell’anno segnata dalla pandemia. I dati dimostrano che i sentimenti di paura e vulnerabilità rendono gli italiani ancora più propensi al risparmio e meno al rischio: per il prossimo futuro il 34,1% degli italiani considera la liquidità lo strumento principale per la propria protezione, insieme all’ampliamento del sistema di welfare pubblico (34%) e all’acquisto di strumenti assicurativi, mutualistici, integrativi (18,6%).

Parallelamente alla cautela sembra però cresciuta l’attenzione a strumenti finanziari innovativi  Esg (Environmental, Social, Governance), basati su criteri di investimento responsabile: il 52,3% degli italiani si dice interessato a investirvi (il 68,2% tra i laureati, il 70,2% tra i dirigenti e i quadri). Una voglia di sostenibilità che oggi si lega al tema della tutela e promozione della salute, balzato in cima alle priorità delle persone con l’emergenza sanitaria.

Finanzia digitale: il crowdinvesting cresce

L’attenzione agli strumenti finanziari innovativi sembra confermata anche dal quinto Report italiano sul Crowdinvesting realizzato dall’Osservatorio omonimo della School of Management del Politecnico di Milano, secondo il quale il crowdinvesting (finanza digitale per le imprese) in Italia non è stato per niente frenato dalla pandemia e al 30 giugno 2020 risulta avere un valore raddoppiato rispetto al 2019, infatti, i fondi erogati in totale ammontano a 908 milioni di euro contro i 517 di un anno fa.

In particolare, l’equity crowdfunding (la raccolta fondi online da parte di startup e pmi innovative che consente agli investitori di cedere denaro in cambio di quote dell’impresa) è arrivato a 159 milioni (erano 82 a giugno 2019 e già avevano moltiplicato per due il risultato del 2018).

Il lending crowdfunding ha raggiunto quota 749 (410 relativi a prestiti a persone fisiche e 339 a imprese) contro i 435 del 2019, a loro volta il doppio del 2018. Gli ultimi 12 mesi da soli hanno contribuito con la cifra record di 390,8 milioni di euro, 76,6 raccolti nell’equity (erano 49 l’anno precedente) e 314,2 nel lending (207), con un tasso di crescita relativo che non fa sfigurare l’Italia rispetto ad altri Stati europei, anche se il gap sui volumi si mantiene significativo. Va inoltre segnalata la sensibile crescita nel real estate: i portali di equity specializzati hanno erogato negli ultimi 12 mesi risorse per 19,5 milioni di euro, quelli di lending per 29,2 (48,7 milioni in totale), quasi triplicando rispetto al periodo precedente.

Certamente, per quanto in crescita, il settore del crowdinvesting rimane un ambito di nicchia, ancora ‘per esperti’, rispetto al volume di capitali del risparmio italiano che potrebbero essere movimentati.

Come appunto suggerisce lo studio del Censis, nell’immediato futuro gli italiani sentono un forte bisogno di protezione e ritengono la liquidità uno strumento idoneo a garantire lo stile di vita e le necessità della vita quotidiana nell’eventualità di una degenerazione della situazione economica generale e personale. Si rinuncia alla pianificazione in favore di una liquidità pronta ad affrontare il ‘tutto può succedere’ nel quotidiano. Il bisogno di protezione, però, si prevede possa spingere un maggiore ricorso all’acquisto di strumenti assicurativi, mutualistici, integrativi; e probabilmente, per lo stesso motivo di ricerca della stabilità, anche nel comparto del crowdinvesting si è vista una sensibile crescita del segmento real estate.

L’educazione finanziaria degli italiani

I sentimenti di cautela e di ansia vanno a instaurarsi in una popolazione, quella italiana, che è notoriamente poco istruita in materia finanziaria e fa dunque molta fatica a cogliere i perché e i per come della gestione del risparmio.

Un’indagine BVA-Doxa è andata a misurare la salute finanziaria delle famiglie  e capire quali sono le aree di maggiore criticità proprio in rapporto alla resilienza e alle competenze finanziarie, scoprendo diverse cose interessanti.

Per esempio,  che dall’inizio dell’emergenza COVID-19, circa 4 famiglie su 10 dichiarano di aver rivisto i propri obiettivi di lungo periodo del tutto o in parte. Inoltre, una famiglia su quattro dichiara di non avere obiettivi di medio-lungo termine. Il 35% degli intervistati dichiara di provare una sensazione d’ansia pensando alla propria situazione finanziaria. Circa un decisore finanziario su due valuta questa situazione emergenziale come una grave minaccia per il proprio benessere finanziario.

Ma, la bassa conoscenza in materia finanziaria sembra incidire negativamente persino nell’uso degli aiuti pubblici messi a disposizione dallo Stato, figuriamoci come può influire su scelte più complesse che richiedono un investimento, ad esempio una polizza previdenziale: solo il 27% sa cosa sia il rischio di longevità e meno della metà del campione (45%) conosce gli strumenti di previdenza complementare.

Partecipa alla Call4Ideas

Quello della gestione del risparmio (Savings) è uno dei temi di riferimento della settima edizione del contest internazionale promosso da BNP Paribas Cardif in collaborazione con InsuranceUp, quest’anno dedicata al Next Normal, il futuro dopo la pandemia. Si cercano, quindi, idee, soluzioni e prodotti innovativi in tutti gli ambiti della vita delle persone.  Candidature aperte fino al 30 settembre, questo il sito dedicato dove si può fare application.

Photo by Damir Spanic on Unsplash

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Bonus sociale 2020: come ottenere lo sconto sulle bollette

bonus sociale 2020

Sono 200mila in più le famiglie potenziali beneficiarie del bonus sociale 2020. L’Autorità per l’energia, le reti e l’ambiente (ARERA) ha infatti innalzato da 8.107 a 8.256 euro la soglia massima dell’indicatore ISEE per l’accesso al beneficio economico.

Bonus sociale 2020: requisiti

L’aumento della soglia ISEE è avvenuto mediante delibera 499/2019/R/com per l’adeguamento della soglia all’indice dei prezzi ISTAT.

Restano invece invariati i requisiti alternativi per ottenere il bonus:

  • nuclei familiari con almeno 4 figli a carico e indicatore ISEE inferiore a 20mila euro;
  • famiglia titolare di reddito di cittadinanza (o pensione di cittadinanza);
  • presenza di grave malattia per cui si utilizzino apparecchiature mediche elettriche indispensabili per il mantenimento in vita.

L’innalzamento del tetto ISEE ha ampliato la platea di potenziali richiedenti. Saranno 200mila le famiglie in più che potranno fare domanda del bonus sociale a partire dal 1° gennaio 2020.

Ancora per il 2020, infatti, sarà necessario fare domanda per ottenere lo sconto in bolletta, rivolgendosi al Comune di residenza oppure ad un CAF, muniti di ISEE aggiornato.

Dal 2021, invece, gli sconti potrebbero diventare automatici. Automatismo richiesto da tempo dall’ARERA, dal momento che le informazioni ISEE sono in possesso dell’amministrazione finanziaria e possono essere trasmesse direttamente ai gestori.

Bonus sociale 2020: innalzato il tetto ISEE per lo sconto bollette Click To Tweet

Quanto vale il bonus sociale per elettricità, gas e acqua?

Vediamo nel dettaglio a quanto ammonta il beneficio economico annuo a seconda della bolletta selezionata:

  • Bonus elettricità. Importo definito annualmente dall’ARERA, per il 2020 varia a seconda dei componenti del nucleo. 132 euro per famiglie fino a 2 persone, 161 euro se le famiglie si compongono di 3 o 4 persone, 194 euro oltre i 4 componenti.
  • Bonus gas. Anche in questo caso l’importo varia a seconda dei componenti, ma anche della categoria d’uso della fornitura e della zona climatica. Si va dunque dai 37 ai 217 euro a seconda delle combinazioni.
  • Bonus acqua. Il bonus riguarda la fornitura gratuita di 18,25 metri cubi di acqua all’anno per ciascun componente del nucleo familiare.

Rinnovo bonus sociale

Il bonus ha una durata di 12 mesi e dunque va rinnovato ogni anno se hai ancora i requisiti per richiederlo.

La domanda di rinnovo del bonus sociale va presentata presso gli uffici comunali o i CAF, un mese prima della scadenza. Dunque fai attenzione ad annotare la data, in modo da rinnovare la richiesta per tempo.

Attenzione! Al momento della domanda l’ISEE che si presenta non deve essere a sua volta in scadenza, dunque deve essere valido per almeno uno o due mesi dopo la domanda del bonus sociale.

Facciamo un esempio partendo dal presupposto che l’ISEE scade ogni anno il 31 dicembre. La domanda di bonus sociale non può essere fatta nel mese di dicembre perché la scadenza dell’ISEE è troppo ravvicinata. Occorrerà dunque attendere gennaio e il nuovo ISEE aggiornato.

Nel caso in cui cadano i requisiti per il bonus (ad esempio cambia l’intestatario della bolletta) occorre avvisare tempestivamente il fornitore, altrimenti si rischia la procedura di quanto indebitamente ricevuto a titolo di bonus sociale.

 

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Tassa regionale università: cos’è, importi ed esonero

Come funziona la tassa regionale università? Chi deve pagarla, come e quando? Quali sono i casi di esonero? Come chiedere il rimborso? Quali sono gli importi da versare? Cerchiamo di rispondere a tutte queste domande sul tributo per il diritto allo studio.

tassa regionale universitaria

Cos’è la tassa regionale università?

La tassa per il diritto allo studio universitario è un tributo proprio regionale ed è stata istituita con l’art. 3 commi da 20 a 23 della Legge 549/1995. L’obbiettivo di questa tassa pagata direttamente alle regioni, è quello di dotare questi enti territoriali di fondi da utilizzare per erogare agli studenti universitari:

  • borse di studio, dunque contributi per lo studio a fondo perduto;
  • prestiti d’onore, quindi finanziamenti a tasso agevolato.

Il comma 20, in particolare, recita:

Al fine di incrementare le disponibilità finanziarie delle regioni finalizzate all’erogazione di borse di studio e di prestiti d’onore agli studenti universitari capaci e meritevoli e privi di mezzi, nel rispetto del principio di solidarietà tra le famiglie a reddito più elevato a quelle a reddito basso, con la medesima decorrenza è istituita la tassa regionale per il diritto allo studio universitario, quale tributo proprio delle regioni e delle province autonome. Per l’iscrizione ai corsi di studio delle università statali e legalmente riconosciute, degli istituti universitari e degli istituti superiori di grado universitario che rilasciano titoli di studio aventi valore legale, gli studenti sono tenuti al pagamento della tassa per il diritto allo studio universitario alla regione o alla provincia autonoma nella quale l’università o l’istituto hanno la sede legale, ad eccezione dell’università degli studi della Calabria per la quale la tassa è dovuta alla medesima università ai sensi del comma 3 dell’articolo 26 della legge 2 dicembre 1991, n. 390. Le università e gli istituti accettano le immatricolazioni e le iscrizioni ai corsi previa verifica del versamento della tassa di cui ai commi da 19 a 23 del presente articolo.

Come si paga la tassa regionale università?

Gli studenti devono dunque pagare al tassa alla regione al momento dell’iscrizione ai corsi di studio presso:

  • università statali e legalmente riconosciute;
  • istituti universitari;
  • istituti superiori di grado universitario che rilasciano titoli di studio aventi valore legale.

La tassa deve essere versata anche dagli studenti che rientrano nella no tax area, quelli cioè che avendo un ISEE inferiore a 13mila euro, non sono tenuti a versare le tasse universitarie. Anche se nel prossimo paragrafo vedremo che sono previsti casi di esonero o di rimborso della tassa regionale.

Approfondisci con il nostro articolo Tasse universitarie gratis con ISEE fino a 13.000 euro

Tassa regionale università: cos’è, dove e come pagarla Click To Tweet

Come si chiede il rimborso della tassa regionale università?

Regioni e Province autonome possono concedere l’esonero totale o parziale della tassa regionale agli studenti che si mostrino capaci e meritevoli ma che versino in condizioni di necessità.

Dunque le modalità di esonero sono regolate dai singoli enti locali e possono prendere la forma di rimborso. Il che vuol dire che lo studente dovrà comunque versare la tassa per poi chiederne la restituzione se dimostra di rispettare determinate condizioni relative al merito accademico.

Indipendentemente da quanto stabilito a livello locale, sono esonerati dal pagamento della tassa:

  • gli studenti che ottengono borse di studio e prestiti d’onore come previsti dalla Legge 390/1991;
  • gli studenti ritenuti idonei nelle graduatorie per i benefici di cui al punto precedente.

Importo tassa regionale università: regione per regione

Vediamo dunque quali sono gli importi da versare, regione per regione:

  • Abruzzo – 140 euro
  • Basilicata – 140 euro
  • Calabria – 130 (ISEE inferiore a 23.508,68 euro) – 140 (ISEE compreso fra 23.508,68 e 47.017,55 euro) – 160 (ISEE pari o superiore a 47.017,55 euro)
  • Campania – 120 (ISEE inferiore a 20.220,00 euro) – 140 (ISEE compreso fra 20.220,01 e 40.440,00 euro) – 160 (ISEE superiore a 40.440,00 euro)
  • Emilia Romagna – 140 euro
  • Friuli Venezia Giulia – 120 (ISEE inferiore a 23.253,00 euro) – 140 (ISEE compreso fra 23.253,01 e 46.506,00 euro) – 160 (ISEE superiore a 46.506,00 euro)
  • Lazio – 140 euro
  • Liguria – 120 (ISEE inferiore a 15.093,53 euro) – 140 (ISEE compreso fra 15.093,54 e 30.187,06 euro) – 160 (ISEE superiore a 30.187,06 euro)
  • Lombardia – 140 euro
  • Marche – 140 euro
  • Molise – 140 euro
  • Piemonte – 140 euro
  • Provincia autonoma di Bolzano – 147,50 euro
  • Provincia autonoma di Trento – 150 euro
  • Puglia– 120 (ISEE inferiore a 23.000,00 euro) – 140 (ISEE compreso fra 23.000,01 e 46.000,00 euro) – 160 (ISEE superiore a 46.000,00 euro)
  • Sardegna – 140 euro
  • Sicilia – 140 euro
  • Toscana – 140 euro
  • Umbria – 140 euro
  • Valle d’Aosta – 140 euro
  • Veneto – 171 euro

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Nuovo Codice della Strada 2020: cos’è, cosa prevede, tutte le modifiche

Entro la fine del 2020 vedrà la luce la riforma del CdS. Vediamo tutte le modifiche che porteranno al nuovo Codice della Strada 2020, dall’inasprimento delle multe per chi usa il cellulare alla guida alle norme dedicate ai ciclisti.

nuovo codice della strada 2020

Cos’è il nuovo Codice della Strada 2020?

Nuovi cambiamenti in vista per il Codice della Strada, l’insieme di norme che regolano la circolazione stradale nel nostro Paese.

La riforma è stata approvata in Commissione Trasporti alla Camera e dovrà affrontare il passaggio in Senato per poi entrare in vigore presumibilmente entro la fine del 2020.

Il nuovo CdS prevede una serie di novità che impatteranno su:

  • comportamenti tenuti all’interno dell’abitacolo della propria auto;
  • parcheggi;
  • circolazione cittadina e extracittadina;
  • circolazione autostradale;
  • ciclisti;
  • multe;
  • neopatentati;
  • assicurazioni.

Ecco tutte le modifiche al Codice della Strada

Vediamo nel dettaglio tutte le novità che verranno introdotte con il nuovo Codice della Strada 2020.

Comportamenti all’interno dell’abitacolo:

  • divieto di fumo anche all’interno dell’auto;
  • inasprimento delle sanzioni per l’uso del cellulare alla guida (ma anche di altri dispositivi elettronici ad esempio tablet), con multe fino a 1.700 euro e sospensione della patente da 7 a 30 giorni, che salgono anche a 3 mesi in caso di recidiva (se la violazione avviene cioè entro 2 anni dalla prima multa);
  • obbligo per i conducenti di accertarsi che tutti i passeggeri indossino correttamente le cinture di sicurezza, infrazione punita con una multa comminata a chi è al volante; identico trattamento se il passeggero della moto non indossa il casco.

Parcheggio:

  • per chi parcheggia o sosta negli spazi dedicati alla ricarica dei veicoli elettrici, prevista una multa e la decurtazione di 2 punti dalla patente;
  • introduzione di parcheggio rosa dedicati alle donne in stato di gravidanza o accompagnate da minori con età inferiore ai 2 anni;
  • sosta gratuita sulle strisce blu per i disabili, provvisti di contrassegno;
  • innalzamento delle sanzioni per chi occupa il parcheggio dei disabili o si ferma in corrispondenza degli scivoli.

Nuovo Codice della Strada 2020: tutte le modificheClick To Tweet

Circolazione:

  • accesso sulle strade cittadine per i veicoli di micromobilità elettrica come hoverboard e monopattini;
  • abolizione dell’obbligo di uso diurno degli anabbaglianti fuori dai centri abitati;
  • raddoppio delle multe per chi circola senza assicurazione, che attualmente va da 849 a 3.396 euro;
  • estensione a 12 mesi della durata del foglio rosa;
  • abolizione del bollo per i veicoli storici;
  • abolizione dell’obbligo di presentazione di patente e libretto durante un controllo, poiché tali documenti possono ora essere controllati per telematicamente.

Autostrade:

  • innalzamento del limite di velocità a 150 km/h su alcuni tratti autostradali;
  • libera circolazione in autostrada per le moto elettriche;
  • libera circolazione su tangenziali e autostrade dei maggiorenni a bordo di ciclomotori 125 cc.

Ciclisti:

  • obbligo di casco per i minori di 12 anni;
  • obbligo di distanza laterale di 1,5 metri per i veicolo che sorpassano le biciclette;
  • possibilità per i Comuni di applicare strisce di arresto per i ciclisti in corrispondenza degli stop e dei semafori;
  • possibilità per i Comuni di concedere ai ciclisti anche l’uso di corsie preferenziale e strade con segnalazione di doppio senso ciclabile.

Multe:

  • chi contesta una multa e si vede respingere il ricorso, dovrà pagare il 50% dell’importo in più;
  • i Comuni potranno affidare agli ausiliari del traffico la possibilità di effettuare multe nelle zone con strisce blu;
  • introduzione dell’invio delle multe a mezzo PEC (Posta Elettronica Certificata);
  • fine delle multe a strascico, ripristinato l’obbligo di notifica per poter pagare immediatamente la sanzione senza ulteriori spese.

Neopatentati:

  • per i primi 3 anni dal conseguimento della patente non è permesso superare i 100 km/h in autostrada e i 90 km/h nelle strade extraurbane principali;
  • il primo anno dal rilascio non è consentita la guida di autoveicoli aventi una potenza specifica, riferita alla tara, superiore a 55 kW/t.

Assicurazioni:

  • L’IVASS (Istituto per la vigilanza sulla assicurazioni) dovrà redigere un documento con la rilevazione della storia assicurativa e l’assegnazione della classe di merito, anche per le annualità coperte da contratti stipulati con formula a franchigia e a tariffa fissa, e su questo si baseranno anche le polizze temporanee;
  • per le aziende in caso di cambio nella titolarità del veicolo che comporti il passaggio da una società ad un socio, la classe di merito maturata sul veicolo, viene riconosciuta al nuovo proprietario, anche se viene sostituita l’auto;
  • permesso il passaggio di proprietà di un veicolo tra persone coniugate o unite civilmente;
  • se si subisce il furto dell’auto, il proprietario può conservare la relativa classe di merito;
  • per le auto acquistate in leasing o con noleggio a lungo termine, l’utilizzatore si vedrà riconosciuta la classe di merito anche nel caso in cui non dovesse poi riscattare l’auto e acquistarne una nuova;
  • per i veicoli intestati a disabili, la classe di merito maturata sul veicolo potrà essere riconosciuta anche sui veicoli acquistati dal coniuge o familiare.

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Multe errate: quando un vizio di forma rende nullo il verbale?

multe errate vizio di forma

Multe errate, quali sono i vizi di forma più comuni?

In presenza di vizi di forma, un verbale può essere contestato; è dunque opportuno leggerli attentamente prima di procedere con il pagamento, potrebbe non essere dovuto alcunché.I vizi di forma più comuni sono:

  • erronea indicazione delle generalità del conducente;
  • omissione o errata indicazione della data e dell’ora in cui è avvenuta l’infrazione (quando da ciò risulti pregiudicata l’esatta identificazione del fatto);
  • errata indicazione del tipo e della targa del veicolo, quando non possono essere desunti con certezza in altro modo;
  • mancata esposizione dei fatti;
  • mancata o errata indicazione dell’autorità competente per il ricorso;
  • mancata, non chiara o insufficiente indicazione delle motivazioni di mancato fermo;
  • mancata, non chiara o insufficiente informazione riguardo l’obbligo di comunicare i dati del conducente;
  • errore sulla norma violata o sulla sanziona da pagare.

La mancanza di informazioni o lievi errori sui singoli elementi del verbale non rendono automaticamente nulla la notifica. Davanti al Giudice di Pace la multa risulterà nulla solo se, a causa dell’errore, siano compromessi i diritti del soggetto multato.

Quando un vizio di forma può rendere nullo un verbale

Il più “semplice” errore che può far decadere la contravvenzione si ha quando si generano delle incongruenze tra la via riportata sul verbale e l’avvenuta violazione.

Ovvero quando, per esempio, per la strada menzionata nel verbale non è contemplata la violazione notificata. Altro esempio: un eccesso di velocità contestato in un tratto di strada in cui non sono previsti dei limiti specifici.

L’assenza del numero civico sul verbale può renderlo nullo solo nel caso in cui la violazione, notificata, venga commessa su un tratto di strada così lungo da non poter permettere di identificare il luogo in cui sia avvenuta effettivamente, come una multa per il passaggio con il rosso su una strada che unisce due comuni e regolamentata da più semafori.

Gli errori riguardanti la tipologia di veicolo o la targa quando non permettono l’identificazione certa del veicolo e quindi del legittimo proprietario. Oppure errori riguardati la data dell’accertamento della violazione, visto che riportando una data erronea non si permette al soggetto l’applicazione del diritto di difesa.

Quando un vizio di forma non rende nullo un verbale

In questa categoria possono essere inclusi tutti gli errori o mancanza di informazioni che, anche se importanti, non invalidano la contravvenzione perché compensati da altri dati/informazioni riportate sul verbale.

La data di nascita errata del trasgressore non comporta la nullità del verbale se sono presenti altre informazioni (nome e cognome, codice fiscale, etc.) che ne permettono la corretta identificazione. Nemmeno l’assenza di dati riguardati il colore e/o il modello dell’auto possono invalidare la multa.

L’assenza del numero civico non invalida il verbale se, chi contesta, non presenti al giudice le prove che in quel tratto di strada non è punibile l’infrazione notificata. Infine, il verbale non è nullo quando l’errore è facilmente rilevabile con la diligenza e la capacità dell’uomo medio.

Multe errate: quando un vizio di forma rende nullo il verbale?Multe errate: quando un vizio di forma rende nullo il verbale? http://bit.ly/1GxyX3K via @6sicuro

Come fare ricorso e quanto costa

Una volta individuato un vizio di forma, esistono tre strade per fare ricorso:

  • Autotutela. È la prima opzione, si esercita direttamente presso l’ente che ha redatto il verbale e l’annullamento verrà stabilito direttamente dallo stesso. Non vi sono termini per questa tipologia di ricorso, ma bisogna fare attenzione a quelli per il ricorso a prefetto e giudice di pace, poiché non sarà poi possibile esercitare queste due opzioni in caso di rigetto del ricorso in autotutela.
  • Prefetto. In questo caso si tratta di errori di forma che non richiedono una valutazione che entri nel merito del caso. Si ha tempo 60 giorni dalla notifica del verbale e si può avanzare il ricorso mediante raccomandata con ricevuta di ritorno oppure presentandolo direttamente all’ente che ha elevato la contravvenzione.
  • Giudice di pace. Qui si entra nel merito del caso. Al giudice di pace ci si può rivolgere direttamente oppure a seguito di un’ordinanza avversa del prefetto, entro 30 giorni dall’ordinanza stessa o dalla notifica del verbale, ottenendo una sorta di secondo grado di giudizio. In questo caso il ricorso va presentato presso la cancelleria del giudice stesso o nuovamente mediante raccomandata con ricevuta di ritorno.

In ogni caso, l’automobilista deve produrre la documentazione atta a dimostrare l’esistenza dell’errore di forma e non deve pagare la multa se intende fare ricorso.

L’autotutela e il ricorso al prefetto sono gratuiti, per il ricorso al giudice di pace invece occorre fare invece delle valutazioni di opportunità.

Considera che il costo da sostenere sarà pari a 43 € per il contributo unificato e che, per le multe di importo superiore ai 1.033 euro (fino a 1.100), al contributo unificato bisognerà aggiungere una marca da bollo da 27 € (il contributo sale col crescere dell’importo della sanzione amministrativa contestata).

È chiaro dunque che si valuterà questa opportunità soprattutto in caso di multe dall’importo elevato. Ricorda che proprio con la Legge di Stabilità 2015 è stato dato un colpo di spugna alle cartelle esattoriali di importo inferiore a 300 euro, condonandole tutte (molte multe rientrano in questa categoria di cartelle).

Hanno sbagliato ad indicare il colore del veicolo, posso fare ricorso?

Il colore delle vettura errato non può essere inteso come un vizio di forma, anche perché spesso le case automobilistiche usano dei colori “proprietari” che non tutti possono conoscere.

Non hanno indicato l’importo della contravvenzione, posso fare ricorso?

Questo è chiaramente un vizio di forma che rende nullo il verbale.

Hanno sbagliato ad indicare la data di rilascio della patente, si tratta di un vizio di forma?

Potrebbe non essere un vizio di forma, in quanto altri parametri permettono l’identificazione univoca del soggetto multato. Nome, cognome, numero di patente, luogo di rilascio permettono di identificare univocamente l’automobilista.

Mi hanno ritirato la patente per stato di ebrezza, ma nel verbale hanno sbagliato ad indicare la data del fermo. Posso fare ricorso?

Si tratta di un vizio di forma, è opportuno fare ricorso.

Ho ricevuto un verbale incompleto, mancante di molteplici informazioni tra cui le modalità di pagamento. Posso fare ricorso?

In questo caso è possibile appellarsi al vizio di forma.

Non sono mai stato nella zona indicata sulla multa che mi è stata recapitata. Ho verificato la foto online e sia l’ultima lettera della targa che il modello non corrispondono all’auto di mia proprietà. Come mi devo comportare?

Puoi fare ricorso perché sei in grado di dimostrare che l’auto non è quella a te intestata.

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Guida in stato di ebbrezza: sanzioni, tasso alcolemico e patente

guida in stato di ebbrezza

Mettersi alla guida di un veicolo ubriachi rappresenta un rischio per se stessi e per gli altri. Il divieto di guida in stato di ebbrezza è disciplinato,  agli articoli 186 e 186 bis, dal Codice della Strada, che pone il limite del tasso alcolemico a 0,5 grammi/litro. La guida con un tasso di alcol nel sangue superiore a questo limite viene punita molto severamente, con sanzioni elevate, decurtazione di 10 punti della patente e sanzioni accessorie ancora più severe.

Se poi il tasso è oltre 0,8 grammi/litro guidare diventa reato penale. Attenzione però, una sentenza della Cassazione del 25 marzo 2019 ribalta tutto, vediamo come e perché.

Guida in stato di ebbrezza: niente sanzioni penali anche con tasso doppio del limite

Prendiamo in considerazione la sentenza della Cassazione n. 12863/2019.
La Suprema Corte ha giudicato il caso di un anziano signore che guidava, con passeggero a bordo, avendo un tasso alcolemico pari a 1,03 grammi/litro, stabilendo l’esclusione delle sanzioni penali (che leggerai in questo articolo, vanno dai 6 mesi a 1 anno di reclusione).
La Cassazione nella sentenza ha fatto riferimento all’articolo 131-bis del Codice penale che prevede che:

nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.

In sostanza, la condotta dell’anziano signore è stata inquadrata nello specchio della “tenuità del fatto”, non avendo causato alcun danno e non essendo stati rilevati “comportamenti di guida inadeguati né difficoltà a parlare né, ancora, incertezze nei movimenti”, si è ritenuto di escludere la condanna penale.

Etilometro, alcol test, esami del sangue e sanzioni

Le misurazioni sono effettuate con l’etilometro, un particolare strumento che misura la quantità di alcol contenuta nell’aria espirata. Per sicurezza, l’esame è ripetuto due volte a distanza di 5 minuti l’una dall’altra, visto che la costituzione fisica del singolo individuo, come noto, può alterare i risultati.

Le conseguenze della rilevazione di alcol cambiano a seconda del tasso alcolemico accertato. In particolare:

  • tasso alcolemico tra 0,5 e 0,8 g/litro: si paga una sanzione amministrativa da 532 a 2.127 euro. Questa violazione fa scattare anche la sanzione accessoria della sospensione della patente da 3 a 6 mesi;
  • tra 0,8 e 1,5 g/litro: la faccenda si fa molto più seria, la violazione diventa reato e si è puniti con una ammenda che va da 800 a 3.200 euro e arresto fino a un massimo di 6 mesi, oltre alla sanzione accessoria della sospensione della patente da 6 mesi a un anno;
  • oltre gli 1,5 g/litro: la pena è ancora più grave, infatti è prevista un’ammenda da 1.500 a 6.000 euro, l’arresto da 6 mesi a un anno, la sanzione accessoria della sospensione della patente da uno a due anni. Se il veicolo appartiene a una persona estranea al reato, la sospensione della patente è raddoppiata. La patente è invece revocata in caso di recidiva, cioè ripetizione del reato, nell’arco di due anni. La macchina può essere sottoposta a sequestro e, con la sentenza di condanna, viene definitivamente confiscata (cioè passa in proprietà allo Stato), almeno che non appartenga a persona estranea al reato.

In caso di incidente causato da chi guida in stato di ebbrezza, le sanzioni sono raddoppiate e viene applicato il fermo amministrativo del veicolo, almeno che non appartenga a terzi estranei ai fatti. Se poi, chi causa l’incidente ha un tasso alcolemico che supera la misura di 1,5g/litro, si applica anche la revoca della patente.Le previsioni  di questo articolo hanno rilevanza anche nella applicazione del recentissimo art. 589 bis del codice penale, che prevede e punisce il reato di omicidio stradale.

In tutti questi casi, almeno che non vi sia il sequestro del mezzo, la macchina può essere guidata da altro conducente che non abbia bevuto, oppure fatta trasportare presso un luogo indicato dall’interessato.

Esistono poi quattro categorie di soggetti per i quali vige il divieto assoluto di guida dopo aver ingerito sostanze alcoliche, nello specifico conducenti:

  1. infraventunenni;
  2. che abbiano conseguito la patente di guida B da meno di tre anni;
  3. che effettuano “attività di trasporto di cose “ ad esempio autotrasportatori e assimilati, secondo quanto revisto dagli artt. 86,86 e 87 del Codice della Strada, o “persone” secondo quanto previsto dagli artt. 88, 89 e 90 del Codice della Strada;
  4. di autoveicoli con massa a pieno carico maggiore di 3,5 tonnellate oppure di “treno“ (autocarro con rimorchio) con massa complessiva maggiore di 3,5 tonnellate, oppure di autoarticolati, autosnodati autobus o altri mezzi adibiti al trasporto di persone con oltre otto posti disponibili.

Quando la prova con alcol test ha dato esito positivo, nei casi di incidente e se comunque vi sono elementi per ritenere che il soggetto fermato sia sotto l’effetto di alcol o sostanze stupefacenti, la Polizia stradale può richiedere o far svolgere anche gli esami del sangue.

Il rifiuto a sottoporsi agli accertamenti prescritti viene punito con le misure previste per il caso di tasso alcolemico più alto. Se poi, il rifiuto è opposto da una di quelle persone per cui c’è il divieto assoluto di guida in stato di ebbrezza, le pene previste  sono aumentate di 1/3.

Guida in stato di ebbrezza: revoca patente di guida

Ricapitolando, la patente di guida è sempre revocata quando:

  • le violazioni sono commesse da conducenti di autobus o di veicolo destinato a trasporto merci (con massa complessiva superiore a 3,5 tonnellate) per queste categorie c’è infatti l’obbligo di avere un tasso alcolemico pari a zero;
  • in caso di recidiva, entro un periodo di due anni (la stessa persona compie la medesima violazione in un arco di tempo inferiore a un biennio).

La revoca della patente viene inoltre disposta quando il conducente ha tasso alcolemico superiore a 1,5 g/litro o è sotto l’effetto di droga e stupefacenti.

In caso di guida in stato di ebbrezza chi provoca un sinistro stradale può restare privo di patente di guida per un periodo di 3 anni (o più). La circolare del Ministero dei Trasporti n. 938/2016 ha stabilito che tale periodo decorre dal momento del decreto di condanna (dalla sentenza) e non dall’accertamento del reato.

Guida in stato di ebbrezza e assicurazione

Un’altra conseguenza negativa della guida in stato di ebbrezza è l’inoperatività delle polizze assicurative: in altre parole, l’assicurazione può legittimamente rifiutarsi di pagare le lesioni subite da chi guidava avendo bevuto oltre i limiti consentiti.

L’ha chiarito la Cassazione, con ordinanza n. 9448, dell’11 maggio 2015: nel caso esaminato dalla Corte un conducente di auto, che si era reso colpevole di guida in stato di ebbrezza, chiedeva il risarcimento ad una nota assicurazione in virtù di due polizze assicurative relative a salute e reddito. Il sinistro era stato provocato dallo stesso conducente, che era finito fuori strada procurandosi lesioni gravissime;  il suo tasso alcolemico era risultato però di 6 volte superiore a quello consentito e gli esami tossicologici dimostravano anche la positività all’assunzione di droga.

La Corte ha riconosciuto che l’assicurazione non aveva obbligo di risarcire i danni. Infatti le polizze in questione contenevano una clausola che escludeva il risarcimento in casi simili. La Corte ha ritenuto questa clausola legittima, e non vessatoria, perché semplicemente riproduceva quanto previsto dall’art. 1900 del codice civile, per il quale l’assicurazione non si estende ai rischi provocati volontariamente e con colpa grave del beneficiario, principio che si applica anche nel caso in cui la condotta dolosa o colposa dell’assicurato non sia stata l’unica causa dell’evento dannoso.

Guida in stato di ebbrezza: quanto bere per non rischiare

La domanda è: quanto alcol è possibile bere senza superare il limite di tasso alcolemico consentito? La risposta non è né facile né assoluta: il tasso alcolemico dipende da molteplici fattori, quali peso, età, sesso, alimentazione e metabolismo. Deve quindi essere chiaro che non esiste una quantità di alcol sicura, almeno che non sia pari a zero. Alcune indicazioni di massima però si possono dare e possono essere utili nel valutare la situazione di rischio.

A questo fine lo stesso Ministero della Salute ha preparato delle tabelle  che individuano il tasso di alcolemia presunto in base al tipo di alcol ingerito, alla quantità, al sesso e al peso del soggetto. Da queste tabelle è possibile desumere che, in linea di massima, per un uomo di media corporatura dovrebbe essere possibile rimanere sotto il tasso alcolemico di 0,5 g/litro con 1 birra normale o 1 calice di vino se a stomaco vuoto (qualcosa in meno per le donne) e circa il doppio a stomaco pieno. Per le donne la tolleranza è sempre minore e va considerato.

Fai l’alcool test prima di guidare! Mettersi alla guida con un tasso alcolemico sopra il limite previsto per legge non solo è una violazione o addirittura un reato, ma è soprattutto pericoloso, per te e per gli altri. La sicurezza maggiore è data certamente dal non bere ma, in alternativa, procurati un alcol test portatile da tenere sempre in auto.

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Walmart diventa una compagnia assicurativa, Walmart Insurance

Una delle cose che Amazon insegna è che in commercio, una volta conquistato il consumatore finale, non ci sono taboo sulla tipologia di prodotti che gli si può vendere. E’ una strategia che anche altri ‘retailer’ stanno adottando, Walmart per esempio (da tempo in guerra aperta con la ditta Bezos), che ha deciso di puntare sull’healthcare a tutto tondo, dall’assistenza sanitaria all’assicurazione. Anche Amazon lo fa: è un’industria che negli Stati uniti vale oltre 4 trilioni di dollari e ha un modello entrato da tempo in crisi lasciando spazi a nuovi player. Un sistema basato sull’assicurazione sanitaria che, per coloro che non se la possono permettere, significa andare incontro ai spropositati costi della sanità privata.

Walmart, definito da alcuni commentatori ‘il gigante dormiente del sistema sanitario’ (in US)  ha detto recentemente alla CNBC che adesso comincerà a vendere piani di assicurazione sanitaria, sono già comparse le offerte di lavoro sul suo sito per “Walmart Insurance Services LLC”.

Fino a questo momento, Walmart forniva informazioni assicurative attraverso i centri Walmart Health, il suo nuovo concetto di assistenza sanitaria indipendente. Ha un programma di educazione, chiamato Healthcare Begins Here, progettato per aiutare le persone a trovare una polizza assicurativa.

“Siamo sempre alla ricerca di modi per aiutare i nostri clienti a risparmiare denaro e a vivere meglio, e i servizi assicurativi sono un altro modo per farlo”, ha detto il portavoce di Walmart Randy Hargrove alla CNBC. “Stiamo espandendo i nostri attuali servizi assicurativi per includere anche la vendita di polizze ai nostri clienti….. Abbiamo bisogno di professionisti appassionati di assicurazione sanitaria che ci aiutino a costruire questo nuovo business dalle fondamenta e a raggiungere la nostra missione”.

La società, denominata Walmart Insurance, è stata registrata presso il Segretario di Stato dell’Arkansas il mese scorso.

Già da anni Walmart ha inserito all’interno dei suoi supermercati degli ambulatori, ma ora il gigante del retail ha già aperto 4 centri medici low-cost Walmart Health e ha in piano di aggiungerne altri, ha effettuato acquisizioni come la startup Carezone volte a migliorare la sua tecnologia per la digital health. Ha grandi ambizioni, come ha recentemente espresso in una sorta di lettera aperta agli stakeholder Sean Slovenski, Senior Vice President Health & Wellness, Walmart U.S.A.

“Avere accesso a un’assistenza sanitaria di qualità e a prezzi accessibili non è mai stato così importante negli Stati Uniti. Stiamo attraversando una pandemia globale che ha messo a nudo le vulnerabilità del nostro sistema sanitario e rende difficile per molte famiglie ottenere le cure di cui hanno bisogno quando ne hanno bisogno. Ci troviamo anche di fronte a una disoccupazione record, lasciando molte famiglie senza accesso a risorse sanitarie vitali nel processo.

Con il 90% degli americani che vivono nel raggio di 10 miglia da un negozio Walmart, crediamo di poter aiutare portando assistenza sanitaria di qualità alle comunità che ne hanno più bisogno. Non prendiamo alla leggera la responsabilità di servire i nostri clienti in questo modo, anche attraverso il nostro programma di prescrizione generica da 4 dollari che abbiamo lanciato più di dieci anni fa. È più importante che mai, ed è per questo che stiamo aprendo più sedi Walmart Health, in modo da poter aiutare ancora più clienti ad accedere all’assistenza sanitaria di cui hanno bisogno.”

Espandersi in un settore come la salute per Walmart ha prima di tutto motivazioni di welfare aziendale: dopo il Dipartimento della difesa americano, è il più grande datore di lavoro in US con oltre 2,3 milioni di dipendenti.

Secondo Business Insider, a doversi preoccupare di Walmart Insurance dovrebbero essere non tanto le compagnie tradizionali, quanto le startup assicurative, soprattutto quelle nate per cogliere le opportunità del mercato Medicare Advantage, ovvero il sistema di assistenza sanitaria pubblica statunitense, riservato ad alcune categorie (come gli over 65) e gestita attraverso società private selezionate.

Sembra che Walmart possa concentrarsi sulla vendita di piani di MA, dato che ha pubblicato annunci di lavoro per i supervisori di vendita di Medicare e gli agenti assicurativi autorizzati. Per quanto riguarda il contesto, i piani di MA sono offerti da pagatori privati con contratto con Medicare.

Walmart vanta oltre 5.000 sedi solo negli Stati Uniti – e quasi 265 milioni di clienti in tutto il mondo, oltre a quel paio di milioni di dipendenti sopra citati. E’ chiaro che con i prezzi scontati che sempre la contraddistinguono e un’ampia conoscenza del retail, Walmart Insurance può facilmente mettere in ombra le startup assicurative come Bright Health e Devoted Health.

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Yolo Group, nuovo aumento di capitale da 3 milioni di euro

Yolo si è sempre posta, come insurtech, non solo come intermediario digitale ma come abilitatore tecnologico, perciò è parte del suo mestiere fare partnership con banche, compagnie, retailer, agenti e broker.

E’ il primo player Insurtech italiano a fornire microassicurazioni e assicurazioni on demand completamente digitali, con un canale proprietario web e mobile con cui effettua distribuzione diretta e indiretta tramite partner e un catalogo di offerta costituito da polizze on demand, attivabili in tempo reale anche da smartphone e che al momento coprono gli ambiti viaggi, beni, persone e salute con soluzioni micro, pay per use e tradizionali. Nel 2019 YOLO ha contato ricavi per circa 2 milioni di euro e l’emissione di 100.000 polizze grazie al contributo delle diverse partnership attivate.
Un modello e una tecnologia pronti anche per l’espansione internazionale. Programmata già dallo scorso anno, con un piano di fundraising tra i 15 e 20 milioni (comunicato nel piano industriale) che purtroppo la pandemia ha in parte fatto saltare, o almeno posticipare.
Adesso, infatti, quel piano comincia a essere realizzato: il Gruppo Intesa Sanpaolo, in continuità con quanto avviato nel 2019, aumenta le sue quote nella società, con Neva Finventures (il Corporate Venture Capital che fa capo a Intesa Sanpaolo Innovation Center e già azionista Yolo dal 2019) e con Intesa Sanpaolo Vita, nuovo azionista. Complessivamente il Gruppo dovrebbe detenere il 22,5% dell’insurtech.
L’aumento di capitale, pari a tre milioni di euro, è stato sottoscritto anche da Primomiglio SGR, già azionista, e ha permesso d’incrementare la compagine azionaria di Yolo con ulteriori nuovi investitori, attivi in settori diversi. Oltre a Intesa Sanpaolo Vita, infatti, sono entrati nel capitale Banca di Piacenza, Be Shaping the Future e CRIF.
Nicola Maria Fioravanti, AD di Intesa Sanpaolo Vita, Responsabile della Divisione Assicurativa del Gruppo Intesa Sanpaolo, ha dichiarato: “La partnership con Yolo ha una valenza strategica per l’intera Divisione Insurance, che intende sfruttare le potenzialità dell’Insurtech per rafforzare la propria offerta, aumentando il ricorso a contratti e canali digitali, e a forme di instant insurance. Con lo stesso obiettivo si creerà nel contempo un laboratorio permanente di sperimentazione della innovazione digitale”.

“La fiducia che ci è stata attribuita dagli investitori conferma l’interesse per il potenziale di crescita verso l’insurtech ed è uno stimolo a proseguire nel percorso di sviluppo”, dice Gianluca De Cobelli, Co-founder e AD di Yolo Group. “Il mercato insurtech è attualmente in crescita in Italia ed in Europa. A fronte di questo trend, per sostenere il percorso di sviluppo di Yolo, accelerando il processo di internazionalizzazione, si valuteranno eventuali ulteriori aumenti di capitale. Riteniamo che il nostro modello di business, fondato sulle nuove abitudini di consumo e accesso ai servizi on line, possa essere ancor più produttivo nello scenario attuale, caratterizzato dalla maggiore sensibilità di persone e imprese alla protezione dai rischi e dall’esigenza dei player del mercato assicurativo di sviluppare l’offerta digitale”.

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Documenti per assegni familiari: tutto quello che serve

Gli assegni familiari o assegni per il nucleo familiare (ANF) per lavoratori dipendenti e pensionati, devono essere richiesti dagli aventi diritto, presentando i documenti che ne provano la situazione economica e la composizione del nucleo familiare.

documenti assegni familiari

Elenco dei documenti per gli assegni familiari

Per ottenere gli assegni familiari (ANF), occorre farne richiesta presentando una serie di documenti.

Vediamo l’elenco completo di dati e documenti necessari:

  • credenziali di accesso al sito INPS (PIN INPS o in alternativa SPID o CIE o CNS), se si decide di fare domanda autonomamente;
  • documento di identità non scaduto di tutti i componenti del nucleo familiare;
  • carta di soggiorno e/o permesso di soggiorno di tutti i componenti del nucleo familiare extra comunitari;
  • certificato stato di famiglia del dichiarante oppure autocertificazione stato di famiglia;
  • codice fiscale di tutti i membri del nucleo familiare;
  • dichiarazione dei redditi di tutti i componenti del nucleo familiare (730 o Redditi);
  • se non si è tenuti a presentare alcuna dichiarazione dei redditi, Certificazione Unica di tutte le persone che fanno parte del nucleo familiare;
  • busta paga dell’ultimo datore di lavoro (o ultimo cedolino della pensione);
  • nel caso dei lavoratori domestici, copia dei bollettini pagati;
  • se separati o divorziati, copia della sentenza con omologa;
  • se nel nucleo familiare sono presenti soggetti con invalidità superiore al 66% , certificazione di invalidità;
  • in caso di coniuge deceduto, copia del certificato di morte;
  • dati delle scuole frequentate dai figli;
  • per le coppie di fatto, dichiarazione attestante che l’altro genitore non percepisce gli ANF;
  • per colf, percettori di disoccupazione o soggetti in gestione separata, indicazione dell’IBAN dal momento che il versamento degli assegni sarà fatto direttamente dall’INPS (mentre per i dipendenti è il datore di lavoro ad occuparsi di anticipare l’importo per poi rivalersi sull’Istituto di previdenza).

Quella elencata è la documentazione standard. È sempre consigliabile però, consultare prima il patronato a cui ci si rivolge per la pratica per chiedere un elenco dettagliato, che può variare anche a seconda della propria situazione familiare.

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Come si richiedono gli assegni familiari?

La domanda deve essere presentata ogni anno a partire dal 1° luglio a valere fino al 30 giugno dell’anno successivo.

La richiesta va fatta:

  • al datore di lavoro, nel caso di lavoratori dipendenti, compilando il modello ANF/DIP (SR16);
  • all’INPS se il richiedente è addetto ai servizi domestici, operaio agricolo dipendente a tempo determinato, lavoratore iscritto alla gestione separata, ovvero abbia diritto agli assegni come beneficiario di altre prestazioni previdenziali.

La richiesta all’INPS può essere fatta in diversi modi:

  • online sul sito dell’INPS accedendo con le proprie credenziali al servizio di “Invio OnLine di Domande di prestazioni a Sostegno del reddito”;
  • telefonicamente tramite il Contact Center INPS, chiamando il numero 803164 gratuito da rete fissa o il numero 06164164 da rete mobile a pagamento secondo la tariffa del proprio gestore telefonico;
  • tramite i patronati.

Approfondisci con il nostro articolo Assegni familiari 2020: calcolo, tabella INPS, requisiti, arretrati e novità

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