Assicurazioni online: 1 italiano su 3 compra la polizza RC auto da smartphone

Le polizze digitali si fanno lentamente ma costantemente strada nel comparto RC Auto: secondo un’analisi di Facile.it, più di 1 italiano su 3 (34,2%) le acquista online direttamente dal proprio smartphone.

Dallo studio, realizzato su un campione di oltre 279.000 polizze Rc Auto sottoscritte online, emerge come la percentuale sia aumentata rispetto al periodo pre-pandemia, quando era pari al 24,8%.

“La pandemia e le restrizioni imposte hanno spinto gli italiani a digitalizzare molti processi”, spiega Andrea Ghizzoni, Managing Director Insurance di Facile.it. “Inevitabilmente anche il mondo delle assicurazioni è stato influenzato da queste dinamiche e l’acquisto da smartphone, device che può essere utilizzato in ogni momento e luogo, è ormai una realtà anche per il settore assicurativo”.

Banche e assicurazioni, il futuro è nella mobile digital bancassurance

Assicurazioni auto online: i maggiori clienti sono tra i 25 e i 44

Analizzando i dati dal punto di vista anagrafico, non stupisce notare come siano soprattutto gli individui con un’età compresa tra i 25 e i 44 anni ad utilizzare maggiormente il cellulare per rinnovare o sottoscrivere la copertura per la propria vettura (38,8%). Nonostante i 65-74enni siano i meno propensi, è interessante notare come quasi 3 italiani su 10 (28,5%) appartenenti a questa fascia anagrafica si affidino comunque al mobile per l’acquisto.

Assicurazioni auto online: Friuli, Sardegna e Emilia-Romagna sul podio

Se, come detto, a livello nazionale coloro che usano il cellulare per comprare l’RC Auto rappresentano il 34,2% del campione, la percentuale sale fino al 37,1% in Friuli-Venezia Giulia, che si posiziona così in cima alla classifica delle regioni più propense alla sottoscrizione di una assicurazione attraverso lo smartphone. Seguono sul podio la Sardegna (36,5%) e l’Emilia-Romagna (36,2%).

Le garanzie accessorie più richieste

Guardando alle scelte degli automobilisti in materia di garanzie accessorie emerge come, tra coloro che ne hanno inserita una in fase di preventivo, la più richiesta sia stata l’assistenza stradale (40%).

Il dato può essere letto anche in virtù di un parco auto che continua ad invecchiare: lo scorso mese l’età media dei veicoli italiani era pari a poco più di 11 anni e mezzo, valore in aumento rispetto a quello rilevato nello stesso periodo del 2021 (10 anni e 9 mesi).

Seguono tra le garanzie accessorie più richieste, sia pure a grande distanza, la copertura infortuni conducente (19%), la tutela legale (18,4%) e la garanzia furto e incendio (11%)

Aumentano anche le polizze moto online

Per quanto guarda l’assicurazione i motoveicoli, dallo studio realizzato su oltre 23.800 polizze RC Moto acquistate online emerge che nel primo trimestre del 2022 ben 1 italiano su 3 (33,9%) ha acquistato la polizza per le due ruote direttamente dal proprio cellulare; valore in aumento di 12 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2019.

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Risk Management: cos’è, obiettivi e strategie

Il mondo del Risk Management, o gestione del rischio, è uno dei pilastri fondamentali del mondo assicurativo, su cui si basa il processo di trasferimento (o cessione) del rischio.

Negli ultimi anni il settore si è evoluto, e oggi esistono strategie elaborate ed efficienti che permettono alle aziende di individuare, prevenire e mitigare gli effetti dei possibili elementi che potrebbero compromettere le proprie attività.

Vediamo cos’è, come funziona e quali sono gli obiettivi fondamentali del Risk Management.

Cos’è il Risk Management?

Il termine “Risk Management”, letteralmente “gestione dei rischi”, indica generalmente l’insieme delle operazioni che un’azienda intraprende per proteggere il proprio equilibrio economico e finanziario.

A cosa serve il Risk Management?

L’obiettivo principale del Risk Management è quello di prevenire possibili situazioni problematiche e, nel caso in cui queste dovessero comunque verificarsi, minimizzare le perdite che ne conseguono.

Come vedremo, le tipologie di rischio a cui bisogna fare attenzione sono molteplici: oltre ai danni economici, il Risk Management può essere applicato, tra le altre cose, anche alla reputazione di un’azienda, alle sue operazioni in ambito marketing e PR, o alla catena produttiva.

Qual è la differenza tra Risk Management e Risk Assessment?

Se Risk Management significa “gestione del rischio”, Risk Assessment si traduce invece con “valutazione del rischio”. L’attività di Risk Assessment è infatti preliminare a quella di Risk Management, e consiste principalmente nell’individuare e analizzare le varie tipologie di rischio a cui una società potrebbe essere esposta, in modo poi da poter stabilire il giusto piano di Risk Management.

Chi è e cosa fa il risk manager?

Secondo Anra, l’Associazione nazionale dei Risk Manager e dei responsabili per le assicurazioni aziendali, il Risk Manager è una figura professionale dedicata alla gestione integrata dei rischi aziendali, quindi quelli che possono avere un’influenza sugli obiettivi strategici prefissati dalla direzione. In ambito assicurativo, in particolare, il Risk Manager è generalmente incaricato di definire un piano assicurativo adatto alle esigenze specifiche dell’azienda.

Nelle realtà più grandi il Risk Manager è generalmente un dipendente dell’azienda per cui lavora, ma in alcuni casi può anche collaborare come consulente esterno.

Quali sono i principali step del processo di risk management?

Sviluppare un piano di Risk Managment in ambito assicurativo è un’attività particolarmente complessa, che deve tener conto di una lunga lista di fattori, anche distanti tra loro: dagli aspetti legali ai conti finanziari, passando per il settore pubblicitario, le relazioni con i clienti e gli approcci commerciali.

In una prima fase il Risk Manager stabilisce il contesto in cui lavora un’azienda, definendo quindi le caratteristiche di base del settore in cui questa opera, il funzionamento dei processi interni e il suo posizionamento nei confronti dei competitor e dei partner.

Il secondo step è quello del  Risk Assessment: il Risk Manager analizza l’azienda in questione sotto ogni punto di vista per individuare i possibili elementi di rischio.

In seguito, il professionista analizza i rischi individuati, evidenziando le vulnerabilità dell’azienda, le minacce e le probabilità che si concretizzino. La quarta fase è quella di valutazione, in cui il Risk Manager stima il possibile danno atteso ed effettua un’analisi costi-benefici. Infine, l’ultimo step è quello di risk mitigation, che consiste nello sviluppo di strategie specifiche per prevenire i rischi e mitigarne le possibili conseguenze.

Come si identifica il rischio?

La fase di identificazione del rischio ha l’obiettivo di stilare concretamente un elenco il più possibile esaustivo delle fonti di rischio. Ancora prima di iniziare l’analisi, quindi, è fondamentale che il Risk Manager abbia un’idea chiara di tutti i fattori, fissi o variabili, che devono essere tenuti sotto controllo. Di conseguenza, proprio per riuscire a inquadrarne i punti problematici, il Risk Manager deve conoscere approfonditamente l’ambito nel quale opera.

La fase di identificazione del rischio guarda sia ai processi interni di un’azienda che alle sue relazioni esterne e al contesto nel quale questa si inserisce. Le informazioni possono essere raccolte in diversi modi: esperienze dirette, interviste, analisi di report, survey, o assessment.

Alcuni esempi di pratiche utilizzate di frequente per individuare gli ambiti di rischio sono il brainstorming, quindi un dialogo mirato tra un gruppo di persone competenti, le interviste strutturate o semi-strutturate, le analisi di causa-effetto e di causa-conseguenza. Esistono poi metodologie più tecniche, conme l’analisi PHA (PHA Primary Hazard Analysis), Hazard Analysis and Critical Control Points (HACCP), o Hazard and Operability (HAZOP).

Le categorie di rischi

Il concetto di rischio varia in base al contesto in cui ci troviamo e agli obiettivi che vogliamo raggiungere. Come detto, il Risk Manager deve considerare diverse categorie di rischio.

Tra le principali ci sono i rischi finanziari, legati per esempio ai livelli di esposizione dell’azienda nei confronti di riassicuratori, intermediari o clienti e all’andamento della Borsa. Fondamentali sono anche i rischi operativi, che riguardano i processi aziendali, e quelli speculativi, correlati a momenti di incertezza e volatilità che possono portare a esiti positivi o negativi per l’azienda.

Esistono poi i rischi puri, che hanno un’altissima probabilità di accadimento ma rimangono fuori dall’ambito di controllo dell’azienda. In questo caso, quindi, l’organizzazione può intervenire esclusivamente mediante interventi ex post o di trasferimento del rischio.

Altra categoria fondamentale è quella dei rischi associati, derivanti da variabili non direttamente legate alle attività principali delle aziende e spesso dipendenti da fattori esterni. I rischi imprenditoriali sono invece quelli legati alle attività commerciali, all’affidabilità dei clienti e dei fornitori.

Troviamo infine i rischi interni, derivanti dalle scelte della direzione aziendale, e quelli esterni, che non dipensono dall’azienda ma possono avere implicazioni importanti in termini di risorse, continuità e risultati.

Quali sono le strategie di gestione del rischio?

Una volta terminata la fase di Risk Assessment, il RIsk Manager elabora una strategia che permette all’azienda di gestire al meglio i rischi individuati. Una tra le strategie più diffuse consiste nel distribuire il rischio nel tempo e nello spazio, riducendo quindi la vulnerabilità di un asset e ridistribuendola in senso spaziale o temporale. Nel concreto, per esempio, l’azienda potrebbe decidere di decentrare le proprie sedi o la presenza del proprio personale sul territorio, al fine di ridurre la concentrazione geografica, oppure dilazionare nel tempo lo sviluppo delle attività.

Un’altra strategia punta invece a trasferire il rischio a un soggetto terzo, come una compagnia assicurativa, che se ne farà carico in cambio generalmente di un riconoscimento economico (il premio assicurativo). È proprio questo il modello operativo su cui si basa tutto il mondo assicurativo.

Infine, un’uiltma opzione consiste nell’accettare il rischio. Questa viene applicata soprattutto se si pensa che l’impegno necessario a prevenire un rischio sia superiore all’eventuale danno: in questo caso è possibile che l’azienda decida di accettare il rischio, e il relativo danno, rinunciando ad attivare misure di mitigazione.

Per assicurarsi di adottare la giusta strategia di gestione del rischio è fondamentale monitorare continuamente lo sviluppo delle proprie attività e assicurarsi che la strategia di Risk Management adottata sia coerente con le proprie scelte operazionali, finanziarie e commerciali.

Cos’è l’Enterprise Risk Management

Nelle grandi realtà aziendali le operazioni di Risk Management possono decidere di fare un passo in più rispetto alle procedure tradizionali di gestione del rischio, e adottare l’Enterprise Risk Management (ERM). Si tratta di un approccio evoluto ed efficiente nei confronti del Risk Management, che consiste nella piena integrazione delle attività di gestione del rischio con tutte le funzioni e processi aziendali.

Con l’ERM il Risk Management entra quindi nelle procedure che regolano il funzionamento di una società in modo strutturato e capillare, arrivando anche all’attenzione dei livelli più alti della direzione.

Nell’Enterprise Risk Management i vari dipartimenti di una società si focalizzano su rischi specifici per il proprio ambito d’azione e individuano per ciascun processo un “risk owner”, ossia un responsabile della gestione di uno specifico rischio. Allo stesso tempo, poi, un team di professionisti specializzati coordina le strategie generali di gestione del rischio.

L’ERM permette quindi di avere sia una visione complessiva del panorama di rischio che un quadro molto più specifico, inerente agli elementi problematici presenti in ogni singolo settore aziendale. Un’analisi tanto accurata permette non solo di prevenire e mitigare i rischi, ma anche di cogliere e valorizzare le opportunità insite in essi.

Risk Mitigation: quali sono le misure di prevenzione del rischio?

La prevenzione del rischio avviene attraverso il processo di risk mitigation, che consiste nello sviluppo di interventi di mitigazione che riducono la vulnerabilità di un’azienda, adottando diverse modalità operative. Le strategie principali per la risk mitigation sono tre: annullamento, riduzione e redistribuzione del rischio.

La prima punta a eliminare radicalmente l’elemento di rischio, per esempio interrompendo o cessando un’attività considerata compromettente. La seconda vuole invece ridurre il rischio, agendo quindi sugli aspetti più problematici di un’iniziativa o cercando di ridurre le probabilità che questa sviluppi esiti negativi. Infine, come già spiegato, il rischio può essere redistribuito, per esempio diversificando le tempistiche e gli spazi delle proprie operazioni.

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Pagamenti digitali, nel 2021 è crescita record per l’Italia

Anche senza incentivi, i pagamenti digitali continuano a crescere in Italia. Nonostante l’iniziativa del Cashback sia stata cancellata dopo i primi 6 mesi del 2021, la crescita della digitalizzazione dei pagamenti non si è arrestata e l’anno si è chiuso a 327 miliardi di euro, con un balzo del 22% rispetto al 2020.

Secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano, la penetrazione dei pagamenti elettronici sui consumi delle famiglie arriva a quota 38% (+5%).

pagamenti digitali

Il pagamento con le carte contactless resta il canale preferito dagli italiani per effettuare acquisti nei negozi fisici, con 126,5 miliardi di euro. Crescono però significativamente i pagamenti da mobile e wearable, che arrivano a 7 miliardi di euro (+106%)

Cosa ha spinto questa crescita record? A detta di Valeria Portale, Direttore dell’Osservatorio Innovative Payments, è dipesa “dall’effetto combinato della pandemia (ovvero l’attenzione verso i metodi contactless e la necessità di sfruttare i pagamenti online) e degli incentivi ai consumatori”, che hanno innescato un cambiamento di abitudini da parte degli italiani.

Tra i nuovi trend più interessanti, il Buy Now Pay Later, la Strong Customer Authentication (SCA), il paradigma dell’Open API e la Request To Pay (RTP), senza dimenticare la blockchain e i distributed ledger, come il Digital Euro e le altre Central Bank Digital Currency (CBDC).

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Polizze digitali: entro il 2030 saranno l’80% del totale, essenziale investire in insurtech

La transizione digitale nel settore assicurativo sta accelerando: se a livello mondiale nel 2020 le polizze digitali rappresentavano solo il 23% del totale (polizze digitali che comprendono: assicurazioni vendute da compagnie che operano solo online, polizze phigital, cioè polizze vendute sia online che di persona, polizze tradizionali, ma proposte attraverso piattaforme digitali), si stima che nel 2030 arriveranno all’80%, con una crescita media percentuale annua del valore del 22%. È quanto emerge dall’Indagine sul mercato Insurtech e la penetrazione delle polizze digitali al 2030, realizzato da IIA – Italian Insurtech Association, l’associazione che riunisce oltre 200 player del settore assicurativo Italiano, in accordo con Global Insurtech Alliance e che ha coinvolto 155 protagonisti del settore in 7 mercati europei, quali Italia, Spagna, Germania, Austria, Francia, Olanda e Polonia.

Secondo le stime di mercato del report di Bain&Company Insurance 2030: as risk mount, insurers aim to augment protection with prevention, a livello mondiale il valore complessivo dei premi legati a polizze digitali raddoppierà entro il 2030, passando dai 5 trilioni di dollari del 2020, ai 10 trilioni del 2030. Non solo, secondo l’indagine a cura di IIA, l’aumento dei premi sarà accompagnato dall’entrata sul mercato di nuovi player, che copriranno il 20% del mercato, come nuove compagnie technologiche, MGAs, Start up ed Aziende terze, che al momento non vengono riconosciute da Regolatori Assicurativi. Questi nuovi soggetti saranno in grado di realizzare volumi di premi per circa 1,9 trilioni di dollari.

Polizze digitali, cosa spingerà la crescita

I fattori che contribuiranno a far crescere più velocemente il mercato entro il 2030 saranno: l’embedded insurance, ovvero le coperture assicurative offerte come servizio aggiuntivo assieme all’acquisto di un prodotto o servizio (per un valore di 730 bilioni di dollari), i prodotti distribuiti in ottica B2B2C, ovvero digital bancassurance, ma anche distribuzione tramite telco, utilities, e-commerce e altri player non assicurativi che integreranno la propria offerta con prodotti assicurativi (840 bilioni di dollari), nuovi prodotti per nuovi bisogni, atti a soddisfare nuove esigenze come la micro mobilità, la sharing economy, la connect mobility, la health-tech economy (840 bilioni di dollari) e prodotti legati al welfare (300 bilioni di dollari).

A fare da traino a questo incremento sarà in primo luogo la flessibilità della nuova offerta assicurativa (per il 33% degli intervistati), grazie in particolare allo sviluppo delle polizze on demand, ovvero le instant, che si attivano al momento dell’acquisto; le micro, ristrette ad un periodo temporale ristretto o ad un singolo evento; pay-per-use, pagabili sulla base del reale utilizzo; inclusive, offerte in bundling a un prodotto o servizio venduto in modalità digitale.

Fondamentali gli investimenti in insurtech e open insurance

“L’incremento nell’utilizzo di piattaforme digitali spingerà la crescita del mercato assicurativo nei prossimi anni, basti pensare al raddoppio previsto al termine di questo decennio”, commenta Simone Ranucci Brandimarte, Presidente di IIA “Anche il volume generato dagli operatori esistenti – compagnie assicurative e intermediari – vedrà un forte incremento del valore, dai 5 agli 8 trilioni di dollari. È fondamentale però che questi player investano in insurtech. A differenza delle altre industry che con l’arrivo della digital transformation hanno visto un mantenimento delle dimensioni dell’industria ed in certi casi anche un ridimensionamento, per il settore assicurativo la digitalizzazione non imoplica solo un value transfer dall’analogico al digitale ma un vero e proprio ampiamento del mercato grazie ad una nuova offerta flessibile che permette di servizi segmenti di clientela, sia Retail che Corporate, al momento non servizi e quindi sott-assicurati. L’avvento del digitale va quindi ad incidere su quella fetta di mercato ancora sottopenetrata dall’offerta assicurativa, offrendo così un nuovo potenziale. Grazie all’open insurance sarà possibile allargare la base utenti di polizze assicurative, intercettando anche quei consumatori ora esclusi dai canali tradizionali”.

Dall’indagine emerge inoltre come gli investimenti in tecnologie insurtech passeranno dai 9.4 bilioni di dollari nel 2020 ai 155 bilioni nel 2030, con una crescita percentuale media del 32,7%. Grazie alla continua ricerca e all’aumento degli investimenti in tecnologie quali Intelligenza Artificiale, cloud computing, uso dell’apprendimento automatico, etc. si stanno sviluppando nuove soluzioni, come l’offerta di polizze ultra personalizzate, assicurazioni sociali. L’utilizzo di nuovi flussi di dati da dispositivi abilitati a Internet consentirà di valutare dinamicamente i premi. L’Insurtech può inoltre aiutare a prevedere in modo più puntuale quali siano le esigenze dei consumatori, quante polizze verranno sottoscritte, affinandone in questo modo il processo decisionale e la pianificazione assicurativa.

Polizze digitali, le tecnologie più impattanti

Infine, per quanto riguarda le tecnologie che maggiormente incideranno nel 2030, il campione intervistato indica principalmente la gestione dati (per il 33%), le interfacce operatore evolute (per il 25%); a seguire l’Intelligenza Artificiale (17%), la blockchain (9%),  la realtà aumentata e la realtà virtuale (9%). L’impatto maggiore di queste tecnologie si vedrà sulla digitalizzazione dei sistemi Legacy (per il 25%), nella distribuzione (20%), nella configurazione e gestione dei prodotti (20%), nella gestione delle richieste di indennizzo (15%), nella profilazione (7%) e nell’integrazione dell’ecosistema (7%).

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Internet of Things 2021, il mercato in Italia supera i livelli pre-covid

Il 2021 è stato un anno importante per l’Internet of Things in Italia. Un mercato molto interessante per il panorama delle assicurazioni, specialmente per quanto riguarda il segmento smart home.

Secondo i dati dell’ultima ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, il mercato è cresciuto del +22% rispetto al 2020, raggiungendo i 7,3 miliardi di euro, al di sopra dei livelli pre-Covid (6,2 miliardi nel 2019).

Si registra in parallelo un’evoluzione nell’offerta di soluzioni IoT, dove valore dei servizi raggiunge quota 3 miliardi di euro, circa il 40% del mercato IoT complessivo, (+25% rispetto al 2020).

Gli oggetti connessi attivi in Italia sono 110 milioni, poco più di 1,8 per abitante. A fine 2021 si contano 37 milioni di connessioni IoT cellulari (+9% rispetto al 2020) e 74 milioni di connessioni abilitate da altre tecnologie di comunicazione (+25%).

La spinta maggiore sul mercato viene delle applicazioni che utilizzano tecnologie di comunicazione non cellulari, 3,9 miliardi di euro, +30%. Significativa la crescita delle reti LPWA (Low Power Wide Area) che raddoppiano in un solo anno, passando da 1 a 2 milioni di connessioni. Crescita più contenuta, +6% a 3,4 miliardi di euro, invece, per le applicazioni che sfruttano la connettività cellulare.

Smart Home: il 46% degli italiani ha in casa almeno un dispositivo IoT

Secondo una survey dell’osservatorio, inoltre, ben l’80% delle grandi aziende ha attivato servizi a valore aggiunto basati sull’Internet of Things (+4% rispetto al 2020). Dimostrano tuttavia ancora una certa distanza rispetto al tema le PMI.

Grandi opportunità per l’Internet of Things si aprono ora con il PNRR: ,olti degli investimenti previsti all’interno del Piano – dalla Smart Factory alla Smart City, passando per lo Smart Building e l’Assisted Living – riguardano ambiti in cui l’Internet of Things può giocare un ruolo chiave, per 30 miliardi di euro di risorse complessive.

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Digital health: cos’è, vantaggi e mondo insurance

L’impatto della trasformazione digitale ha rivoluzionato in modo irreversibile anche il settore della sanità, con l’ascesa del settore digital health, o e-health. Complice la pandemia di Covid-19, infatti, la sanità digitale sta rivoluzionando gli schemi tradizionali dell’ambito medico: dal rapporto tra medico e paziente all’archiviazione dei dati sensibili, passando per le modalità con cui effettuare le visite, le attività di screening e di monitoraggio.

Che cos’è la digital health

La digital health, o salute digitale,  è il punto d’incontro tra tecnologie digitali e il settore della salute personale, del benessere, dell’assistenza sanitaria. La digital health è telemedicina, ma è anche fascicolo sanitario elettronico, app salute, ricetta sanitaria elettronica, digital therapeutics, IoT e dispositivi indossabili, robotica, e via dicendo.

E’ un settore piuttosto ampio, che cerca di rispondere fondamentalmente a una mission: una sanità migliore, più accessibile per tutti, più efficiente, più intelligente.

I vantaggi della e-health

L’e-health abbandona l’approccio tradizionale in cui l’attenzione è posta principalmente sul ruolo del medico per adottare una visione nuova e integrata, che mette il paziente al centro di ogni processo. Nella sanità digitale infatti il paziente non è più un destinatario passivo, ma diventa attore attivo che ha a disposizione tutti gli strumenti necessari per accedere alle cure in modo rapido ed efficiente, contando su consigli e informazioni affidabili e comunicate in modo tempestivo, non appena ne sorge la necessità. Di conseguenza, ogni paziente viene immediatamente identificato dai medici con cui si confronta, che possono così seguirlo in maniera efficace e, soprattutto, personalizzata.

Altro importante vantaggio dell’e-health sta nelle procedure di trattamento dei dati: la sanità digitale infatti offre maggiori garanzie riguardo alla trasparenza dei dati sanitari, permettendo ai pazienti di mantenere il controllo per decidere con chi condividerli e per quali scopi.

Infine, l’e-health porta i benefici della medicina a portata di tutti, in ogni luogo e in ogni momento, grazie alla possibilità di organizzare visite anche in modalità virtuale e ricevere quindi un parere medico a distanza, evitando contatti non necessari.

La digital health e la sanità territoriale

La salute digitale fa rima con prevenzione, personalizzazione, sanità di prossimità, sanità territoriale.

Quest’ultima è quella che ha fatto acqua in Italia nell’emergenza Covid e che ci ha distinto per numero di morti da Paesi come la Germania, dove il supporto sanitario a domicilio è molto più diffuso, come dice l’Osservatorio delle Malattie Rare, che sottolinea: ‘Tra gli addetti ai lavori, ma anche nella consapevolezza collettiva, è ormai piuttosto chiaro che il problema di gestione sanitaria dell’emergenza COVID-19 non fosse tanto, o anzitutto, nella quantità di posti letto, quanto nella facoltà di ‘arrivare prima’ del ricovero, e semmai evitarlo. Facoltà che da anni si invoca con la formula della “sanità territoriale”, che altro non è che la possibilità di dialogo tempestivo e assistenza diretta. Semplice, a casa, addirittura a portata di smartphone o PC. Basta chiedere a Paesi europei come la Germania, dove il ‘mistero dei pochi morti’, a fronte di contagi vicini ai nostri, in realtà non c’è, perché trova risposta in un sistema personalizzato di supporto sanitario, anzitutto a domicilio”.

Sono anni che la digital health si va sviluppando in tutto il mondo e che molti esperti ci dicono che è il futuro della medicina e della sanità, ne avevamo parlato con Roberto Ascione fondatore di Healthware, ma con la pandemia ogni possibile remora culturale, comportamentale, organizzativa ha ceduto di fronte alla necessità di farvi ricorso, mostrando palesemente quanto gli strumenti tecnologici possano fare la differenza nella gestione sanitaria. Lo hanno capito i medici in primis.

Per esempio, secondo un report di CompuGroup Medical (CGM) sulla risposta digitale in Italia all’emergenza Covid-19, durante la pandemia oltre 4mila medici, farmacisti, dentisti, psicologi e altri operatori hanno utilizzato la piattaforma di teleconsulto Clickdoc, fornita gratuitamente durante l’emergenza per alimentare la relazione medico-paziente, salvaguardare la continuità assistenziale, con particolare riferimento alla cronicità. Migliaia di farmacie in tutta Italia hanno inoltre aderito a ricettainfarmacia.it, sistema che, fornito anch’esso gratuitamente, permette al paziente l’invio della ricetta elettronica (NRE) direttamente alla sua farmacia, così da ridurre spostamenti e file e ricevere i medicinali anche a domicilio.

Questa è solo una parte dello scenario “competitor” che si è creato tra le applicazioni di telemedicina nate o cresciute sull’onda dell’emergenza: l’ Instant Report COVID-19 n. 8 di ALTEMS del maggio 2020, evidenziava infatti come molte aziende sanitarie avessero attivato servizi di telemedicina, dedicati sia ai pazienti Covid che non-Covid, già nelle prime fasi dell’emergenza. In generale, secondo la società di consulenza Deloitte, l’emergenza COVID-19 ha complessivamente accelerato l’utilizzo del digitale, sia per i pazienti che per gli operatori sanitari.

Vi sono poi diverse piattaforme “private”: PagineMediche.it – che a marzo 2021 in 10 giorni ha visto l’iscrizione di oltre mille medici alla sua piattaforma di videovisita –, Miodottore.it, DaVinci Salute, Telemedicina del Centro medico Santagostino, Topdoctors, LiviConnect, Ultraspecialisti, ecc. Come riporta la tabella precedente, infatti, l’universo digital health comprende altro oltre alla telemedicina: è anche fascicolo sanitario elettronico, app salute, ricetta sanitaria elettronica, digital therapeutics,  IoT e dispositivi indossabili, robotica, etc.

L’ecosistema digital health

A livello di player l’ecosistema comprende grandi aziende, startup, istituzioni, investitori, il mondo dei medici, degli operatori sanitari e dei farmacisti, le strutture ospedaliere pubbliche e private, le RSA, i pazienti stessi e i caregiver, il mondo della formazione, delle università, della ricerca, ma anche quello delle assicurazioni. Il successo della digital health dipende da tutti questi elementi ed è un processo anche culturale, che mette la persona al centro e ha come obiettivo il miglioramento della salute individuale e del sistema sanitario.

Sul fronte del venture capital e delle startup, che tendono a dettare le tendenze di quello che chiamiamo “futuro”, è opinione degli esperti che nonostante un rallentamento generale degli investimenti registrato negli ultimi due anni, causa coronavirus, nel prossimo futuro il settore sarà probabilmente più vivace proprio negli ambiti direttamente coinvolti nella lotta alla pandemia (i.e., settore dei dispositivi medici e biotecnologie) o in quelli che prevediamo possano influenzare la ripresa dell’economia mondiale nella fase post-Covid-19, in primis la digital health.

Chiara Maiorino (EIT Health Italia): il settore Health in Italia ha un grande potenziale, serve coesione

Esempi e applicazioni della digital health

L’e-health fa affidamento sulle tecnologie di connessione di ultima generazione, come il 4G e, ancora di più, il 5G, che abilitano rilevazioni, analisi dati e risposte in tempo reale. Si diffonde anche l’utilizzo di intelligenza artificiale e deep learning, con funzioni di tecnologia predittiva, monitoraggio del dati biometrici e simili processi data driven.

Fondamentali anche i dispositivi interconnessi Internet of Things (IoT), che possono rappresentare un valido aiuto per i medici quando applicati alle piattaforme di telemedicina e alla “smartificazione” di apparecchiature mediche in un sistema interconnesso. Un esempio pratico sono gli smartwatch o gli altri dispositivi wearables che permettono di tenere sempre sotto controllo il battito cardiaco, l’ossigenazione e altri parametri vitali. Questo a sua volta aiuta il campo della medicina preventiva, basata proprio sulle attività di screening precoce.

Come accennato, tra gli esempi di applicazione della digital health troviamo anche la possibilità di svolgere visite mediche a distanza, tramite la telemedicina, e poter quindi ricevere consulti in ogni luogo e in ogni momento. L’e-health permette anche di conservare i dati dei pazienti in modo semplice e sicuro, e di analizzarli con tecnologie all’avanguardia, come l’intelligenza artificiale, per definire terapie ad hoc, affidabili e personalizzate.

Infine, la medicina virtuale semplifica le comunicazioni tra medico e paziente e facilita anche il monitoraggio dell’aderenza terapeutica, per esempio tramite app per smartphone che collegano in video farmacista, medico e paziente per garantire che quest’ultimo assuma il dosaggio di farmaco prescritto nel momento giusto e secondo le modalità indicate.

Il futuro è nella Digital Health

Altro esempio di successo nel campo dell’e-health è il servizio di teleassistenza infermieristica specializzata fornito da ParkinsonCare. Ideato da Careapt – startup del gruppo Zambon – e reso gratuito fin dalle primissime fasi dell’emergenza Covid-19 grazie alla collaborazione con Confederazione Parkinson Italia Onlus, nei primi mesi della pandemia ha contribuito a realizzare 4.500 interventi di supporto a persone con malattia di Parkinson e ai loro familiari, di cui 3.389 in teleassistenza infermieristica, 235 video-consulti con neurologi e altri professionisti del team multidisciplinare, 7 accessi al MMG e 2 soli accessi al pronto soccorso.

Di questo esempio italiano hanno parlato anche pubblicazioni scientifiche internazionali,  come il  Journal of Parkinsonisms and Related Disorders o The Lancet, per sottolineare l’importanza della telemedicina nell’assistenza ai malati di diverse patologie, in particolare di quelle neurodegenerative, che possono essere costantemente monitorate da una rete di figure altamente specializzate all’interno del proprio ambiente domestico, da cui è possibile restituire una prospettiva più realistica delle condizioni del paziente. Si tratta del cosiddetto modello “home-hub-and-spoke”, che mette in comunicazione l’ambito domestico, i professionisti sanitari e il personal care manager, una figura che affianca il paziente nella vita quotidiana, organizzando l’intervento di tutti gli attori coinvolti.

Quello della salute digitale (Digital Health) è stato anche uno dei temi di riferimento della settima edizione del contest internazionale promosso da BNP Paribas Cardif in collaborazione con InsuranceUp, organizzata nel 2020 e dedicata al Next Normal, il futuro dopo la pandemia. Appartiene a questa categoria anche una delle tre startup vincitrici: Morphogram, piattaforma innovativa dedicata ai professionisti del mondo della nutrizione.

Morphogram®, la piattaforma innovativa per il mondo della nutrizione

Digital health e assicurazioni

Il mondo assicurativo si è adeguato rapidamente alle nuove richieste e alle possibilità offerte dalla sanità digitale. Molte startup attive in ambito medico, per esempio, da anni offrono la possibilità di ricevere consulti in modalità virtuale, approfittando quindi della telemedicina.

Altra potenzialità dell’e-health sfruttata dal mondo insurance è quella della cartella clinica elettronica, quindi l’archiviazione digitale dei dati sanitari di un paziente, che in questo modo diventano sicuri, facilmente condivisibili e sempre consultabili.

Inoltre alcuni dispositivi Internet of Things (IoT) collegati all’e-health, come gli smartwatch o altri strumenti in grado di misurare i parametri vitali, possono aiutare le compagnie assicurative a tenere sotto controllo il livello di salute dei propri pazienti, promuovendo se necessario l’adozione di comportamenti salutari.

La grossa mole di dati raccolti e immagazzinati tramite l’e-health può poi essere analizzata tramite l’intelligenza artificiale, che permette di rielaborarli rapidamente per adattarli alle esigenze specifiche del mondo assicurativo.

Le startup in primo piano

Ro

Tra le principali startup attive nel mondo e-health troviamo l’americana Ro, una piattaforma digitale per la salute che si prende cura del paziente dalla diagnosi alla delivery della cura e all’assistenza. Nata a New York nel 2017, fino ad oggi ha raccolto investimenti per un miliardo di dollari.

Il suo Ceo CEO Zachariah Reitano ha espresso un concetto molto importante a Crunchbase. “Pensiamo che l’assistenza sanitaria digitale sia qui per restare”, ha detto Reitano. “Anche se non tutte le problematiche sanitarie sono adatte per l’assistenza a distanza, pensiamo di essere nel bel mezzo di un massiccio cambiamento paradigmatico verso una mentalità digitale, dove i pazienti penseranno prima di tutto se possono ricevere un’assistenza sicura e di alta qualità online, e poi cercheranno un’assistenza di persona, se può servire meglio le circostanze specifiche”.

1000Farmacie

Un esempio italiano recente è invece 1000Farmacie, che a febbraio 2022 ha raccolto 15 milioni di dollari in un round di investimenti guidato da P101 SGR e HBM Healthcare Investments.

La società è nata nel 2019 con lo scopo di unire le migliori farmacie italiane, con i rispettivi magazzini, per mettere a disposizione degli utenti la possibilità di scegliere tra un’ampia gamma di prodotti al prezzo migliore e riceverli direttamente a casa tramite il servizio di consegna, ma, complice il Covid, ha già ampliato la sua missione.

“L’attuale esperienza sanitaria è estremamente frammentata comportando disagi per il cliente finale. 1000Farmacie punta a unificare l’esperienza sanitaria digitale: dall’acquisizione di informazioni attendibili online alla consegna di farmaci a domicilio in poche ore, passando per il teleconsulto e i test diagnostici. La nostra piattaforma riunisce in modo sinergico circa 1000Farmacie autorizzate, con l’obiettivo di offrire ai consumatori il più grande assortimento disponibile e la possibilità̀ di acquistare in sicurezza online direttamente dalle farmacie di fiducia”, ha affermato il CEO e cofondatore Nicolò Petrone.

DaVinci Healthcare

Un altro esempio, sempre italiano, è DaVinci Healthcare, che sta vivendo una grandissima crescita. Nel 2020, per esempio, la startup ha lanciato una campagna di equity crowdfunding sulla piattaforma BacktoWork che ha raggiunto l’obiettivo minimo di 50 mila euro già 29 giorni prima della chiusura programmata.

DaVinci è una startup innovativa che fa telemedicina, in particolare teleconsulti e telemonitoraggi, facendo leva sulle più avanzate tecnologie, offrendo servizi medici e psicologici a distanza in video o chat. Il servizio è offerto tramite app o webapp e garantisce un tempo di attesa massimo di 20 minuti.

A maggio 2022 il sito di DaVinci Healthcare conta 650 mila visite all’anno, e i suoi sistemi organizzano 35 mila appuntamenti medici.

AllWell

Nata a Milano nel 2021, AllWell è una startup insurtech italiana per il segmento salute che punta a rendere più semplice e fruibile la copertura sanitaria, così da prevenire piuttosto che curare. Si tratta di un modello di copertura assicurativa interamente tecnologico e digitale per prestazioni sanitarie, con soluzioni parametriche basate su abbonamento mensile.

“L’idea deriva da un’intuizione: quelli che sono gli elementi alla base della trasformazione digitale del settore assicurativo, ovvero una fiducia limitata da parte della clientela e l’importanza del networking, una complessità dei processi e un’attivazione del servizio in momenti difficili, entrano in sinergia con il settore health” ha spiegato a InsuranceUp il founder Gerardo di Francesco.

Qui un approfondimento

A settembre 2021 AllWell ha lanciato una versione beta, e una volta terminata la fase di testing la piattaforma sarà aperta al mercato. “Tra i nostri progetti futuri prevediamo servizi di mappatura genetica, sistemi di gestione del rischio legati ai parametri vitali rilevati da wearable, attività di donazione del sangue” ha spiegato Di Francesco.

L’articolo Digital health: cos’è, vantaggi e mondo insurance proviene da InsuranceUp.


BeSafe Group, 1,2 milioni all’insurtech italiana per il turismo

Ha chiuso un nuovo round di investimento da 1,2 milioni di euro BeSafe Group, la startup che ha lanciato nel 2018 BeSafe Rate, la tariffa prepagata con assicurazione di viaggio inclusa.

La raccolta è stata sottoscritta equamente da CDP Venture Capital Sgr, attraverso il suo Fondo Acceleratori, e da Prana Ventures SICAF, operational venture capital che investe in Italia, su imprese ad alto contenuto tecnologico.

Il CEO & Co-Founder Alessandro Bartolucci: “Essere sempre un passo avanti al futuro, immaginando scenari e necessità per facilitare i processi di prenotazione alberghiera e confermarci una delle migliori soluzioni insurtech e fintech verticali sull’hospitality nel panorama Europeo: questa è la nostra ambizione e il nostro obiettivo.”

Il nuovo round di finanziamento

Il round conferma la crescita e il riconoscimento di mercato ottenuti dalla società grazie alla prima raccolta di circa 500mila euro fatta nel 2021 alla quale hanno partecipato CDP Venture Capital Sgr, attraverso il medesimo veicolo d’investimento, LVenture Group, che ha accelerato la startup, e alcuni business angel. I fondi saranno usti per accelerare lo sviluppo di servizi tecnologici e assicurativi per il turismo in Italia e in Europa.

Un risultato importante per Alessandro Bartolucci: “Le nostre soluzioni Insurtech e Fintech rispondono alle esigenze concrete delle strutture ricettive: lo conferma il fatto che siamo stati scelti da oltre 1.300 strutture ricettive italiane tra cui gruppi alberghieri del calibro di Best Western, Voihotels del gruppo Alpitour, Club Esse Hotels & Resorts, Arbatax Park Sardinia Resort, Acanfora Hotels & Resorts, Felix Hotels, Affitti Brevi, e da più di 150.000 viaggiatori assicurati per quasi 42.000 prenotazioni. Questo round consentirà di sostenere la crescita di BeSafe, oltre ad accelerare l’espansione in Europa. Dopo l’iniziale lancio in Spagna e in Portogallo, BeSafe Rate è pronta per sbarcare in Francia, Austria e Grecia”.

Cosa offre BeSafe

I servizi del gruppo permettono di aumentare le prenotazioni dirette, facilitare il pagamento anticipato e offrire agli ospiti servizi nuovi e distintivi risolvendo il problema di prenotare un viaggio con la paura di perdere quanto speso in un eventuale cancellazione.

BeSafe Rate è nata proprio con questo obiettivo: eliminare la preoccupazione e rendere sereno il viaggiatore, dando contemporaneamente alle strutture ricettive la garanzia di incasso, grazie alla tariffa con assicurazione inclusa. Attivando la BeSafe Rate, infatti, è la compagnia assicurativa a rimborsare l’ospite in caso di cancellazione e la struttura è sollevata da questa incombenza, potendo così contare sulla certezza di guadagno.

Qui un approfondimento:

BeSafe Rate, l’insurtech italiana per agevolare il turismo

Tra i servizi disegnati, sviluppati ed erogati da BeSafe per il settore turistico, c’è anche BeSafe Pay, il gateway di pagamento a prova di PSD2 che automatizza l’intera gestione delle prenotazioni alberghiere con un focus particolare alla sicurezza e al risparmio.

I due prodotti BeSafe Rate “the insured rate” e BeSafe Pay “the future gateway” oggi sono inclusi in BeSafe Suite, la soluzione “all-in-one” disegnata per le strutture ricettive.

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Assicurazioni cyber risk: cosa sono, come funzionano e i vantaggi per le aziende

Perchè il cyber risk è oggi una delle maggiori sfide delle assicurazioni?

In un mondo sempre più digitale, anche le startup e le compagnie assicurative hanno dovuto adattare i propri prodotti insurance per restare al passo con i tempi e coprire nuove categorie di rischio. Tra queste forme assicurative emergenti – ma già fondamentali – rientrano le polizze cyber, pensate per assicurare contro i danni o gli attacchi informatici che potrebbero mettere in difficoltà i sistemi virtuali delle imprese.

Ecco come funzionano.

Cos’è il cyber risk

Il National Institute of Standards and Technology (Nist), agenzia del governo americano che si occupa della gestione delle tecnologie, definisce il cyber risk come “una situazione di incertezza riguardante i sistemi tecnologici o informativi”.

In particolare, il rischio in questione si riferisce alla possibile perdita di confidenzialità, integrità o disponibilità delle informazioni conservate in sistemi digitali, che può avere ripercussioni negative sul normale svolgimento delle operazioni di un’azienda.

La perdita o danneggiamento delle informazioni può essere causato da errori umani, comportamenti accidentali o anche azioni dolose, come gli attacchi informatici, mirati proprio a mettere in difficoltà l’azienda target. Queste operazioni possono causare danni importanti, sia materiali – come la manomissione fisica dei sistemi hardware – che, soprattutto, digitali, come la perdita o la diffusione dei dati sensibili dei clienti, o la forzata interruzione delle attività.

Oggi, i rischi cyber non sono sottovalutati: secondo l’Allianz Risk Barometer 2022, nel 2022 il rischio di attacchi informatici è la prima fonte di preoccupazione per le aziende.

Cos’è l’assicurazione cyber risk

In molti casi un attacco informatico può comportare spese non indifferenti per le aziende colpite, sia legate al ripristino del corretto funzionamento delle attività che al pagamento di eventuali risarcimenti o, nel peggiore dei casi, estorsioni.

In questo scenario, le polizze cyber risk sono pensate appositamente per tutelare le compagnie contro gli attacchi e le minacce informatiche, nella maggior parte dei casi portate avanti da agenti esterni.

Come funziona?

In seguito a un attacco, le polizze cyber generalmente valutano i danni subiti dall’azienda in questione e offrono quindi una compensazione adeguata. Non è sempre un’operazione facile: nella maggior parte dei casi infatti i danni causati dagli attacchi cyber sono in parte immateriali e toccano anche ambiti soggettivi e difficilmente quantificabili a livello economico, come l’immagine delle aziende coinvolte e la loro reputazione.

I campi di intervento delle polizze cyber sono ampi. Alcune soluzioni si fanno carico dei vari costi legati al recupero dei dati e alla ripresa delle attività, ma anche di eventuali spese legali o degli esborsi connessi con le operazioni di notifica nei confronti dei soggetti colpiti (per esempio, i clienti i cui dati sono stati violati). Le polizze, poi, possono anche prevedere una copertura in caso di perdite di fatturato dovute a danni informatici.

Infine, molte startup o compagnie assicurative specializzate in assicurazioni cyber offrono anche un servizio di “cyber assessment”, che analizza i sistemi tecnologici del cliente per individuare immediatamente possibili falle o punti critici, e quindi prevenire gli attacchi.

Cosa copre un’assicurazione cyber risk

Come abbiamo visto, i danni informatici possono toccare diversi ambiti chiave per la produttività di un’azienda, portando a volte a conseguenze intangibili e difficilmente quantificabili. Proprio a causa dell’eterogeneità della materia trattata, le assicurazioni cyber coprono potenzialmente tutte le cinque fondamentali categorie di rischio: operativo, strategico, organizzativo, di pianificazione aziendale, e reporting.

Le polizze cyber coprono generalmente i clienti dalla responsabilità civile, quindi intervengono in caso di danni a sistemi o apparecchiature tecnologiche di proprietà di terzi. Sono spesso inclusi anche i danni dovuti a un’eventuale interruzione di servizio causata da attacchi informatici o altre manomissioni ai sistemi, come la perdita di fatturato, e i costi relativi alle lesioni nell’immagine e nella credibilità dell’azienda attaccata.

Le assicurazioni cyber possono anche intervenire per sostenere i costi legati alla ricostruzione degli archivi informatici o dei database andati persi in un attacco hacker, quelli relativi alle indagini che ricostruiscono i fatti, e la riparazione o l’acquisto dei sistemi hardware danneggiati.

Qual è il costo di una polizza cyber risk

Come abbiamo visto, il valore assicurato da una polizza cyber è molto variabile e difficilmente definibile a priori. Per questo, anche i premi spaziano tra diversi range, soprattutto in base al fatturato dell’azienda da assicurazione e al numero di dipendenti.

Fitch Ratings, agenzia internazionale di valutazione del credito e rating, evidenzia però che il mercato complessivo delle polizze cyber è in forte crescita: nel 2020 il costo medio di una compensazione è stato di 358 mila dollari, rispetto ai 145 mila del 2019. Di conseguenza, anche i premi stanno progressivamente aumentando.

I vantaggi per le aziende

In un contesto in cui la maggior parte delle aziende si affida a sistemi digitali per gestire almeno parte delle proprie operazioni, essere coperti in caso di malfunzionamento o danno informatico è fondamentale per non rischiare di trovarsi in difficoltà in seguito a un imprevisto.

La sicurezza di una copertura assicurativa che protegge in caso di danni alla tecnologia, sia hardware che software, permette di lavorare con più tranquillità e investire nell’ambito tech e digital senza eccessive preoccupazioni dovute ad agenti esterni potenzialmente dannosi.

L’arrivo della trasformazione digitale nel settore assicurativo rende quindi le polizze cyber un investimento necessario.

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Smart Home in crescita, quali prospettive per le assicurazioni? Ne parliamo con Giulio Salvatori (Osservatorio IoT)

Nel 2021, la crescita del mercato smart home ha generato in Italia un business da 650 milioni di euro. Un trend interessante per il mondo assicurativo, che grazie ai nuovi strumenti e dispositivi hanno la possibilità di creare nuove offerte per il segmento Home, più flessibili e customer-centric.

Ne abbiamo parlato con Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, che ha rilasciato lo studio.

Qual è l’impatto dei servizi Smart Home per le assicurazioni?

Avere sempre più case smart e servizi associati apre mercato per compagnie, che possono decidere di personalizzare l’offerta sulla base di servitizzazione e pay-per-use, con il passaggio dalla vendita del solo hardware alla proposta di servizi aggiuntivi.

Più l’abitazione è dotata di sistemi smart, più le compagnie assicurative possono concentrarsi solo sulla parte che loro compete – la copertura appunto – lasciando parti come il rilevamento dei dati e i dispositivi di sicurezza agli strumenti già inclusi nella Smart Home. È un modello nuovo, ma che già vediamo negli USA.

Per dare un esempio concreto, parliamo di offerte come assicurazioni pay-per-use per proteggere la casa dai furti, attivabili anche solo per brevi periodi con tariffe a consumo.

Qual è oggi la consapevolezza sulle soluzioni Smart Home?

In base ai nostri dati, e anche osservando i comportamenti degli attori del settore, vediamo che è aumentata e sta aumentando in generale la consapevolezza verso queste soluzioni.

Nel 2021, il 75% dei rispondenti alla nostra indagine è a conoscenza delle opportunità dei servizi Smart Home, contro il 69% del 2020. Se lo confrontiamo con il 55% del 2017, vediamo una crescita del 20% in 4 anni.

E questo si rispecchia nella domanda: è il primo anno per esempio che anche i consumatori richiedono funzioni come la possibilità di gestire un elettrodomestico da remoto.

Smart Home: il 46% degli italiani ha in casa almeno un dispositivo IoT

La rilevanza delle assicurazioni come canale di vendita per soluzioni Smart Home è oggi ancora molto limitata: solo un 2% del totale. Possiamo aspettarci una crescita?

Penso di poter affermare che ancora è presto per una crescita forte.

Oggi si sta lavorando molto a livello di creazione di nuovi modelli di business. Parliamo, appunto, di customizzazione del premio sulla base di una casa con sistemi smart. Ci sono alcune proposte già su mercato, come polizze furti pay per use che scattano solo nei giorni in cui il cliente è fuori casa.

Quello che ritengo interessante è che, come accennavo prima, questi nuovi modelli permettono di attenuare le barriere all’entrata per questo tipo di polizze.

Mi spiego: fino ad oggi abbiamo seguito l’approccio classico di vendita dei sensori e della polizza in pacchetti all inclusive. Questo permette di conoscere meglio il profilo di rischio del cliente, ma comporta anche molti costi per l’installazione hardware e la sua gestione per il consumatore.

Il nuovo modello è in coperture più “snelle”, che oltre ad applicare opzioni pay per use di basano sugli strumenti già presenti. Non solo, con il nuovo paradigma anche il premio varia in base al livello di “smartness” della casa.

Si tratta di un processo ancora in fase embrionale, ma con prospettive senz’altro interessanti.

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PMI e Assicurazioni: quale il futuro dopo la pandemia?

L’arrivo della pandemia di Covid-19 ha modificato profondamente il panorama assicurativo, italiano e non solo, portando cambiamenti destinati a rimanere anche una volta terminata la fase di emergenza sanitaria.

Come si è adattato, quindi, il mondo insurance dedicato alla piccole e medie imprese alle nuove necessità delle aziende e alla spinta data dalla trasformazione digitale? A questa domanda risponde il nuovo studio Il futuro delle assicurazioni per le PMI dopo la pandemia”, curato dalla società di consulenza Deloitte e condotto su 5.300 aziende di 14 Paesi, tra cui l’Italia, ma anche gli Stati Uniti, il Canada, la Svizzera e il Regno Unito.

La situazione delle PMI italiane

Secondo Deloitte, i due anni di emergenza Covid hanno portato le PMI, italiane e non, a una maggiore consapevolezza dei rischi. Anche per questo la domanda si è concentrata soprattutto su modelli di protezione basati su coperture mirate e su servizi di consulenza capaci di coprire tutte le sfaccettature dell’attività di impresa.

Complessivamente, le piccole e medie imprese italiane hanno dimostrato di avere un buon livello di copertura assicurativa: solo il 4% delle aziende non possiede alcuna copertura, in linea con la media del 2% rilevata nel campione internazionale.

Le polizze più diffuse sono quelle per le flotte di veicoli aziendali, sottoscritte dal 48% delle compagnie italiane intervistate (contro una media internazionale del 34%), seguite dalla business property insurance – quindi la protezione dai danni diretti ai fabbricati e al loro contenuto –; la responsabilità civile verso dipendenti, fornitori, clienti; le polizze contro gli attacchi informatici e infine quelle per l’eventuale interruzione della catena produttiva.

La spesa media delle PMI italiane nell’ambito assicurativo risulta però ben al di sotto della media internazionale: le nostre imprese investono circa 14 mila euro all’anno,  il dato più basso registrato nel campione internazionale, dove la media è pari a circa 23 mila euro. Le aziende che sostengono i costi più alti per coperture assicurative sono quelle irlandesi, che spendono 27 mila euro all’anno, seguite a breve distanza da Cina e Australia.

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L’impatto della pandemia sulle PMI

Secondo i dati di Deloitte, nel corso della pandemia di Covid-19 una compagnia su cinque ha dichiarato di aver acquistato maggiori coperture assicurative, mentre un’azienda su tre non ha apportato modifiche significative e una su dieci ha acquistato meno coperture.

PMI e Assicurazioni 2

In futuro, le tipologie di polizze più richieste saranno innanzitutto quelle legate allo smart working, modalità di lavoro diventata predominante nel corso dell’emergenza sanitaria. Seguono le assicurazioni contro le interruzioni delle attività di produzione, la cyber insurance, le protezioni key-man (focalizzate su risorse specifiche presenti nell’azienda), quelle sulla responsabilità civile e infine sulla flotta aziendale.

PMI e Assicurazioni

PMI e assicurazioni: il focus sulla flessibilità e il ruolo della tecnologia

I repentini cambiamenti causati dall’emergenza sanitaria hanno messo in luce il ruolo della flessibilità in ambito assicurativo. Il 78% delle PMI italiane si mostra infatti favorevole a un modello flessibile di copertura assicurativa, che possa essere modificata nel corso dell’anno in base all’evoluzione di diversi fattori, come il numero  di dipendenti o di clienti e il valore del fatturato.

Per quanto riguarda invece il modello distributivo, la maggior parte delle aziende (58% di quelle italiane, 41% a livello internazionale) crede che il canale fisico sia destinato a rimanere centrale nel processo di acquisto delle coperture assicurative. Particolare importanza è data alla figura dell’intermediario, considerato essenziale nelle fasi di scelta assicurativa e nella gestione del bisogno di protezione.

La tecnologia entra in gioco soprattutto nelle fasi successive all’acquisto delle polizze, ad esempio per semplificare il processo di gestione della copertura, creare un nuovo canale per la denuncia dei sinistri e monitorare poi lo status della pratica.

Oltre il 90% delle PMI Italiane – un dato in linea con la media del campione – si dichiara disposta ad acquistare coperture e servizi assicurativi da operatori “non tradizionali”, come le grandi aziende tech, le associazioni di categoria e i provider digitali.

Secondo Deloitte, il forte interesse verso operatori “non tradizionali” per l’acquisto di coperture assicurative deve essere letto dal mondo insurance “come un’occasione importante per rivedere le logiche di sviluppo dell’offerta, valutando l’attivazione di partnership con questi operatori”, anche considerando l’elevata complessità tecnica di alcune tipologie di servizi richiesti.

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