Bodyguard.ai, l’app contro il cyberbullismo arriva in Italia con BNP Paribas Cardif

Il mondo di internet e dei social media ha aperto infinite possibilità per aziende e cittadini, ma ha anche lasciato spazio a una serie di rischi che non è più possibile sottovalutare: cyberbullismo, contenuti violenti ed episodi di odio online sono minacce che gli adolescenti ormai conoscono bene, ma la cui prevenzione risulta spesso complicata.

L’applicazione di Bodyguard.ai nasce per combattere i pericoli del mondo virtuale. Grazie ad un sistema di intelligenza artificiale il software è infatti in grado di scandagliare la marea di commenti postati quotidianamente sulle principali piattaforme social, rimuovendo quelli tossici e potenzialmente dannosi per gli utenti.

Nata in Francia nel 2017, l’app di Bodyguard sbarca ora in Italia, dove è anche in fase di sperimentazione una speciale soluzione di cyberprotection dedicata alle famiglie e sviluppata in collaborazione con BNP Paribas Cardif e FARE X BENE Onlus, associazione che sostiene promuove e tutela i diritti inviolabili della persona.

Abbiamo parlato con il Managing Director Matthieu Boutard, per capire come funziona l’idea e quali sono i suoi punti di forza.

Cyberbullismo: il pericolo dell’odio online

Secondo un report rilasciato da Osservatorio Indifesa – Terre des Hommes e ScuolaZoo lo scorso febbraio, bullismo e cyberbullismo sono le minacce più temute da oltre un adolescente su tre, e più del 50% dei ragazzi ha assistito a questo tipo di abusi.

“Navigare su internet può essere davvero rischioso, soprattutto per i più giovani” afferma Boutard. “Proteggere dall’odio online non solo ci permette di rendere il web un posto più sicuro, ma può realmente contribuire a salvare vite umane. In un tale contesto, educare i giovani al corretto uso di Internet, favorendo al tempo stesso il dialogo tra genitori e figli, può essere la chiave per combattere il cyberbullismo”.

Imparare a riconoscere e gestire questi pericoli può infatti proteggere bambini e adolescenti da ripercussioni potenzialmente preoccupanti, che possono portare a episodi di depressione o ansia sociale.

Come funziona Bodyguard, l’app contro il cyberbullismo

L’app di Bodyguard è oggi disponibile in inglese, francese e italiano, indipendentemente dal Paese in cui ci si trova, e conta già più di 50.000 utenti.

Una volta installata, l’app deve essere connessa ai propri profili social, ma non potrà in alcun modo pubblicare contenuti a nome dell’utente o raccogliere dati personali. Al contrario, l’app protegge in tempo reale dai commenti d’odio ricevuti su Twitter, Instagram, YouTube e Twitch.

I livelli di moderazione sono personalizzabili: Bodyguard può nascondere tutti i contenuti contrassegnati come nocivi, oppure rimuovere solo quelli presenti in determinate categorie selezionate in base alle preferenze dell’utente. In ogni caso, il proprietario dell’account potrà accedere ai contenuti rimossi e, se lo desidera, ripristinarli in modo che siano visibili a tutti.

“Grazie al suo mix unico di intelligenza artificiale e umana, la tecnologia Bodyguard è in grado di analizzare fino a 5 milioni di commenti al mese” spiega Boutard a InsuranceUp.

Bodyguard è in grado di riconoscere errori ortografici, di battitura, il linguaggio sms e il mondo delle emoji, tenendo conto anche del contesto generale in cui i messaggi vengono pubblicati e del loro destinatario.

“Questo permette di avere una percentuale di rilevamento dei contenuti d’odio pari al 90% e con solamente il 2% di errore” afferma il Managing Director.

Il PoC con BNP Paribas Cardif e FARE X BENE Onlus

Proprio in Italia Bodyguard ha dato avvio al progetto Bodyguard per le Famiglie, in collaborazione con BNP Paribas Cardif e FARE X BENE Onlus che ha fornito supporto nel miglioramento dell’algoritmo di Bodyguard, grazie al coinvolgimento diretto degli studenti italiani, e si impegna a contribuire alla diffusione dell’app attraverso la propria rete di scuole.

“L’idea è stata chiara fin da subito: fornire ai genitori uno strumento per accompagnare i propri figli sul web, assicurando un corretto approccio al mondo del digitale e proteggendoli in tempo reale da qualsiasi forma d’odio sui social network” afferma Boutard.

Bodyguard per le Famiglie offre infatti un servizio pensato per i genitori di bambini e ragazzi dai 7 ai 17 anni. Il programma va scaricato e impostato sul telefono del ragazzo e, oltre alle tradizionali operazioni di moderazione, permette ai genitori di ricevere notifiche in tempo reale nel caso in cui i propri figli dovessero essere vittime o autori di commenti ritenuti offensivi.

Considerando l’età estremamente delicata, l’app offre due livelli di protezione. Tra i 7 e i 12 anni, la moderazione è automaticamente impostata al massimo per tutte le categorie di minacce o insulti. Tra i 13 e i 17 anni, invece, il livello di moderazione può essere modificato dal ragazzo in modo indipendente, ma il genitore verrà notificato per ogni eventuale cambiamento. Inoltre, i genitori verranno avvisati nel caso in cui il figlio riceva commenti d’odio, ma non potranno leggerli o accedere ai contenuti pubblicati.

Bodyguard infatti non punta a essere uno strumento di controllo parentale, ma vuole invece accompagnare adulti e ragazzi all’uso del web, portando avanti operazioni di educazione e prevenzione contro i rischi dei social network e delle piattaforme di gaming.

Secondo Boutard, “lo scopo è quello di favorire il dialogo tra genitori e figli, in modo tale che questi ultimi si aprano e decidano di condividere le proprie esperienze in rete, i propri dubbi, le proprie paure”.

La sperimentazione e i progetti futuri

Attualmente, Bodyguard per le Famiglie è in fase di sperimentazione in Italia tra le famiglie dei dipendenti delle aziende del Gruppo BNP Paribas. In futuro, però, la Compagnia punta a rendere il servizio disponibile a livello nazionale: “Siamo fiduciosi del suo successo e abbiamo intenzione di promuovere la soluzione Bodyguard per le Famiglie in tutta Italia, magari con altre caratteristiche e funzionalità per migliorare l’esperienza utente”.

Il 2021, poi, porterà novità importanti: “Bodyguard punta a diventare il riferimento nel mondo della moderazione. A gennaio ci sarà il lancio ufficiale negli Usa, e nel corso del 2021 la tecnologia sarà tradotta in spagnolo e portoghese” spiega Boutard. “Non sappiamo cosa ha in serbo per noi il futuro, ma ce la metteremo tutta per fare del web un posto migliore per tutti”.

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Cyberbullismo e odio online al centro della campagna #DonateProfitToStopHate

Chi Odia Paga (COP) è la prima piattaforma legaltech italiana in grado di difendere sia legalmente che informaticamente le vittime di odio online. E’ una startup innovativa, a vocazione sociale, finanziata anche dal venture capital italiano dell’impact investing OltreVenture, e che intende mettere a fattor comune tutto il valore generato da tutta la società civile e il terzo settore per combattere l’odio online.

Uno degli obiettivi di Chi Odia Paga è quello di creare una “rete del bene”, capace di accogliere tutti gli attori della società civile che possano e vogliano contribuire non solo alla creazione di iniziative specifiche ma, soprattutto, educare gli utenti a un uso consapevole dei social media ricordando, come sottolinea Francesco Inguscio CEO di COP, che “per fermare l’odiatore serve la legge e chi la sa applicare, per fermare l’odio serve l’educazione e chi la sa diffondere”.

L’approccio di COP è molto pratico: ha creato un meccanismo chiamato “Una Buona Causa” attraverso il quale periodicamente vengono selezionati progetti presentati da associazioni italiane, onlus, ecc, volti a fare prevenzione, sensibilizzazione ed educazione per contrastare l’odio online. I migliori progetti, selezionati attarverso il voto online del pubblico, hanno la possibilità di lanciare una campagna di crowdfunding sulla piattaforma proprietaria di COP.

La prima votazione online, che ha coinvolto quasi 3.000 votanti, ha premiato il progetto “New Wild Web – Le armi del cyberbullismo”: spettacolo teatrale dedicato al tema del cyberbullismo di carattere interattivo e multimediale messo in scena dalla compagnia Puntozero di Milano composta da giovani detenuti.

A sostegno di questa e prossime campagne di crowdfunding, Chi odia paga lancia anche l’hashtag #DonateProfitToStopHate, risposta italiana a #stophateforprofit.

Da alcune settimane è in corso negli Stati Uniti la campagna “Stop Hate For Profit” [ndr: ferma l’odio per il profitto], aderendo alla quale moltissime multinazionali tra cui Coca-Cola e Unilever hanno tagliato temporaneamente i propri budget pubblicitari destinati ai principali social media rei, a loro avviso, di non fare abbastanza per censurare i messaggi d’odio che si diffondono in Rete. “Donate Profit To Stop Hate” [ndr: dona il profitto per fermare l’odio] è la risposta propositiva di Chi Odia Paga attraverso la quale in Italia le aziende possono donare sistematicamente parte dei loro profitti per contrastare l’odio, dimostrando di avere responsabilità sociale e sostenendo iniziative di educazione, prevenzione e contrasto all’odio online e agli haters.
Cosa possono fare concretamente le aziende che vogliono aderire?
Aziende e Fondazioni che vogliono prendere posizione sui temi dell’odio online in modo propositivo e costruttivo possono aderire alla campagna #DonateProfitToStopHate e sostenere altri progetti al momento presenti su “Una Buona Causa” che attendono solo un partner per poter partire: faranno del bene alla società civile e dimostreranno con i fatti di avere una vera corporate social responsability.

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Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze

Generazione Z: un futuro che guarda al passato” è il nome della ricerca commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, e condotta dall’istituto di ricerca AstraRicerche, che ha voluto approfondire la cosiddetta Gen Z, quella che segue i Millennials.
La prima Generazione che non ha conoscenza diretta del Novecento, che rifugge Facebook, che non aspira a fama e successo, adora la famiglia, è contro gli sprechi e insegue l’amore. Quelli per i quali ‘papà batte Ronaldo 1.0’.
La ricerca di BNP Paribas Cardif offre un viaggio attraverso la Gen Z che offre sorprese e spunti di riflessione, indagando il loro ‘stare al mondo’ attraverso i rapporti della sfera sociale, la relazione con la tecnologia e l’informazione, le abitudini di consumo, la mobilità, il tempo libero, il lavoro e le loro aspettative sul futuro.
La Gen Z, che rappresenta ben l’11% della popolazione italiana, non è superficiale come in tanti credono, tutt’altro: sono i valori autentici a contare veramente, quelli della famiglia e delle amicizie che, sorprendentemente, non sono quelle digitali.
“Ci siamo trovati di fronte a dei giovanissimi nativi digitali concreti e con le idee chiare, dove il mondo virtuale è una ‘normalità’ che non soppianta i valori tradizionali, come la famiglia e gli amici, e quelli nuovi, come l’inclusione e la sostenibilità. – dice Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif e Coordinatore di BNP Paribas International Financial Services (IFS) per l’Italia – Per la nostra Compagnia l’ascolto è il primo strumento per rispondere in maniera efficace ai cambiamenti sociali con soluzioni sempre più accessibili e orientate alle persone. Dopo Millenials e Over 65 ci interessava comprendere la Generazione Z che rappresenta il target del futuro. La nostra sfida, sarà offrire prodotti innovativi e nuovi modelli di servizio in una logica digitale che tenga sempre conto della componente esperienziale e dell’impatto sociale positivo.”

Ma vediamo con ordine cosa è emerso dall’indagine molto completa di AstraRicerche.

Sfera sociale

Pur non avendo la ricetta per la felicità, il 60% dei giovani della generazione Z si dichiara felice, soprattutto gli uomini e la fascia tra i 14 e i 18 anni e chi vive nei grandi centri. Ma c’è anche un quarto di loro al di sotto della sufficienza. Per essere felici l’importante è stare bene con se stessi (84%) e sentirsi bene fisicamente (82%), ma anche avere un clima sereno in famiglia (80%). Oltre alla famiglia, l’amicizia è un valore fondamentale e gli amici veri sono le persone che si frequentano durante il tempo libero (74%), i compagni di scuola o i colleghi di lavoro (58%) e solo in misura minore le persone conosciute sui social e poi frequentate nella vita reale (37%). Decisamente pochi coloro che indicano le amicizie solo virtuali (26%). Tradizionali nella scelta dei modelli di riferimento, i giovanissimi si lasciano ispirare soprattutto dai genitori (55%), ancora di più i giovani tra i 19 e i 24 anni, dagli amici (44%), soprattutto gli under 19, e dalle persone del proprio quotidiano (37%) o da altri familiari (35%). Contrariamente alle aspettative, al di fuori della propria rete di conoscenze, i personaggi dello spettacolo, con il 35%, e gli sportivi, con il 30%, superano i nuovi potenziali punti di riferimento come chef (19%), fashion blogger (21%) e influencer (23%). La famiglia si conferma in cima alle priorità di questa generazione (56%), soprattutto per la parte femminile delle intervistate, ma anche l’amore (47%), la salute (42%) e l’amicizia (41%) superano nettamente il lavoro (31%) e la scuola (21%). La fama, il successo, l’essere influencer contano davvero pochissimo; solo il 6% le ha come priorità. I centennials sono una generazione inclusiva, attenta all’ambiente e aperta alla diversità (soprattutto le donne per il 67%). Per loro, infatti, si tratta di valori acquisiti che fanno parte del loro quotidiano, del loro modo di essere, di pensare e di vivere. Il 66% effettua la raccolta differenziata, sono attenti agli sprechi di ogni genere (60%) ed è aperta al confronto con l’altro, con ciò che è diverso e che, dunque, può far crescere e arricchire (60%), e questo vale soprattutto per le donne o chi vive nelle grandi città. Una generazione attiva (solo il 9% non studia e non lavora) che si trova a essere più esposta a fenomeni sociali come il bullismo, con oltre la metà che afferma di aver subito a scuola o sul lavoro discriminazioni, soprattutto per la propria salute e forma fisica (51%). Un problema, quest’ultimo, che riguarda principalmente le donne.

Assicurazioni

La ricerca ha indagato anche il rapporto della Generazione Z con le assicurazioni. In generale ben il 65% ne possiede almeno una stipulata da loro o dai propri genitori; più gettonate quelle legate alla mobilità (31%), alle polizze vita (19%) e alla casa (19%). Alta anche la percentuale di chi copre il proprio viaggio con un’assicurazione (69%) tra salute, volo, valigia o viaggio stesso. Sulle polizze per coprire i device da eventuali danni o furti, questa generazione dichiara di conoscerne l’esistenza (81%), con il 21% che già la possiede. Ma nonostante la rete possa essere un terreno rischioso a livello reputazionale, più della metà non conosce le assicurazioni legate alla digital reputation (55%) e buona parte, pur conoscendole, dichiara di non esserne interessato (23%).

Device

Per quanto riguarda il mondo digitale, la ricerca conferma in gran parte l’opinione diffusa: gli smartphone sono il vero device di questa generazione (93%) e l’alternativa è il laptop (75%), mentre tablet e desktop vengono superati anche dalle consolle per giocare e lo smartwatch è scelto solo da uno su cinque, soprattutto tra gli uomini. Ovviamente, dovessero scegliere un solo dispositivo da portare con sé non avrebbero dubbi e sceglierebbero sempre lo smartphone (l’87%). Le opinioni sulla giusta spesa per uno smartphone sono variegate: per il 44% più di 500 euro, per il 38% una cifra ragionevole è tra i 200 e i 500 euro mentre per il 28% meno di 200 euro. Quasi la metà non ritiene di dover cambiare spesso cellulare e lo fa quando smette di funzionare (46%), mentre solo il 6% lo sostituisce ogni anno o più spesso. Sono soprattutto le donne ad essere più legate allo smartphone, anche se spendono meno per acquistarlo e lo cambiano anche con minore frequenza. Quali sono le App più utilizzate dalla generazione Z? Svettano quelle per vedere video (76%) e ascoltare musica (67%) e a seguire quelle per fare acquisti (63%) e vedere programmi (57%). Ancora poco utilizzate le App per la salute, l’alimentazione, per prenotare ristoranti e per informarsi.

Social network

Nel mondo dei social media WhatsApp, in assoluto (89%), e Instagram (82%) sono i padroni indiscussi, distanziando di gran lunga Facebook (72%), che tiene di più tra gli over 19 e tra le donne. Gli altri canali social sono naturalmente presenti ma in percentuale nettamente minore. Tik Tok raggiunge il 10%. Nonostante siano presenti sui social, i giovani nati tra il 1995 e il 2010 non sono molto attivi: il 35% entra raramente e si limita a qualche like. Al contrario, solo il 32% si definisce particolarmente attivo anche se meno di uno su cinque è creatore di contenuti originali. Come comunicano? Ben sei su dieci lo fanno prevalentemente con foto, preferite al testo (26%); meno con video (6%) e messaggi vocali (4%). Quasi uno su due ha postato contenuti di cui si è poi pentito (47%) e oltre la metà (52%) ha visto contenuti non graditi pubblicati da altri. Pur vivendo connessi, i giovani della Gen Z sono poco consapevoli e interessati alla reputazione digitale, hanno una debole percezione della delicatezza del tema e limitano il problema con le impostazioni sulla privacy dei diversi social network. Sempre restando in ambito di rischi legati al mondo digitale, accanto al fenomeno del bullismo diventa sempre più significativo il dato sul cyber bullismo: il 42% ha subito o visto subire episodi legati a questa sempre più diffusa problematica.

Informazione e tempo libero

Nel tempo libero ascoltare musica è la prima grande passione dei giovanissimi (78%), che amano viverla anche in maniera esperienziale preferendo i concerti alla discoteca (solo il 31%). Seguono le serie e i film visti in tv o tramite altri devices (74%), e il tempo trascorso con gli amici, sia uscendo con loro (65%) sia chattando a distanza (65%). Il cinema resta un piacevole passatempo (49%), così come leggere un buon libro (45%) e praticare sport è preferibile al seguirlo da tifoso.

Lavoro e futuro

Dalla ricerca emerge il profilo di persone proattive, dato che ben il 32% già lavora, con un’attesa professionale futura tendenzialmente positiva: se è vero che più della metà (51%), e soprattutto nelle grandi città, si vede con un lavoro stabile e da dipendente, quasi il 30% si vede impiegato in un’attività autonoma e dinamica, come free lance, consulente o in una start-up. Solo il 20% pensa che avrà un lavoro precario e incerto o addirittura che non riuscirà a trovare un’occupazione. Il dove resta l’aspetto più delicato, dato che solo il 57% pensa di restare nel Bel Paese, mentre il 30% si immagina in Europa e il 13% addirittura in un altro continente. Una vera fuga di cervelli.

Consumi

Parlando di consumi, anche una generazione multi-social come la Z, preferisce lo shopping esperienziale e dunque i negozi (40%) agli acquisti on-line (34%). Ma in questo caso il genere conta, poiché le donne preferiscono in assoluto il negozio mentre gli uomini l’on-line. Quasi l’80% di chi compra sul web acquista beni fisici (abbigliamento, elettronica, ecc.), ben più che servizi (54%). Ma da chi sono influenzati nei loro acquisti? La Gen Z si fa “consigliare” principalmente dagli amici (43%) e dalla famiglia (37%) e pochissimo dagli influencer della rete (21%) come, forse, ci si sarebbe aspettati. Oltre il 40% si sente invece capace di influenzare gli altri negli acquisti, ma senza legarsi ad aziende o brand.

Mobilità

Generalmente si spostano in auto (51%), a piedi (50%) o con i mezzi pubblici (37%). Le due ruote, invece, non sono tra i mezzi preferiti dai giovanissimi, che prediligono comunque la bici (17%) alla moto / motorino (10%). L’utilizzo del car/moto/bike sharing è limitato (anche perché non è presente in molte città) ma tutto sommato anche l’interesse è molto elevato. Fronte viaggi, siamo di fronte ad una generazione che ama viaggiare spesso (46%), in particolare le donne tra i 19 e i 24 anni.

L’articolo Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze proviene da InsuranceUp.


Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze

Generazione Z: un futuro che guarda al passato” è il nome della ricerca commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, e condotta dall’istituto di ricerca AstraRicerche, che ha voluto approfondire la cosiddetta Gen Z, quella che segue i Millennials.
La prima Generazione che non ha conoscenza diretta del Novecento, che rifugge Facebook, che non aspira a fama e successo, adora la famiglia, è contro gli sprechi e insegue l’amore. Quelli per i quali ‘papà batte Ronaldo 1.0’.
La ricerca di BNP Paribas Cardif offre un viaggio attraverso la Gen Z che offre sorprese e spunti di riflessione, indagando il loro ‘stare al mondo’ attraverso i rapporti della sfera sociale, la relazione con la tecnologia e l’informazione, le abitudini di consumo, la mobilità, il tempo libero, il lavoro e le loro aspettative sul futuro.
La Gen Z, che rappresenta ben l’11% della popolazione italiana, non è superficiale come in tanti credono, tutt’altro: sono i valori autentici a contare veramente, quelli della famiglia e delle amicizie che, sorprendentemente, non sono quelle digitali.
“Ci siamo trovati di fronte a dei giovanissimi nativi digitali concreti e con le idee chiare, dove il mondo virtuale è una ‘normalità’ che non soppianta i valori tradizionali, come la famiglia e gli amici, e quelli nuovi, come l’inclusione e la sostenibilità. – dice Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif e Coordinatore di BNP Paribas International Financial Services (IFS) per l’Italia – Per la nostra Compagnia l’ascolto è il primo strumento per rispondere in maniera efficace ai cambiamenti sociali con soluzioni sempre più accessibili e orientate alle persone. Dopo Millenials e Over 65 ci interessava comprendere la Generazione Z che rappresenta il target del futuro. La nostra sfida, sarà offrire prodotti innovativi e nuovi modelli di servizio in una logica digitale che tenga sempre conto della componente esperienziale e dell’impatto sociale positivo.”

Ma vediamo con ordine cosa è emerso dall’indagine molto completa di AstraRicerche.

Sfera sociale

Pur non avendo la ricetta per la felicità, il 60% dei giovani della generazione Z si dichiara felice, soprattutto gli uomini e la fascia tra i 14 e i 18 anni e chi vive nei grandi centri. Ma c’è anche un quarto di loro al di sotto della sufficienza. Per essere felici l’importante è stare bene con se stessi (84%) e sentirsi bene fisicamente (82%), ma anche avere un clima sereno in famiglia (80%). Oltre alla famiglia, l’amicizia è un valore fondamentale e gli amici veri sono le persone che si frequentano durante il tempo libero (74%), i compagni di scuola o i colleghi di lavoro (58%) e solo in misura minore le persone conosciute sui social e poi frequentate nella vita reale (37%). Decisamente pochi coloro che indicano le amicizie solo virtuali (26%). Tradizionali nella scelta dei modelli di riferimento, i giovanissimi si lasciano ispirare soprattutto dai genitori (55%), ancora di più i giovani tra i 19 e i 24 anni, dagli amici (44%), soprattutto gli under 19, e dalle persone del proprio quotidiano (37%) o da altri familiari (35%). Contrariamente alle aspettative, al di fuori della propria rete di conoscenze, i personaggi dello spettacolo, con il 35%, e gli sportivi, con il 30%, superano i nuovi potenziali punti di riferimento come chef (19%), fashion blogger (21%) e influencer (23%). La famiglia si conferma in cima alle priorità di questa generazione (56%), soprattutto per la parte femminile delle intervistate, ma anche l’amore (47%), la salute (42%) e l’amicizia (41%) superano nettamente il lavoro (31%) e la scuola (21%). La fama, il successo, l’essere influencer contano davvero pochissimo; solo il 6% le ha come priorità. I centennials sono una generazione inclusiva, attenta all’ambiente e aperta alla diversità (soprattutto le donne per il 67%). Per loro, infatti, si tratta di valori acquisiti che fanno parte del loro quotidiano, del loro modo di essere, di pensare e di vivere. Il 66% effettua la raccolta differenziata, sono attenti agli sprechi di ogni genere (60%) ed è aperta al confronto con l’altro, con ciò che è diverso e che, dunque, può far crescere e arricchire (60%), e questo vale soprattutto per le donne o chi vive nelle grandi città. Una generazione attiva (solo il 9% non studia e non lavora) che si trova a essere più esposta a fenomeni sociali come il bullismo, con oltre la metà che afferma di aver subito a scuola o sul lavoro discriminazioni, soprattutto per la propria salute e forma fisica (51%). Un problema, quest’ultimo, che riguarda principalmente le donne.

Assicurazioni

La ricerca ha indagato anche il rapporto della Generazione Z con le assicurazioni. In generale ben il 65% ne possiede almeno una stipulata da loro o dai propri genitori; più gettonate quelle legate alla mobilità (31%), alle polizze vita (19%) e alla casa (19%). Alta anche la percentuale di chi copre il proprio viaggio con un’assicurazione (69%) tra salute, volo, valigia o viaggio stesso. Sulle polizze per coprire i device da eventuali danni o furti, questa generazione dichiara di conoscerne l’esistenza (81%), con il 21% che già la possiede. Ma nonostante la rete possa essere un terreno rischioso a livello reputazionale, più della metà non conosce le assicurazioni legate alla digital reputation (55%) e buona parte, pur conoscendole, dichiara di non esserne interessato (23%).

Device

Per quanto riguarda il mondo digitale, la ricerca conferma in gran parte l’opinione diffusa: gli smartphone sono il vero device di questa generazione (93%) e l’alternativa è il laptop (75%), mentre tablet e desktop vengono superati anche dalle consolle per giocare e lo smartwatch è scelto solo da uno su cinque, soprattutto tra gli uomini. Ovviamente, dovessero scegliere un solo dispositivo da portare con sé non avrebbero dubbi e sceglierebbero sempre lo smartphone (l’87%). Le opinioni sulla giusta spesa per uno smartphone sono variegate: per il 44% più di 500 euro, per il 38% una cifra ragionevole è tra i 200 e i 500 euro mentre per il 28% meno di 200 euro. Quasi la metà non ritiene di dover cambiare spesso cellulare e lo fa quando smette di funzionare (46%), mentre solo il 6% lo sostituisce ogni anno o più spesso. Sono soprattutto le donne ad essere più legate allo smartphone, anche se spendono meno per acquistarlo e lo cambiano anche con minore frequenza. Quali sono le App più utilizzate dalla generazione Z? Svettano quelle per vedere video (76%) e ascoltare musica (67%) e a seguire quelle per fare acquisti (63%) e vedere programmi (57%). Ancora poco utilizzate le App per la salute, l’alimentazione, per prenotare ristoranti e per informarsi.

Social network

Nel mondo dei social media WhatsApp, in assoluto (89%), e Instagram (82%) sono i padroni indiscussi, distanziando di gran lunga Facebook (72%), che tiene di più tra gli over 19 e tra le donne. Gli altri canali social sono naturalmente presenti ma in percentuale nettamente minore. Tik Tok raggiunge il 10%. Nonostante siano presenti sui social, i giovani nati tra il 1995 e il 2010 non sono molto attivi: il 35% entra raramente e si limita a qualche like. Al contrario, solo il 32% si definisce particolarmente attivo anche se meno di uno su cinque è creatore di contenuti originali. Come comunicano? Ben sei su dieci lo fanno prevalentemente con foto, preferite al testo (26%); meno con video (6%) e messaggi vocali (4%). Quasi uno su due ha postato contenuti di cui si è poi pentito (47%) e oltre la metà (52%) ha visto contenuti non graditi pubblicati da altri. Pur vivendo connessi, i giovani della Gen Z sono poco consapevoli e interessati alla reputazione digitale, hanno una debole percezione della delicatezza del tema e limitano il problema con le impostazioni sulla privacy dei diversi social network. Sempre restando in ambito di rischi legati al mondo digitale, accanto al fenomeno del bullismo diventa sempre più significativo il dato sul cyber bullismo: il 42% ha subito o visto subire episodi legati a questa sempre più diffusa problematica.

Informazione e tempo libero

Nel tempo libero ascoltare musica è la prima grande passione dei giovanissimi (78%), che amano viverla anche in maniera esperienziale preferendo i concerti alla discoteca (solo il 31%). Seguono le serie e i film visti in tv o tramite altri devices (74%), e il tempo trascorso con gli amici, sia uscendo con loro (65%) sia chattando a distanza (65%). Il cinema resta un piacevole passatempo (49%), così come leggere un buon libro (45%) e praticare sport è preferibile al seguirlo da tifoso.

Lavoro e futuro

Dalla ricerca emerge il profilo di persone proattive, dato che ben il 32% già lavora, con un’attesa professionale futura tendenzialmente positiva: se è vero che più della metà (51%), e soprattutto nelle grandi città, si vede con un lavoro stabile e da dipendente, quasi il 30% si vede impiegato in un’attività autonoma e dinamica, come free lance, consulente o in una start-up. Solo il 20% pensa che avrà un lavoro precario e incerto o addirittura che non riuscirà a trovare un’occupazione. Il dove resta l’aspetto più delicato, dato che solo il 57% pensa di restare nel Bel Paese, mentre il 30% si immagina in Europa e il 13% addirittura in un altro continente. Una vera fuga di cervelli.

Consumi

Parlando di consumi, anche una generazione multi-social come la Z, preferisce lo shopping esperienziale e dunque i negozi (40%) agli acquisti on-line (34%). Ma in questo caso il genere conta, poiché le donne preferiscono in assoluto il negozio mentre gli uomini l’on-line. Quasi l’80% di chi compra sul web acquista beni fisici (abbigliamento, elettronica, ecc.), ben più che servizi (54%). Ma da chi sono influenzati nei loro acquisti? La Gen Z si fa “consigliare” principalmente dagli amici (43%) e dalla famiglia (37%) e pochissimo dagli influencer della rete (21%) come, forse, ci si sarebbe aspettati. Oltre il 40% si sente invece capace di influenzare gli altri negli acquisti, ma senza legarsi ad aziende o brand.

Mobilità

Generalmente si spostano in auto (51%), a piedi (50%) o con i mezzi pubblici (37%). Le due ruote, invece, non sono tra i mezzi preferiti dai giovanissimi, che prediligono comunque la bici (17%) alla moto / motorino (10%). L’utilizzo del car/moto/bike sharing è limitato (anche perché non è presente in molte città) ma tutto sommato anche l’interesse è molto elevato. Fronte viaggi, siamo di fronte ad una generazione che ama viaggiare spesso (46%), in particolare le donne tra i 19 e i 24 anni.

L’articolo Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze proviene da InsuranceUp.


MaBasta, la startup più giovane d’Italia guarda al futuro

Una competition che vale più di una exit. Daniele Manni non ha dubbi: la vittoria di Open-F@b Call4Ideas per i ragazzi di MaBasta è una grandissima occasione. “Non solo un trampolino di lancio verso il mondo delle aziende, ma la possibilità concreta per i miei ragazzi di confrontarsi con esperti e di essere formati da loro” dice il professore che ha guidato i suoi studenti alla vittoria della call lanciata da BNP Paribas Cardif.

MaBasta è la startup pugliese che ha messo a punto un sistema per contrastare il bullismo e il cyberbullismo: con questo progetto si è aggiudicata il primo posto della call lanciata dalla compagnia assicurativa e dedicata alla positive impact innovation. Un’occasione che darà ai fondatori di MaBasta la possibilità di essere supportati da BNP Paribas Cardif nello sviluppo e nella concretizzazione del loro progetto.

MaBasta è una startup nata tra i banchi di scuola dell’Istituto Galilei-Costa di Lecce e i suoi fondatori sono studenti diciassettenni guidati dall’unico membro adulto del team: il professore di informatica Daniele Manni. Un nome ormai noto sia nel mondo della scuola sia nell’ecosistema italiano. Perché Daniele Manni è un Prof-imprenditore: oltre alle materie standard, infatti, dedica il 40-50% delle ore di lezione a materie non convenzionali quali innovazione, creatività e cambiamento, al fine di incentivare i suoi studenti nell’ideazione e gestione innovativa di micro e piccole attività imprenditoriali. Un’intuizione per la quale nel 2015 è stato candidato al “Nobel” per l’insegnamento, il “Global Teacher Prize” e l’anno scorso è stato l’unico italiano tra i 12 finalisti al mondo agli “Innovation and Entrepreneurship Teaching Excellence Awards”, ossia il premio dedicato all’eccellenza didattica proprio in tema di innovazione e imprenditorialità.

Oltre al risvolto concreto, per alcuni alunni, di un possibile lavoro creato con le proprie mani (“alcune startup nate tra i banchi di scuola sono diventate piccole imprese che assumono persone” dice), questa particolare didattica con la vocazione all’auto-imprenditorialità under 18 contribuisce a instaurare nei suoi studenti una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie capacità, una maggiore resilienza e una più radicata fiducia nel futuro.

Come nasce MaBasta, la startup anti-bullismo

MaBasta nasce dopo un fatto di cronaca: “Due anni fa a Pordenone una ragazzata bullizzata si è suicidata lasciando un biglietto ai compagni di classe. ‘Ora sarete contenti’ ha scritto. Un fatto che mi ha molto turbato” racconta Manni. Ne parla con i suoi ragazzi a scuola invitandoli a segnalare eventuali azioni violente di cui fossero a conoscenza. Un’idea che si concretizza in un’impresa che viene fondata il 6 febbraio 2016, data non casuale: il 6 febbraio, infatti, è la giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo. In quell’occasione i ragazzi hanno presentato un vero e proprio protocollo in punti che ha l’ambizione di entrare in tutte le scuole italiane, dalle elementari alle superiori, per sconfiggere bullismo e cyberbullismo.

Nel primo punto gli studenti di MaBasta propongono la scelta in ogni classe di un docente referente per il bullismo. Il Ministero dell’Istruzione aveva già proposto la stessa idea ma chiedendo la scelta di un prof per istituto. “I ragazzi chiedono, invece, che la scelta di un professore referente avvenga per classe perché una figura più vicina a loro può aiutarli nella denuncia di atti di bullismo” continua Manni. Il secondo punto riguarda la compilazione in ogni classe di un questionario attraverso il quale il docente referente può valutare la presenza di bulli e bullizzati. C’è poi l’introduzione di una Bulli-Box in ogni scuola, dove gli studenti possono lasciare segnalazioni in forma anonima (la stessa possibilità è offerta sul sito di MaBasta con una Bulli-Box digitale); l’individuazione di una “bulliziotta” e di un “bulliziotto”, ragazzi che all’interno della classe hanno il compito di segnalare eventuali azioni di bullismo al docente referente. “L’obiettivo finale è permettere ad ogni classe di raggiungere lo status di classe debulizzata” spiega Manni.

Il progetto pilota è partito in alcune scuole medie del circondario; ora è già stato approvato in due scuole della provincia di Lecce.

L’impatto sociale di MaBasta e la vittoria di Open-F@b Call4Ideas

L’impatto sociale di una startup come MaBasta è evidente: è un’impresa sociale che opera principalmente attraverso l’uso consapevole e positivo della rete internet e della tecnologia, la cui mission è contrastare in maniera concreta un fenomeno di disagio diffusissimo tra i giovani. Un progetto nato dal basso, cioè dai ragazzi, e rivolto ai ragazzi: è la prima volta che ad occuparsi di bullismo e cyberbullismo sono i giovani stessi, ossia coloro che sono direttamente coinvolti e protagonisti (dalle vittime ai bulli agli spettatori).

Un dettaglio che non è sfuggito alla giuria di Open-F@b Call4Ideas. “Il tema di Open-F@b Call4Ideas ci sta particolarmente a cuore – ha dichiarato Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif e Coordinatore di BNP Paribas International Financial Services (IFS) per l’Italia – perché per noi l’innovazione non è più solo una questione tecnologica. Vogliamo innovare per prevenire, assistere e proteggere meglio i nostri clienti, migliorando la qualità della vita delle persone”.

open-f@b 2018

E pensare che MaBasta ha partecipato al contest di BNP Paribas Cardif solo per “un esercizio”. “Ho invitato i ragazzi a rispondere alla call perché potessero imparare a prendere dimestichezza con bandi e gare” continua il docente di Lecce. Che ricorda con emozione la telefonata con cui i suoi ragazzi gli hanno annunciato la vittoria. “Pensavo fosse uno scherzo. Ho capito che era vero dalla voce spezzata dalle lacrime” puntualizza Manni, senza nascondere un pizzico di orgoglio: “Hanno fatto qualcosa di buono che è stato riconosciuto fuori dall’ambiente scolastico, addirittura da esperti in un contest internazionale”.

Gli studenti di MaBasta, infatti, sono partiti da soli, senza il loro prof, per Milano, in occasione della finale della call lo scorso novembre: “Erano nervosi, avevano paura. In fondo, sono solo studenti abituati a confrontarsi con altre scuole. Questo invece è un contest internazionale aperto a vere e proprie aziende. Ci sembrava già un grande traguardo essere arrivati tra i primi dieci” racconta ancora Manni.

Perché Open-F@b Call4Ideas è importante per MaBasta

A legare la startup fondata dagli studenti di Daniele Manni a Open-F@b Call4Ideas è proprio la vocazione sociale che BNP Paribas Cardif ha attribuito alla call del 2018. “L’anno scorso soggetti pubblici e privati hanno iniziato a proporre contributi per MaBasta. Eravamo a un punto importante nella storia di questa startup: decidere se creare un’associazione o un’impresa sociale. Abbiamo optato per quest’ultima” continua Manni. Una scelta importante perché, sottolinea il docente, MaBasta non è un’associazione di volontariato ma “un’impresa che deve garantire uno stipendio a chi ci lavora e l’utile che si ricava va poi investito nella causa sociale che è il cuore stesso dell’impresa. In questo passaggio l’aiuto di BNP Paribas Cardif è fondamentale: chi meglio di loro potrà spiegare ai miei ragazzi come muoversi sul mercato?” conclude il docente.

L’articolo MaBasta, la startup più giovane d’Italia guarda al futuro proviene da InsuranceUp.