Partecipa a Open-F@b per crescere: la storia di Mirko, unico italiano al Global Student Prize

Da Open-f@b Call4Ideas al “Global Student Prize” per lo studente più “impattante” al mondo. È la storia di Mirko Cazzato, studente pugliese ed unico italiano scelto tra i finalisti del premio, gemello del “Global Teacher Prize” dedicato dal 2015 ai migliori docenti del mondo, quest’anno alla sua prima edizione.

Mirko è il fondatore di Mabasta, startup prima classificata ad Open-F@b Call4Ideas 2018, la quinta edizione del contest di open innovation promosso da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp.

La partecipazione a Open-F@b Call4Ideas è stata quindi per Mirko il primo passo per un percorso di crescita importante, un trampolino di lancio che lo ha portato alla ribalta internazionale.

È questo solo uno degli esempi di storie di successo cominciate con il progetto di open innovation giunto quest’anno all’ottava edizione: dedicata al tema “Assicurazione+Accessibile”, Open-F@b Call4Ideas 2021 cerca soluzioni innovative per l’accessibilità e l’inclusività del mondo assicurativo. La fase di raccolta delle candidature si chiude il 30 settembre.

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Mabasta, la startup vincitrice della quinta edizione di Open-F@b

Mirko Cazzato aveva 14 anni quando, nel 2016, insieme agli altri alunni della sua classe ha dato vita alla startup sociale Mabasta, acronimo di “Movimento Anti Bullismo Animato da STudenti Adolescenti”

Nonostante la giovane età, la sua idea ha conquistato la giuria di Open-F@b Call4Ideas 2018, dedicato quell’anno al tema “Positive Impact Innovation”, ideato per ricercare soluzioni innovative con impatto sociale positivo sulle persone e sulla società nel suo complesso.

Impatto positivo che Mirko ha centrato con la sua startup sociale, dedicata a combattere bullismo e cyberbullismo nelle scuole con azioni svolte “dal basso”, da parte dei ragazzi stessi. Ha così conquistato il primo posto e il supporto del team R&D di BNP Paribas Cardif per lo sviluppo e la concretizzazione del progetto.

Da allora, e in particolare da giugno 2020, la startup ha visto una progressiva crescita, fino a farsi conoscere in tutta Italia. Ha da poco lanciato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Eppela per raccogliere fondi per la crescita.

Mirko ha avviato circa un anno fa il progetto “1000 a 0 – Sport Vince Bullismo Perde”, coinvolgendo il mondo dello sport italiano, e sta ora frequentando un corso dedicato all’imprenditorialità sociale presso la WeDo Academy in modalità “learning by doing”, con la guida di esperti coach.

“Non sono assolutamente una persona speciale” racconta a caldo Mirko, “sono solo un semplice ragazzo che ha creduto e voluto fare qualcosa di concreto per aiutare il prossimo e, insieme alla mia classe, abbiamo deciso di occuparci dei pessimi fenomeni di bullismo e cyberbullismo fra giovani.”

Il giovane vincitore di Open-F@b Call4Ideas è oggi tra i 50 finalisti selezionati per il premio internazionale fra oltre 3.500 candidati da 94 Paesi. Uscirà ad ottobre la shortlist dei 10 finalisti al “Global Student Prize” e poi, a novembre, sarà proclamato il vincitore assoluto a cui la Varkey Foundation insieme a Chegg.org, promotori e organizzatori del premio, consegneranno il premio di 100mila dollari.

“Voglio approfittare di questo momento per invitare tutti i giovani ad impegnarsi sui temi sociali” commenta Mirko, “io ho a cuore il bullismo ma ci sono tanti altri aspetti altrettanto importanti, come l’eco-sostenibilità, la lotta alla fame, alla violenza, alle discriminazioni, l’essere vicini agli anziani, a chi soffre, a chi è in difficoltà, l’Agenda 2030 ne è piena. Aiutare gli altri, sia come lavoro sia da volontari, permette di andare a letto ogni notte col cuore che sorride e di svegliarsi ogni mattina con una grande voglia di fare.”

Open-f@b Call4Ideas, l’impegno per accessibilità e inclusione

Dal suo lancio nel 2014, Open-F@b Call4Ideas rispecchia l’impegno di BNP Paribas Cardif nel costruire un modello di innovazione che metta la persona al centro.

L’invito di Mirko risuona in maniera particolare con i temi della call di quest’anno, che cerca idee innovative per un’assicurazione più accessibile e inclusiva, aperta a tutti coloro che ne hanno bisogno.

“L’assicurazione non può essere un lusso” spiega Andrea Veltri, Deputy CEO Digital Transformation di BNP Paribas Cardif, “Non può, ad esempio, escludere aprioristicamente chi ha determinate patologie o trascurare chi ha oggettive difficoltà a comprendere le condizioni di polizza.”

Sempre nello spirito di apertura e inclusione, novità di quest’anno è la partnership della call con PNICube, associazione che riunisce gli incubatori e le business plan competition accademiche italiane. La nuova collaborazione ha permesso al contest di raggiungere in maniera capillare anche le università d’Italia e i suoi studenti. Tra cui potrebbe esserci un altro Mirko.

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C’è tempo fino al 30 settembre per candidarsi a Open-F@b Call4Ideas 2021

C’è qualche giorno in più per candidarsi a Open-F@b Call4Ideas 2021, l’ottava edizione del contest BNP Paribas Cardif promosso in collaborazione con InsuranceUp.it, dedicata al tema “L’Assicurazione Accessibile” per ampliare le possibilità di servizi, clienti, experience, dialogo e inclusività legati al mondo assicurativo di oggi e soprattutto per disegnare quello di domani.

Slitta dal 26 al 30 settembre il termine entro il quale startup, scaleup, giovani studenti e imprese innovative con sede in Italia hanno la possibilità di iscriversi al contest e proporre le proprie idee. Dopo una prima selezione online da parte di un Comitato costituito da executive del Gruppo BNP Paribas e di BNP Paribas Cardif in Italia, da professionisti universitari nell’ambito delle tecnologie digitali e da esperti, le startup selezionate presenteranno le loro proposte in una digital battle che si terrà a ottobre 2021. Le dieci startup finaliste saranno poi protagoniste dell’evento conclusivo di novembre. I vincitori avranno la possibilità di visitare i centri dell’innovazione del Gruppo BNP a Parigi e di affiancare il team R&D di BNP Paribas Cardif nello sviluppo e nella concretizzazione del loro progetto, tenendo in considerazione le esigenze del mercato e della Compagnia.

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Open-F@b Call4Ideas, il progetto di BNP Paribas Cardif

Open-F@b Call4Ideas è un progetto di Open Innovation lanciato per la prima volta nel 2014 da BNP Paribas Cardif in collaborazione con InsuranceUp.it.

Dopo aver trattato nelle scorse edizioni temi come la Customer Acquisition, l’Internet of Things e i Big Data, la Customer Experience e la Preventive Insurancel’Innovazione a impatto sociale positivo, la Human Data Science e il Next Normal, il 2021 sarà dedicato alla ricerca delle soluzioni più innovative per rendere “L’Assicurazione + Accessibile”.

Nelle sette edizioni passate Open-F@b Call4Ideas ha ottenuto un grande successo: sono state proposte circa 500 candidature – molte provenienti dall’estero – selezionate circa 80 idee innovative, che hanno portato a diverse collaborazioni e alla realizzazione di almeno un progetto l’anno, e investiti circa un milione di euro in totale. Un risultato che rispecchia l’impegno di BNP Paribas Cardif nel ricercare un’innovazione che metta al centro la persona e che restituisca valore reale all’intera comunità, dai clienti ai dipendenti fino agli altri stakeholder. Un’innovazione fondata sull’inclusione, sulla condivisione, sulla concretezza e sulla contaminazione dei saperi, in grado di rivoluzionare anche il modo di fare assicurazione.

Open-f@b Call4Ideas 2021, le novità

I progetti finalisti dell’edizione 2021 saranno introdotti a C. Entrepreneurs Fund, il fondo venture capital di BNP Paribas Cardif con Cathay Innovation, che ha l’obiettivo di accelerare l’innovazione della Compagnia attraverso investimenti in startup early stage, e inclusi nella piattaforma SCOOP impiegata nell’ecosistema di Open Innovation di BNP Paribas per condividere, gestire e promuovere la cooperazione con le startup.

Tra le novità di quest’anno anche la possibilità per due membri di ogni team vincente di presentare il progetto e confrontarsi con altre start up ospitate a BivwAk! l’incubatore interno del Gruppo BNP Paribas con sede a Parigi. Quest’anno, inoltre, grazie alla partnership con PNICube – associazione con 50 associate tra Università incubatori accademici che riunisce gli incubatori e le business plan competition accademiche italiane, nata con l’obiettivo di stimolare la nascita e accompagnare al mercato nuove imprese ad alto contenuto di conoscenza di provenienza universitaria – la call sarà estesa anche ai più giovani in maniera più capillare sul territorio. PNICube parteciperà alla selezione di alcune startup protagoniste della digital battle e sarà presente con un membro nella giuria della finale.

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Assicurazioni e cybersecurity, 130 milioni di dollari per la startup inglese Envelop Risk

Il settore delle assicurazioni cyber, legati ai rischi di attacchi digitali e ransomware, continua a crescere e ad attrarre l’attenzione degli investitori. Ne è prova lampante ­il successo di Envelop Risk, startup britannica fondata nel 2016 che lo scorso 14 settembre ha raccolto 130 milioni di dollari – circa 110 milioni di euro – con un round di Serie B guidato dal Vision Fund 2 di SoftBank.

Envelop Risk si muove proprio in ambito cyber, sottoscrivendo polizze ad hoc con un’attenzione particolare all’analisi del rischio.  Ecco come funzionano i suoi servizi all’avanguardia.

Envelop Risk e il mondo delle (ri)assicurazioni cyber

La startup è stata fondata a Bristol, nel Regno Unito, cinque anni fa da Jonathan Spry, attuale Ceo, e Paul Guthrie, responsabile Prodotti e Tecnologia. Envelop Risk è specializzata nel settore delle assicurazioni contro i rischi cyber, e punta a “combinare l’esperienza nel mondo insurance con modelli per il calcolo del rischio guidati dall’intelligenza artificiale”.

“Envelop, insieme ai suoi partner e clienti, sta costruendo un nuovo ecosistema per assicurazioni cyber che sia funzionale, sostenibile e scalabile” si legge infatti sul sito della startup, che promette di offrire prodotti di “ri-assicurazione basati su capacità di modelling senza pari”.

Nel portfolio di prodotti offerti da Envelop Risk spiccano quindi i servizi di re-assicurazione, disponibili anche in modalità white-label, pensati per grosse compagnie che vogliono trasferire i rischi. “Le compagnie assicurative hanno bisogno di soluzioni che rispondano alle necessità dei loro clienti e costruiscano un ambiente lavorativo sicuro e strategico” afferma la startup, che con la sua suite di prodotti risponde proprio a questa esigenza.

I servizi sviluppati da Envelop Risk si distinguono per la loro flessibilità e permettono ai clienti di creare nuovi prodotti per assicurazioni cyber, modificare e migliorare quelli già esistenti, formarsi riguardo alle possibilità offerte da questo settore oppure progettare strategie utili per differenziarsi dai competitor già affermati.

Inoltre, la startup di Bristol offre anche soluzioni per il calcolo e la modellazione del rischio in settori complessi come la sicurezza, l’aerospazio, l’aeronautica o l’industria petrolifera.

In particolare il suo sistema di machine learning, chiamato Cyber-Tooth, monitora più di un milione di compagnie per definire i livelli di protezione necessari e tenere traccia degli attacchi in corso per elaborare trend storici. Ogni singola compagnia viene inoltre valutata in base alle proprie particolarità e asset finanziari, in modo da delineare con precisione la vulnerabilità a diverse tipologie di rischio.

130 milioni di dollari: i piani per il futuro

Il 14 settembre Envelop Risk ha raccolto 130 milioni di dollari con un round di investimenti di Serie B guidato dal colosso SoftBank. Secondo gli accordi Neil Cunha-Gomes, di SoftBank Investiment Advisers, entrerà a far parte del consiglio di amministrazione di Envelop Risk.

“In meno di cinque anni Envelop Risk si è imposta nel mondo delle ri-assicurazioni cyber, conquistando importanti quote di mercato e ponendosi in diretta competizione con i colossi del settore” si legge nel comunicato stampa rilasciato per annunciare la transazione. Oltre a Bristol (UK), al momento la compagnia ha uffici a Londra, San Francisco e alle Bermuda.

Ora, la startup intende utilizzare i nuovi fondi per allargare le proprie partnership e migliorare i sistemi di analisi predittiva, con un’attenzione particolare per il calcolo delle conseguenze economiche dei rischi cyber.

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Sanzioni per chi usa il cellulare in sosta ai semafori

La sentenza dalla Corte di Cassazione conferma il divieto in qualsiasi circostanza alla guida, anche durante le attese semaforiche in attesa della luce verde.

Sai che l’uso del telefono cellulare è vietato e sanzionabile anche a veicolo fermo, durante le attese al semaforo? Lo ha stabilito la sentenza della Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 23331 del 23 ottobre 2020, per rispondere all’opposizione di un utente, multato perché teneva il cellulare con la mano destra, allo scopo di inviare un messaggio vocale, mentre era fermo al semaforo.
Vediamo i dettagli della sentenza.

Il cellulare è sempre vietato, anche in sosta ai semafori

La Corte di Cassazione conferma il divieto, anche durante le attese della luce verde

I dati Istat sull’uso del cellulare

Il 96% dei guidatori ammette di usare il telefono mentre è alla guida

Il cellulare è sempre vietato, anche in sosta ai semafori

Non ci sono dubbi, durante la guida, in qualsiasi contesto, l’uso del telefonino è sempre vietato per chi guida, anche a veicolo fermo in attesa del semaforo verde. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 23331/2020, pubblicata il 23 ottobre 2020. Perciò è legittima la multa irrogata all’automobilista che durante la guida, mentre si trova ad un semaforo con luce rossa in attesa che scatti il verde, usa il cellulare, senza auricolare né vivavoce.

La vicenda nasce dall’opposizione ad un’ordinanza di ingiunzione di pagamento proposta da un’automobilista al quale era stato contestato l’uso del telefono cellulare mentre era fermo ad un semaforo.

Secondo i giudici della Corte sarebbe del tutto irragionevole immaginare che, al momento di impegnare un incrocio in attesa del passaggio delle vetture con precedenza e con l’obbligo di sgomberare l’area il prima possibile, l’automobilista possa utilizzare un apparecchio radiomobile proprio nel momento di maggior pericolo, per il solo fatto che il veicolo è momentaneamente fermo. L’indicazione deve sempre essere quella di impedire comportamenti che siano in grado di provocare una situazione di pericolosità nella circolazione stradale, inducendo il guidatore a distrarsi e non avere il completo controllo del veicolo.

I dati Istat sull’uso del cellulare

Purtroppo i dati Istat confermano un quadro molto preoccupante: il 96% dei guidatori ammette di usare il telefono mentre è alla guida, anche quando si è al volante, oltre che per telefonare, per controllare i social, chattare e inviare sms.

Telefonare alla guida è una pessima abitudine, i rischi di causare un incidente sono troppo alti perciò è obbligatorio dotarsi di apparecchi vivavoce e bluetooth in automobile, in modo da tenere sempre salde le mani sul volante e non distrarsi.

L’articolo 173, secondo comma, del Codice della Strada (Dlgs 285/1992) vieta al conducente di fare uso del cellulare durante la circolazione, a meno che non utilizzi il viva voce o gli auricolari, fatta eccezione per i conducenti dei veicoli delle Forze armate e dei Corpi di cui all’art. 138, comma 11, e di Polizia. È consentito l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolari purché il conducente abbia adeguata capacità uditive ad entrambe le orecchie e che non richiedono per il loro funzionamento l’uso delle mani.

Con la recente riforma del Codice della Strada sono state inasprite le sanzioni amministrative previste per chi viene sorpreso ad usare il cellulare alla guida, arrivando a pagare da 422,00 a 1.697,00 euro per la prima sanzione (prima della riforma la sanzione massima ammontava a 646,00 euro), a conferma di quanto sia diffuso il problema. Inoltre si rischia la sospensione della patente da 7 giorni a due mesi e la decurtazione di 5 punti.

Se nei due anni dopo la prima infrazione, l’automobilista venisse nuovamente colto sul fatto usando il telefonino, allora la seconda sanzione passa da 644,00 a 2.588 euro, con sospensione della patente fino a 3 mesi e decurtazione di 10 punti. Le stesse norme e sanzioni valgono anche per chi usa qualsiasi altro dispositivo mentre si trova al volante della sua auto, come notebook, tablet e altri strumenti che distraggono il guidatore.

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Insurtech Italia, perché ora o mai più

A fine 2020 la capitalizzazione delle Insurtech quotate ha superato i 22 miliardi di dollari, dice il World Insurtech Report 2021 di Capgemini con Efma. Tra Europa e Stati Uniti nel 2021 ci sono state nove IPO e altre 10 sono in preparazione nei prossimi 10 mesi, secondo le previsione di Italian Insurtech Association. Perché gli investitori affidano i loro capitali a queste scaleup? E a che cosa serviranno questi soldi? Ad accelerare la crescita, a sviluppare nuovi servizi per conquistare nuovi mercati e nuovi clienti.

Ricorda ancora il World Insurtech Report che per la prima volta la metà dei clienti assicurativi è disposta a prendere in considerazione la sottoscrizione di polizze digitali con un nuovo player diverso da una compagnia di assicurazione.

Sintesi: si stanno creando le condizioni per un profondo cambiamento del quadro competitivo e gli incumbent, le tradizionali compagnie di assicurazione, vedranno sempre di più rosicato il loro vantaggio se non si adegueranno velocemente alle nuove condizioni. Ecco perché il momento è adesso o, come avverte il titolo della seconda edizione dell’Insurtech Summit (in programma il 20 e 21 settembre), “Ora o mai più” per evitare che accada quello che abbiamo già visto in altre Industry investite prima dagli effetti della trasformazione digitale, dal Retail ai Media.

Servono altre prove? Eccone una, gigantesca, portata dal World Insurtech Report: tra il 2018 e il 2020 le cinque maggiori aziende tecnologiche e una famosa casa automobilistica che offre servizi assicurativi hanno superato di quasi 2,5 volte la capitalizzazione delle 30 maggiori compagnie assicurative a livello globale nel 2020. Amazon, per fare solo un nome a tutti noto, sta testando una sua offerta assicurativa in 10 Paesi e ha già lanciato polizze per imprese negli Stati e polizze auto in India. Pensate che si fermerà lì?

Questo è l’anno zero: i prossimi 12 mesi saranno decisivi per poter esprimere la capacità di scaricare a terra sperimentazioni, progetti, innovazioni”, dice Simone Ranucci Brandimarte, presidente di Italian Insurtech Association che organizza il Summit. “Serve maggiore ambizione per poter approfittare delle opportunità che potranno arrivare da un mercato più giovane e più grande in cui però stanno entrando nuovi player, innovativi e determinati”.

CARE è la parola magica della nuova ondata digitale. L’acronimo sta per Convenience, Advice, Reach : convenienza, consulenza e prossimità. Un modello di customer journey culturalmente lontano dall’industry assicurativa che deve recuperare in semplicità, velocità e vicinanza con il cliente nel momento in cui emerge il bisogno di protezione. La pandemia è stato un passaggio cruciale, perché è cresciuta la propensione a sottoscrivere una polizza assicurativa (+7%) ma secondo modalità che sono proprie dei newcomer. Sta emergendo una nuova domanda di protezione che non trova soddisfazione nell’offerta tradizionale.

Le compagnie assicurativa sono consapevoli della trasformazione in atto. E un dato lo conferma: negli ultimi cinque anni hanno investito quasi 9 miliardi di dollari sull’Insurtech, secondo solo dopo i fondi americani di venture capital. L’Italia, però, è ancora fuori da questa onda: 110 milioni nel primo semestre 2021, che significa più del doppio rispetto al 2020 quando, però, la Francia ha raggiunto quota 1 miliardo. Bisogna, quindi, correre con gli investimenti in tecnologia, competenze digitali e startup per recuperare un ritardo che in prospettiva comporta un doppio rischio per la Industry e per il Sistema Paese: perdere competitività e diventare terreno di conquista dei nuovi player internazionali nativi digitali. È già accaduto in altri settori, si può ancora evitare nell’insurance.

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Open-f@b 2021, ultimi giorni per partecipare alla call di BNP Paribas Cardif

Sta per concludersi la fase di raccolta candidature per Open-F@b Call4Ideas 2021, l’ottava edizione del contest BNP Paribas Cardif promosso in collaborazione con InsuranceUp.it, dedicata al tema “L’Assicurazione + Accessibile”.

Fino al 26 settembre, startup, scaleup, giovani studenti e imprese innovative con sede in Italia hanno la possibilità di iscriversi al contest e proporre le proprie idee. Dopo una prima selezione online da parte di un Comitato costituito da executive del Gruppo BNP Paribas e di BNP Paribas Cardif in Italia, da professionisti universitari nell’ambito delle tecnologie digitali e da esperti, le startup selezionate presenteranno le loro proposte in una digital battle che si terrà a ottobre 2021. Le dieci startup finaliste saranno poi protagoniste dell’evento conclusivo di novembre. I vincitori verranno affiancati dal team R&D di BNP Paribas Cardif nello sviluppo e nella concretizzazione del loro progetto, tenendo in considerazione le esigenze del mercato e della Compagnia.

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Open-F@b Call4Ideas, il progetto di BNP Paribas Cardif

Open-F@b Call4Ideas è un progetto di Open Innovation lanciato per la prima volta nel 2014 da BNP Paribas Cardif in collaborazione con InsuranceUp.it.

Dopo aver trattato nelle scorse edizioni temi come la Customer Acquisition, l’Internet of Things e i Big Data, la Customer Experience e la Preventive Insurance, l’Innovazione a impatto sociale positivo, la Human Data Science e il Next Normal, il 2021 sarà dedicato alla ricerca delle soluzioni più innovative per rendere “L’Assicurazione + Accessibile”.

Nelle sette edizioni passate Open-F@b Call4Ideas ha ottenuto un grande successo: sono state proposte circa 500 candidature – molte provenienti dall’estero – selezionate circa 80 idee innovative, che hanno portato a diverse collaborazioni e alla realizzazione di almeno un progetto l’anno, e investiti circa un milione di euro in totale. Un risultato che rispecchia l’impegno di BNP Paribas Cardif nel ricercare un’innovazione che metta al centro la persona e che restituisca valore reale all’intera comunità, dai clienti ai dipendenti fino agli altri stakeholder. Un’innovazione fondata sull’inclusione, sulla condivisione, sulla concretezza e sulla contaminazione dei saperi, in grado di rivoluzionare anche il modo di fare assicurazione.

Open-f@b Call4Ideas 2021, le novità

I progetti finalisti dell’edizione 2021 saranno introdotti a C. Entrepreneurs Fund, il fondo venture capital di BNP Paribas Cardif con Cathay Innovation, che ha l’obiettivo di accelerare l’innovazione della Compagnia attraverso investimenti in startup early stage, e inclusi nella piattaforma SCOOP impiegata nell’ecosistema di Open Innovation di BNP Paribas per condividere, gestire e promuovere la cooperazione con le startup.

Tra le novità di quest’anno anche la possibilità per due membri di ogni team vincente di presentare il progetto e confrontarsi con altre start up ospitate a BivwAk! l’incubatore interno del Gruppo BNP Paribas con sede a Parigi. Quest’anno, inoltre, grazie alla partnership con PNICube – associazione con 50 associate tra Università e incubatori accademici che riunisce gli incubatori e le business plan competition accademiche italiane, nata con l’obiettivo di stimolare la nascita e accompagnare al mercato nuove imprese ad alto contenuto di conoscenza di provenienza universitaria – la call sarà estesa anche ai più giovani in maniera più capillare sul territorio. PNICube parteciperà alla selezione di alcune startup protagoniste della digital battle e sarà presente con un membro nella giuria della finale.

Open innovation, la leva per il progresso

C’è una sola leva capace di alimentare il progresso e migliorare la qualità della vita delle persone: l’innovazione. In ambito assicurativo, innovazione vuol dire non solo trovare nuove modalità per proteggere ciò che ci è più caro ma anche essere in grado di soddisfare una nuova domanda, che in un mondo dominato dalla trasformazione digitale non può essere ignorata, di soluzioni di semplice comprensione e utilizzo, più accessibili e alla portata di tutti, più inclusive e sottoscrivibili da più target di clienti.

E l’Italia negli ultimi anni si è distinta per una forte crescita di startup, pmi innovative e giovani innovatori: lo dicono i dati elaborati da BNP Paribas Cardif.

Ma quante sono le startup innovative in Italia?

Ad agosto ammontano a 13.962, in aumento del +17,3% da inizio anno. Il 78,3% di queste giovani aziende fornisce servizi alle imprese (dalla produzione di software alla consulenza finanziaria e all’attività di ricerca e sviluppo), mentre il 16,4% opera nel manifatturiero.

Le startup a prevalenza femminile – ovvero in cui le quote e le cariche amministrative sono detenute in maggioranza da donne – rappresentano il 12,4% sul totale nazionale, mentre quelle a prevalenza giovanile (under 35) sono il 17,6%.

E a livello di distribuzione geografica? La Lombardia, che ospita 3.753 start-up, pari al 26,9% del totale si conferma il territorio più fertile, seguita dal Lazio (1629, 11,7%), dalla Campania (1.236, 8,9%), dal Veneto (1.112, 8%) e dall’Emilia Romagna (1.091, 7,8%). Milano, con le sue 2.639 start-up (18,9% del totale), si conferma la “capitale” delle start-up, seguita da Roma (1.453, 10,4%), Napoli (619, 4,4%), Torino (504, 3,6%) e Bologna (363, 2,6%).

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Marshmallow, il nuovo unicorno insurtech britannico che punta sulla diversity

Dopo aver chiuso un round di investimenti di Serie B da 85 milioni di dollari (61 milioni di sterline), la startup insurtech londinese Marshmallow ha raggiunto una valutazione da 1,25 miliardi di dollari. Va così ad affiancare Zepz nel ristretto circolo di unicorni tech britannici fondati da persone di colore.

Una delle particolarità dei prodotti assicurativi offerti da Marshmallow è che sono pensati anche per clienti che non rientrano nelle categorie normalmente servite dal mondo insurance. Vediamo come funzionano e quali sono i suoi progetti per il futuro.

Diversity: le polizze innovative di Marshmallow

La startup insurtech Marshmallow nasce a Londra nel 2017 da un’idea di Oliver e Alexander Kent-Braham, fratelli gemelli, e di David Goaté. L’obiettivo principale della compagnia è quello di modernizzare il mondo assicurativo e offrire polizze vantaggiose anche ai clienti che generalmente non rientrano nei canoni tradizionali del settore, come gli immigrati, gli expat o coloro che per diversi motivi viaggiano spesso nel Regno Unito.

“Siamo fieri di sostenere una base clienti diversificata, e spesso assicuriamo clienti che altre compagnie non accettano” si legge infatti sul sito della startup.

Attualmente Marshmallow è attiva nel settore delle polizze auto e sfrutta la tecnologia, l’analisi dei dati e l’intelligenza artificiale per offrire polizze flessibili e completamente digitalizzate.

La startup pone un’attenzione particolare anche al tema della sostenibilità, e promette di azzerare le emissioni dei primi 800 chilometri (500 miglia) percorsi da tutti i clienti che acquistano una polizza nel 2021. Ad aprile 2021 Marshmallow aveva cancellato gli effetti inquinanti generati da più di 20 milioni di chilometri percorsi in auto, compensando l’emissione nell’atmosfera di quasi 3 milioni di chili di anidride carbonica.

La crescita, gli investimenti e i piani futuri

L’8 settembre Marshmallow ha annunciato la chiusura di un fortunato round di investimenti di Serie B dal valore di 85 milioni di dollari (pari a circa 61 milioni di sterline), a cui hanno partecipato compagnie come Passion Capital, Invested e Scor. Dal lancio, la startup ha raccolto complessivamente più di 116 milioni di dollari.

Il round ha portato la valutazione della startup a 1,25 miliardi di dollari, assicurandole così un posto tra gli unicorni insurtech britannici insieme a compagnie quali Zego e Bought By Many. Marshmallow è inoltre il secondo unicorno tech britannico fondato da persone di colore.

Lo scorso anno Marshmallow ha allargato lo staff del 200%, arrivando a impiegare circa 170 persone, e ha in programma di assumerne altre 400 nel corso dei prossimi 24 mesi. Attualmente la compagnia serve più di 100 mila clienti, e la nuova liquidità sarà utilizzata per espandersi a livello internazionale ed entrare in nuovi settori.

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Insurtech, come il mercato raggiungerà i 159 miliardi entro il 2030

Il mercato insurtech globale, attualmente valutato per 9,4 miliardi di dollari, potrebbe generare quasi 160 miliardi di dollari entro il 2030, con un tasso annuale di crescita composto pari al 32,7%. Sono i risultati del nuovo report rilasciato a luglio 2021 da Allied Market Research, società specializzata in consulenza aziendale e ricerche di mercato.

Il momento di forte crescita che sta coinvolgendo il mondo assicurativo è in gran parte attribuibile all’arrivo della tecnologia e all’avvio di un processo di trasformazione digitale da parte di numerose aziende, dalle più affermate e di stampo tipicamente tradizionale alle startup fondate di recente.

Tra i motivi principali di preoccupazione, invece, troviamo problemi legati alla privacy dei clienti alla trasparenza delle operazioni, uniti a un quadro legale che rischia di bloccare le idee più innovative.

Mercato insurtech, innovazione e tecnologia alla base della crescita

L’industria assicurativa è unanimemente conosciuta come una tra le più conservatrici, legata a modalità operative ormai obsolete. Da qualche anno però – e in modo particolarmente marcato in seguito alla pandemia di coronavirus – la situazione sta cambiando.

Secondo la società di consulenza Accenture, per esempio, oggi quasi l’86% degli assicuratori punta a modificare i propri modelli di business puntando sull’innovazione e sulla tecnologia, in modo da far salire la domanda per i loro prodotti e mantenere un profilo competitivo.

L’adozione di soluzioni digitali permette inoltre di scalare le proprie attività, offrire servizi altamente personalizzati e concentrarsi sulla customer experience offerta ai clienti, migliorando di conseguenza anche la situazione economica della propria compagnia.

L’importanza delle economie emergenti

Secondo Allied Market Research, le economie in via di sviluppo saranno fondamentali per il futuro del mondo insurtech: i principali player del settore, infatti, hanno la possibilità di espandere le proprie attività in mercati ancora largamente inesplorati, in cui milioni di persone non possono permettersi le polizze costose e rigide offerte dalle compagnie tradizionali.

Un esempio è la regione dell’Asia-Pacifico: secondo Allied Market Research investire nella trasformazione digitale e nell’adozione di nuove tecnologie – come l’intelligenza artificiale, il machine learning o i chatbot – e allargarsi in aree geografiche come la Cina, l’India, Singapore o la Corea del Sud potrebbe portare a grandi risultati nel corso dei prossimi anni.

Inoltre, anche se nel 2020 il nordamerica è rimasta l’area geografica principale per il mondo insurtech, rappresentando tre quinti del mercato, il report prevede che da qui al 2030 la regione con il CAGR più alto – pari al 36,7% – sarà proprio quella dell’Asia-Pacifico.

L’impatto della pandemia di Covid-19 sul mercato insurtech

L’emergenza sanitaria portata dalla pandemia di nuovo coronavirus, che continua ormai da più di un anno, ha modificato positivamente le dinamiche del mondo insurance favorendone la digitalizzazione e la crescita.

In una situazione di generale incertezza infatti molti clienti hanno deciso di sottoscrivere più polizze, acquistando per esempio servizi pensati per la salute o la casa. La crescita della domanda e le soluzioni innovative messe in campo per gestire le nuove richieste hanno dato al mondo insurtech la spinta necessaria per crescere anche durante la pandemia.

Gli ostacoli: le complicazioni legali

I principali problemi evidenziati dal report sono relativi al complesso e ormai superato framework legale che regolamenta il settore assicurativo. Le compagnie innovative si trovano infatti a dover fare i conti con un labirinto di norme in continuo aggiornamento, e spesso queste cambiano di giurisdizione in giurisdizione complicando l’avvio di operazioni internazionali o la creazione di prodotti assicurativi validi su scala globale.

Secondo Allied Market Research, l’eterogeneità delle norme e la presenza di numerosi organismi regolatori è “uno dei principali fattori che ostacolano la crescita del settore”.

L’articolo Insurtech, come il mercato raggiungerà i 159 miliardi entro il 2030 proviene da InsuranceUp.


Digital Health 2020, la crescita e le startup

La digital health, o salute digitale è il punto d’incontro tra tecnologie digitali e il settore della salute personale, del benessere, dell’assistenza sanitaria. La digital health è telemedicina, ma è anche fascicolo sanitario elettronico, app salute, ricetta sanitaria elettronica, digital therapeutics,  IoT e dispositivi indossabili, robotica, ecc.

E’ un settore piuttosto ampio, che cerca di rispondere fondamentalmente a una mission: una sanità migliore, più accessibile per tutti, più efficiente, più intelligente.

La digital health e la sanità territoriale

La salute digitale fa rima con prevenzione, personalizzazione, sanità di prossimità, sanità territoriale.

Quest’ultima è quella che ha fatto acqua in Italia nell’emergenza Covid e che ci ha distinto per numero di morti da Paesi come la Germania, dove il supporto sanitario a domicilio è molto più diffuso, come dice l’Osservatorio delle Malattie Rare, che sottolinea: ‘Tra gli addetti ai lavori, ma anche nella consapevolezza collettiva, è ormai piuttosto chiaro che il problema di gestione sanitaria dell’emergenza COVID-19 non fosse tanto, o anzitutto, nella quantità di posti letto, quanto nella facoltà di ‘arrivare prima’ del ricovero, e semmai evitarlo. Facoltà che da anni si invoca con la formula della “sanità territoriale”, che altro non è che la possibilità di dialogo tempestivo e assistenza diretta. Semplice, a casa, addirittura a portata di smartphone o PC. Basta chiedere a Paesi europei come la Germania, dove il ‘mistero dei pochi morti’, a fronte di contagi vicini ai nostri, in realtà non c’è, perché trova risposta in un sistema personalizzato di supporto sanitario, anzitutto a domicilio“.

Sono anni che la digital health si va sviluppando in tutto il mondo e che molti esperti ci dicono che è il futuro della medicina e della sanità, ne avevamo parlato con Roberto Ascione fondatore di Healthware, ma con la pandemia ogni possibile remora culturale, comportamentale, organizzativa ha ceduto di fronte alla necessità di farvi ricorso, mostrando palesemente quanto gli strumenti tecnologici possano fare la differenza nella gestione sanitaria. Lo hanno capito i medici in primis.

Secondo un report di CompuGroup Medical (CGM) sulla risposta digitale in Italia all’emergenza Covid-19, oltre 4mila medici, farmacisti, dentisti, psicologi e altri operatori hanno utilizzato la piattaforma di teleconsulto Clickdoc, fornita gratuitamente durante l’emergenza per alimentare la relazione medico-paziente, salvaguardare la continuità assistenziale, con particolare riferimento alla cronicità. Quasi 5.300 farmacie hanno già aderito a ricettainfarmacia.it, sistema che, fornito anch’esso gratuitamente, permette al paziente l’invio della ricetta elettronica (NRE) direttamente alla sua farmacia, così da ridurre spostamenti e file e ricevere i medicinali anche a domicilio.

Questi sono solo una parte dello scenario ‘competitor’ tra le applicazioni di telemedicina che hanno registrato una straordinaria crescita nei mesi scorsi o che sono nate sull’onda dell’emergenza: l’ Instant Report COVID-19 n. 8 di ALTEMS (Università Cattolica) pubblicato lo scorso maggio, ha censito quasi 140 soluzioni di telemedicina, avviate dalla singole aziende sanitarie a partire dall’inizio di marzo, oltre i due terzi delle quali dedicate all’assistenza dei pazienti “non covid”. Vi sono poi diverse piattaforme ‘private’: PagineMediche.it (che a marzo in 10 giorni ha visto l’iscrizione di oltre mille medici alla piattaforma di videovisita), Miodottore.it, DaVinci Salute, Telemedicina del Centro medico Santagostino, Topdoctors, LiviConnect, Ultraspecialisti, ecc.

Come riporta la tabella precedente, l’universo digital health, comprende altro oltre alla telemedicina: è anche fascicolo sanitario elettronico, app salute, ricetta sanitaria elettronica, digital therapeutics,  IoT e dispositivi indossabili, robotica, ecc.

L’ecosistema digital health

A livello di player l’ecosistema comprende grandi aziende, start-up, istituzioni, investitori, il mondo dei medici, degli operatori sanitari e dei farmacisti, le strutture ospedaliere pubbliche e private, le RSA, i pazienti stessi e i caregiver, il mondo della formazione, delle università, della ricerca, ma anche quello delle assicurazioni. Il successo della digital health dipende da tutti questi elementi ed è un processo anche culturale, che mette la persona al centro e ha come obiettivo il miglioramento della salute individuale e del sistema sanitario.

Sul fronte del venture capital e delle startup, che tendono a dettare le tendenze di quello che chiamiamo ‘futuro’ , è opinioni degli esperti che nonostante un rallentamento generale degli investimenti dall’inizio dell’anno, causa coronavirus, nei prossimi mesi il settore sarà probabilmente più vivace proprio nei settori direttamente coinvolti nella lotta alla pandemia (i.e., settore dei dispositivi medici e biotecnologie) o in quelli che prevediamo possano influenzare la ripresa dell’economia mondiale nella fase post-Covid-19 , in primis la digital health.

Le startup in primo piano

Rock Health

Negli Stati Uniti, un nuovo report di Rock Health, ha evidenziato un’esplosione degli investimenti in digital health, dall’inizio della pandemia, con una raccolta di capitali che ha raggiunto i 5,4 miliardi di dollari (4,79 miliardi di euro) nei primi sei mesi del 2020 e i tagli delle operazioni aumentano. E’ recentissima la notizia dell’investimento pari a 200 milioni di dollari nella startup RO, una piattaforma digitale per la salute che si prende cura del paziente dalla diagnosi alla delivery della cura e all’assistenza. Il suo Ceo CEO Zachariah Reitano ha espresso un concetto molto importante a Crunchbase.

“Pensiamo che l’assistenza sanitaria digitale sia qui per restare”, ha detto Reitano. “Anche se non tutte le problematiche sanitarie sono adatte per l’assistenza a distanza, pensiamo di essere nel bel mezzo di un massiccio cambiamento paradigmatico verso una mentalità digitale, dove i pazienti penseranno prima di tutto se possono ricevere un’assistenza sicura e di alta qualità online, e poi cercheranno un’assistenza di persona, se può servire meglio le circostanze specifiche”.

1000Farmacie

Un esempio italiano recente è invece 1000Farmacie, che ha chiuso un round di investimento da 1,5 milioni di euro, sottoscritto da gruppi industriali, investitori, come Fin Posillipo Spa ed Healthware Ventures.

La società è nata nel 2019 con lo scopo di unire le migliori farmacie italiane, con i rispettivi magazzini, per mettere a disposizione degli utenti la possibilità di scegliere tra un’ampia gamma di prodotti al prezzo migliore e riceverli direttamente a casa tramite il servizio di consegna, ma, complice il Covid, ha già ampliato la sua missione.

“L’attuale esperienza sanitaria è estremamente frammentata comportando disagi per il cliente finale. 1000Farmacie punta ad unificare l’esperienza sanitaria digitale: dall’acquisizione di informazioni attendibili online alla consegnadi farmaci a domicilio in poche ore, passando per teleconsulto e test diagnostici. La nostra piattaforma riunisce in modo sinergico circa 1000Farmacie autorizzate, con l’obiettivo di offrire ai consumatori il più grande assortimento disponibile e la possibilità̀ di acquistare in sicurezza online direttamente dalle farmacie di fiducia”, ha affermato il CEO e cofondatore Nicolò Petrone.

DaVinci Healthcare

Un altro esempio, sempre italiano, è DaVinci Healthcare, che ha sta vivendo una grandissima crescita, ‘del 70% al mese negli ultimi 12 mesi e con questo passo li triplicheremo ancora nei prossimi mesi. Entro il 2020 prevediamo una crescita del 300%”, dice in questa intervista Stefano Casagrande CEO della società –  commentando la chiusura della loro campagna di equity crowdfunding in overfunding prima del termine.

DaVinci è una startup innovativa che fa telemedicina, in particolare teleconsulti e telemonitoraggi, facendo leva sulle più avanzate tecnologie, offrendo servizi medici e psicologici a distanza in video o chat. Il servizio è offerto tramite app o webapp e garantisce un tempo di attesa massimo di 20 minuti.

Le piattaforme di telemedicina stanno facendo un grande lavoro di supporto all’assistenza territoriale, DaVinci Healthcare, per esempio, sta collaborando con la più grande cooperativa di medici di medicina generale che copre tutto il territorio lombardo e vede 750 medici di famiglia coinvolti.

Anche l’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano ha registrato un’evoluzione nel comportamento sia dei professionisti sanitari che dei pazienti negli ultimi mesi. Secondo i dati, “oltre al 13% dei medici di medicina generale e al 23% di medici specialisti che utilizzavano già questi strumenti e vorranno farlo anche in futuro, rispettivamente ben il 56% e il 37% dei medici che non avevano mai usato questi strumenti si è convertito e intende farlo in futuro”.

Metawellness

Altra startup italiana che possiamo inserire nell’universo digital health, ma è diverso dalla telemedicina, è Metawellness, che ha ideato un braccialetto sinteticamente definito anti-Covid: si chiama Labby Light e ha due funzioni, una per il distanziamento sociale, l’altra per il tracciamento dei contagi. Recentemente la società ha avviato una campagna di crowdfunding per realizzare  il primo bracciale al mondo in grado di rilevare congiuntamente battito cardiaco, temperatura corporea ed ossigenazione del sangue, che troverà applicazione sia in ambito sportivo sia nel campo della telemedicina essendo certificato come dispositivo medico.

Il Next Normal è della Digital Health

La prova provata che il boom della salute digitale non si sgonfierà ci arriva da un’altra startup italiane di teleassistenza infermieristica specializzata fornita da ParkinsonCare. Il servizio, ideato da Careapt – startup del gruppo Zambon – e reso gratuito fin dalle primissime fasi dell’emergenza grazie alla collaborazione con Confederazione Parkinson Italia Onlus, che ha registrato negli ultimi tre mesi (a lockdown concluso)  4.500 chiamate, 3.389 interventi di teleassistenza, 235 video-consulti con neurologi e altri professionisti del team multidisciplinare, e riducendo a 7 accessi al MMG (medici di medicina generale) e 2 soli accessi al Pronto Soccorso.

Di questo esempio italiano hanno parlato anche pubblicazioni scientifiche internazionali,  come il  Journal of Parkinsonisms and Related Disorders o su The Lancet, per sottolineare l’importanza della telemedicina per l’assistenza ai malati di particolari patologie, in particolare di quelle neurodegenerative, che possono essere costantemente monitorate da una rete di figure altamente specializzate all’interno del proprio ambiente domestico, in grado di restituire una prospettiva più realistica delle loro condizioni.
Si tratta del cosiddetto modello “home-hub-and-spoke”.

Quello della salute digitale (Digital Health) è stato uno dei temi di riferimento della settima edizione del contest internazionale promosso da BNP Paribas Cardif in collaborazione con InsuranceUp, dedicata al Next Normal, il futuro dopo la pandemia. E appartiene a questa categoria uno dei tre vincitori: Morphogram, piattaforma innovativa dedicata ai professionisti del mondo della nutrizione.

Morphogram®, la piattaforma innovativa per il mondo della nutrizione

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Alessandro Grandi (PNICube): portiamo Open-F@b Call4Ideas nelle università

Quest’anno, per la prima volta, Open-f@b Call4Ideas, il contest promosso da BNP Paribas Cardif in collaborazione con Insuranceup, entra nelle aule universitarie grazie alla partnership con PNICube, l’associazione che riunisce gli incubatori e le Startup Cup, le business plan competition delle università italiane.

Una collaborazione importante, che permetterà di valorizzare i talenti e le esperienze della ricerca universitaria nelle attività di innovazione di BNP Paribas Cardif e di sostenere quindi il trasferimento tecnologico, che resta una leva decisiva per individuare e sviluppare idee di business innovative.

PNICube nasce nel 2004, per dare un seguito all’esperienza del Premio Nazionale Innovazione – indetto per la prima volta l’anno precedente – e al progetto IUNet, finanziato dal Ministero delle Attività Produttive e gestito dall’Associazione Incubatori Universitari (AIU), per creare una rete di collegamento tra gli incubatori di impresa universitari. L’associazione riunisce incubatori universitari e business plan competition in Italia, con l’obiettivo di promuovere e abilitare la nascita di nuove imprese a partire dalla ricerca applicata.

Con quasi 20 anni di vita e circa 50 università associate, PNICube lavora per facilitare il trasferimento tecnologico. Ma come fa, nello specifico, a trasformare la ricerca in imprese innovative?

Ne abbiamo parlato con il presidente Alessandro Grandi, docente di Ingegneria economico-gestionale e presidente di AlmaCube, l’incubatore e hub innovativo dell’Università di Bologna.

Cominciamo dalle basi: come opera PNICube?

PNICube lavora incessantemente per favorire lo sviluppo di buone pratiche a supporto dell’individuazione e delle prime fasi di sviluppo di progetti d’impresa nati in ambito accademico come risultato della ricerca. La manifestazione più evidente del suo operato sono due eventi annuali: il Premio Nazionale Innovazione (PNI) – quest’anno a Roma il 30 novembre e 3 dicembre – e l’International Master Startup Award (IMSA), a Napoli il prossimo 23 settembre.

Si tratta di due premi dedicati a diverse fasi di sviluppo delle imprese.

Il PNI è pensato per progetti allo stadio iniziale. È in realtà l’ultimo step di un percorso di 12 mesi che parte a livello regionale e locale: università e istituzioni collaborano per supportare progetti d’impresa all’interno degli atenei. Tra questi, 60-65 progetti finalisti accedono ogni anno al Premio.

L’IMSA è invece rivolto a startup già avviate, con 3-5 anni di vita, tipicamente che hanno già partecipato al PNI. Lo scopo è individuare e premiare startup con un percorso di sviluppo interessante e significativo, che hanno già raggiunto importanti risultati di mercato.

Come vengono scelti i progetti partecipati?

La selezione avviene in due direzioni: dall’alto, grazie all’attività di scouting dei Tech Transfer Office (TTO) e dal basso, tramite candidatura personale.

I Tech Transfer Office, uffici dedicati che si trovano oramai in tutti gli atenei, hanno il compito di individuare tra i gruppi di ricerca dell’ateneo risultati tecnico-scientifici che possano essere tradotti in progetti di impresa con prodotti e servizi.

Dall’altro lato, ricercatori e docenti che giungano a un risultato significativo nella loro ricerca (spesso accompagnato da un brevetto) hanno la possibilità di candidarsi per valorizzarlo e concretizzarlo.

Quest’anno PNICube è partner dell’ottava edizione di Open-f@b Call4Ideas di BNP Paribas Cardif. Come mai questa scelta?

Da sempre lavoriamo con partner industriali e investitori istituzionali. Per crescere, i progetti che sosteniamo hanno bisogno di tutta una serie di risorse (know-how, manageriali, finanziarie), risorse che possono trovare con il supporto delle università, ma soprattutto interfacciandosi con partner come venture capital, che operano in fasi early stage, e partner industriali, che vedono nella startup un’opportunità di open innovation – come appunto BNP Paribas Cardif.

Pensiamo che il contest Open-f@b Call4Ideas sia un’iniziativa che va nella direzione giusta, fondamentale per rispondere efficacemente a sfide quanto mai urgenti.

Grazie a questa collaborazione, BNP Paribas Cardif potrà estendere la call anche ai più giovani, in maniera più capillare sul territorio, mentre PNICube avrà la possibilità di partecipare alla selezione di alcune startup protagoniste della Digital Battle, e sarà presente con un membro nella giuria della finale.

Perchè il trasferimento tecnologico è un importante motore di innovazione?

Tutti noi siamo di fronte a sfide estremamente rilevanti per il nostro sistema economico. Le risposte a queste sfide vengono da tanti fronti, e il fronte delle nuove imprese a base tecnico-scientifica è quello da cui possiamo attenderci le risposte più disruptive, che possono portare un vero cambiamento.

Le grandi organizzazioni sono capaci di movimentare grandi risorse, ma hanno bisogno della scintilla di idee diverse.

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