Auto e Sostenibilità, il futuro del settore automotive secondo BMW

L’industria automotive corre verso l’elettrico, inseguendo la parola chiave “sostenibilità”. Senz’altro c’è un grande futuro per l’industria dell’auto, ma sarà molto diverso dal suo passato. In confronto ai recenti sviluppi di altre grandi case, come per esempio Renault con la sua Renaulution, pareva che BMW fosse rimasta indietro con i tempi. Questo fino alla presentazione del bilancio 2020, con l’annuncio di due nuove vetture completamente elettriche, il primo SUV e la prima sportiva.

“Non una dichiarazione di intenti ma un risultato assolutamente concreto” precisa Massimiliano Di Silvestre, presidente e amministratore delegato di BMW Italia, che sottolinea come BMW lavori all’elettrificazione da ben 15 anni con un’idea molto chiara del futuro. Perché innovazione e sostenibilità sono percorsi che richiedono tempo.

La visione di sostenibilità di BMW ha infatti portato la casa automobilistica al primo posto nella categoria Automobiles del Dow Jones Sustainability Index. Non solo, BMW ha già raggiunto e superato l’obiettivo posto dalla UE, con una riduzione delle emissioni del 53% dal 1995.

Già nel 2021 progetta di avere la prima flotta di auto a idrogeno, alimentata attraverso la batteria elettrica. Il futuro di BMW prevede la riduzione delle emissioni C02 del 40% per chilometro percorso entro il 2030, di pari passo alla vendita del 50% di auto elettriche.

Grandi obiettivi, frutto di un percorso cominciato da oltre un decennio. Ma Di Silvestre sottolinea che non tutti gli sforzi dovrebbero venire esclusivamente dalle aziende.

“Ci aspettiamo che il Governo metta in atto un piano ambizioso” afferma, “Ci sono le competenze, adesso ci sono le risorse, quindi è il momento di fare la sintesi e mettersi all’opera.”

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Car subscription: la startup su cui ha investito Toyota presto in Italia

Quello della car subscription è un mercato in forte crescita: secondo McKinsey, i business model basati sull’abbonamento hanno visto una crescita annuale di più del 100% negli ultimi cinque anni. Frost & Sullivan predicono che i modelli di abbonamento di auto rappresenteranno circa il 10% di tutte le vendite di autovetture entro il 2025.

La Spagna è il mercato che cresce più velocemente per le autovetture car-as-a-service in Europa, e non a caso è spagnola la startup Bipi, partecipata da Toyota, che a marzo 2021 ha ricevuto 6 milioni di euro di finanziamento, arrivando a raccoglierne 25 milioni in totale.

Bipi, nata a Madrid nel 2017, offre ai consumatori un’alternativa “senza pensieri” all’auto di proprietà, attraverso un abbonamento mensile all-inclusive e completamente flessibile a vetture di ogni categoria nuove ed usate. La sua missione è quella di trasformare questo servizio in un’esperienza totalmente digitale, in un mercato come quello europeo in cui questo tipo di transazioni avvengono per il 98% ancora offline.

Il modello car subscription permette ai consumatori di avere accesso ad un veicolo per un periodo compreso tra 1 e 36 mesi: la vettura viene spedita a casa con il pagamento di un unico canone di abbonamento mensile, che include i costi di spedizione, assicurazione, manutenzione, assistenza stradale e le quote di iscrizioni annuali. Il cliente ha inoltre il vantaggio di poter cambiare vettura in qualsiasi momento.

A dimostrazione del crescente interesse del settore automotive in questo settore di mercato, nel 2020 la startup ha ottenuto il sostegno di Toyota AI Ventures.

Già presente in Spagna e Francia, punta ora a espandersi su altri mercati, incluso quello Italiano: il lancio è previsto nel marzo 2021.

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Equs, grazie alla tecnologia il valore di un’auto adesso è garantito

Il valore di un’auto usata è sempre piuttosto aleatorio: al di là del tradizionale adagio secondo il quale un’auto nuova appena uscita dalla concessionaria vale già la metà, vi sono moltissimi fattori che ne influenzano il prezzo oltre a modello, marca, chilometri, usura. Valgono anche elementi come l’allestimento, il colore, l’elettronica di bordo, incidenti eventuali subiti. Quello che è stato abbastanza chiaro fino a oggi è il fatto che un veicolo, una volta immatricolato, subisce un deprezzamento.

Ma il mercato dell’auto usata è influenzato anche da fattori che niente hanno a che vedere con l’auto stessa, ad esempio il boom delle vendite del ‘km 0’ ha origine in politiche e dinamiche tra casa madre e dealer.

Da ora in avanti un nuovo argomento che fungerà da regolatore del mercato potrebbe diventare TiVale, la certificazione di garanzia del valore dell’auto messo a punto da Equs, startup italiana che quest’anno è stata selezionata tra oltre 600 aziende per il Premio Gaetano Marzotto-2031, è stata scelta dagli incubatori SellaLab e Dpixel, a fine novembre si è aggiudicata il premio speciale EY all’interno del Concorso Gaetano Marzotto-2031 ed è stata anche una delle 10 realtà finaliste della 7a edizione di Open-F@b Call4Ideas 2020, il contest internazionale di BNP Paribas Cardif in collaborazione con InsuranceUp.

“Siamo una realtà giovane, ma grazie all’expertise che abbiamo maturato nel settore automotive siamo pronti a fare il nostro ingresso su un mercato competitivo, consapevoli però, che EQUS risponde a un reale bisogno del settore – raccontano Gianpiero Micale, CEO e Davide Mistrangeli, COO entrambi Co-Founder di EQUS, che si qualifica come la prima Digital Warranty Company d’Europa – Dopo aver analizzato sia buona parte del mercato italiano, che gran parte di quello europeo, abbiamo unito le nostre rispettive competenze per creare un prodotto nuovo, efficace e vicino alle esigenze degli acquirenti e dei rivenditori. EQUS, infatti, si presenta come regolatore nel mercato auto, tra una domanda più consapevole ed un’offerta più etica. I nostri Certificati di Garanzia del Valore trasformano completamente il concetto di Valore Futuro Garantito, facendone una nuova forma di tutela (per i consumatori) e di strategia commerciale (per i Dealer).

Come funziona TiVale

Equs ha sviluppato la web application Enigma che grazie a sofisticati algoritmi proprietari, AI e sistemi di Machine Learning è in grado di prevedere il valore dell’auto fino a oltre 10 anni, con il 96% di efficienza. Questa garanzia, certificata grazie a sistemi di codifica in Blockchain in partnership con Luxochain, può essere trasferita a terzi.

In sostanza, la Certificazione di Garanzia del Valore senza limiti protegge il veicolo da frodi e svalutazioni di mercato e permette di rivendere, in futuro, a un prezzo certo e predeterminato, e di trasferire a terzi, anche tra privati, la certificazione stessa, il che trasforma l’auto in un titolo di valore e la spesa in un investimento.

La società si rivolge a consumatori, case costruttrici, finanziarie, assicurazioni, concessionari e rivenditori, ed è convinta che questo strumento aumenti la fiducia tra le parti, sostienga il mercato automotive e sia una risposta innovativa a un mercato in grande cambiamento in cui il consumatore chiede maggiore trasparenza e condotte commerciali eticamente affidabili.

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Elon Musk sta progettando una compagnia assicurativa tutta sua

Tesla prevede di lanciare una “grande compagnia di assicurazioni”, ha annunciato il CEO Elon Musk durante una recente telefonata con gli investitori, riporta Business Insider.

Un annuncio che non sorprende del tutto, poichè sono un paio di anni che l’imprenditore visionario è attratto dal settore assicurativo, anche per via della gran quantità di dati che le sue auto raccolgono, sulla base dei quali Musk ritiene si possa offrire polizze molto più evolute rispetto alle esistenti, con tariffe determinate in base all’aggressività di guida.

Tesla offre già un prodotto assicurativo di base in California, che l’anno scorso ha visto un lancio piuttosto rocambolesco, avendo sospeso il sito dedicato appena poche ore dopo la sua messa online, adducendo un “aggiornamento dell’algoritmo”. Alcuni clienti che sono stati in grado di ottenere preventivi prima della sospensione hanno detto di essere quotati a tariffe più alte rispetto ai loro piani di assicurazione di terze parti, nonostante il pitch di Tesla di tariffe più basse del 20%. Quel prodotto era “versione 0.9”, ha detto Musk.

Acqua passata, Tesla sta ora pensando più in grande.

“Stiamo costruendo una grande compagnia di assicurazioni”, ha detto l’amministratore delegato Elon Musk agli investitori in occasione della conference call sugli utili del secondo trimestre di Tesla, che continua a regalare soddisfazioni.

“In definitiva, il punto a cui vogliamo arrivare con Tesla Insurance è quello di poter utilizzare i dati acquisiti in auto, nel profilo di guida della persona in auto, per poter valutare le correlazioni e le probabilità di incidente e poter poi valutare un premio su base mensile per quel cliente”, ha detto.

L’interesse di Musk nell’offrire un prodotto assicurativo più economico ai proprietari di Tesla non è una novità. Ciò deriva dal fatto che i suoi clienti, i proprietari di Tesla, lamentano sempre i costi assicurativi più elevati cui vanno incontro con le compagnie tradizionali, basata sul fatto che le riparazioni siano molto più costose rispetto ad altri marchi. Per andare quindi incontro ai suoi clienti, quindi, Musk ha pensato di farsi una compagnia, che sarà secondo lui in grado di sfidare e battere la concorrenza proprio sul prezzo, grazie all’uso dei dati.  La compagnia ha parlato per la prima volta di assicurazioni nell’aprile del 2019, prima di lanciare un prodotto in California qualche mese dopo.

Tesla conta di lanciare la sua assicurazione in una manciata di stati americani entro la fine dell’anno, ha detto Musk, se riesce a trovare attuari rivoluzionari.

“Mi piacerebbe avere alcuni attuari ad alta energia, soprattutto”, ha detto. “Ho un grande rispetto per la professione attuariale. I vostri ragazzi sono bravissimi in matematica. Vi prego di unirvi a Tesla, soprattutto se volete cambiare le cose, e siete infastiditi dalla lentezza del settore. Tesla è il posto giusto. Vogliamo attuari rivoluzionari”.

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Auto, il Grande Cambiamento. Siamo pronti per l’accelerazione?

Se c’è un’industria che meglio esprime le contraddizioni e le opportunità in cui ci troviamo in questa difficile ripartenza dopo la pandemia è certamente quella dell’auto che costituisce un’importante arena competitiva per il settore delle assicurazioni.

Due mesi abbondanti di blocco non potevano che mettere in ginocchio chi lavora per la nostra mobilità: i numeri sono devastanti e, anche se le previsioni parlano di un ritorno al mezzo privato e quindi di una ripresa delle vendite, ci vorrà tempo per recuperare il valore perso, e non solo in termini di ricavi. Si stima che sui piazzali d’Europa siano immobilizzati milioni di veicoli, la svalutazione media quotidiana è di circa 7 euro, la perdita di valore è difficilmente recuperabile.

L’industria dell’auto è un pezzo importante del sistema economico europeo, il 7% del PIL. E non a caso, mentre in Italia si stava dietro alla polemica politica su un prestito  garantito dallo Stato per l’unico brand con una radice italiana, in Francia il presidente Macron annunciava un piano da 8miliardi a sostegno della filiera automotive, con un focus sui veicoli elettrici.

Investimenti di retroguardia per puntellare un’industria pesante senza alcune prospettiva che non leccarsi le ferite? Per nulla, perché c’è un grande futuro per l’industria dell’auto ma sarà molto diverso dal suo passato. “La pandemia ha provocato il più grande cambiamento da quando Henry Ford inventò il modello T, mi ha detto Marco Marlia, fondatore e CEO di MotorK, nel corso di un recente incontro (puoi vederlo qui). MotorK è una tech company italiana leader in Europa, che lavora con il 90% delle case auto per digitalizzare la filiera, soprattutto nella fase di vendita.

Un solo dato per rendersi conto di quel che sta accadendo: prima dell’era Internet per comprare un’auto si andava in concessionaria circa 8,5 volte. In epoca pre-Covid 2,5. MotorK stima che questo numero scenderà a poco più di 1. Una rivoluzione che cambierà tutto: l’uso delle tecnologie, i modelli organizzativi, la gestione degli spazi, il modo di ingaggiare i clienti. Che dovrà essere sempre di più digitale.

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Potrebbe sembrare un paradosso il fatto che un’industria così maledettamente fisica come quella dell’auto debba fare ricorso al digitale per riprendere fiato. Ma non lo è poi così tanto se si guarda in avanti, seguendo le evoluzioni che già si intravvedono per i prossimi decenni. Oggi digital marketing e reputazione sono fondamentali per tornare a vendere, domani Big Data, Internet delle Cose, Intelligenza Artificiale saranno il software indispensabile per fare girare le quattro ruote, come le due e qualsiasi altro veicolo verrà inventato.

Solo due flash per capire dove sta andando il valore: Intel a inizio maggio ha comprato Moovit per un cifra che si avvicina al miliardo di dollari. La startup tedesca Lilium all’inizio di questa primavera ha ricevuto un finanziamento di 240milioni di dollari in un round guidato dalla cinese Tencent. Moovit è il più grande aggregatore mondiale di dati sulla mobilità, che ora servono alla regina dei microchip per i suoi progetti di auto a guida autonoma. Lilium sta costruendo a Monaco, la città di BMW, un veicolo volante per la mobilità urbana che nel 2025 sarà utilizzato per un servizio di taxi.

L’auto è in crisi, W l’auto! anche se sarà molto diversa.

L’impatto sulle assicurazioni sarà importante perché qui non si tratta più di vendere una polizza on line ma di pensarne nuove per veicoli e situazioni mai previste. Cambieranno anche i profili di rischio, ma aumenteranno a dismisura le informazioni a disposizione per gestirli, a patto di saperle usare per cogliere il business e ottimizzare i costi.  Se le compagnie di assicurazione non cominciano a prepararsi adesso per comprendere il cambiamento ed essere pronte a cavalcarlo, il rischio è che a bordo dell’auto dei prossimi decenni del XXI secolo salgano altri player, che stanno già puntando verso il grande business della mobilità.

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Mobility as a service, tutto sul nuovo sistema di mobilità che sta impattando sulle assicurazioni

L’evoluzione del trasporto, dalla smart mobility alla MaaS (mobility as a service), rappresenta una grande sfida non solo per i produttori di automobili ma anche per il mercato assicurativo. Da un lato perché con l’incremento dei servizi di mobilità in bundle e in sharing il numero di polizze auto individuali è destinato a calare. Dall’altro perché proprio la crescita dei nuovi servizi costituisce un’opportunità per entrare in nuovi segmenti di mercato. Da parte dei player del mondo assicurativo, però, sarà necessario studiare nuovi modelli di business per poter riuscire a cogliere appieno queste occasioni. E capire bene che cosa si intende per mobility as a service, come funziona, quali sono i vantaggi. Ecco una guida di EconomyUp con tutte le risposte. 

Mobility as a service, che cos’è

La MaaS – Mobility as a Service è mobilità come servizio. Si basa sul concetto di abbonamento, oppure sulla formula del pay per use (pagamento  in base al concreto utilizzo), e si sta diffondendo in modo particolare nelle grandi città.

Come funziona

Una volta corrisposto un forfait mensile al service provider, l’utente può pianificare il proprio viaggio su una piattaforma software che in automatico propone e permette di prenotare tutti i mezzi necessari, sia pubblici sia privati (treni, bus, taxi, car e bike sharing) per compiere il percorso. Oltre naturalmente alla propria destinazione, a seconda delle opzioni proposte dalla applicazione, ogni persona può indicare preferenze sul mezzo da utilizzare e così via; sarà poi il tool a suggerire la combinazione più efficace e conveniente, integrando le diverse opportunità di movimento che un agglomerato urbano può offrire, dal sistema di trasporti pubblici a tutti i vari servizi che possono trovarsi nelle città (bike sharing, car sharing eccetera).

Queste piattaforme – riporta ancora EconomyUp – lavorano con l’obiettivo di ottimizzare i tempi, ma anche di paragonare i costi e tengono addirittura conto delle condizioni meteo. A questo punto, una volta individuato ciò che si preferisce fare, mediante lo stesso sistema si potrà prenotare e pagare per la soluzione prescelta.

EVENTO

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Automotive

In pratica, mobility as a service si caratterizza per tre aspetti principali: per il fatto di poter fruire di tutti i servizi di mobilità a consumo; in quanto è un servizio utilizzabile ovunque e perché rende semplice e immediato il pagamento.

Cloud, IoT -Internet of Things, Intelligenza artificiale e machine learning sono le principali tecnologie su cui si basa la possibilità di proporre un servizio di mobility as a service.

Mobility as a service, quali sono i vantaggi

Premesso che l’obiettivo delle pubbliche amministrazioni che promuovono questa modalità di spostamento è quello di fare in modo che si vada abbandonando l’utilizzo dell’auto privata, sono molteplici i vantaggi determinati dal MaaS per i privati, per le aziende che offrono servizi di trasporto e per la collettività. Prima fra tutti, la riduzione del traffico e dell’inquinamento (sia atmosferico sia acustico).

Inoltre, gli utenti del servizio potranno spendere meno per i loro spostamenti, diminuirne i tempi,  muoversi in maniera più sicura, grazie al fatto, tra l’altro, che potranno sempre avere informazioni aggiornate in tempo reale sulla situazione del percorso che stanno compiendo.

D’altra parte, gli operatori del mondo del trasporto, avendo una vasta mole di dati su cui costruire le proprie strategie, potranno ottimizzare i loro servizi rispondendo in maniera puntuale alle necessità dei propri interlocutori. A questo proposito anche i gestori del traffico, così come le autostrade potranno optare per soluzioni e prezzi modulari in base all’utilizzo, agli orari, alla situazione della strada eccetera.

Un giro d’affari miliardario

Nel KPMG Global Automotive Executive Survey 2019  la metà degli intervistati con una macchina di proprietà hanno detto di aspettarsi di non averla più entro il 2025. Lo stesso trend, si legge nel medesimo studio, andrà affermandosi nelle aziende dove si procederà a una ottimizzazione del parco auto. Sono le conseguenze della rapida diffusione di servizi di mobilità alternativi.

Secondo i dati di una ricerca BIS Research dell’anno scorso, negli anni che trascorreranno tra il 2018 e il 2028 il concetto di trasporto come servizio a livello globale genererà un giro di affari in incremento anno su anno di quasi il 50%, le revenue derivate da questo mercato dagli oltre 31 miliardi di dollari dei 12 mesi scorsi passeranno a quasi 1.760 miliardi.

Osservando questo fenomeno da un altro punto di vista, e ciò è stato fatto in uno studio recente di McKinsey sulla mobilità integrata, gli analisti si aspettano un aumento degli spostamenti, ossia della volontà di muoversi da parte delle persone, grazie al fatto di poter fruire di soluzioni di viaggio più convenienti. E’ previsto un incremento tra il 20 e il 50%, il che innesca un circolo virtuoso, anche in termini economici, che può avere un impatto importante su tutta la collettività.

Gli analisti si aspettano, in generale, che con l’affermazione del 5G si assista a una accelerazione dell’utilizzo di queste piattaforme applicative. Poter contare su connettività più efficace significa infatti inviare comunicazioni in tempo reale per rispondere in maniera precisa alle esigenze dei viaggiatori.

Mobility as a service, case study italiani e internazionali

I primi a sperimentare questa tipologia di servizi sono stati i finlandesi e, nello specifico, gli abitanti di Helsinki che già dal 2016 hanno la possibilità di fruire della Whim app che si occupa proprio di identificare per loro la modalità migliore per raggiungere una località.

In uno studio Deloitte di qualche tempo fa sono riportati diversi esempi di applicazioni e progetti pilota di Mobility as a service. Tra questi il progetto Communauto/Bixi avviato nel Quebec in Canada dove alcune aziende municipalizzate di trasporti hanno deciso di proporre pacchetti che includessero nella propria offerta di mezzi pubblici la possibilità di usare sia il servizio di bikesharing (di Bixi) sia quello di carsharing (dell’altro fornitore).

A Gothenburg, in Germania, UbiGo alle precedenti tipologie di mezzi di trasporto aggiunge la possibilità di affittare la macchina, di utilizzare taxi, il tutto sfruttabile mediante una sola applicazione che, tra l’altro, ha l’interessante possibilità di assegnare bonus agli utenti nel caso facciano scelte di spostamento sostenibili. Ma ci sono molti altri esempi di app di questo tipo in tutto il mondo, inclusa l’Italia.

In particolare – puntualizza EconomyUp – proprio alla fine di marzo di quest’anno, lgiunta comunale di Torino ha approvato un progetto MaaS teso a disincentivare l’uso dei veicoli privati che prevede buoni di mobilità da utilizzare per spostarsi in città sfruttando servizi di trasporto a basso impatto ambientale, sostenibili e in condivisione, così come bike sharing, corse di taxi e sempre più le opportunità si apriranno ad altri servizi di sharing.

Anche a Milano, tra le città italiane che si caratterizzano per il proprio modello di mobilità evolute, si sta riflettendo su mobility as a service per proseguire nell’impegno sulla mobility di nuova generazione.

L’importanza del pagamento mobile

Per poter diffondere questi servizi di MaaS rendendoli sempre più appetibili per gli utilizzatori, come abbiamo visto negli esempi precedenti, è fondamentale costruire un ecosistema di provider coinvolgendo vari attori e tipologie di proposte. Ugualmente essenziale è garantire soluzioni di pagamento mobile che rendano immediato e agevole l’utilizzo dei servizi.

A tal proposito, Telepass ha lanciato “Telepass Pay X” in collaborazione con BNL-Bnp Paribas che consiste in un conto corrente e una carta prepagata per servizi di mobilità, ma anche per pagamenti quotidiani . Questo servizio garantisce transazioni veloci e sicure sempre e ovunque, è aperto a terze parti e quindi vi si possono costruire intorno soluzioni che man mano si possono arricchire coinvolgendo più aziende, non necessariamente legate alla mobilità in senso stretto. Un esempio concreto in questo senso è WashOut,  la startup milanese che ha presentato l’app per lavare auto e moto ovunque siano parcheggiati. Il limite dell’offerta di servizi è dunque davvero solo quello rappresentato dalla fantasia.

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BeFreest, la startup che ha ideato il naso digitale che monitora la qualità dell’aria

Quando BeFreest ha deciso di partecipare all’edizione 2019 di Open-F@b Call4Ideas di BNP Paribas Cardif, classificandosi come finalista, l’ha fatto con una consapevolezza: “La qualità dell’aria che respiriamo può avere un impatto anche nel settore assicurativo” dice Fabio Cerino, founder della startup innovativa con sede a Taranto che si occupa di qualità dell’aria. E che, con un prodotto in particolare, Nose, vuole attirare l’interesse anche delle Compagnie.

La storia di BeFreest

Ingegnere, 51 anni, origini pugliesi, Fabio Cerino si definisce uno “startupper maturo”. E in effetti alle startup Cerino arriva in una seconda fase della sua vita. Nella prima, si laurea in ingegneria a Bologna e vive lì per 18 anni. Poi torna nella sua Taranto dove fonda Minerva, società di ingegneria che si occupa di efficienza energetica. La scintilla che farà scattare in lui l’idea di una startup risale al 2017 quando, sul palco del TEDX a Taranto, incontra Fabio D’Aniello: 43 anni, tarantino, Fabio ha un’altra società, Robotronix, attiva nell’ambito di prototipazioni nel settore meccatronico. Diventerà l’altro cofounder di BeFreest. Tra i due nasce un legame d’amicizia, oltre che professionale. E, insieme, decidono di dar vita a una nuova realtà che, da una parte, possa realizzare la vocazione innovativa di entrambi e, dall’altra, diventare una sorta di incubatore di idee innovative capaci di coinvolgere i giovani e avvicinarli all’innovazione.

BeFreest viene fondata nell’agosto del 2018 a Taranto, “con una procedura telematica della Camera di Commercio con la quale abbiamo speso solo 200 euro” racconta Fabio Cerino. Tra i progetti messi a punto dalla giovane impresa c’è Nose: “Si chiama così perché è un naso, respira con noi e rileva gli agenti inquinanti presenti nell’aria” racconta l’imprenditore. E, proprio questo, è il progetto presentato durante Open F@b Call4Ideas 2019.

Nose, il progetto finalista a Open F@b

Nose è un dispositivo progettato per valutare la qualità dell’aria negli ambienti chiusi. Si tratta di un multisensore in grado di misurare la presenza e la concentrazione di gas Radon (inquinante e cancerogeno), di CO2 e di TVOC, temperatura, umidità e pressione atmosferica, oltre ad altri componenti inquinanti (custom PM10 e PM2,5), negli ambienti in cui è installato. I dati raccolti in tempo reale, attrverso comunicazione protetta e dedicata via internet, sono raccolti in un apposito server cloud (hub) per la conservazione e la successiva elaborazione, consentendone la pubblicazione su apposita interfaccia web dedicata dalla quale è possibile scaricare report giornalieri, settimanali e mensili. Hub comanda, attraverso un’interfaccia di comunicazione e controllo, neuron, i dispositivi di ventilazione che, al raggiungimento di soglie di allarme presettate per ciascun inquinante, vengono attivati, con logica IoT, consentendo un corretto e controllato ricambio d’aria degli ambienti in cui è installato il sistema.

Il modello di business

“Il prototipo è stato realizzato sei mesi fa, ora stiamo producendo la seconda serie” continua il founder. E puntualizza: “Lo stiamo già fornendo e installando in diversi comuni e province pugliesi”. Il modello di business prevede la “fornitura del sistema di rilevazione in comodato d’uso, mentre gli apparati di ventilazione possono essere acquistati direttamente dal cliente. Al quale forniamo anche il monitoraggio continuo della qualità dell’aria dell’ambiente in cui vive e una reportistica da scaricare dal portale web. I dati raccolti vengono resi noti anche al sistema di controllo degli apparati di ventilazione che si accendono in caso di bisogno, cioè quando vengono superate le soglie degli agenti inquinanti”.

La call di Open F@b e l’impatto di Nose sulle assicurazioni

“È stato molto interessante partecipare alla call di Open F@b perché la qualità dell’aria incide sulla salute delle persone. Human data science (tema della call 2019, ndr) per noi ha significato proporre un sistema per dare informazioni sui luoghi in cui viviamo e su come questi luoghi possono incidere sulla salute” spiega Fabio Cerino. In tutto ciò c’è poi un’azione positiva: “Noi vogliamo migliorare la qualità dell’aria” dice. E questo potrebbe ingolosire le compagnie e le forme assicurative sui posti di lavoro. “È un po’ come la scatola nera che si mette sulle automobili: se metti la scatola nera ti abbasso il premio perché so cosa stai facendo. Nei luoghi di lavoro io potrei abbassare un premio assicurativo perché so che aria stai respirando, so qual è la qualità del luogo che stai vivendo. Quindi, se sei esposto ad agenti inquinanti il rischio di contrarre malattie è più elevato; al contrario se prevengo queste esposizione il rischio si abbatte”. Dunque, Nose potrebbe essere un prodotto da prendere in considerazione nel mondo assicurativo. “La call di open F@b è stata interessante proprio perché avvenuta all’interno di di questo settore. BNP Paribas Cardif è una grande compagnia. E spero che con questo importante player da gennaio possa aprirsi un confronto sulla nostra idea: perché la messa a disposizione di una mole di dati che interessa potenziali clienti può essere importante per studi di settore ma anche per calibrare proposte ad hoc per il mondo del lavoro” conclude l’imprenditore.

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2020, la scommessa dell’Open Insurance

Open Insurance: è la scommessa su cui si gioca il futuro dell’industria assicurativa all’inizio del terzo decennio di questo secolo. L’Open Banking, che tanto ha segnato il 2019, è stato solo il volano normativo di una più grande trasformazione che porta verso l’Open Finance, come segnala il nuovo report dell’Osservatorio Fintech e Insurtech del Politecnico di Milano: cioè l’open innovation applicata a tutto il mondo dei servizi finanziari, fino a quelli assicurativi.

C’è una grafica che rappresenta efficacemente la ragione, e forse la necessità, dell’Open Insurance. Di chi devono avere paura i player tradizionali della finanza e le compagnie assicurative? Delle startup o di Samsung, Volkswagen, Amazon, Facebook o Eni solo per citare alcuni nomi noti?

Detto in altri termini: ormai è chiaro che l’offerta di servizi finanziari non arriva più soltanto da operatori dell’industria, ma da altri settori. L’Osservatorio ne ha individuato addirittura 12 e analizzato in particolare quattro (Tech, Automotive, Utilities e Retail, compresi i pure player eCommerce), che hanno importanti basi di clienti, capacità di coinvolgerli e risorse finanziarie. Solo in Europa ne sono stati trovati 55, che offrono 256 servizi finanziari realizzati in proprio o con partner. E di che tipo sono prevalentemente questi servizi? Assicurativi nel 41% dei casi.

La tendenza è evidente. Il campo ormai è aperto a incursioni provenienti da ogni parte e non è possibile mantenere le posizioni se non ci si apre a contributi e stimoli esterni. L’Open Insurance è la via obbligata per mantenere il presidio delle compagnie di assicurazioni nell’industria dei servizi assicurativi.

“Stanno emergendo collaborazioni tra attori del mondo finanziario e attori non finanziari”, osserva Filippo Renga, direttore dell’Osservatorio. E d’altro canto cambia il vissuto dei consumatori. “Iniziano a pensare ai servizi finanziari in maniera meno monolitica, identificando nei fornitori non più solo i player classici come le banche e le assicurazioni”. Insomma, ci si comincia a fidare anche di chi solitamente non era considerato un interlocutore per le proprie esigenze di sicurezza o di gestione del risparmio: è tutto spazio che si crea per i nuovi player insurtech.

Un altro dato su cui riflettere: il 54% delle piattaforme di open banking registrate in Europa arriva da nuovi attori. Solo il 23% è di un istituto finanziario e il rimanente 23% di un technology provider. L’industria finanziaria sta correndo il rischio di scivolare sulla buccia di banana delle tecnologie digitali.

La via dell’Open Insurance non è certo semplice. Perché bisogna imparare a dialogare con partner che hanno modelli organizzativi e di business completamente diversi. E perché il mercato va creato, stimolato e sostenuto. Non fermandosi di fronte ad apparenti paradossi come questo: tra i servizi meno utilizzati attualmente in Italia ci sono le assicurazioni istantanee/on demand (2%), che però ottengo il massimo gradimento fra chi utilizza i servizi Fintech & Insurtech.

È (anche) l’offerta a fare la domanda, soprattutto quando si aprono nuovi mercati. I player tradizionali dell’industria dei servizi finanziari, assicurazioni comprese, devono solo decidere se lasciare alle startup e ad altri attori questo ruolo. O giocare invece la propria partita per assicurarsi un futuro da leader.

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2020, la scommessa dell’Open Insurance

Open Insurance: è la scommessa su cui si gioca il futuro dell’industria assicurativa all’inizio del terzo decennio di questo secolo. L’Open Banking, che tanto ha segnato il 2019, è stato solo il volano normativo di una più grande trasformazione che porta verso l’Open Finance, come segnala il nuovo report dell’Osservatorio Fintech e Insurtech del Politecnico di Milano: cioè l’open innovation applicata a tutto il mondo dei servizi finanziari, fino a quelli assicurativi.

C’è una grafica che rappresenta efficacemente la ragione, e forse la necessità, dell’Open Insurance. Di chi devono avere paura i player tradizionali della finanza e le compagnie assicurative? Delle startup o di Samsung, Volkswagen, Amazon, Facebook o Eni solo per citare alcuni nomi noti?

Detto in altri termini: ormai è chiaro che l’offerta di servizi finanziari non arriva più soltanto da operatori dell’industria, ma da altri settori. L’Osservatorio ne ha individuato addirittura 12 e analizzato in particolare quattro (Tech, Automotive, Utilities e Retail, compresi i pure player eCommerce), che hanno importanti basi di clienti, capacità di coinvolgerli e risorse finanziarie. Solo in Europa ne sono stati trovati 55, che offrono 256 servizi finanziari realizzati in proprio o con partner. E di che tipo sono prevalentemente questi servizi? Assicurativi nel 41% dei casi.

La tendenza è evidente. Il campo ormai è aperto a incursioni provenienti da ogni parte e non è possibile mantenere le posizioni se non ci si apre a contributi e stimoli esterni. L’Open Insurance è la via obbligata per mantenere il presidio delle compagnie di assicurazioni nell’industria dei servizi assicurativi.

“Stanno emergendo collaborazioni tra attori del mondo finanziario e attori non finanziari”, osserva Filippo Renga, direttore dell’Osservatorio. E d’altro canto cambia il vissuto dei consumatori. “Iniziano a pensare ai servizi finanziari in maniera meno monolitica, identificando nei fornitori non più solo i player classici come le banche e le assicurazioni”. Insomma, ci si comincia a fidare anche di chi solitamente non era considerato un interlocutore per le proprie esigenze di sicurezza o di gestione del risparmio: è tutto spazio che si crea per i nuovi player insurtech.

Un altro dato su cui riflettere: il 54% delle piattaforme di open banking registrate in Europa arriva da nuovi attori. Solo il 23% è di un istituto finanziario e il rimanente 23% di un technology provider. L’industria finanziaria sta correndo il rischio di scivolare sulla buccia di banana delle tecnologie digitali.

La via dell’Open Insurance non è certo semplice. Perché bisogna imparare a dialogare con partner che hanno modelli organizzativi e di business completamente diversi. E perché il mercato va creato, stimolato e sostenuto. Non fermandosi di fronte ad apparenti paradossi come questo: tra i servizi meno utilizzati attualmente in Italia ci sono le assicurazioni istantanee/on demand (2%), che però ottengo il massimo gradimento fra chi utilizza i servizi Fintech & Insurtech.

È (anche) l’offerta a fare la domanda, soprattutto quando si aprono nuovi mercati. I player tradizionali dell’industria dei servizi finanziari, assicurazioni comprese, devono solo decidere se lasciare alle startup e ad altri attori questo ruolo. O giocare invece la propria partita per assicurarsi un futuro da leader.

L’articolo 2020, la scommessa dell’Open Insurance proviene da InsuranceUp.


Cover Genius, l’insurtech b2b che protegge gli acquisti online

Cover Genius, insurtech fondata in Australia (Nuovo Galles) nel 2014 da Angus McDonald e Chris Bayley, si è guadagnata un posto di primo piano nell’insurtech mondiale e anche la fiducia di importanti investitori che le hanno recentemente spianato la strada di un ulteriore sviluppo mettendo a disposizione della società 10 milioni di dollari.

Cover Genius è un’insurtech B2B, ovvero vende la propria a soluzione ad altre aziende, in particolare (ma non solo ecommerce) alle quali permette di offrire ai propri clienti una polizza assicurativa a copertura di quello che stanno acquistando. In sostanza, la sua piattaforma che è anche in grado di gestire e pagare i claim istantaneamente in più di 90 valute, si integra attraverso le API con la piattaforma del cliente/partner e permetterà a quest’ultimo di offrire polizze all’occorrenza senza che il cliente finale percepisca interruzioni e passaggi da un fornitore all’altro. Una customer experience ‘seamless’ assicura la società, che è parte della sua forza.

Dice il CEO e co-fondatore di Cover Genius, Angus McDonald:
“Il settore assicurativo è stato frenato per decenni da sistemi tradizionali e dalla mancanza di coordinamento globale e di centralità del cliente. Abbiamo cercato di cambiare questa situazione e creare polizze semplici ma utili, snellire il processo di liquidazione dei sinistri e consentire alle maggiori compagnie online del mondo di proteggere i loro clienti globali. Le esigenze dei clienti si sono evolute e oggi vogliono una protezione per una varietà di articoli come attrezzature sportive, animali domestici, elettronica, lavori in appalto, gioielli, biglietti aerei e automobili. Stiamo evolvendo l’esperienza assicurativa per coprire tutte le cose di cui si prendono cura e che acquistano online”, ha detto.

I fondi sosterranno l’investimento della società, che ha sede a Sidney, per finanziare un robusto piano di assunzioni e l’espansione internazionale in Regno Unito, negli Stati Uniti e in Asia.

Chris Barter, uno degli investitori (King River Capital), dice di loro: “La loro straordinaria crescita negli ultimi anni non è una sorpresa, se si considerano i numerosi punti di attrito che hanno risolto ai consumatori e le opportunità che offrono ai partner per offrire protezione a tutti i loro clienti in tutto il mondo e aumentare la fedeltà dei clienti. Siamo lieti di sostenere la loro continua crescita e la loro continua espansione internazionale”.

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