Insurtech, quali sono i provvedimenti che servono nel PNRR

L’industria assicurativa italiana è entrata nella fase di digitalizzazione, ma ancora siamo agli inizi. Cosa può fare il PNRR per l’insurtech?

Per rendere il mercato italiano competitivo ed evitare che il gap di innovazione e competenze i trasformi in un gap di performance, a beneficio di attori stranieri più tecnologici, l’Italian Insurtech Association (IIA) ritiene che gli sforzi in termini di investimenti debbano crescere sia in termini di intensità che di partecipazione pubblica e privata.

Per questo propone 7 misure per utilizzare le risorse del Recovery Fund messe a disposizione del PNRR per accelerare la trasformazione del settore insurance e insurtech. Vediamo in sintesi quali.

  1. Copertura a fondo perduto degli investimenti in Tecnologie Digitali con un “Insurtech Bonus” eventualmente con massimali legati alle dimensioni dei riceventi

La prima proposta sono incentivi fiscali su investimenti in startup per compagnie assicurative, fondi e business angel, e sugli investimenti in tecnologie per compagnie assicurative, broker e agenti. Incentivi inoltre alla formazione insurtech, e infine accesso al credito per startup e intermediari del settore assicurativo che vogliano sviluppare assets insurtech.

  1. Copertura degli investimenti finalizzati alla collaborazione di assicurazioni e banche con terze parti e startup per la realizzazione di progetti digitali con l’“Insurtech Bonus”

Accanto agli incentivi fiscali, per stimolare l’ecosistema si potrebbero creare incentivi economici per la creazione di progetti di scaleup e iniziative di open innovation.

  1. Creazione di Regulatory Sandbox

L’innovazione è sperimentazione, specialmente in un mondo in trasformazione come quello del fintech. Il Regulatory Sandbox diventerebbe uno “spazio sicuro” dove sperimentare prodotti, servizi o modelli di business innovativi, senza trovarsi le mani legate dalle rigide normative vigenti.

  1. Coperture degli investimenti in formazione ed educazione digitali con un “Insurtech Education Act” , facendo leva su Incentivi già stanziati o su nuovi fondi dedicati.

Le competenze digitati e tecnologiche sono alla base dell’evoluzione del settore: per questo è necessaria la creazione di competenze digitali diffuse nel comparto assicurativo, favorendo corsi di base gratuiti e realizzando un progetto di Rinascimento digitale che sia inclusivo e diffuso su tutta la filiera.

  1. Supporto agli investimenti sulle Startup Insurtech

Sono diversi i punti su cui far leva per investire in statup del settore: dall’istituzione di Fondi dei Fondi dedicati, all’adozione di un Tech Transfer Act, e ancora rivedere i parametri delle norme relative alla crisi d’impresa quando applicate alle startup.

  1. Creazione di un piano nazionale di supporto alle reti di agenti ed ai broker con incentivi all’implementazione di tecnologie ed alla formazione di competenze digitali

Un provvedimento essenziale ad evitare che alcuni soggetti, magari quelli con meno risorse, rimangano indietro su un asset essenziali come le competenze, e si crei un gap legato alla dimensione degli operatori.

  1. Creazione di Poli Digitali Insurtech che facciano capo a diversi soggetti promotori

Questi Poli, che potrebbero essere promossi da compagnie Assicurative, Incubatori & Acceleratori, Università ma anche dalle startup, avrebbero la possibilità di creare iniziative di massa critica sufficiente per sviluppare competenze e progettualità Insurtech sul territorio, cercando di “aggregare” risorse sufficienti per evitare la estrema frammentazione dei settori innovativi italiani come l’Insurtech.

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BNP Paribas Cardif: nel 2021 gli italiani sono più preoccupati e pessimisti, ma cresce la consapevolezza del rischio

Dopo un anno di pandemia, gli italiani sono più preoccupati per salute e lavoro e più pessimisti sul tempo necessario per tornare ad una normalità. Ma c’è anche qualcos’altro, che va considerato positivamente: aumenta la consapevolezza del rischio e il desiderio di protezione.

Sono i risultati della ricerca internazionale sulle preoccupazioni, le aspettative e le esigenze delle persone realizzata da BNP Paribas Cardif in collaborazione con Ipsos: uno studio eseguito su un campione di 21.000 persone, in 21 paesi e 3 continenti (Europa, America Latina e Asia).

Due anni dopo la sua prima edizione del 2019, la ricerca mostra il quadro di un’Italia più preoccupata e più pessimista, sia rispetto al 2019 sia alla media europea. Aumentano in particolare la paura di perdere il lavoro e di finire in ospedale, cresce il desiderio di maggior protezione della propria salute, della famiglia e della propria situazione economica.

“L’indagine fotografa un’Italia tra le nazioni più pessimiste d’Europa, con meno capacità di proiettarsi nel futuro ma con più consapevolezza sui rischi da cui proteggersi”, commenta Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif. “La pandemia, infatti, da un lato ha impoverito le imprese e le famiglie con particolare impatto sui lavoratori precari, sui giovani e sulle donne, dall’altro ha inibito ogni progettualità a fronte dell’incertezza nel futuro. Le persone si sono rese conto dell’’importanza della protezione e della prevenzione, in particolare nella sfera della salute e dell’occupazione anche grazie alle nuove soluzioni di prossimità adottate tempestivamente dalle compagnie di assicurazione durante l’emergenza. Un’opportunità che non ci dobbiamo lasciar sfuggire per scrivere un nuovo patto coi nostri clienti basato su un dialogo continuativo che permetta di intercettare meglio insieme i bisogni emergenti dalla nuova normalità offrendo esperienze di protezione innovative.”

Le maggiori preoccupazioni sono salute e lavoro

Secondo l’indagine, il livello di preoccupazione è in generale alto, con le percentuali più elevate concentrate sui temi della salute e del lavoro.

“È interessante notare come in Italia gli aspetti reddituali e la preoccupazione finanziaria siano addirittura superiori a quelli legati alla salute, con 75% (+2% sul 2019) del campione che dichiara di temere una perdita di reddito contro il 71% (+1%) una malattia grave” sottolinea Andrea Veltri, Deputy CEO Digital Transformation di BNP Paribas Cardif, “In generale, tutte le voci più alte sono un’alternanza tra questioni di salute e lavoro: sono aumentati di ben 4 punti percentuali rispetto al 2019 sia il timore di perdere il lavoro (65%, 58% in Europa), sia quello dell’ospedalizzazione (65%).”

Se nel 2019 la paura di un disastro naturale, proprio come una pandemia, colpiva il 49% della popolazione, ora la percentuale sale al 56% (+ 7%). In compenso, le nuove abitudini hanno contribuito ad abbattere i timori relativi a furto o danneggiamento d’auto (53%, -4%), aggressione (49%, -4%), e attentato terroristico, (34%, -7%, inferiore alla media europea).

In Italia, donne e giovani i più preoccupati

Entrando più in profondità nei dati, si rileva in generale una maggiore preoccupazione nel campione femminile rispetto a quello maschile.

Per quanto riguarda i cluster di età, è emerso che gli over 55 risultano in media meno preoccupati: la preoccupazione più alta per i rischi di salute è infatti largamente compensata da una minore sensibilità per i rischi legati a reddito e stabilità economica.

Coerentemente, la fascia più preoccupata in assoluto è quella dei giovani tra i 25 e i 34 anni, specialmente per quanto riguarda lavoro e situazione economica: ben il 78% si dichiara preoccupato di perdere il reddito. Balza all’occhio anche un secondo dato: il 64% dei giovani segnala tra le proprie preoccupazioni il rischio di depressione, ben al di sopra dalla media del 51%.

Relativamente tranquilli invece i giovanissimi (18-24), che risultano più sensibili a voci quali “furto dell’auto” rispetto alle preoccupazioni economiche o sanitarie.

Gli effetti della crisi economica

A causa della crisi, il 64% degli intervistati ha subito o pensa che subirà una riduzione delle entrate: una percentuale ben superiore rispetto alla media europea (58%) e a paesi come Germania (45%) e Francia (48%).

A determinarla è per il 35% degli intervistati una temporanea riduzione del salario, per il 24% l’abbassamento delle ore di lavoro e per il 21% la perdita del lavoro. Proprio a causa dell’emergenza, inoltre, più della metà degli italiani (il 56%, contro il 53% a livello europeo) ha dovuto o dovrà posticipare o rinunciare del tutto ad un acquisto importante. Solo il 16%, invece, ha avuto o si aspetta di avere difficoltà nel saldare le bollette: un dato che sorprende se confrontato con la media europea (20%).

Ritorno alla normalità: gli italiani tra i più pessimisti

Ma quanto ci vorrà per ripristinare il tasso di disoccupazione ai livelli pre-Covid? Su questo gli italiani sono più pessimisti rispetto agli altri europei. Solo per il 3% (il 7% in Europa) bisognerà attendere fine anno, mentre il 59% (contro il 48% europeo) crede che ci vorranno 3 anni o più. A livello mondiale, invece, il 13% degli intervistati crede che servirà meno di un anno per tornare ai livelli pre-pandemia, il 50% da 1 a 3 anni e per il 38% più di tre anni.

Crescono consapevolezza del rischio e desiderio di protezione

L’emergenza sanitaria ha sicuramente aumentato la consapevolezza del rischio, e sottolineato l’importanza del tutelarsi da eventi imprevisti. Il 62% degli italiani ritiene positivo il fatto di poter disporre della protezione di una polizza, contro il 55% del 2019.

È comunque solo il 7% (contro l’11% europeo) a definirsi “molto ben protetto” (+1% sul 2019) anche se aumenta però la percentuale di chi si sente “abbastanza protetto” (55%, +6%) e diminuisce chi si sente “non molto protetto” (30%, -7%).

La pandemia ha, quindi, accentuato il desiderio di protezione degli italiani in particolari su alcuni ambiti ritenuti più rilevanti. Al primo posto la malattia grave (40%, +7%; in Germania è solo il 26%), seguita dalla perdita del lavoro (36%, +7%; il 19% in Germania) e dalle perdite finanziarie/riduzioni delle entrate (35%, +6%). In forte aumento anche le risposte relative alla malattia cronica (32%, +8%), alla perdita di indipendenza (31%, +7%), all’incidente (26%, +6%), e alla morte (23%, +7%).

consapevolezza rischio

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Ricorso al credito: si punta su salute e preparazione del futuro

La crisi ha avuto un forte impatto anche sulla propensione a fare ricorso al credito. Il nuovo contesto reindirizza i progetti soprattutto verso la salute o la preparazione del futuro.

Gli italiani sono propensi a ricorrere al credito per accedere a cure mediche (54%, + 2%) molto più che in altri paesi europei (35%) e per finanziare gli studi dei figli (47%, +5%, contro il 34% europeo), mentre cala la richiesta di prestiti per acquisto di immobili, ristrutturazioni o auto, soprattutto per paura di non poterli ripagare a causa delle instabili condizioni economiche.

Cresce la popolarità delle polizze di assicurazione del credito

Se cala la propensione all’indebitamento, aumenta quella per la protezione del credito. Il 69% degli italiani ha dichiarato di essere a conoscenza delle polizze di assicurazione del credito (+10% sul 2019), con il 16% (+2%) che ne ha già attivato una. Gli intervistati hanno un’opinione positiva di questo tipo di prodotto, e lo vedono come un modo intelligente per proteggere il proprio patrimonio (77%, +3%), i propri cari (76%, +3%) e per “dormire sonni tranquilli” (74%,+2%).

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Healthtech, il nuovo report sul settore da 350 miliardi di dollari che continua a crescere

Quale sarà la prossima startup europea a diventare “decacorno”, raggiungendo una valutazione di oltre 10 miliardi di dollari? Secondo il nuovo report curato da Dealroom.com in collaborazione con il fondo VC Inkef Capital e la società di investimenti MTIP, è probabile che questa arrivi dal mondo dell’Healthtech, un settore incredibilmente promettente e in rapida crescita.

Vediamo cosa dicono i dati, e quali sono le proiezioni per un futuro segnato dalla digitalizzazione della sanità.

Healthtech: il valore attuale e proiezioni di crescita

Il settore sanitario a livello globale gestisce operazioni per un valore stimato di 8 trilioni di dollari, e potrebbe raggiungere i 10 trilioni entro il 2022 a causa del costante aumento del costo della ricerca, dell’accesso alle cure e ai farmaci.

In questo enorme universo, spesso ancora arretrato e restio al cambiamento, le compagnie innovative vedono oggi un enorme alleato per crescere e rivoluzionare modalità operative ormai diventate obsolete, in modo anche da abbassare i prezzi e rendere le cure mediche realmente accessibili per tutti.

Il mondo dell’Healthtech, la tecnologia applicata all’ambito medico, aveva nel 2019 un valore stimato di 350 miliardi di dollari, ma la cifra è destinata a crescere e potrebbe raggiungere i 600 miliardi entro il 2024.

Anche l’interesse degli investitori è aumentato in modo più o meno costante: se nel 2016 i fondi di venture capital avevano investito circa 1,9 miliardi di dollari in aziende healthtech europee, l’importo è salito fino a 4,1 miliardi nel 2019, per poi scendere leggermente a 4 miliardi l’anno successivo. Il numero di operazioni di valore pari o superiore a 2 milioni di dollari, invece, è aumentato costantemente passando da 171 nel 2016 a 289 nel 2020.

Spesso si dice che la pandemia di Covid-19, tutt’ora in corso, abbia causato “dieci anni di evoluzione nel mercato in dieci settimane”. Alla luce di questi dati però, appare chiaro come l’interesse verso le potenzialità dell’healthtech fosse consolidato anche negli anni precedenti.

Healthtech, le compagnie principali

A livello europeo, il valore combinato delle startup healthtech è cresciuto in modo costante negli ultimi cinque anni, passando da 8 a 41 miliardi di dollari tra il 2016 e il 2021. È quindi probabile che il prossimo decacorno europeo – un termine derivato da “unicorno” con cui ci si riferisce alle compagnie valutate per almeno 10 miliardi di dollari – arrivi proprio da questo settore.

Tra i player fondamentali nell’attuale scenario healthtech europeo troviamo Babylon, compagnia londinese valutata per 2 miliardi di dollari che offre consulti virtuali con medici specializzati e piattaforme per il monitoraggio dei sintomi e dello stato di salute generale degli utenti.

DocPlanner, invece, permette ai suoi utenti di prenotare dal proprio smartphone appuntamenti con professionisti privati e cliniche ospedaliere. La compagnia è nata a Varsavia, in Polonia, ma opera attualmente in 12 Paesi tra Europa e Sud America.

Servizi simili sono offerti anche da Doctolib, startup francese che offre la possibilità di prenotare visite mediche in modalità fisica o virtuale e avere sempre a portata di mano i propri documenti sanitari; e la svedese Kry.

In campo assicurativo si fanno notare invece la tedesca wefox, startup insurtech da 2 miliardi di dollari, e Alan, basata a Parigi, che ha recentemente raggiunto lo status di unicorno dopo aver raccolto 185 milioni di euro.

Lumeon e Aidence, invece, sono specializzate nel supportare in modo diretto gli ospedali, i professionisti e i provider di servizi medici, offrendo una piattaforma che permette di digitalizzare le operazioni e automatizzare l’organizzazione degli appuntamenti.

I nuovi trend e i problemi da risolvere

Come abbiamo visto, oggi il settore della telemedicina va ben oltre le visite virtuali: nel corso dei prossimi anni la tecnologia avrà un ruolo sempre più importante in diversi ambiti legati alla prevenzione, il monitoraggio, la ricerca e il mondo assicurativo.

Da tenere d’occhio sono ad esempio le startup tech che offrono gli strumenti necessari per svolgere test medici in autonomia e l’impatto dei dispositivi dispositivi wearable per il monitoraggio dei parametri fisici, come gli smartwatch. L’acquisto e la consegna a domicilio di farmaci e altri dispositivi medici, poi, è particolarmente promettente e ben si presta alla rivoluzione tecnologica.

Dall’altro lato della medaglia, il mondo dell’healthtech porta con sé anche diverse problematiche. Particolarmente delicato, ad esempio, è il tema della privacy: i dispositivi di monitoraggio, così come le app che permettono di prenotare consulti medici e le compagnie assicurative, gestiscono dati estremamente sensibili e personali. Come assicurarsi che la trasformazione digitale rispetti la confidenzialità che caratterizza il tradizionale rapporto tra medico e paziente?

“L’intelligenza artificiale è uno strumento utile e sicuro, ma il suo lato più problematico è relativo alla protezione dei dati” ha detto Derk Arts, founder della startup Castor che semplifica gli studi clinici aggregando dati provenienti da diverse fonti. Per assicurare il rispetto dell’anonimato, secondo Castor le compagnie healthtech dovrebbero “generare copie digitali, che riportino dati reali senza rivelare l’identità dei pazienti”.

Da non dimenticare, inoltre, è l’importanza dell’approccio umano nella gestione delle informazioni e, soprattutto, dei risultati. “Sostituire le interazioni umane o i processi manuali con alternative automatizzate potrebbe abbassare i livelli di soddisfazione dei clienti” ha spiegato Lars-Old Eriksson, Cso di Trialbee, startup che aiuta i ricercatori a trovare i giusti soggetti per i propri studi. “L’equilibrio tra tecnologia e servizi rimane la soluzione migliore in ambito healthcare”.

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Zego diventa unicorno: dai primi passi in UK all’espansione internazionale

La crescita dell’unicorno insurtech Zego non si ferma: la startup, basata a Londra, continua a espandere le proprie attività stringendo nuove partnership, e nel primo trimestre del 2021 ha chiuso un round di finanziamenti da 150 milioni di dollari.

L’azienda è specializzata in polizze assicurative per auto e scooter, disponibili sia per clienti individuali che realtà corporate. La flessibilità dei suoi servizi ha reso Zego particolarmente adatta alle necessità delle compagnie di delivery, da Uber Eats a Deliveroo, che possono in questo modo proteggere sia le flotte aziendali che i veicoli utilizzati dai singoli driver.

Zego, l’idea e le polizze

Zego nasce a Londra nel 2016 dall’idea di Sten Saar, attuale Ceo, Harry Franks (Chief Business Development Officer) e Stuart Kelly (Staff Engineer). Da subito, l’obiettivo dei tre imprenditori consisteva nel semplificare il mercato delle assicurazioni auto, tradizionalmente molto costoso e basato su procedure lente e obsolete. “Quando abbiamo lanciato Zego, la nostra priorità era assicurare i clienti e fare in modo che potessero guidare il prima possibile” si legge infatti sul sito della compagnia.

Presto, la startup ha avviato un processo di espansione a livello europeo che dal Regno Unito l’ha portata a operare in Spagna, Irlanda, Belgio e Francia. Nel 2019, poi, Zego è stata la prima compagnia insurtech a ottenere la licenza per operare e vendere le proprie polizze in autonomia nel Regno Unito, senza dover passare da altre agenzie.

Zego offre polizze digitalizzate pensate in modo specifico per soddisfare le esigenze della gig economy: autisti privati, driver che effettuano consegne a domicilio e grandi società di delivery e ride hailing. Tramite il sito della compagnia è possibile ricevere un preventivo in pochi minuti, e tutte le assicurazioni sono acquistabili e gestibili direttamente online. Anche le tempistiche si adattano alle necessità della gig economy: le polizze possono avere un periodo di validità compreso tra un’ora e un anno.

Tra le compagnie che attualmente si affidano a Zego per assicurare flotte o autisti troviamo molte tra le aziende più in vista nei settori delivery e mobilità, da Uber e Uber Eats a Just Eat, passando per Deliveroo e GoGetters.

Zego ha fino ad ora venduto più di 17 milioni di polizze, e assicurato 200,000 veicoli in cinque Paesi.

Zego, la tecnologia

La flessibilità del servizio è il punto di forza principale della startup: “Mentre gli assicuratori tradizionali impostano i prezzi dei propri prodotti basandosi soltanto su fattori come l’età dell’autista o il tipo di veicolo, Zego tiene in considerazione anche i dati relativi alle abitudini lavorative o i comportamenti alla guida” ha detto il Ceo Sten Saar a TechCrunch, aggiungendo: “Per ogni veicolo, Zego raccoglie cinque volte la quantità di informazioni generalmente processate dai competitor, analizzando fino a 50 data point al secondo”.

A dicembre 2020, inoltre, la compagnia ha acquisito la startup portoghese Drivit, specializzata in servizi telematici utili per raccogliere dati relativi all’uso dei veicoli e alle abitudini di guida degli utenti come posizione, accelerazioni o stop improvvisi, consumo di carburante, e tempo di sosta.

Gli investimenti

I round di investimento chiusi da Zego hanno accompagnato la rapida crescita della compagnia. Dopo un primo round da 6 milioni di sterline, a luglio 2019 l’insurtech ha raccolto 42 milioni di dollari in un round di Serie B guidato da Target Global, mentre lo scorso marzo ha più che triplicato raccogliendo 150 milioni di dollari: la terza operazione più corposa in campo insurtech del primo trimestre 2021, a livello mondiale.

I nuovi fondi hanno fatto salire la valutazione della compagnia a 1,1 miliardi di dollari, permettendo così a Zego di diventare il primo unicorno insurtech nato nel Regno Unito.

Nel prossimo futuro, la startup punta a proseguire il processo di espansione “in Europa e non solo”, raddoppiare lo staff in modo da impiegare più di 500 persone entro la fine del 2021, e continuare a investire in campo tecnologico.

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Internet of Things 2020: il mercato regge la pandemia, in Italia vale 6 miliardi

La pandemia frena la crescita dell’Internet of Things, ma il mercato italiano regge l’urto, con solo 3% di calo: in linea con l’andamento registrato nei principali paesi occidentali, con un valore nel 2020 di 6 miliardi di euro.

II ruolo chiave dell’IoT nella trasformazione digitale è testimoniato, oltre che da un mercato complessivamente in salute anche nell’anno della pandemia, dai numerosi benefici che può generare per consumatori, aziende e PA, in termini economici, ambientali e di riduzione del rischio.

Ad oggi sono 93 milioni le connessioni IoT attive in Italia, di cui 34 milioni di connessioni cellulari (+10%) e 59 milioni abilitate da altre tecnologie (+15%). Tra queste, emergono le reti Low Power Wide Area (LPWA), che raggiungono per la prima volta un milione di connessioni, con una crescita de 100%.

Una forte spinta arriva anche dalla componente dei servizi collegati agli oggetti connessi, un comparto particolarmente interessante per il settore assicurativo, con un valore di 2,4 miliardi di euro e una crescita del 4%, in controtendenza rispetto all’andamento generale del mercato.

Internet of Things 2020

Sono i risultati della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano. Ecco i punti salienti.

Internet of Things 2020: Utility, Smart Car e Smart Building ai primi posti

Il primo segmento del mercato Internet of Things è costituito dallo Smart Metering & Smart Asset Management nelle Utility, con un valore di 1,5 miliardi (-13%) che rappresenta il 25% del totale, spinto ancora dagli obblighi normativi.

Seguono la Smart Car, con un fatturato di 1,18 miliardi di euro (-2%), pari al 20% del mercato, e 17,3 milioni di veicoli connessi (il 45% del parco circolante in Italia). Al terzo posto, in crescita, è lo Smart Building, che vale 685 milioni di euro (+2%) ed è legato prevalentemente alla videosorveglianza e alla gestione dei consumi energetici all’interno dell’edificio.

I settori più in crescita: Smart Agricolture, Logistica e Smart City

Il comparto con la crescita più significativa è invece la Smart Agricolture (140 milioni di euro, +17%). Crescono anche le soluzioni smart per la fabbrica (385 milioni di euro, +10%), la Smart Logistics (610 milioni di euro, +4%).

Significativa anche la crescita della Smart City (560 milioni di euro, +8%): il settore regge la prova del Covid, che aumenta anzi la sua rilevanza in Italia, con un aumento del numero dei progetti avviati dai comuni, nuovi finanziamenti, e i primi esempi di successo di collaborazioni fra pubblico e privato. Il 59% del campione ha avviato progetti negli ultimi tre anni, ma il 46% di questi è ancora in fase pilota.

In calo, invece, la Smart Home (505 milioni di euro, -5%) e l’ambito Smart Asset Management in contesti diversi dalle utility (265 milioni di euro, -20%), legato principalmente al monitoraggio di gambling machine, ascensori, e distributori automatici.

Internet of Things 2020

Internet of Things, il divario tra grandi aziende e PMI

Nel 2020 si riduce il divario fra grandi aziende e PMI in termini di consapevolezza e propensione a innovare in ottica 4.0 attraverso l’Internet of Things. Come emerge da un sondaggio condotto dall’Osservatorio, il 94% delle grandi aziende conosce le soluzioni IoT per l’industria 4.0 e il 68% ha avviato almeno un progetto, mentre fra le PMI solo il 41% ne ha sentito parlare e appena il 29% ha attivato iniziative.

Tuttavia, il gap è diminuito del 5% in termini di conoscenza e del 6% per quanto riguarda la presenza di progetti.

Le applicazioni più diffuse sono legate alla gestione della fabbrica (Smart Factory, 66% dei casi), soprattutto per il controllo in tempo reale della produzione e dei consumi energetici, poi quelle di supporto alla logistica (Smart Logistics 27%), guidate dalla tracciabilità dei beni nel magazzino o lungo la filiera, e lo Smart Lifecycle (7%), con progetti per migliorare lo sviluppo di nuovi modelli e l’aggiornamento dei prodotti.

L’emergenza ha portato le imprese a rivedere le proprie priorità in termini di avvio di progetti e di investimenti. Nel 2020 solo il 15% delle PMI e il 12% delle grandi aziende ritiene prioritario attivare iniziative di IoT, contro rispettivamente il 25% e il 16% che le mettono in secondo piano. Il 22% delle grandi imprese ha aumentato il budget dedicato ai progetti IoT per l’Industria 4.0 (il 14% lo ha ridotto), contro solo l’11% delle PMI (il 12% lo ha diminuito), mentre un quarto delle grandi imprese e un terzo delle PMI rimandano la decisione ai prossimi mesi.

Internet of Things, quali i vantaggi

L’Internet of Things ha la potenzialità di generare numerosi benefici per consumatori, aziende e PA, in termini economici, ambientali e di riduzione del rischio.

Il consumatore che acquista prodotti connessi può sempre più gestirne le funzionalità da remoto e accedere a nuovi servizi, come il monitoraggio in tempo reale del proprio stato di salute, nonchè la riduzione dei consumi energetici della propria abitazione, la possibilità di sottoscrivere polizze assicurative per la casa che variano il premio in base al suo livello di smartness.

Le imprese che impiegano dispositivi intelligenti riescono a ottimizzare i propri sistemi e processi. Nella manifattura, ad esempio, i dati provenienti da macchinari connessi (Smart Factory) consentono una migliore gestione delle attività di manutenzione, anticipando il malfunzionamento, invece di correggerlo, e riducendo tempi e costi legati all’inattività del macchinario.

Le città, infine, possono migliorare la gestione del patrimonio pubblico ed erogare nuovi servizi ai cittadini grazie all’impiego di soluzioni IoT sul proprio territorio. Un esempio è l’installazione di contatori idrici, che portano benefici per i gestori della rete idrica e per i cittadini sia dal punto vista economico, come la lettura del contatore da remoto, maggiore accuratezza della bolletta, rilevazione di frodi e identificazione di guasti, sia ambientale, come il risparmio di acqua, stimato fra 0,9 e 3,4 milioni di metri cubi all’anno (circa 18-20 m3/anno risparmiati da ogni famiglia).

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Ruschlikon Italia: un ecosistema assicurativo interconnesso per guidare la digitalizzazione

Guidare la digitalizzazione, non subirla: questa la visione da cui nasce Ruschlikon Italia, progetto che vuole prendere le redini dell’inevitabile trasformazione digitale per plasmarla secondo le specifiche esigenze del mercato assicurativo italiano.

Ruschlikon Italia, anche denominato RIGI, sarà il primo progetto a livello mondiale ad implementare un ecosistema (ri) assicurativo digitale interconnesso per un intero mercato, al fine di inviare e ricevere dati e informazioni tecnico-contabili (inclusi i pagamenti) in riassicurazione. Utilizzerà una piattaforma, creata da ASG (ACORD) per garantire l’accesso a Compagnie di Assicurazioni, Brokers, Riassicuratori operanti nel mercato italiano.

Il modello sviluppato per il mercato italiano, parte del più ampio progetto Ruschlikon, farà da apripista per progetti simili in lavorazione in altri paesi.

Il progetto è stato presentato durante il webinar “Attori o spettatori di un mercato che cambia” organizzato da Italian Insurtech Association, con la partecipazione di rappresentati dei membri del suo Steering Committee.

Che cos’è il progetto Ruschlikon Italia (RIGI)

Ruschlikon è un’iniziativa nata nel 2008 con la partecipazione di assicuratori, broker e riassicuratori, finalizzato a rendere più efficienti i processi del mercato (ri)assicurativo tramite lo scambio digitale dei dati con adozione di Standard ACORD (già largamente adottata in USA e Regno Unito). Nell’ambito del progetto sono stati creati gruppi di lavoro regionali, tra cui quello italiano (RIGI).

RIGI nasce nel 2019 con il sostegno di Swiss Re, SCOR e C Consulting, la partecipazione di buona parte degli attori locali dell’ecosistema (assicuratori, riassicuratori, broker e IT provider), e di Ania, l’Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici.

Utilizzando una serie di strumenti basati su piattaforma ACORD, il progetto mira ad adottare uno standard globale per lo scambio delle informazioni, con diversi vantaggi che spaziano dall’aumento dell’efficienza tramite l’eliminazione di processi ridondanti, ad una maggiore garanzia di monitoraggio e controllo della gestione, alla condivisione di conoscenza a vantaggio di tutti i partecipanti, ed una maggiore flessibilità agli imprevisti, per modellare il mercato verso un miglioramento nel tempo.

Come afferma Raffaele Riva, Head of P&C Business Management Italy di Swiss Re Italy:

“Con RIGI vogliamo dettare le regole di come la quarta rivoluzione industriale deve avvenire, per diventare attori attivi anziché spettatori passivi”.

Come funziona la piattaforma digitale

La piattaforma su cui si basa il progetto è sviluppata come un hub centralizzato, per permettere l’interconnessione dei diversi attori in modo più gestibile a livello tecnico e più appetibile a tutte le realtà.

Il modello di interazione è infatti articolato su vari livelli, e consente ad ogni attore di partecipare secondo il proprio grado di maturità tecnologica e operativa, con modalità d’accesso che spaziano da gateway o API per chi ne sia fornito, all’upload e alla condivisione di semplici file excel o PDF. Sarà inoltre possibile convertire tali file in linguaggio ACORD, permettendo a chiunque salga a bordo di adeguare gradualmente i propri sistemi.

La piattaforma sarà inclusiva, ovvero aperta a tutti i player attivi nel mercato italiano, sia in regime di stabilimento che in libera prestazione di servizi.

Il sistema funzionerà nel pieno rispetto delle normative sulla privacy (GDPR) e delle best practice di cyber security: tutti i messaggi e i dati scambiati saranno criptati, e la piattaforma memorizzerà soltanto i log di transito dei messaggi, non i dati trasferiti.

La piattaforma è creata con la possibilità di una futura interconnessione anche a livello internazionale, una volta che verranno implementati gli analoghi progetti che si stanno sviluppando parallelamente in altri paesi.

Ruschlikon Italia, a che punto siamo

Il progetto Ruschlikon Italia è già in lavorazione da due anni, ed è ora nella sua fase implementativa: nonostante la pandemia, nel 2020 è stato concluso con successo il primo test di trasmissione di dati reali tra assicuratore e riassicuratore.

Nell’arco di quest’anno sarà effettuato un secondo test di trasmissione, l’implementazione degli standard ACORD da parte degli IT provider e della piattaforma digitale, e il test finale di trasmissione tra assicuratori, broker e riassicuratori, con il lancio ufficiale della piattaforma previsto per il 2022.

Quali sono i costi?

Il progetto sarà avviato con una sponsorship da parte di diversi membri dello Steering Committee di Ruschlikon e di ASG-ASCORD. Non ci sarà quindi nessun costo per la realizzazione ed implementazione della piattaforma, né alcun costo di membership per i partecipanti.

Inoltre, lo scambio di messaggi sulla piattaforma non avrà costi per i primi 2 milioni di messaggi (volume stimato per corprire in media tre anni di utilizzo sul mercato italiano).

All’esaurimento della sponsorship, è previsto un costo a consumo, è stimato tra 0,06 e 0,09 euro per messaggio.

RIGI non è il primo progetto di questo tipo, perché quindi dovrebbe avere successo dove altri, come RINET più di 20 anni fa, hanno fallito?

“Un vecchio adagio recita che ‘C’è un tempo per ogni cosa’” commenta Riva, “Il fatto che questo sia il giusto tempo è dato principalmente dal combinato disposto di due fattori: un mondo ed una industria che sono già prepotentemente sulla via del digitale e la chance di farlo stabilendo come Italia le regole del gioco”.

La digitalizzazione avverrà, e già sta avvenendo, che il mondo assicurativo lo voglia a meno. La domanda diventa quindi se subirla, o se guidarla.

“Partecipare a RIGI significa investire il minimo indispensabile e cavalcare immediatamente i nuovi paradigmi dei nostri tempi.”

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Auto e Sostenibilità, il futuro del settore automotive secondo BMW

L’industria automotive corre verso l’elettrico, inseguendo la parola chiave “sostenibilità”. Senz’altro c’è un grande futuro per l’industria dell’auto, ma sarà molto diverso dal suo passato. In confronto ai recenti sviluppi di altre grandi case, come per esempio Renault con la sua Renaulution, pareva che BMW fosse rimasta indietro con i tempi. Questo fino alla presentazione del bilancio 2020, con l’annuncio di due nuove vetture completamente elettriche, il primo SUV e la prima sportiva.

“Non una dichiarazione di intenti ma un risultato assolutamente concreto” precisa Massimiliano Di Silvestre, presidente e amministratore delegato di BMW Italia, che sottolinea come BMW lavori all’elettrificazione da ben 15 anni con un’idea molto chiara del futuro. Perché innovazione e sostenibilità sono percorsi che richiedono tempo.

La visione di sostenibilità di BMW ha infatti portato la casa automobilistica al primo posto nella categoria Automobiles del Dow Jones Sustainability Index. Non solo, BMW ha già raggiunto e superato l’obiettivo posto dalla UE, con una riduzione delle emissioni del 53% dal 1995.

Già nel 2021 progetta di avere la prima flotta di auto a idrogeno, alimentata attraverso la batteria elettrica. Il futuro di BMW prevede la riduzione delle emissioni C02 del 40% per chilometro percorso entro il 2030, di pari passo alla vendita del 50% di auto elettriche.

Grandi obiettivi, frutto di un percorso cominciato da oltre un decennio. Ma Di Silvestre sottolinea che non tutti gli sforzi dovrebbero venire esclusivamente dalle aziende.

“Ci aspettiamo che il Governo metta in atto un piano ambizioso” afferma, “Ci sono le competenze, adesso ci sono le risorse, quindi è il momento di fare la sintesi e mettersi all’opera.”

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Assistenza Vaccini Covid-19: BNP Paribas Cardif, BNL ed Europ Assistance lanciano un’infoline dedicata per le vaccinazioni

Il mondo finanziario e assicurativo si muove rapidamente per rispondere in modo efficace ai nuovi bisogni delle persone e all’esigenza di poter avere punti di contatto e di informazione qualificati riguardo al Covid-19. È da qui che parte la nuova collaborazione tra BNP Paribas Cardif, BNL ed Europ Assistance Italia grazie alla quale nasce Assistenza Vaccini Covid-19, legata ad una polizza assicurativa, per consulenza e assistenza telefoniche qualificate e di consulto medico post vaccino anti Covid-19.

Assistenza Vaccini Covid-19 è offerta a tutti gli Assicurati attuali di Polizza Unica BNL e a coloro che sottoscriveranno il piano entro il 25 settembre 2021. Polizza Unica BNL, realizzata da BNP Paribas Cardif in sinergia con BNL, mette a disposizione soluzioni modulari con aree di intervento specifiche in campo socio-sanitario, sia per il sottoscrittore sia per i suoi cari, e strumenti di Digital Care per dare assistenza digitale e a domicilio attraverso un’app dedicata.

Con Assistenza Vaccini Covid-19, in particolare, i clienti avranno una Infoline Vaccinazione Covid-19 dedicata per fornire informazioni e indicazioni sulle vaccinazioni, dando un orientamento qualificato che aiuti anche a distinguere tra notizie fondate e “fake news”. Per chi si è già sottoposto alla vaccinazione è disponibile poi un consulto medico telefonico per valutare lo stato di salute e, nel caso si rendesse necessario, è previsto anche l’invio di un medico al domicilio.

I consulti medici e l’assistenza sono gestiti dalla Centrale Medica di Europ Assistance che dal 2013 ha ottenuto la qualifica di struttura sanitaria, composta da un direttore sanitario, 20 medici disponibili in Centrale Operativa 24/7, 42 medici pronti a partire per assistere i clienti all’estero e 45 operatori altamente specializzati e aggiornati.

“In questo scenario di emergenza in cui evolvono in maniera repentina le necessità legate alla salute, noi rispondiamo alle mutate esigenze reinventando l’assistenza e continuando così ad affiancare i nostri clienti nelle loro necessità più attuali. Siamo lieti di far parte di questo progetto, offrendo la nostra esperienza nell’ambito dell’assistenza a distanza e contribuendo ad aiutare le persone a distinguere tra informazioni fondate e fakenews grazie alla nostra Centrale Medica” spiega Fabio Carsenzuola, amministratore delegato di Europ Assistance.ù

“Oggi sentiamo forte la responsabilità di dover assumere un ruolo sempre più attivo nel più ampio ecosistema della salute restando al fianco delle persone” ha affermato Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif. “La nostra missione, rendere l’assicurazione più accessibile, si sostanzia anche nel rispondere prontamente ai bisogni non solo in termini di cura ma anche informativi ed assistenziali, mettendo in sinergia diversi operatori intorno allo stesso valore condiviso.”

“Oggi un’azienda socialmente responsabile deve sapersi confrontare con un contesto in costante cambiamento a causa della straordinaria situazione sanitaria, sociale ed economica che tutti ancora viviamo,” conclude Mauro Bombacigno, Direttore Engagement BNL e BNP Paribas in Italia, “In BNL Gruppo BNP Paribas siamo impegnati nell’interpretare i nuovi bisogni e le aspettative delle diverse comunità cui ci rivolgiamo e sviluppiamo iniziative concrete per essere al fianco delle persone in modo utile ed efficace. Questo nuovo servizio di assistenza sui vaccini è un modo per informare i nostri clienti e contribuire a renderli più consapevoli e sereni su un argomento che riguarda la salute, la vita e il futuro di tutti noi”.

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Zego, storia del primo unicorno insurtech inglese nato per la gig economy

Con la crescente popolarità (e ora necessità) del delivery, è esploso negli ultimi anni fenomeno della gig economy. Fenomeno che la (ex) startup insurtech Zego ha cavalcato, offrendo una copertura assicurativa a questa nicchia di mercato prima scoperta, con polizze flessibili applicabili alla new mobility.

Grazie alla sua intuizione, Zego ha raccolto ad appena un anno dalla sua nascita 6 milioni di sterline, ha chiuso nel 2019 un importante round di serie B da 42 milioni di dollari, e di recente uno di serie C da 150 milioni: dal suo lancio nel 2016 ha raccolto in totale 200 milioni di dollari, e l’ultimo round ha portato la sua valutazione a superare il miliardo, conferendogli lo status di unicorno.

Come funziona Zego

Fondato nel 2016 da Harry Franks, Sten Saar e Stuart Kelly, Zego nasce a Londra con l’idea di reinventare l’assicurazione commerciale per i lavoratori autonomi, con particolare attenzione alla gig economy, una nicchia prima totalmente priva di offerte di servizi assicurativi. Il suo primo prodotto è l’assicurazione scooter e auto dedicata ai lavoratori del food delivery.

Zego si rivolge ai nuovi servizi di mobilità, quali ride-hailing, ridesharing, noleggio auto e scooter sharing, e offre una gamma di polizze che vanno dall’assicurazione minuto per minuto alla copertura annuale, fornendo una maggiore flessibilità rispetto agli assicuratori tradizionali, con prezzi basati sui dati di utilizzo dei veicoli.

Ha ottenuto nel 2019 la licenza assicurativa, grazie alla quale, oltre a lavorare al fianco di altri assicuratori, costruisce e vende le proprie polizze.

La sua tecnologia si basa sull’integrazione di dati e tecnologie con diversi attori, da servizi di car sharing come Uber, Ola e Bolt, a servizi di delivery come Deliveroo, Uber Eats e Just Eat.

Recentemente, Zego è diventato un partner chiave nel mercato del noleggio di e-scooter nel Regno Unito, collaborando con aziende come Tier, Voi e Dott, e a fine 2020 ha acquisito la compagnia telematica Drivit.

Ad oggi, Zego ha fornito più di 17 milioni di polizze assicurative e coperto più di 200.000 veicoli in cinque paesi: UK, Spagna, Francia, Belgio e Irlanda.

Il nuovo round e i progetti futuri

Guidato da DST Global, il round di serie C da 150 milioni ha visto l’entrata nel capitale della società di nuovi investitori, tra cui General Catalyst, il cui founder e MD Joel Cutler è entrato nel board of directors, e il continuo sostegno di tutti gli investitori precedenti, tra cui Taavet Hinrikus di Wide, Target Global, Balderton Capital e Latitude.

Grazie a quest’ultimo round, Zego ha raggiunto la valutazione di 1,1 miliardi di dollari, acquisendo il titolo di unicorno.

Il finanziamento sarà utilizzato per “espandersi rapidamente in tutta Europa e oltre”, per continuare ad investire nella tecnologia, e per raddoppiare la forza lavoro, che attualmente è di 265 dipendenti, a oltre 500 dipendenti entro la fine del 2021.

Ora l’unicorno insurtech sta scommettendo sull’offerta assicurativa per le flotte aziendali: negli ultimi due anni, il suo focus si è ampliato per includere non solo driver e rider, ma anche intere flotte di veicoli, puntando sul fatto che l’80% dei nuovi veicoli sono ora venduti a clienti commerciali. Una progressione naturale per l’azienda, che continua a mirare a capitalizzare un mercato in crescita attualmente sottoservito dal settore assicurativo.

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Car subscription: la startup su cui ha investito Toyota presto in Italia

Quello della car subscription è un mercato in forte crescita: secondo McKinsey, i business model basati sull’abbonamento hanno visto una crescita annuale di più del 100% negli ultimi cinque anni. Frost & Sullivan predicono che i modelli di abbonamento di auto rappresenteranno circa il 10% di tutte le vendite di autovetture entro il 2025.

La Spagna è il mercato che cresce più velocemente per le autovetture car-as-a-service in Europa, e non a caso è spagnola la startup Bipi, partecipata da Toyota, che a marzo 2021 ha ricevuto 6 milioni di euro di finanziamento, arrivando a raccoglierne 25 milioni in totale.

Bipi, nata a Madrid nel 2017, offre ai consumatori un’alternativa “senza pensieri” all’auto di proprietà, attraverso un abbonamento mensile all-inclusive e completamente flessibile a vetture di ogni categoria nuove ed usate. La sua missione è quella di trasformare questo servizio in un’esperienza totalmente digitale, in un mercato come quello europeo in cui questo tipo di transazioni avvengono per il 98% ancora offline.

Il modello car subscription permette ai consumatori di avere accesso ad un veicolo per un periodo compreso tra 1 e 36 mesi: la vettura viene spedita a casa con il pagamento di un unico canone di abbonamento mensile, che include i costi di spedizione, assicurazione, manutenzione, assistenza stradale e le quote di iscrizioni annuali. Il cliente ha inoltre il vantaggio di poter cambiare vettura in qualsiasi momento.

A dimostrazione del crescente interesse del settore automotive in questo settore di mercato, nel 2020 la startup ha ottenuto il sostegno di Toyota AI Ventures.

Già presente in Spagna e Francia, punta ora a espandersi su altri mercati, incluso quello Italiano: il lancio è previsto nel marzo 2021.

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