Assistenza agli anziani, il Covid-19 accelera l’uso dei robot umanoidi?

Nel 2007, una casa di cura giapponese ha sperimentato Ifbot, un robot domestico che forniva compagnia emotiva, cantava canzoni e faceva quiz agli anziani ospiti. Il direttore della struttura raccontò che i residenti se ne interessarono per circa un mese prima di perdere interesse, preferendo “animali impagliati” al “robot della comunicazione”. Ma era il 2007, in questi 13 anni l’intelligenza artificiale e la robotica hanno fatto passi avanti giganteschi.

Alcune case di cura del Regno Unito ci stanno, oggi, riprovando, impiegando robot nella cura degli anziani, nel tentativo di alleviare la solitudine e migliorare la loro salute mentale. I robot con le rotelle, chiamati Pepper, saranno capaci di “condurre conversazioni rudimentali, suonare la musica preferita dei residenti, insegnare loro le lingue e offrire un aiuto pratico, compreso ricordargli di prendere le medicine”.  Questo è positivo, ma non sono una valida alternativa all’interazione umana, secondo la riflessione proposta in un articolo di The Conversation. È un triste stato di cose quando i robot vengono presentati come soluzioni alla solitudine umana, dice l’autrice.

Nel Regno Unito e in Giappone sono stati sperimentati anche robot da compagnia, che hanno una funzione nel ricordare alle persone cosa significa avere compagnia, aiutando con la cruda interazione sociale e fornendo spunti a ciò che significa essere umani.

Ma i robot non possono fornire l’altruismo e la compassione, il calore, che dovrebbero essere al centro di un sistema di assistenza. E potrebbero persino aumentare la solitudine a lungo termine, riducendo il contatto effettivo che le persone hanno con gli esseri umani e aumentando il senso di disconnessione.

La tesi dell’autrice è condivisibile, ma dobbiamo però anche vedere il bicchiere mezzo pieno, vale a dire che in questa stagione pandemica una robotica di questo tipo potrebbe fornire risposta a molti problemi che si vanno riscontrando nelle RSA e negli ospedali, di mancanza di personale. Nei momenti di lockdown moltissimi anziani sono rimasti completamente soli nelle loro stesse abitazioni, poiché non potevano essere assistiti o erano loro stessi a isolarsi per prevenire contagi.

Inoltre, anche prescindendo dal Covid, esisteva già un problema di assistenza degli anziani e di persone malate, sole e non autosufficienti, in Italia come altrove.

Non bisognerebbe, quindi,  guardare ai caregiver robotici con troppo sospetto, proprio ora che anche da un punto di vista dei costi sono diventati più accessibili. (In Giappone, robot Pepper  costa circa 1400 euro).

La robotica sarà una parte importante di tutta la sanità e l’assistenza del futuro, automi assisteranno gli interventi chirurgici, si occuperanno dell’igiene degli ospedali, di dispensare medicinali, portare il pranzo, fare compagnia. Forse i robot non saranno in grado di manifestare tutte le emozioni di un essere umano, ma saranno affidabili, precisi, sempre in forma, non hanno bisogno di dormire o di mangiare, non hanno pregiudizi, non si lamentano e possono occuparsi di moltissime cose senza farne questione di contratto. In poche parole, possono rendere la sanità e la cura degli anziani molto più efficiente ed economica, un fatto certo auspicabile per la sanità pubblica e privata in quella parte del mondo come Italia e Giappone in cui l’invecchiamento della popolazione è un grande problema. Ed è molto interessante per le compagnie di assicurazione sotto diversi aspetti, che vanno dalla possibilità di sviluppare nuove formule assicurative che ruotino intorno all’utilizzo di robot-badante, così come all’introduzione di nuove polizze checoprano i rischi dell’uso di robot, una sorta di RC per automi.

Sotto questo punto di vista, in Giappone, Paese di riferimento per la robotica, Sompo Japan è già attivo:  poiché la necessità di un distanziamento sociale dovuto alla pandemia ha portato a una spinta all’uso di robot in una varietà di compiti, ad esempio per lavori come il trasporto di merci e la disinfezione degli spazi, urge la necessità di avere copertura assicurativa  contro gli incidenti provocati dai robot.

Nel video, il robot Moxi sviluppato dalla startup Diligent Robotics per affiancare gli operatori sanitari umani.

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Walmart diventa una compagnia assicurativa, Walmart Insurance

Una delle cose che Amazon insegna è che in commercio, una volta conquistato il consumatore finale, non ci sono taboo sulla tipologia di prodotti che gli si può vendere. E’ una strategia che anche altri ‘retailer’ stanno adottando, Walmart per esempio (da tempo in guerra aperta con la ditta Bezos), che ha deciso di puntare sull’healthcare a tutto tondo, dall’assistenza sanitaria all’assicurazione. Anche Amazon lo fa: è un’industria che negli Stati uniti vale oltre 4 trilioni di dollari e ha un modello entrato da tempo in crisi lasciando spazi a nuovi player. Un sistema basato sull’assicurazione sanitaria che, per coloro che non se la possono permettere, significa andare incontro ai spropositati costi della sanità privata.

Walmart, definito da alcuni commentatori ‘il gigante dormiente del sistema sanitario’ (in US)  ha detto recentemente alla CNBC che adesso comincerà a vendere piani di assicurazione sanitaria, sono già comparse le offerte di lavoro sul suo sito per “Walmart Insurance Services LLC”.

Fino a questo momento, Walmart forniva informazioni assicurative attraverso i centri Walmart Health, il suo nuovo concetto di assistenza sanitaria indipendente. Ha un programma di educazione, chiamato Healthcare Begins Here, progettato per aiutare le persone a trovare una polizza assicurativa.

“Siamo sempre alla ricerca di modi per aiutare i nostri clienti a risparmiare denaro e a vivere meglio, e i servizi assicurativi sono un altro modo per farlo”, ha detto il portavoce di Walmart Randy Hargrove alla CNBC. “Stiamo espandendo i nostri attuali servizi assicurativi per includere anche la vendita di polizze ai nostri clienti….. Abbiamo bisogno di professionisti appassionati di assicurazione sanitaria che ci aiutino a costruire questo nuovo business dalle fondamenta e a raggiungere la nostra missione”.

La società, denominata Walmart Insurance, è stata registrata presso il Segretario di Stato dell’Arkansas il mese scorso.

Già da anni Walmart ha inserito all’interno dei suoi supermercati degli ambulatori, ma ora il gigante del retail ha già aperto 4 centri medici low-cost Walmart Health e ha in piano di aggiungerne altri, ha effettuato acquisizioni come la startup Carezone volte a migliorare la sua tecnologia per la digital health. Ha grandi ambizioni, come ha recentemente espresso in una sorta di lettera aperta agli stakeholder Sean Slovenski, Senior Vice President Health & Wellness, Walmart U.S.A.

“Avere accesso a un’assistenza sanitaria di qualità e a prezzi accessibili non è mai stato così importante negli Stati Uniti. Stiamo attraversando una pandemia globale che ha messo a nudo le vulnerabilità del nostro sistema sanitario e rende difficile per molte famiglie ottenere le cure di cui hanno bisogno quando ne hanno bisogno. Ci troviamo anche di fronte a una disoccupazione record, lasciando molte famiglie senza accesso a risorse sanitarie vitali nel processo.

Con il 90% degli americani che vivono nel raggio di 10 miglia da un negozio Walmart, crediamo di poter aiutare portando assistenza sanitaria di qualità alle comunità che ne hanno più bisogno. Non prendiamo alla leggera la responsabilità di servire i nostri clienti in questo modo, anche attraverso il nostro programma di prescrizione generica da 4 dollari che abbiamo lanciato più di dieci anni fa. È più importante che mai, ed è per questo che stiamo aprendo più sedi Walmart Health, in modo da poter aiutare ancora più clienti ad accedere all’assistenza sanitaria di cui hanno bisogno.”

Espandersi in un settore come la salute per Walmart ha prima di tutto motivazioni di welfare aziendale: dopo il Dipartimento della difesa americano, è il più grande datore di lavoro in US con oltre 2,3 milioni di dipendenti.

Secondo Business Insider, a doversi preoccupare di Walmart Insurance dovrebbero essere non tanto le compagnie tradizionali, quanto le startup assicurative, soprattutto quelle nate per cogliere le opportunità del mercato Medicare Advantage, ovvero il sistema di assistenza sanitaria pubblica statunitense, riservato ad alcune categorie (come gli over 65) e gestita attraverso società private selezionate.

Sembra che Walmart possa concentrarsi sulla vendita di piani di MA, dato che ha pubblicato annunci di lavoro per i supervisori di vendita di Medicare e gli agenti assicurativi autorizzati. Per quanto riguarda il contesto, i piani di MA sono offerti da pagatori privati con contratto con Medicare.

Walmart vanta oltre 5.000 sedi solo negli Stati Uniti – e quasi 265 milioni di clienti in tutto il mondo, oltre a quel paio di milioni di dipendenti sopra citati. E’ chiaro che con i prezzi scontati che sempre la contraddistinguono e un’ampia conoscenza del retail, Walmart Insurance può facilmente mettere in ombra le startup assicurative come Bright Health e Devoted Health.

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Apple nella salute digitale, come sta entrando nei sistemi sanitari

Il settore della digital health, in cui il ruolo della tecnologia è fondamentale, avvantaggia le tech company che non possono dire di no al business dei business, quello della salute. Alphabet, Amazon, Apple e Microsoft (si veda la tabella) sono tutte impegnate nel settore e hanno anche da offrire molto in ambito healthcare, viste le loro competenze e considerato il fatto che la tecnologia può trasformare l’industria della salute radicalmente e positivamente, permettendole di fare nuove scoperte, e di raggiungere maggiore efficacia e personalizzazione nelle cure e maggiore sostenibilità dei sistemi sanitari.

Rispetto alle altre big tech, Apple,  sta trasformando i suoi prodotti di consumo in piattaforme per la salute dei pazienti, ad esempio con Apple Watch, che nella sua ultima versione è stato dotato anche di un sensore per elettrocardiogramma. Secondo la tabella di Business Insider le opportunità che si presentano a Apple sono soprattutto nel settore della mobile health (cioè tutto quello che per la salute si può erogare su smartphone) e delle polizze salute personalizzate, un fronte sul quale sta in effetti già lavorando avendo in corso un accordo con Aetna, assicuratore americano, con il quale ha sviluppato un’applicazione chiamata Attain collegata all’Apple Watch.

 Lo sviluppo della mHealth

La strategia con la quale Apple sta entrando nel mondo salute è quello suo consueto, ovvero costruire un enorme business ed ecosistema di funzionalità innovative attorno ai suoi prodotti.

I suoi iPhone e iPod Touch, per esempio, con la funzionalità Health Records (in Italia è l’app Salute) lanciata nel 2018, sono diventati piattaforme personali per la gestione della propria salute e non solo nel senso che ognuno se vuole inserisce manualmente dei dati per tenere in ordine determinate informazioni: in US tale funzionalità è più evoluta, perchè Apple ha già stretto accordi con decine di organizzazioni sanitarie che supportano le cartelle cliniche su iPhone e iPod touch, consentendoti di visualizzare dati importanti come vaccinazioni, risultati di laboratorio, farmaci e dati vitali direttamente nell’app Salute.

Questo elenco di partner Apple, sempre più lungo, ha recentemente visto l’ingresso di VA – Department of Veterans Affairs, agenzia governativa statunitense che si occupa della sanità dei veterani di guerra. Il VA è il più grande sistema sanitario integrato degli Stati Uniti, con oltre 1.200 strutture, tra cui 170 centri medici e almeno 9 milioni di pazienti.

Come sottolinea Business Insider, l’iscrizione di VA alla sua lista di partner non si limiterà a garantire al colosso tecnologico l’accesso a una moltitudine di nuovi clienti. Si tratta in definitiva anche di un endorsement da parte di un enorme sistema sanitario governativo che guadagnare valore al brand Apple in ambito sanità, inviando un segnale positivo ad altri sistemi che stanno considerando l’integrazione delle cartelle cliniche in Health Records.

L’impegno di Apple nella ricerca scientifica

Per capire quello che Apple vuole diventare in ambito salute, bisogna fare riferimento a tutto quello che realizza in US, non certo in Italia o Europa.

Per esempio il suo impegno nella ricerca scientifica è visibile solo in US, dove i suoi utenti possono scaricare la Research App e contribuire a studi scientifici importanti grazie alla condivisione volontaria dei propri dati.

Nei giorni scorsi, per esempio, Apple ha annunciato che i clienti (negli Stati Uniti)  possono iscriversi a tre studi di riferimento sulla salute: l’Apple Women’s Health Study, l’Apple Heart and Movement Study e l’Apple Hearing Study, che sono condotti in collaborazione con i principali istituti accademici e di ricerca.

La Research App non da solo la possibilità agli istituti che realizzano gli studi di avere accesso a molti più dati con modalità più semplici: rappresenta proprio un cambio paradigmatico nella relazione tra scienza e persone. I partecipanti agli studi contribuiscono a scoperte mediche potenzialmente rivoluzionarie e a creare la prossima generazione di prodotti sanitari innovativi grazie a uno smartphone.  “Oggi segna un momento importante per l’avvio di iniziative di ricerca che possono offrire incredibili apprendimenti in aree a lungo ricercate dalla comunità medica”, ha dichiarato Jeff Williams, Chief Operating Officer di Apple. “I partecipanti all’app Research hanno l’opportunità di avere un impatto enorme che potrebbe portare a nuove scoperte e aiutare milioni di persone a condurre una vita più sana”.

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Sanità di prossimità e prevenzione sono il futuro, e D-Heart c’è

Un dispositivo che sta in una mano, pesa meno di uno smartphone, lo appendi al collo come una collana e posizioni i suoi elettrodi seguendo la guida (in una app), che ti indica, grazie a fotocamera e intelligenza artificiale, come procedere correttamente al posizionamento degli elettrodi. Dopo la rapida configurazione si è subito pronti per eseguire in autonomia e in qualsiasi momento un elettrocardiogramma, con una qualità pari a quella ospedaliera, refertato in circa 15 minuti da un vero cardiologo, disponibile 24/7. Per chi soffre di problemi cardiaci, ha subito un intervento per il quale segue delle cure particolari, o semplicemente ha già dei fattori di rischio cardiovascolari conclamati (ad es: fumo o ipertensione), è un alleato per monitorare la salute del proprio cuore e vivere più serenamente, riducendo la frequenza con cui ci si reca nelle strutture sanitarie e diventando per alcuni soggetti un vero e proprio salvavita.

Sembra quasi fantascienza, invece è D-Heart, il dispositivo medico ideato dall’omonima startup italiana, fondata da Nicolò Briante e Niccolò Maurizi, che nel 2016 ha vinto Open-F@b Call4Ideas di BNP Paribas Cardif e da allora ha continuato a collaborare con la Compagnia, diventando di recente uno dei partner del suo ecosistema salute.

D-Heart, medical device all’avanguardia

‘Recentemente abbiamo raggiunto un grande obiettivo, da circa un mese è possibile fare con lo stesso dispositivo a otto derivazioni, anche un elettrocardiogramma (ECG) a 12 canali, in pratica lo stesso ECG che si può fare in ospedale con la stessa completezza e affidabilità clinica. – ci racconta Nicolò Briante che è attualmente anche il CEO della società. – “L’applicazione per smartphone, collegata al dispositivo, permette di registrarsi come paziente e in questo caso si può effettuare l’elettrocardiogramma a 8 canali; oppure come operatore sanitario, e in questo caso si può procedere con l’ECG a 12 canali. Siamo molto contenti di questa evoluzione perché abbiamo ottenuto con un unico prodotto due casi d’uso differenti: essere la soluzione ideale sia per il normale paziente, che non ha particolari competenze mediche, sia per il personale sanitario, un medico di base, un infermiere o un farmacista”.

Un dispositivo estremamente all’avanguardia dunque, molto più evoluto di altre soluzioni similari sul mercato. ‘E’ il coronamento del nostro obiettivo, realizzare un dispositivo semplice, che può essere scambiato per un wearable, ma che va invece a posizionarsi come dispositivo medico con il più alto grado di affidabilità clinica. Il punto non è fare l’elettrocardiogramma, ma di che tipo sia. Il nostro dispositivo permette di individuare qualsiasi problema cardiaco, sia ritmico, che ischemico. Ha la capacità di essere una soluzione che può andare a casa del paziente, come la macchinetta della pressione, per intenderci, offrendo la stessa affidabilità di uno strumento ospedaliero usato dal cardiologo.’

Naturalmente tutta la tecnologia D-Heart è validata, certificata con la marchiatura CE come dispositivo medicale di classe IIA con destinazione di utilizzo self-care (grazie proprio alla semplicità di utilizzo), è completamente made in Italy ed è sostenuto da due brevetti: quello sulla fotocamera digitale, con cui l’algoritmo di intelligenza artificiale guida il paziente al corretto posizionamento degli elettrodi, e quello sulla meccanica del device.

La collaborazione con BNP Paribas Cardif e gli Healthy Corner

Il focus sulla prevenzione accomuna questa giovane e innovativa società e la grande Compagnia, un focus che li ha portati a collaborare sugli Healthy Corner (powered by Aubay), dei chioschi attrezzati con diverse tipologie di device sanitari per fornire servizi salute self-service, tra cui c’è anche D-Heart. Sono stati presentati a Milano durante la Digital Week e posizionati in moltissimi punti della città; l’esperienza è stata poi riproposta in occasione di Milano Taking Care.

‘Il nostro mantra è ‘la maggiore affidabilità clinica, con la maggiore semplicità’ e vogliamo non solo dirlo ma anche dimostrarlo. – continua Briante – L’occasione si è presentata con BNP Paribas Cardif che ha sposato questa nostra idea di realizzare degli healthy corner cioè dei punti in cui fosse possibile per un individuo senza l’ausilio di un medico in loco, e in qualsiasi ambiente, anche dentro banche, uffici, centri commerciali, effettuare un check-up più o meno completo in totale autonomia. Negli Healthy Corner tra le altre cose abbiamo messo a disposizione D-Heart affinché le persone potessero sperimentare la nostra soluzione’.

Queste tecnologie non allontanano il medico dal paziente come tanti credono, ma anzi lo avvicinano, dandogli la possibilità di seguire meglio molte più persone sul territorio, in modo più capillare. Dobbiamo pensare anche che alle persone che vivono in territori isolati, poco attrezzati e che non hanno a portata di mano un ospedale, dove può fare la differenza offrire un primo presidio di questo tipo’.

Obiettivo degli Healthy Corner è stato anche quello di sensibilizzare le persone a prendersi maggiormente cura della propria salute, sottolinea Nicolò Briante e l’iniziativa è stata apprezzata dalle persone, perché tra i due eventi in cui sono stati installati, la Milano Digital Week e Milano Taking Care, oltre 250 persone ne hanno giustamente ‘approfittato’.
Tra l’altro, in occasione di Milano Taking Care per ogni ECG realizzato, ne veniva regalato un altro a persone in Africa, che abitano in contesti rurali a chilometri di distanza dal primo ospedale, grazie anche alle ONG con le quali D-Heart da tempo collabora.

La sanità di prossimità

‘Noi vogliamo promuovere questo nuovo concetto della sanità di prossimità, secondo noi, insieme alla prevenzione, è il futuro della sanità. Il modello attuale molto centralizzato è destinato a collassare, ce lo dicono i dati, il debito della sanità pubblica cresce a dismisura. – spiega Briante – Invece, dobbiamo fare in modo che tante cose come la prevenzione e il monitoraggio possano essere fatte anche al di fuori delle strutture sanitarie centrali ospedaliere, in contesti più vicini al paziente, come la farmacia, un dispensario in Africa, l’ambulatorio del medico di base, un Healthy Corner dentro un’azienda o in un centro commerciale’.

Tale visione, dovrebbe essere abbracciata dalla Pubblica Amministrazione proprio per una questione di costi, ma ancora non è recepita, così come è poco recepito un certo tipo di innovazione tecnologica, ovvero la digital health. La trasformazione digitale è ancora lontana dalla Pubblica Amministrazione e in particolare dalla Sanità, tranne che in casi isolati. ‘Il sogno è che la Sanità Pubblica si accorga che questi dispostivi medici sono affidabili e possono veramente impattare in modo efficace anche i bilanci delle aziende sanitarie’. dice Briante.

Il rapporto con la sanità pubblica per giovani startup come D-Heart, ma in generale per le società innovative, può essere molto complicato, perciò è più realistico pensare che la sanità di prossimità possa trovare un suo modello di implementazione attraverso il privato (tante realtà in Italia molto valide si stanno impegnando nel settore).

Farmacie, medici di base, poli-ambulatori e centri analisi piccoli ma distribuiti capillarmente sul territorio possono essere tutti perni di questo nuovo ecosistema. Questi rappresentano oggi per D-Heart il principale canale distributivo. Ma per arrivare direttamente ai singoli clienti, la strada maestra passa dalle assicurazioni.

Fare prevenzione significa coinvolgere la persona

‘Il nostro obiettivo è integrare D-Heart dentro le polizze salute, le integrative o le polizze vita, su questo stiamo lavorando anche con BNP Paribas Cardif. – Continua il CEO – Nel mondo ci sono già casi virtuosi di questo tipo che dimostrano come le polizze salute in cui si incentiva la persona a tenere stili di vita corretti, attraverso piccole azioni quotidiane (andare in palestra, camminare, magiare in modo sano, dormire in modo regolare), e offrire ‘premi’ in base ai risultati raggiunti, tipo lo sconto l’anno dopo sulla polizza, siano un modello vincente. Responsabilizzare la persona a prendersi cura di sé stesso è l’unico modo efficiente che si ha per diminuire qualsiasi costo sanitario e per fare prevenzione seriamente. L’unico modo per fare prevenzione è farla quotidianamente, non sporadicamente, come se fosse il tagliando dell’auto; se tu dai alle persone un compito quotidiano, semplice, fattibile, ma intelligente, i benefici sono immensi nel lungo termine.’

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Amazon Alexa pronta a occuparsi anche della tua salute

L’annuncio è stato fatto attraverso Alexa Blog ai primi di aprile.

“Siamo entusiasti di annunciare che l’Alexa Skills Kit permette ora alle società selezionate soggette all’Health Insurance Portability and Accountability Act del 1996 (HIPAA), di sviluppare funzionalità di Alexa per trasmettere e ricevere informazioni sanitarie protette, nell’amito di un programma solo su invito. Già attualmente, sei nuove ‘skill’ sanitarie di Alexa sono state realizzate con fornitori di servizi sanitari leader del settore, gestori di prestazioni farmaceutiche e società di coaching sanitario digitale, che stanno ora operando nel nostro ambiente HIPAA. In futuro, ci aspettiamo di permettere ad altri sviluppatori di trarre vantaggio da questa capacità.”

Una breve premessa: Alexa è il servizio vocale basato sul cloud e l’intelligenza che alimenta Amazon Echo e altri dispositivi con Alexa integrata. Alexa fornisce delle funzionalità vocali, chiamte  Skill, che consentono al cliente di creare un’esperienza più personalizzata attraverso un’interazione basata sulla comunicazione verbale. Alexa è anche una piattaforma aperta alle terze parti che vogliano sviluppare ‘skill’ per i propri fini: l’Alexa Skills Kit (ASK) è una raccolta di API self-service, strumenti, documentazioni e esempi di codice che rendono lo sviluppo di skill su Alexa più rapido e semplice per le terze parti. ASK consente a programmatori, sviluppatori e brand di creare delle skill interessanti e di raggiungere quindi i clienti attraverso Amazon Echo e altri dispositivi.

Cosa significa esattamente questo annuncio di Amazon? Da un punto di vista business, che Amazon è sempre più dentro l’industria della salute, in cui ha già fatto diverse mosse.

E lo sta facendo portando all’interno di questa industria la sua tecnologia e il suo standard di ‘customer experience’:  Alexa Skills Kit per l’Healthcare permetterà di promuovere un nuovo tipo di esperienza nella gestione della propria salute. Le competenze di cui si parla nell’annuncio sono di fatto i programmi vocali che permetteranno alle persone, solo con l’uso della voce, di gestire una varietà di esigenze sanitarie a casa, in modo naturale e con facilità,  che si tratti di prenotare un appuntamento medico, ricordarsi di prendere le pillole, controllare le proprie analisi del sangue.

Wired US ha titolato un articolo così ‘Alexa, com’è la mia glicemia oggi?’. E’ questo il futuro della digital health, secondo Amazon.

E sarà possibile, perché da un lato Amazon ha sviluppato la tecnologia abilitante, dall’altro  sta coinvolgendo aziende sanitarie, pubbliche e private, aziende del pharma e assicurazioni, cioè gli operatori che in US si occupano della salute delle persone e che hanno in mano i dati sanitari. I vantaggi sono indubbi e riguardano l’accessibilità e la facilità di uso, e gli svantaggi?

La principale legge sulla privacy sanitaria negli Stati Uniti – l’Health Insurance Portability and Accountability Act del 1996 (HIPAA) – stabilisce  che le informazioni sanitarie possono essere condivise solo tra i pazienti e quelli del sistema sanitario, come medici o ospedali. In altre parole, informazioni come le diagnosi mediche e le prescrizioni farmaceutiche non sono disponibili a terzi.  Amazon a quanto pare ha creato un modo per le aziende di trasmettere queste informazioni tramite dispositivi Alexa e assicura di rimanere HIPAA-compliant. E ha già dalla sua una sorta di ‘sperimentazione’ avviata con 6 aziende di dimensioni ridotte rispetto ai colossi di questo ambiente, ma significativa, ecco alcuni esempi: i clienti di Express Script possono utilizzare Alexa per controllare lo stato di consegna delle loro prescrizioni; i clienti di Livongo possono collegare Alexa ai loro rilevatori di glucosio e chiedere informazioni sulla lettura della glicemia; i pazienti del programma ERAS (Enhanced Recovery After Surgery) del Boston Children’s Hospital possono ricevere informazioni sugli appuntamenti attraverso Alexa.

Se da un lato tutto ciò ha lo straordinario beneficio di rendere più accessibile e più efficace la cura della propria, dall’altro gli appunti non mancano: che ne sarà della privacy? dicono diversi osservatori. Perché deve essere ben chiaro che questa operazione rende accessibili i dati sanitari privati più accessibili all’utente, ma anche ad Alexa, cioè ad Amazon, che sta entrando in ambito sanitario, ma è una tech company, un ecommerce, tante cose, ma non esattamente un’azienda sanitaria pura.

Il magazine The Verge ha fatto alcune analisi, sottolineando che molto dipende dagli accordi tra Amazon e ogni singolo operatore coinvolto, su cui ancora non si sa molto: nel caso di Livongo, azienda healthcare che ha sviluppato un’app per Alexa che permette agli utenti di chieder vocalmente la lettura della glicemia, Alexa è soprattutto un modo per trasmettere le informazioni. Quando un paziente chiede ad Alexa di controllare la lettura della glicemia, il dispositivo accede a quei dati sul cloud di Livongo e lo comunica al paziente. Ma le informazioni sul paziente sono archiviate da Livongo e Amazon non può servirsene in alcun modo, ha garantito Amar Kendale, Chief Product Officer di Livongo a The Verge.

In altri casi, la situazione potrebbe essere diversa, si legge nell’articolo. E’ possibile infatti che le informazioni sui pazienti possano essere condivise e utilizzate per addestrare uno degli algoritmi di intelligenza artificiale di Amazon, potrebbero essere utilizzate per il marketing, per fornire informazioni su nuovi servizi, anche se questo servizio non è legato alle esigenze di salute del paziente. Insomma, ci sono tante zone grige, anche perché non esiste un processo di certificazione ufficiale per ottenere la conformità all’HIPAA (cioè la legge sulla pricacy sopracitata), che è affidata soprattutto alla buona volontà dell’operatore, benchè esistano organismi di vigilanza.

Charlotte Tschider, esperta di diritto sanitario presso l’Università DePaul, interpellata dal giornale, ha detto: “Sono allarmata da come una grande organizzazione che mi vende anche delle cose, potrebbe usare le mie informazioni sulla salute.”

Come dicevamo all’inizio, si tratta di funzionalità attualmente sviluppate da Amazon per il mercato US. La strada per implementare la medesima cosa in Europa e Italia potrebbe essere molto, molto più impervia e passa attraverso il GDPR.

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Le big tech entrano nell’industria della salute, cambieranno tutto?

La salute è il bene più prezioso per l’essere umano, è il pilastro delle politiche di welfare, è un’industria immensa, ed è oggi al centro di una grande trasformazione in cui il driver è tutto tecnologico. Ovvio che le big tech ci mettessero la loro grossa zampa, o forse addirittura impossibile che ne rimanessero fuori, visto l’intreccio creatosi tra healthcare e tecnology. La trasformazione digitale apre le porte alle startup, agli spin off, alla collaborazione tra grandi aziende della sanità o del pharma con le aziende tecnologiche; apre le porte a nuovi prodotti, servizi evoluti, a una maggiore prevenzione, a un nuovo a modello di servizio, a un customer journey differente. Per dirla in sintesi, le grandi organizzazioni consolidate in ambito salute, dal pubblico al privato, hanno bisogno di tecnologia e ne hanno bisogno in fretta: possono averla attraverso le startup, oppure attraverso la collaborazione con società tecnologiche.

Lo scorso luglio, Business Insider aveva pubblicato una tabella riassuntiva interessantissima di quanto Alphabet, Amazon, Apple e Microsoft hanno da offrire in ambito healthcare, cioè in che modo attraverso i propri asset, stanno contribuendo a trasformare l’industria della salute in US; sono indicati i punti di forza e di debolezza rispetto all’industria e anche nella competizione tra loro.

Come si può notare, spicca l’importanza di asset come le tecnologie cloud, l’intelligenza artificiale e l’esperienza delle aziende tecnologiche nella gestione e nell’analisi dei dati, insieme alla loro significativa potenza di calcolo.

I dati sono una risorsa incredibile verso la medicina personalizzata, verso un miglioramento nell’accesso ed erogazione di servizi, verso l’individuazione di nuovi servizi e la medicina preventiva.
Ciascuna delle 4 società fa leva sul proprio specifico campo di competenza per sviluppare strumenti e soluzioni per i consumatori, i fornitori e gli operatori.
Alphabet si concentra sullo sfruttamento del suo dominio nell’archiviazione e nell’analisi dei dati, sulla propria eccellenza nell’intelligenza artificiale e su Verily Life Sciences, società controllata che ha l’obiettivo di combinare data science ed healthcare per una medicina più evoluta e di precisione.

Amazon può contare sulla sua leadership nel cloud, ma soprattutto sulla sua capillarità, competenza, customer experience come piattaforma di distribuzione rafforzandosi nelle forniture mediche: per Alexa, il suo assistente vocale basato su AI sta sviluppando un servizio di concierge sanitario domiciliare. Inoltre lo scorso luglio ha acquisito una startup, PillPack, che è una farmacia online.

Apple, nella sua tipica strategia di ecosistema chiuso, sta trasformando i suoi prodotti di consumo in piattaforme per la salute dei pazienti. Un esempio? Apple Watch, che nella sua ultima versione è stato dotato anche di un sensore per elettrocardiogramma. Rispetto alle altre big tech, Apple è forse la più pronta a cogliere opportunità nel settore assicurativo, secondo la tabella di Business Insider: in effetti è abbastanza recente l’annuncio dell’accordo con Aetna, assicuratore americano, con il quale ha sviluppato un’applicazione chiamata Attain collegata all’Apple Watch, che dovrebbe essere lanciata nei prossimi mesi.

Microsoft si sta concentrando su cloud storage e analisi dei dati per entrare nella medicina di precisione. Le sue iniziative verticali e mirate sono Healthcare NExT (volta ad accelerare l’innovazione nel settore sanitario attraverso l’intelligenza artificiale e il cloud computing) e Microsoft Genomics (il cloud di Microsoft Azure, declinato per gli studi sulla genomica di ricercatori e medici).

Le organizzazioni sanitarie possono sfruttare l’opportunità offerta dall’ingresso della tecnologia nella sanità collaborando con i giganti della tecnologia per realizzare risparmi sui costi ed evolversi. E possono anche confrontarsi alla pari con i giganti del tech, perché, a ben guardare la tabella di Business Insider, una minaccia accomuna Amazon, Alphabet, Apple e Microsoft: il ‘consumer trust‘ ovvero la possibile mancanza di fiducia in loro da parte dei consumatori, e quando si parla di salute la fiducia è tutto. Sul terreno della fiducia, operatori tradizionali e assicurazioni hanno un vantaggio che devono sapersi giocare bene.

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Apple sempre più vicina al mondo assicurativo

Lo scorso gennaio in una intervista alla CNBC, il Ceo di Apple Tim Cook esponendo i nuovi servizi della società per il 2019 e per il futuro ha messo l’accento su una parola in particolare: healthcare. Ha pronunciato frasi importanti come ‘il più grande contributo di Apple all’umanità sarà proprio nella salute‘. Grazie allo sviluppo di applicazioni in ambito benessere e salute su iPhone ed Apple Watch (che è stato dotato nei nuovi modelli anche di un sensore per elettrocardiogramma), la società ritiene di essere un paladino della democratizzazione della salute, di aiutare le persone a prendersi cura di se stesse attraverso strumenti digitali innovativi.

Il focus sull’healthcare la porta molto vicina al settore assicurativo, considerato soprattutto il fatto che i suoi prodotti dedicati a salute e benessere raccolgono una quantità gigantesca di dati degli utenti che possono essere determinanti per una Compagnia. Oggi tutte le più importanti assicurazioni al mondo hanno capito che prevenire è meglio che curare anche per lo loro tasche; che aiutare i clienti a rimanere in forma, a curarsi, può essere fatto in modo personalizzato (e ciò porta anche a personalizzare le polizze) attraverso i big data. Ma una Compagnia come li raccoglie i dati del cliente? Le Compagnie non sono ‘in tasca o al polso’ dei loro clienti. Apple sì, e questo genera conseguenze, ad esempio l’accordo con Aetna, assicuratore americano, con il quale ha sviluppato un’applicazione chiamata Attain, che dovrebbe essere lanciata nei prossimi mesi.

Attain utilizzerà l’Apple Watch per fornire raccomandazioni personalizzate agli utenti, sulla base dello storico salute se e dei dati raccolti in real time dallo smart watch, che offre monitoraggio della frequenza cardiaca, monitoraggio dell’allenamento, del sonno, dell’alimentazione, ecc. Le informazioni sanitarie saranno raccolte su base volontaria e utilizzate solo per sostenere il programma Attain.

“Crediamo che le persone dovrebbero essere in grado di svolgere un ruolo più attivo nella gestione del proprio benessere. Ogni giorno riceviamo e-mail e lettere da persone di tutto il mondo che hanno trovato grandi benefici utilizzando Apple Watch nella loro vita e nella loro routine quotidiana”, ha detto Jeff Williams, COO di Apple a TechCrunch. “Col tempo impariamo e miglioriamo, l’obiettivo è quello di formulare raccomandazioni più personalizzate che aiuteranno i membri a raggiungere i loro obiettivi e a vivere una vita più sana”.

Come funziona l’app Attain

La nuova app Attain, che sarà disponibile sul mercato statunitense ed è concepita per esso, è basata su quattro pilastri: raggiungimento degli obiettivi di attività; sostegno alla salute quotidiana; notifiche sanitarie personalizzate e ricompense per i risultati ottenuti.

L’app determina gli obiettivi di attività personalizzate in base all’età, al sesso e al peso, e monitora una vasta gamma di attività potenziali oltre ai semplici passi compiuti, per esempio utilizzando l’Apple Watch per misurare il nuoto e lo yoga.
L’app di Aetna offre anche sfide in cui i partecipanti guadagnano punti per azioni come dormire di più, impegnarsi in attività di meditazione e monitorare e migliorare la propria dieta.

Attain consiglierà anche azioni sanitarie basate sulle informazioni delle cartelle cliniche che la popolazione di pazienti di Aetna vorrà condividere attraverso l’app. Creata insieme ai medici, l’app utilizza linee guida cliniche consigliate dai medici e includerà suggerimenti sanitari, come vaccinazioni o le richieste di prescrizioni dei farmaci quando stanno per finire; suggerirà visite ai medici di base se le visite di controllo sono state ritardate e fornirà opzioni a basso costo per i test di laboratorio.

Infine, gli utenti potranno guadagnare premi, come punti sul costo del loro Apple Watch o carte regalo ai negozi nazionali.

Le big tech impegnate nel settore salute e assicurativo

Altre compagnie tecnologiche si stanno muovendo in ambito healthcare. L’anno scorso, Amazon ha acquisito la farmacia online PillPack e ha collaborato con JPMorgan Chase e Berkshire Hathaway per creare una società sanitaria senza scopo di lucro per i dipendenti.

All’inizio di questo mese,  Alphabet Verily (che si dedica al Life Science) ha raccolto 1 miliardo di dollari da investitori per espandere il suo lavoro nel settore sanitario e ha ottenuto l’approvazione dalla FDA per la sua tecnologia di elettrocardiogramma per dispositivi indossabili, concepita per il suo Study Watch (ritenuto un dispositivo medico e venduto con prescrizione), ma probabilmente pronta a essere integrata in altri smart watch, ad esempio quelli Fossil appena acquisiti. 

Alphabet-Google nel corso del 2018 si è data piuttosto da fare in ambito assicurativo, acquisendo Applied System ed Ethos: la prima, ha realizzato un software basato su cloud che automatizza tutto il ciclo di vita dell’assicurazione e rende più efficiente tutta la gestione dell’attività assicurativa, a supporto anche di agenzie e brokeraggio; la seconda, utilizza l’analisi dei dati per prevedere l’aspettativa di vita di una persona ed è in grado, secondo quanto afferma, di ridurre il tempo normalmente impiegato per richiedere polizze di assicurazione sulla vita da 10 settimane a soli 10 minuti. Ricordiamo inoltre che Google Ventures ha investito in diverse startup insurtech, tra cui Oscar Health, Lemonade e Clover Health, tra le più finanziate al mondo.

Amazon è altrettanto attiva in ambito assicurativo, sia attraverso acquisizioni che collaborazioni cross-border: ha investito nella startup insurtech indiana Acko, giovane Compagnia digital-first in un mercato immenso; ha lanciato in UK la sua polizza Amazon Protect in collaborazione con The Warranty Group, che è andata così bene da farle avviare una massiccia campagna di recruiting di talenti ‘assicurativi’.

Insomma, una partita movimentata quella dell’insurance e dell’healthcare, due settori strettamente legati tradizionalmente, ma oggi più che mai.

La tabella qui di seguito di Business Insider evidenzia molto bene opportunità, minacce, punti di forza e debolezza di quattro colossi tecnologici in relazione all’ambito healthcare. Nella colonna ‘opportunità’ di Apple è specificamente indicato ‘polizze salute personalizzate’.

L’articolo Apple sempre più vicina al mondo assicurativo proviene da InsuranceUp.