BNP Paribas Cardif, la nuova strategia “New health journey”: più prevenzione e digitalizzazione

In risposta alle nuove esigenze sanitarie della nuova normalità, BNP Paribas Cardif (tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia secondo ANIA 2019) consolida la propria strategia, orientandola sempre più su salute e prevenzione per i propri clienti e i loro familiari. Nasce così “New health journey”, l’evoluzione di un percorso iniziato nel 2018, che si rinnova per andare incontro ai nuovi bisogni di salute delle persone, mettendo al centro la prevenzione, ancora prima della cura, l’assistenza – anche a domicilio – e la digitalizzazione, su cui BNP Paribas Cardif continua a investire.

Coerente con questa strategia, la polizza “Unica BNL”, la soluzione modulare di protezione realizzata in sinergia con BNL, mette a disposizione qauutro aree di intervento specifiche nel campo socio-sanitario.

BNP Paribas Cardif, quattro aree di intervento per la salute

Con “Assistenza medico-sanitaria” sarà possibile ottenere una visita medica a domicilio, ricevere farmaci a casa, assistenza per minori e familiari, monitorare il ricovero ospedaliero.

Novità anche per l’assistenza domiciliare post-ricovero, grazie all’area “Temporary Medical Care”.

Per la parte di “Personal Care” si allargano i confini di intervento: sarà possibile sia ricevere un supporto qualificato a casa (anche a seguitodi un intervento chirurgico), sia un servizio di spesa a domicilio. Per le persone con invalidità permanente, invece, è prevista la copertura per le spese di adattamento della casa e dell’auto.

Infine, con l’area “Family Care”, la polizza “Unica BNL” prevede la possibilità di richiedere una visita pediatrica a domicilio, il servizio di baby-sitting e l’accompagnamento dei figli a scuola in caso di ricovero dell’assistito.

Inoltre, grazie alla nuova app dedicata e gratuita di “Unica BNL” che già offre vari servizi – informazioni sulle garanzie, richiesta di rimborsi, appuntamenti presso le strutture convenzionate – è ora possibile effettuare una video-consulenza medica e gestire i propri dati sanitari in modo sicuro all’interno del Libretto sanitario digitale, che potrà essere anche condiviso con il medico in sede di visita.

Il cambio di prospettiva nel settore assicurativo

“La salute, oggi più che mai, è un bene prezioso da tutelare, non solo in termini di cura ma anche attraverso la prevenzione e l’educazione al benessere.” commenta Isabella Fumagalli, Head of Territory for Insurance in Italy di BNP Paribas Cardif. “Crediamo fortemente nel nostro ruolo sociale di impresa e vogliamo rappresentare un punto centrale nel benessere delle famiglie nel lungo periodo rendendo l’assicurazione, inclusa quella salute, sempre più accessibile”

“Nel settore assicurativo si sta assistendo ad un cambio di prospettiva, complice anche la Pandemia che ha trasformato in bisogno ciò che prima sembrava un plus: così un consulto medico a distanza o visualizzare in un’app la propria cartella clinica diventano oggi necessari e nel contempo distintivi, non più un’opzione. La creazione di ecosistemi salute, iniziata nel 2018 in collaborazione con le tech company, ci ha consentito di dare un focus maggiore proprio a questa componente di servizio, anche digitale, e di incentivare i comportamenti preventivi facilitando l’accesso ai prodotti e alle cure”.

Marco Tarantola, Vice Direttore Generale di BNL e Responsabile Divisione Commercial Banking e Reti Agenti della Banca, aggiunge: “Le sinergie tra BNL e BNP Paribas Cardif sono sempre più intense generando valore aggiunto nell’offerta di servizi e soluzioni innovativi ai clienti e ai loro familiari. Questo è uno dei tratti distintivi del modello di business del Gruppo BNP Paribas che in Italia è presente con società attive in diversi settori di attività. Nel campo dei servizi di protezione e assicurazione, in particolare, la tutela delle persone non è solo un modo per essere ulteriormente al fianco dei clienti, per di più in un momento ancora complesso a causa della Pandemia in corso, ma risponde anche alla nostra strategia di #PositiveBanking che coniuga il business con la sostenibilità, l’attenzione ai singoli e al loro benessere, nel rispetto di un ambiente più sano e di una Società migliore”.

BNP Paribas Cardif e BNL: azioni concrete in un momento difficile

Tutte queste novità hanno un elemento in comune: portare i servizi al cliente nei loro luoghi di vita e di cura. I clienti, infatti, possono usufruire dei nuovi servizi direttamente dove risiedono o dove sia più comodo; a ciò si aggiunge anche un servizio di prevenzione senza alcun limite di utilizzo, 24 ore al giorno 7 giorni su 7.

Il nuovo percorso salute testimonia il costante impegno di BNP Paribas Cardif e di BNL nel continuare a sostenere insieme i propri clienti in un momento in cui persistono le difficoltà legate all’emergenza sanitaria, sociale ed economica generata dal Covid-19. La compagnia e la banca sono infatti intervenute, già nella prima fase della Pandemia, con azioni concrete a favore di persone e delle famiglie, con l’ampliamento gratuito di alcune garanzie della polizza “Unica BNL” e favorendo servizi di Digital Care, campagne di screening per il Covid-19 e sconti su tamponi e test sierologici.

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Blockchain 2021, a che punto siamo? Numeri e tendenze di un mercato più maturo

Il covid non ha fermato la blockchain, anzi, il mercato è maturato. Questa la sintesi dalla ricerca dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger sul 2020, che ha sì rilevato un rallentamento, ma perlopiù focalizzato sul fenomeno degli annunci di nuovi progetti, calati dell’80%, a favore della realizzazione di progetti concreti, che hanno invece registrato una crescita del 59%.

Come scrive blockchain4innovation, “l’hype sembra al termine e l’attenzione è tutta sul lavoro e sui risultati dei progetti. E sullo sviluppo di ecosistemi.”

Blockchain 2020, i numeri

Nel 2020 sono stati 267 i progetti di sviluppo di tecnologie blockchain avviati in tutto il mondo da aziende e pubbliche amministrazioni, che comprendono 70 annunci e 197 progetti concreti (di cui 83 operativi, il resto sperimentazioni o proof of concept). Rispetto al 2019, sono cresciuti del 59% i progetti concreti, mentre gli annunci sono calati dell’80%: è segnale di un mercato più maturo, che si concentra su iniziative più operative e sulla creazione di ecosistemi.

I paesi più attivi nella blockchain sono Stati Uniti, con 72 progetti avviati negli ultimi cinque anni, e Cina, con 35 casi, seguiti da Giappone (28), Australia (23) e Corea Del Sud (19).

Nonostanta abbia subito un rallentamento, con investimenti che nel 2020 valgono 23 milioni di euro, il 23% in meno rispetto al 2019, l’Italia resta nella top ten dei paesi con più iniziative: al sesto posto al mondo con 18 casi. Seguendo la tendenza generale, anche il mercato italiano è più maturo, con il 60% della spesa destinata a progetti operativi.

Il settore più rappresentato è la finanza, con il 58% della spesa, e l’unico ad aver aumentato gli investimenti (+6%), seguito da agroalimentare (11%), utility (7%) e PA (6%).

Blockchain 2020, le tendenze

Nell’ultimo anno, l’attenzione degli operatori si sta spostando sempre più verso lo sviluppo di applicazioni e meno sulla creazione di nuove piattaforme: il 47% dei casi mappati di progetti con tecnologia blockchain, infatti, utilizza piattaforme esistenti. A questo tema si collega anche la potenziale sfida legata a una “convergenza” o collaborazione sia tra piattaforme diverse sia tra mondo permissionless e permissioned.

Anche grazie allo sviluppo di ecosistemi, il 2020 ha visto una crescita di interesse nella finanza decentralizzata (DeFi), con un aumento di utenti e capitale investito.

Si è innescato un processo di cambiamento dello scenario normativo, a partire dalla Digital Finance Package della Commissione Europea  che punta a indirizzare una regolamentazione per il mondo dei crypto-asset e per la tutela dei consumatori, con la prospettiva di una armonizzazione rispetto alle legislazioni vigenti. Cambia così cambia lo scenario per lo sviluppo di progetti stablecoin, in crescita assieme all’utilizzo di criptovalute.

Il 2020 è stato inoltre l’anno dell’avvio delle valute digitali delle Banche Centrali, dalla sperimentazione della DCEP cinese all’annuncio della BCE di voler realizzare il Digital Euro.

L’emergenza sanitaria ha infine dato una spinta all’adozione di soluzioni Blockchain anche per la gestione dell’identità in ambito clinico/sanitario o economico.

Leggi qui il report dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger

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2020, il migliore peggiore anno di sempre

Il migliore peggiore anno di sempre il 2020. Il virus è ancora fra noi e ci sta facendo comprendere l’importanza della ricerca e dell’innovazione, che ci hanno permesso di avere vaccini in tempi record. Tutto sembra sospeso ma tutto è andato avanti velocemente in questi mesi in cui si sono alternati paura, dolore, speranze e illusioni.

Siamo stati messi di fronte a una sfida che va colta come un’opportunità, anche quando nell’immediato sembra produrre solo danni. Nel mondo delle assicurazioni questo è apparso subito chiaro, e a fine anno lo confermano i numeri sulle polizze anti Covid: c’è una nuova domanda di protezione e di sicurezza, che va dalla salute ovviamente ma arriva fino alla vita digitale, dove aumentano i rischi per aziende e persone visto la crescita delle attività online.

Abbiamo dovuto ridurre la nostra mobilità nel 2020 ma non siamo rimasti fermi. Il Pil registrerà una pesante battuta d’arresto ma ci sono comparti che hanno retto bene alla crisi, aziende che hanno reagito immediatamente con coraggio, determinazione e innovazione. I fatturati hanno sofferto certo, ma gli investimenti in tecnologia hanno tenuto perché chi guarda lontano (e ha i polmoni sufficientemente robusti per resistere a una temporanea rarefazione dell’ossigeno finanziario) sa che l’emergenza ha creato le condizioni per una profonda trasformazione dei nostri modelli di vita, di relazione, di consumo e che il digitale sarà sempre più centrale.

Gli investimenti tecnologici in Europa nel 2020 sono cresciuti nonostante il coronavirus, dice l’annuale report di Atomico. Ma non in Italia, che si trova al 19° posto per investimenti pro capite. C’è molto terreno da recuperare e in parte nel 2020 sono state create le premesse per un’inversione di tendenza con l’attivazione di diversi interventi da parte del Governo, direttamente e attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Il Fondo Nazionale Innovazione è una realtà che ha cominciato a operare per “stimolare” l’ecosistema italiano; ENEA Tech, la Fondazione che gestisce un fondo da mezzo miliardo per il trasferimento tecnologico, è pronta al debutto. Trasformazione digitale ed economia circolare poi sono le parole chiave dei piani europei per fronteggiare la crisi prodotta dalla pandemia: importanti risorse arriveranno nel futuro prossimo grazie al Next Generation Eu.

Nel 2020 anche le imprese hanno fatto la loro parte, con importanti investimenti su startup e scaleup (da Poste Italiane a Campari solo per ricordare le operazioni di maggiori dimensioni). Ma c’è da fare molto di più. La pandemia ha rappresentato per tutti uno stress digitale: smart working, didattica a distanza, ecommerce. In questo contesto è aumentato la domanda di servizi di nuova generazione che non tutte le aziende sono state in grado di garantire con il livello di qualità a cui le big tech company hanno abituato gli utenti. È stato l’anno, il 2020, in cui anche gli scettici hanno dovuto accettare che il mondo sta cambiando.

In questo contesto il fintech non poteva non esplodere: il 2020 è stato l’anno in cui si è cominciato a parlare di “fintegration”: finanza hitech e industria tradizionale dei servizi finanziari vanno ormai verso un inevitabile incontro dopo una prima fase di presunto conflitto. La PSD2 ha fatto la sua parte anche se non ha ancora espresso tutti gli effetti potenziali. Accordi, partnership, investimenti dicono che il cantiere è aperto: a fare la differenza saranno visione e velocità, anche nel mondo delle assicurazioni, che sarà sempre più integrato in un grande flusso di servizi dove confluiscono salute, mobilità, sicurezza.

Per le compagnie di assicurazioni è ancora aperta una grande finestra di opportunità. Hanno i clienti, godono di riconoscibilità e, nonostante quel che di solito si dice, di fiducia. Devono, però, fare presto perché il 2020 ha mostrato e confermato che la domanda di servizi assicurativi digitali è molto superiore all’offerta. C’è quindi uno spazio di mercato e di sviluppo possibile ma non resterà a lungo vuoto. E se non ci penseranno i leader tradizionali lo faranno altri soggetti che arrivano da altri settori e si stanno velocemente attrezzando, dalle piattaforme digitali globali agli operatori della mobilità fino alle multiutility.

Prendiamo quindi quel che di buono ci lascia questo orribile 2020: una grande voglia di muoversi.

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Covid-19, Lloyd’s of London con una startup per assicurare il trasporto del vaccino

Una storica compagnia assicurativa e una startup, alleate per assicurare il vaccino contro il Covid-19 nella delicata fase del trasporto. Sono i Lloyd’s of London e l’insurtech americana Parsyl i due attori che si sono presi l’onere di assicurare e proteggere il vaccino nella complessa fase della distribuzione di miliardi di dosi in tutto il mondo, nel minor tempo possibile e mitigando una lunga serie di rischi.

Trasportare i vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna rappresenta una vera e propria impresa logistica. Specialmente per il primo: mentre il vaccino anti-covid di Moderna resiste alle temperature di un normale freezer, tra i 2 e gli 8 gradi, quallo di Pfizer-BioNTech deve essere conservato a una temperatura di -70 gradi, e ha quindi bisogno di speciali aerei, camion e freezer che assicurino il mantenimento costante della catena del freddo.

Esiste poi il rischio di incorrere in episodi di furto o danneggiamento, attacchi informatici e intrusioni cyber, e la necessità di assicurare una logistica senza ritardi imprevisti, che si tradurrebbero in pesanti perdite economiche per governi e organizzazioni di tutto il mondo.

Lloyd’s of London, corporazione inglese attiva a livello globale, e l’insurtech americana Parsyl hanno accettato la sfida, collaborando per creare una soluzione assicurativa ad hoc per proteggere i nuovi vaccini: la Global Health Risk Facility.

L’iniziativa coinvolge 14 partner internazionali attivi nel settore assicurativo o riassicurativo, tra cui AXA XL, McGill and Partners, Ascot Underwriting, Ernst & Young, RenaissanceRe e la U.S International Development Finance Corporation (DFC), che si sono impegnati a fornire coperture appropriate per il trasporto e la distribuzione dei vaccini e dei dispositivi medici a loro collegati. Sarà guidato da Syndicate 1796, il nuovo comitato pubblico-privato organizzato da Parsyl e operato da Lloyd’s – il primo comitato creato appositamente dal colosso inglese in 300 anni di attività.

Le prime polizze per il vaccino verranno sottoscritte a partire da gennaio 2021, e la copertura sarà attiva su tutte le fasi di trasporto e distribuzione in caso di furto, perdita, o danneggiamento del prodotto.

Scopri tutti i dettagli sulla polizza e sulla startup Parsyl nell’articolo integrale su Economyup.

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2020, il migliore peggiore anno di sempre

Il migliore peggiore anno di sempre il 2020. Il virus è ancora fra noi e ci sta facendo comprendere l’importanza della ricerca e dell’innovazione, che ci hanno permesso di avere vaccini in tempi record. Tutto sembra sospeso ma tutto è andato avanti velocemente in questi mesi in cui si sono alternati paura, dolore, speranze e illusioni.

Siamo stati messi di fronte a una sfida che va colta come un’opportunità, anche quando nell’immediato sembra produrre solo danni. Nel mondo delle assicurazioni questo è apparso subito chiaro, e a fine anno lo confermano i numeri sulle polizze anti Covid: c’è una nuova domanda di protezione e di sicurezza, che va dalla salute ovviamente ma arriva fino alla vita digitale, dove aumentano i rischi per aziende e persone visto la crescita delle attività online.

Abbiamo dovuto ridurre la nostra mobilità nel 2020 ma non siamo rimasti fermi. Il Pil registrerà una pesante battuta d’arresto ma ci sono comparti che hanno retto bene alla crisi, aziende che hanno reagito immediatamente con coraggio, determinazione e innovazione. I fatturati hanno sofferto certo, ma gli investimenti in tecnologia hanno tenuto perché chi guarda lontano (e ha i polmoni sufficientemente robusti per resistere a una temporanea rarefazione dell’ossigeno finanziario) sa che l’emergenza ha creato le condizioni per una profonda trasformazione dei nostri modelli di vita, di relazione, di consumo e che il digitale sarà sempre più centrale.

Gli investimenti tecnologici in Europa nel 2020 sono cresciuti nonostante il coronavirus, dice l’annuale report di Atomico. Ma non in Italia, che si trova al 19° posto per investimenti pro capite. C’è molto terreno da recuperare e in parte nel 2020 sono state create le premesse per un’inversione di tendenza con l’attivazione di diversi interventi da parte del Governo, direttamente e attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Il Fondo Nazionale Innovazione è una realtà che ha cominciato a operare per “stimolare” l’ecosistema italiano; ENEA Tech, la Fondazione che gestisce un fondo da mezzo miliardo per il trasferimento tecnologico, è pronta al debutto. Trasformazione digitale ed economia circolare poi sono le parole chiave dei piani europei per fronteggiare la crisi prodotta dalla pandemia: importanti risorse arriveranno nel futuro prossimo grazie al Next Generation Eu.

Nel 2020 anche le imprese hanno fatto la loro parte, con importanti investimenti su startup e scaleup (da Poste Italiane a Campari solo per ricordare le operazioni di maggiori dimensioni). Ma c’è da fare molto di più. La pandemia ha rappresentato per tutti uno stress digitale: smart working, didattica a distanza, ecommerce. In questo contesto è aumentato la domanda di servizi di nuova generazione che non tutte le aziende sono state in grado di garantire con il livello di qualità a cui le big tech company hanno abituato gli utenti. È stato l’anno, il 2020, in cui anche gli scettici hanno dovuto accettare che il mondo sta cambiando.

In questo contesto il fintech non poteva non esplodere: il 2020 è stato l’anno in cui si è cominciato a parlare di “fintegration”: finanza hitech e industria tradizionale dei servizi finanziari vanno ormai verso un inevitabile incontro dopo una prima fase di presunto conflitto. La PSD2 ha fatto la sua parte anche se non ha ancora espresso tutti gli effetti potenziali. Accordi, partnership, investimenti dicono che il cantiere è aperto: a fare la differenza saranno visione e velocità, anche nel mondo delle assicurazioni, che sarà sempre più integrato in un grande flusso di servizi dove confluiscono salute, mobilità, sicurezza.

Per le compagnie di assicurazioni è ancora aperta una grande finestra di opportunità. Hanno i clienti, godono di riconoscibilità e, nonostante quel che di solito si dice, di fiducia. Devono, però, fare presto perché il 2020 ha mostrato e confermato che la domanda di servizi assicurativi digitali è molto superiore all’offerta. C’è quindi uno spazio di mercato e di sviluppo possibile ma non resterà a lungo vuoto. E se non ci penseranno i leader tradizionali lo faranno altri soggetti che arrivano da altri settori e si stanno velocemente attrezzando, dalle piattaforme digitali globali agli operatori della mobilità fino alle multiutility.

Prendiamo quindi quel che di buono ci lascia questo orribile 2020: una grande voglia di muoversi.

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2020, il migliore peggiore anno di sempre

Il migliore peggiore anno di sempre il 2020. Il virus è ancora fra noi e ci sta facendo comprendere l’importanza della ricerca e dell’innovazione, che ci hanno permesso di avere vaccini in tempi record. Tutto sembra sospeso ma tutto è andato avanti velocemente in questi mesi in cui si sono alternati paura, dolore, speranze e illusioni.

Siamo stati messi di fronte a una sfida che va colta come un’opportunità, anche quando nell’immediato sembra produrre solo danni. Nel mondo delle assicurazioni questo è apparso subito chiaro, e a fine anno lo confermano i numeri sulle polizze anti Covid: c’è una nuova domanda di protezione e di sicurezza, che va dalla salute ovviamente ma arriva fino alla vita digitale, dove aumentano i rischi per aziende e persone visto la crescita delle attività online.

Abbiamo dovuto ridurre la nostra mobilità nel 2020 ma non siamo rimasti fermi. Il Pil registrerà una pesante battuta d’arresto ma ci sono comparti che hanno retto bene alla crisi, aziende che hanno reagito immediatamente con coraggio, determinazione e innovazione. I fatturati hanno sofferto certo, ma gli investimenti in tecnologia hanno tenuto perché chi guarda lontano (e ha i polmoni sufficientemente robusti per resistere a una temporanea rarefazione dell’ossigeno finanziario) sa che l’emergenza ha creato le condizioni per una profonda trasformazione dei nostri modelli di vita, di relazione, di consumo e che il digitale sarà sempre più centrale.

Gli investimenti tecnologici in Europa nel 2020 sono cresciuti nonostante il coronavirus, dice l’annuale report di Atomico. Ma non in Italia, che si trova al 19° posto per investimenti pro capite. C’è molto terreno da recuperare e in parte nel 2020 sono state create le premesse per un’inversione di tendenza con l’attivazione di diversi interventi da parte del Governo, direttamente e attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Il Fondo Nazionale Innovazione è una realtà che ha cominciato a operare per “stimolare” l’ecosistema italiano; ENEA Tech, la Fondazione che gestisce un fondo da mezzo miliardo per il trasferimento tecnologico, è pronta al debutto. Trasformazione digitale ed economia circolare poi sono le parole chiave dei piani europei per fronteggiare la crisi prodotta dalla pandemia: importanti risorse arriveranno nel futuro prossimo grazie al Next Generation Eu.

Nel 2020 anche le imprese hanno fatto la loro parte, con importanti investimenti su startup e scaleup (da Poste Italiane a Campari solo per ricordare le operazioni di maggiori dimensioni). Ma c’è da fare molto di più. La pandemia ha rappresentato per tutti uno stress digitale: smart working, didattica a distanza, ecommerce. In questo contesto è aumentato la domanda di servizi di nuova generazione che non tutte le aziende sono state in grado di garantire con il livello di qualità a cui le big tech company hanno abituato gli utenti. È stato l’anno, il 2020, in cui anche gli scettici hanno dovuto accettare che il mondo sta cambiando.

In questo contesto il fintech non poteva non esplodere: il 2020 è stato l’anno in cui si è cominciato a parlare di “fintegration”: finanza hitech e industria tradizionale dei servizi finanziari vanno ormai verso un inevitabile incontro dopo una prima fase di presunto conflitto. La PSD2 ha fatto la sua parte anche se non ha ancora espresso tutti gli effetti potenziali. Accordi, partnership, investimenti dicono che il cantiere è aperto: a fare la differenza saranno visione e velocità, anche nel mondo delle assicurazioni, che sarà sempre più integrato in un grande flusso di servizi dove confluiscono salute, mobilità, sicurezza.

Per le compagnie di assicurazioni è ancora aperta una grande finestra di opportunità. Hanno i clienti, godono di riconoscibilità e, nonostante quel che di solito si dice, di fiducia. Devono, però, fare presto perché il 2020 ha mostrato e confermato che la domanda di servizi assicurativi digitali è molto superiore all’offerta. C’è quindi uno spazio di mercato e di sviluppo possibile ma non resterà a lungo vuoto. E se non ci penseranno i leader tradizionali lo faranno altri soggetti che arrivano da altri settori e si stanno velocemente attrezzando, dalle piattaforme digitali globali agli operatori della mobilità fino alle multiutility.

Prendiamo quindi quel che di buono ci lascia questo orribile 2020: una grande voglia di muoversi.

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Come il Covid sta cambiando la percezione del rischio salute negli italiani

Il rischio rispetto alla perdita delle libertà personali sfiora appena il 7%  degli italiani, il 9% si preoccupa degli effetti psicologici del coronavirus, il 38% delle conseguenze economiche e il 43% è giustamente molto preoccupato della propria salute. Sono alcuni dei dati rilevati dallo studio di Deloitte ‘From now on – Future of health insurance COVID-19: come rispondere all’urgenza di servizi in ambito salute?‘.

L’indice di paura degli italiani è il più alto in Europa (i cittadini spaventati sono circa il 90%), ma sopratutto, nota lo studio,  oltre alla diffusione e alla pericolosità del virus, preoccupa  l’impatto del COVID-19 sul sistema sanitario nel suo complesso.

Fatto che finora è emerso poco nelle cronache, ma che i cittadini già percepiscono e vivono sulla propria pelle: le altre malattie non si sono scansate perché è arrivato il coronavirus, però tutta la gestione sanitaria ‘ordinaria’ è stata messa in secondo piano dall’emergenza, prova ne sia che, secondo quando dichiarato a Libero da Walter Ricciardi ” il rinvio di ricoveri e interventi sta già facendo aumentare del 10% la mortalità per malattie oncologiche e cardiovascolari”  in Italia. Ma non solo, i disservizi sanitari si manifestano in ogni area: si va dalla impossibilità di prenotare le visite specialistiche, ai farmaci che mancano, dai malati cronici e addirittura ai malati di cancro trascurati, ai quali vengono negate le cure.

Da una parte il servizio è stato messo in “stand by”, dice Deloitte, e ha preso in carico solo casi molto gravi. Questo ha avuto conseguenze significative: più di un italiano su due è costretto a rinunciare, sospendere o rimandare cure e terapie mediche a causa dell’attuale emergenza. Dall’altra, gli ospedali, i centri diagnostici, i centri per anziani, il pronto soccorso sono alcuni dei luoghi in cui il virus ha circolato con maggior forza e velocità. Proprio dove ci si sentiva al sicuro e curati.Questo ha generato timore e paura che hanno portato, ad esempio, alla diminuzione nel numero di pazienti che usufruiscono del pronto soccorso anche se urgente e necessario (es. -50% di pazienti con ictus celebrale nel Q1 2020 rispetto al Q1 20196; -40% di pazienti con infarto tra febbraio e marzo7). Le conseguenze sono facilmente immaginabili. La sempre più concreta percezione del rischio e le difficoltà di accesso al servizio hanno quindi generato negli italiani cambiamenti sostanziali rispetto al tema salute e benessere.

Tuttavia, come sappiamo, l’italiano ha fatto di necessità virtù e ha cominciato a usare il digitale: dalla prenotazione dei servizi alle video visite,  dalla richiesta di farmaci e di specialisti a domicilio al monitoraggio delle cure. Anche gli operatori hanno dovuto adattare i propri modelli e spostarsi verso il “virtual care”. Ad oggi, i video e tele consulti specialistici, sono per la quasi totalità erogati da medici e strutture, spesso tramite piattaforme sviluppate ad hoc da società terze e start-up. I fondi erogati per le start-up di telemedicina e monitoraggio pazienti sono cresciuti rispettivamente del 1818% e 168% rispetto al Q1 2019 a livello mondiale.

Questi cambiamenti, questa digitalizzazione dei servizi sanitari, è destinata a restare anche una volta che la pandemia sarà vinta, perché tali sistemi hanno dimostrato di essere efficaci per migliorare i servizi sanitari, renderli più accessibili e capillari. Questo comporta, e comporterà sempre di più, un coinvolgimento delle compagnie assicurative e una rimodulazione del loro ruolo, dice Deloitte, per rispondere a nuovi bisogni delle persone.

La società di consulenza individua quattro leve di intervento:

A. Lanciare nuove soluzioni di servizio

B. Gestire l’innovazione industrialmente

C. Costruire modelli distributivi in grado di intercettare i giusti target

D. Disporre di un modello operativo dedicato ed abilitante

Ma soprattutto, dice, esiste un quinto punto, forse addirittura al di sopra di tutto questo e che in Italia sarebbe una vera rivoluzione, cioè aprire le porte ad una valutazione più profonda su come il settore assicurativo possa supportare il Sistema Sanitario Nazionale garantendo un pieno coordinamento tra pubblico e privato.

Qui di seguito una schematizzazione di come i servizi assicurativi in ambito salute potrebbero evolversi.

Photo by engin akyurt on Unsplash

L’articolo Come il Covid sta cambiando la percezione del rischio salute negli italiani proviene da InsuranceUp.


Next normal vs new normal, quale differenza

In sintesi si potrebbe dire che il ‘new normal’ è il ‘next normal’: ovvero la nuova normalità è accettare il fatto che nei prossimi anni, a causa di una convergenza di fattori d’impatto, la trasformazione sarà continua. Per adeguarci al nuovo lifestyle imposto dal Covid, alla trasformazione digitale che ha raggiunto punti di evoluzione epocali, alla crisi climatica che incombe su ogni cosa, ai flussi migratori che mettono a dura prova culture e società civile, oltre che Governi.

Il concetto di normalità si lega tradizionalmente a quello di stabilità, ma non c’è stabilità nel prossimo futuro, c’è incertezza da affrontare con resilienza e agilità, è questo il next normal per persone, istituzioni, aziende.

Dice McKinsey nell’introduzione a una serie di insight sul dopo coronavirus:

È sempre più chiaro che la nostra era sarà definita da uno scisma fondamentale, il periodo prima di COVID-19 e la nuova normalità (new normal) che emergerà nell’era post-virale: la “prossima normalità” (next normal). In questa nuova realtà senza precedenti, assisteremo a una drammatica ristrutturazione dell’ordine economico e sociale in cui l’economia e la società hanno tradizionalmente operato. E nel prossimo futuro, vedremo l’inizio della discussione e del dibattito su ciò che la prossima normalità potrebbe comportare e su come i suoi contorni si discostino nettamente da quelli che in precedenza hanno plasmato la nostra vita‘.

Insomma, il  “next normal” è il luogo in cui risiediamo fino a quando non passiamo al successivo next normal.

Ma c’è un’altra sfumatura ancora. Il new normal (terminologia che è stata originariamente utilizzata dopo la crisi finanziaria del 2007-2008) è qualcosa di statico, il next normal è dinamico, sottolinea l’analista di Mintel (marketing intelligence) Marcia Mogelonsky.

Per capire la differenza tra “il nuovo normale” e “il prossimo normale”, si consideri il significato delle parole e il loro ruolo nel linguaggio. Il “nuovo” descrive qualcosa di attuale, contemporaneo o attuale. E ciò che è nuovo oggi diventa rapidamente vecchio. Un’auto nuova, per esempio, è “nuova” per soli 200 miglia, secondo gli esperti del settore automobilistico. Una nuova idea è “nuova” fino a quando non viene diffusa attraverso le piattaforme dei social media.

Ma “prossima” ha un significato più complesso, suggerisce un movimento in avanti. Significa “la cosa/persona/situazione che segue la cosa/persona/situazione attuale”. E questo è il nostro attuale stato di cose, a causa di COVID-19. Poiché la progressione della malattia rimane sconosciuta, ci sono molte altre “prossime normalità” che ci sfideranno fino a quando il virus non sarà risolto‘.

Tale differenza ha poi diverse declinazioni in differenti settori, dice ancora l’osservatrice, nell’ambito privato, per esempio, il next normal assomiglia per molte persone alla vecchia normalità o è ancora in quella che è stata la fase 1: spostamenti circoscritti, smart working e didattica a distanza.

Partecipa alla Call4Ideas

Per altre persone l’impatto, e il cambiamento è stato devastante: hanno perso il lavoro, si barcamenano in enormi difficoltà economiche o sanitarie (malati Covid e i malati di altre patologie lasciati indietro causa Covid), la prospettiva di vita è per loro drammaticamente capovolta.

In un articolo di Forbes, Zabeen Hirji, executive advisor per ‘‘Future of Work’’ Deloitte Canada ed ex Capo delle Risorse Umane per la Royal Bank Canadese, dice che parlare di nuova normalità è prematuro, rimanda a un’idea di stabilizzazione che è lungi dall’essere raggiunta. Per il momento il mondo post Covid-19 sarà caratterizzato da cambiamenti continui, perciò è meglio definirlo ‘next normal’.

In questo momento di profonda transizione, per le aziende è più importante più che mai il contatto con il mondo agile delle startup, pronte con le loro idee a ricostruire il futuro di prodotti e servizi.

Next Normal è il tema che BNP Paribas Cardif ha scelto per la propria Call4Ideas Open-F@b, realizzata in collaborazione con InsuranceUp e giunta alla settimana edizione. E’ possibile candidarsi fino al 30 settembre, a questo indirizzo maggiori informazioni e il form con l’application.

Come dice Andrea VeltriDeputy Ceo di BNP Paribas Cardif, in questo video,cerchiamo talenti capaci di interpretare il Next Normal’, ovvero si cercano idee, progetti, soluzioni in grado di innovare il settore dei servizi assicurativi nel post pandemia, nei seguenti ambiti:

  • HEALTH: soluzioni che prevedano un nuovo approccio alla salute e all’utilizzo della tecnologia. Focus sui nuovi bisogni emersi durante la pandemia e sulle opportunità offerte dai servizi digitali per la cura delle persone, delle famiglie e degli animali domestici.

Digital Health, la crescita e le startup

  • DIGITAL LIFE: soluzioni per accompagnare tutte le generazioni, nell’uso delle tecnologie digitali, che ci hanno permesso di scoprire nuovi modi di vivere la quotidianità, come la didattica a distanza, lo smart working, l’e-commerce e le sempre più numerose modalità di comunicazione.

E-learning, come cambia la scuola e la formazione

  • WELFARE: soluzioni in grado di aumentare la qualità della vita dei dipendenti e delle proprie famiglie all’interno dell’ambiente lavorativo ma anche in quello domestico.
  • HOME: soluzioni innovative per quello che è diventato il rifugio durante l’emergenza sanitaria: la casa, in grado di offrire maggiore sicurezza, comofort e qualità della vita.
  • MOBILITY: soluzioni che grazie alle tecnologie possano garantire il giusto equilibrio fra sicurezza, efficienza e sostenibilità nella mobilità delle persone e delle cose.

Come cambia la mobilità nell’era del coronavirus

  • SECURITY: soluzioni che in una fase di crescente digitalizzazione possano garantire la connessione e l’interazione in massima sicurezza, per quanto riguarda la privacy, la reputazione ma anche la tutela dei beni fisici e digitali.
  • SAVINGS: soluzioni che permettano una più consapevole, dinamica e sicura gestione del proprio denaro, degli investimenti e dei risparmi.

Per approfondire:

Gestione del risparmio e finanza digitale nel post-Covid

Photo by Rinke Dohmen on Unsplash

L’articolo Next normal vs new normal, quale differenza proviene da InsuranceUp.


Tre rivoluzioni che spingono l’insurtech

Le cose accadono sempre per la concorrenza di diversi fattori che, ad un certo punto, arrivano a maturazione o esplodono. È quel che sta accadendo per la trasformazione digitale della nostra società, dai comportamenti quotidiani al business. Alla cosiddetta quarta rivoluzione industriale, in atto da tempo, si è aggiunta in questo bisestile la pandemia da coronavirus. Mentre incombe un passaggio generazionale di cui è ancora poco chiaro l’impatto.

Di fronte a questa pressione della storia pochi possono resistere, molti lo stanno comprendendo ma non sempre la velocità di reazione è quella necessaria. Succede in molte industry, sta accadendo anche nell’insurance, dove crescono gli investimenti ma non sempre la consapevolezza delle aziende. Soprattutto in Europa, ancora di più in Italia. Se ne parlerà molto in occasione del primo Italian Insurtech Summit del 17 settembre.

La rivoluzione generazionale: l’impatto dei Millennial

Partiamo dalla terza rivoluzione, quella portata dal passaggio generazionale. Una evidenza: per la prima volta nelle prossime elezioni americane la maggioranza degli elettori non sarà più costituita da Babyboomers (gentili signori nati tra la fine della seconda Guerra Mondiale e i mitici Anni Sessanta) ma da Millennials (baldi giovanotti arrivati al mondo fra l’inizio degli anni Ottanta e la metà dei Novanta e non dopo il 2000, come spesso si crede…). Negli Stati Uniti è scattato l’allarme, perché la demografia è politica (e Trump potrebbe scivolare proprio su questo slittamento anagrafico) ma anche economia (e gli States hanno  ben chiaro da tempo dove sta il futuro, anche se in competizione con la Cina, vista la quantità di investimenti in genere sul digitale e in particolare sul fintech).

Il Vecchio Continente, Italia compresa, invecchia di più ma il tempo scorre comunque: cambiano culture, abitudini, comportamenti. Agli uomini e alle donne che crescono le assicurazioni sanno di non poter più presentarsi con le stesse proposte, e nelle stesse modalità dell’ultimo mezzo secolo, come hanno fatto con nonni e genitori. Le polizze digitali non arrivano ancora all’1,5% del mercato ma non sarà ancora così per molto. Già oggi il 55% dei millennial si dichiara pronto ad utilizzare nuovi prodotti assicurativi, purchè in linea con le proprie esigenze e on demand, dice un’indagine dell’Italian Insurtech Association. E il suo presidente Simone Ranucci Brandimerti dice in un’analisi pubblicata su EconomyUp: “Ci aspettiamo quindi in poco tempo un mercato assicurativo diverso, più digitale, più tecnologico e sicuramente più grande”. Arriveranno certamente nuovi player e, se l’offerta tradizionale non si aggiornerà, potrebbero persino diventare leader di segmenti di un mercato della protezione e del benessere inevitabilmente destinato a crescere.

La trasformazione digitale inevitabile

Ecco perché la trasformazione digitale, uno dei numerosi, diversi e anche controversi portati della quarta rivoluzione industriale, diventa necessaria per garantire un futuro ad aziende e persino a intere filiere. Ritengo sarebbe molto utile per chi governa oggi le grandi compagnie (e non solo per i loro CIO, CIIO, CInO o Innovation Manager) andare a vedere su che cosa stanno puntando i 5 principali investitori fintech (si chiamano Sequoia, 500 Capital, Ribbit Capital, Accel, Global Founder Capital) e quanti soldi.

L’untouched society generata dal virus

Se non ce ne fosse stato abbastanza, è arrivato il Covid-19 e con esso la prospettiva di una untouched society, visto che dovremo imparare a convivere con i rischi dei virus, come da tempo ci aveva avvertito Bill Gates(rivedi qui il suo intervento al TED). Nessuno può escludere che, superato il coronavirus, non ne arrivi un altro più o meno misterioso e minaccioso. Il digitale non è più, quindi, solo una opportunità ma diventa una necessità. Permette di ridurre i costi, migliorare il servizio, ampliare l’utenza potenziale. Ed è più sicuro, ovviamente se non saranno dimenticati gli investimenti in cybersecurity.

Il digitale è il primo punto del piano europeo che accompagna il Recovery Fund. Ci sarà una disponibilità di risorse finanziarie come mai in passato. Ma serviranno a poco se l’intero sistema delle aziende non farà la sua parte. Assicurazioni comprese.

L’articolo Tre rivoluzioni che spingono l’insurtech proviene da InsuranceUp.


E-learning, come cambia la scuola e la formazione

Otto milioni di bambini e ragazzi italiani si sono ritrovati ai primi di marzo 2020 catapultati nel mondo dell’e-learning, praticamente da un giorno all’altro. Continuerà a far parte della loro vita da ora in avanti, come parte della loro didattica e come parte in futuro del loro percorso di lifelong learning, il processo di apprendimento permanente oramai richiesto in tutti gli ambienti professionali.

E-learning, definiamolo

E-learning, ovvero apprendimento in linea, teleapprendimento, teledidattica, didattica virtuale e oggi, a seguito del lockdownd, DaD – didattica a distanza.

Le terminologie si sprecano, per alcuni puristi vi sono anche differenze concettuali corrispondenti ai diversi vocaboli, ma sappiamo che in fondo si tratta di differenze trascurabili.

Per chiarezza, potremmo dire che ‘e-learning’ comprende qualsiasi modalità di formazione erogata via internet e attraverso strumenti multimediali, riguarda quindi la didattica scolastica ma anche quella universitaria, aziendale, personale. Con il termine Dad ci si riferisce in modo circoscritto all’erogazione via internet della didattica scolastica realizzata in questi mesi di lockdown.

Nel 2001 la Commissione europea definiva così l’e-learning:

Per apprendimento online (noto anche come apprendimento in linea, teleapprendimento, teledidattica o con il termine inglese e-learning) s’intende l’uso delle tecnologie multimediali e di Internet per migliorare la qualità dell’apprendimento facilitando l’accesso alle risorse e ai servizi, così come anche agli scambi in remoto e alla collaborazione a distanza.

Differenze tra e-learning e Dad

Se consideriamo la Dad come la ‘didattica a distanza realizzata durante il lockdown’ possiamo dire che è molto lontana dal concetto di e-learning. Essendo figlia dell’emergenza, è stata la semplice trasposizione dalla cattedra al video della lezione dell’insegnante, per gli insegnanti che ci sono riusciti. La scuola italiana non si è mai preparata fino a oggi all’uso di nuove tecnologie, tutto è stato lasciato all’interesse del singolo insegnante e ciò si è visto benissimo nella Dad.

L’e-learning ha delle sue caratteristiche, ben descritte in questo articolo Paola Corti, del Politecnico di Milano METID, la task force dedicata all’innovazione didattica, di cui riportiamo un estratto:

L’e-learning opera in un contesto misto tra sincrono e asincrono, facendo buon uso della tecnologia poiché permette di rendere disponibile il materiale didattico prima dell’attività formativa e apre alla possibilità di gestire in tempo reale momenti di scambio e di interazione con le figure di riferimento (un tutor e/o il corpo docente).

Nella formazione tradizionale, invece, il momento di studio e il momento in cui si assiste alla lezione verbale spesso sono distinti e il materiale didattico e bibliografico di riferimento viene letto e studiato in seguito, dopo che il docente ha tenuto una lezione ex-cathedra pressoché priva di interazioni. Ancora oggi spesso ciò avviene anche in ambito universitario, ma esistono diverse esperienze che mutuano da entrambi gli scenari gli aspetti più efficaci, offrendo percorsi che traggono i migliori punti di forza da entrambi. Molte sono le esperienze di apprendimento, ad esempio in modalità flipped classroom (classe capovolta), che rappresentano l’evoluzione naturale di questo mix‘.

E’ evidente che l’e-learning, che sia realizzato in ambito scolastico o in formazione extra-scolastica, necessita di competenze e preparazione specifica, nuovi schemi didattici e strumenti tecnologici.

Mooc e piattaforme

Tutto è cominciato quando è nato internet, la tecnologia è esplosa e ci hanno messo un computer in tasca, da allora abbiamo l’opportunità di fare formazione a distanza e con modalità di interazione nuove, superando barriere fisiche e geografiche, purché naturalmente non ci si metta di traverso il divario digitale, cioè accesso alla rete e ai dispositivi.

In effetti, negli ultimi anni c’è stato un grandissimo sviluppo di tutto un mondo formativo a partire dai Mooc, (Massive Open Online Courses; in italiano, «Corsi online aperti su larga scala») che si sono sviluppati in ambito universitario, offrendo formazione a distanza a un numero elevato di utenti. Sono nate piattaforme per l’erogazione di corsi formativi in qualsiasi ambito dello scibile umano erogati online; piattaforme dedicate ai più piccoli, agli studenti delle medie, delle superiori, agli universitari.

Anche in Italia, ritenuta generalmente in ritardo su questo fronte, già nel 2004 nacque a Milano fondata dall’adolescente Marco De Rossi Oilproject, piattaforma che si proponeva come un canale nuovo, gratuito, per accedere alla formazione scolastica: migliaia di lezioni – da Leopardi alle derivate, dalla fotosintesi clorofilliana a Shakespeare – che ebbe un grande successo, portando alcuni milioni di persone ogni mese a studiare online. Oilproject si è poi evoluta in WeSchool, che dal 2016 ha cominciato a lavorare con le scuole e con i docenti offrendo una piattaforma di classe digitale e con corsi sulle metodologie didattiche innovative.

Pandemia e lockdown hanno giovato a WeSchool che ha chiuso lo scorso agosto un investimento da 6,4 milioni di euro con un pool di investitori italiani di primo piano che comprende anche CDP Venture Capital, il fondo ‘statale’ di Cassa Depositi e Prestiti.

WeSchool permette ai docenti di condividere materiali e video, fare esercizi, discutere con gli studenti e innovare la didattica in aula con lavori di gruppo, test istantanei e con metodologie come la classe capovolta o il teach-to-learn, in cui sono gli studenti, supportati dai docenti, a essere al centro del processo di apprendimento.

Durante il lockdown la piattaforma è stata utilizzata per la didattica a distanza, permettendo a più di un milione di utenti attivi ogni giorno da smartphone o da computer di non interrompere la continuità didattica.

“La didattica a distanza del lockdown, talvolta inefficace per mancanza di strumenti adeguati o perché ripeteva la dinamica frontale delle aule, ha avuto lo straordinario effetto di aumentare le competenze digitali di tutta la scuola italiana – ha detto in una nota stampa Marco De Rossi, fondatore e AD di WeSchool – Questo ci permetterà con il back to school di diffondere sempre di più il modello di didattica integrata in cui crediamo, in cui la tecnologia è usata sia in aula sia a casa ed è al servizio del docente per fare una didattica sempre più coinvolgente e cooperativa”.

Vedremo meglio nei prossimi mesi come cambierà la scuola italiana con l’e-learning, cosa succederà con il ritorno a scuola, dove si è già previsto che ‘la DaD sarà un’integrazione, non una sostituzione’ – ha detto Azzolina. Di fatto si farà largo uso della didattica a distanza nelle scuole secondarie sin dall’inizio, per alternare didattica a distanza e didattica in presenza (per permettere nelle aule il distanziamento); mentre gli altri gradi di scuola solo nell’eventualità di un nuovo lockdown.

L’industria dell’e-learning

Nessuno poteva immaginare che la spinta all’industria dell’apprendimento a distanza potesse arrivare da un virus, ma così è stato e il colpo è tale che anche gli analisti fanno fatica a fare previsioni. Reportlinker ha stimato recentemente in 305.3 miliardi di dollari il mercato e-learning per il 2025, ma avvisa: siamo in tempi in certi, le attuali previsioni potrebbero cambiare nel corso dell’anno.

Da chi è composta esattamente l’industria dell’e-learning?

Fondamentalmente si possono raggruppare in due categorie: tech company (le piattaforme tipo mooc o WeWschool, i Learning Management System, le applicazioni web e mobile, VR e AR) e provider (di contenuti e di hosting, supporto tecnico, la stessa internet). In entrambe le categorie ci sono già colossi tecnologici impegnati, ma sicuramente si tratta di un settore in cui vi sono moltissime opportunità anche per le giovani aziende innovative, le startup.

Una dimostrazione ci arriva dritta dal nostro Ministero dell’ Istruzione, che ha adottato (e suggerisce alle scuole) 3 piattaforme di riferimento, due big tech: Google Suite for Education, Microsoft Office 365 Education A1; e una startup, WeSchool.

Mentre tra i fornitori di contenuti c’è un’altra startup, che si chiama Humans to Humans la piattaforma ContenutiScuola.it, con la quale mette a disposizione di docenti e studenti contenuti di valore tecnico-scientifico attinti dal mondo delle aziende e organizzazioni per preparare lezioni o progetti.

Il tema dell’e-learning è tra quelli di interesse nell’ambito della settima edizione del contest internazionale promosso da BNP Paribas Cardif in collaborazione con InsuranceUp, quest’anno dedicata al Next Normal, il futuro dopo la pandemia. Si cercano, quindi, idee, soluzioni e prodotti innovativi in tutti gli ambiti della vita delle persone.  Candidature aperte fino al 30 settembre, questo il sito dedicato dove si può fare application.

L’articolo E-learning, come cambia la scuola e la formazione proviene da InsuranceUp.