C’è un nuovo unicorno insurtech: la startup americana Bolttech valutata più di 1 miliardo di dollari

C’è un nuovo unicorno insurtech. A inizio luglio la startup americana Bolttech ha chiuso un round di investimenti da 180 milioni di dollari guidato da Activant Capital Group, raggiungendo così una valutazione da più di un miliardo di dollari a un solo anno dal suo lancio nel 2020.

Al round, il più grande finora ottenuto da una startup insurtech, hanno partecipato Tony Fadell – inventore dell’iPod e Presidente di Future Shape; Alpha Leonis Partners, Dowling Capital Partners, B. Riley Venture Capital e Tarsadia Investments.

Basata tra New York e Singapore, Bolttech gestisce una piattaforma digitale che connette diverse compagnie assicurative permettendo loro di offrire ai clienti prodotti anche al di fuori delle rispettive aree di specializzazione. Allo stesso tempo, la piattaforma è accessibile anche da piccole attività commerciali o compagnie non direttamente attive nel settore insurance, che però vogliono comprare polizze oppure offrire il servizio ai propri clienti.

Nell’arco del 2020, Bolttech ha triplicato i suoi clienti aziendali e moltiplicato di nove vollte le partnership di distribuzione negli Stati Uniti. Secondo Reuters, oggi Bolttech collabora con 150 assicuratori in 14 Paesi e i suoi servizi hanno permesso di chiudere operazoni con premi complessivi da 5 miliardi di dollari. Raggiunge oltre 7,7 milioni di clienti in 14 mercati in Nord America,  Asia ed  Europa, con licenze in 50 Stati negli USA e in diversi mercati chiave in Asia e in Europa.

“Siamo lieti di dare il benvenuto ai nostri nuovi investitori e, insieme al loro supporto e alla loro partnership, non vediamo l’ora di continuare la nostra missione di diventare l’ecosistema leader mondiale abilitato alla tecnologia per la protezione e le assicurazioni” ha commentato Rob Schimek, ex Presidente e CEO di AIG e EMEA, e oggi alla guida di Bolttech, “Questo investimento ci aiuterà a connettere ancora più assicuratori, distributori e clienti sulla nostra piattaforma, plasmando il futuro della distribuzione assicurativa.”

I nuovi fondi saranno utilizzati per migliorare la tecnologia ed espandere la presenza di Bolttech su scala globale.

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Open Insurance: definizione, breve storia e casi dell’assicurazione aperta

Non solo polizze: il futuro dell’industria assicurativa guarda oggi a un modello open, basato sulla sinergia e le connessioni che possono nascere tra diversi settori fino a poco fa impermeabili. È questo modello a essere definito Open Insurance: si basa sulla condivisione di dati tra assicuratori, banche, startup e compagnie tech, con lo scopo di creare nuovi prodotti integrati che spaziano in diversi ambiti, dalla mobilità agli affitti e i rischi informatici. I ruoli tradizionali e i campi di azione e conoscenza diventano quindi concetti obsoleti, a favore di un flusso che collega molteplici tipologie di servizi per migliorare, infine, l’esperienza utente.

Mercoledì 30 giugno viene presentato il report 2021 dell’Osservatorio Open Insurance di Italian Insurtech Association. L’Osservatorio Open Insurance riunisce compagnie assicurative e riassicurative, istituzioni finanziarie, aziende tecnologiche e gli attori dell’ecosistema Open Insurance per monitorare, analizzare, discutere le applicazioni dell’Open Insurance, e costruire il know-how per consentire ai nostri associati di essere posizionati al meglio per sfruttare l’enorme potenziale dell’Open Insurance (qui puoi leggere l’agenda del webinar).

Vediamo allora cos’è l’Open Insurance, come funziona, e quali sono le sue implicazioni più importanti. Primo fra tutti la trasformazione del quadro competitivo:  di chi devono avere paura i player tradizionali della finanza e le compagnie assicurative? Delle startup o di Samsung, Volkswagen, Amazon, Facebook o Eni solo per citare alcuni nomi noti?

Open Insurance, la definizione

Essendo un fenomeno estremamente innovativo e ancora in costruzione, definire in modo univoco il concetto di Open Insurance non è facile. In generale, l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (EIOPA) identifica il fenomeno come “la possibilità di accedere e condividere informazioni, sia personali che di carattere generale, relativi al mondo delle assicurazioni tramite le Application programming Interfaces [la tecnologia API]”.

Open Insurance, breve storia

L’Open Insurance è di certo un fenomeno nuovo e ancora da plasmare, ma tutti gli esperti sono concordi nel sostenere che questo è destinato a cambiare radicalmente il mondo assicurativo, integrandolo con i servizi bancari e con piattaforme di più ampio respiro. In ambito Open Insurance, quindi, è più appropriato parlare di futuro invece che guardare al passato.

Così come l’Open Banking, comunque, il fenomeno ha le sue radici nella direttiva PDS2 dell’Unione Europea, entrata in vigore nel 2019. Questa chiede alle banche di aprire i propri API alle compagnie fintech e ad altre società terze, in modo che queste possano creare programmi e servizi personalizzati capaci di rispondere realmente alle nuove necessità degli utenti.

La direttiva sta già mostrando i propri effetti e sta contribuendo a rinnovare gli ecosistemi del mondo bancario, finanziario, e anche assicurativo.

Gli ingredienti dell’Open Insurance

Il punto fondamentale dell’infrastruttura alla base dell’Open Insurance sono i sistemi di Application Programming Interface (API), che permettono di condividere le informazioni e far comunicare i dati, facilitando quindi la creazione di servizi integrati per diverse piattaforme.

Gli API sono alla base della programmazione di app e programmi e vengono spesso utilizzati dalle compagnie per integrare widget o vetrine digitali sul proprio sito, migliorando quindi l’esperienza di acquisto. Nel mondo bancario, per esempio, è proprio grazie agli API che gli utenti possono svolgere transazioni direttamente sui siti di e-commerce in modo sicuro e tracciabile.

Basandosi sui dati veri e propri degli utenti, i programmi e i servizi costruiti a partire dagli API riescono a rispecchiare le loro necessità e le abitudini di acquisto e utilizzo: una rivoluzione che nel mondo assicurativo, dominato generalmente da compagnie ormai considerate obsolete, si propone di mettere a disposizione dei clienti un nuovo universo di polizze e prodotti flessibili e personalizzabili.

La condivisione dei dati, ovviamente, avviene con il consenso degli utenti e con tutte le attenzioni del caso necessarie per tutelare la privacy e, se necessario, l’anonimato degli utenti coinvolti.

Come accennato l’Open Insurance fa a sua volta parte del più grande universo dell’Open Banking, che connette tra loro tutti i soggetti all’avanguardia operanti nell’ecosistema bancario e finanziario, in modo anche da permettere la creazione di servizi sempre più innovativi.

Lo sviluppo degli ecosistemi

Il meccanismo dell’Open Insurance permette di allargare l’ecosistema assicurativo ad altri attori. Le conseguenze sono evidenti: basta compartimenti stagni, ora i servizi collegano settori anche molto distinti, come lo sport, la mobilità e l’energia.

Un esempio sono i sistemi di smart home: grazie alla condivisione dei dati tra dispositivi di domotica intelligenti e mondo assicurativo è possibile creare polizze personalizzate che tengono conto dei rischi specifici di ogni zona e anche della situazione propria di ogni abitazione assicurata o controllata digitalmente.

Altro settore dal grande potenziale è quello della mobilità sostenibile, occupato soprattutto dalle compagnie di car, bike o scooter sharing. Grazie alla comunicazione dei dati tra aziende che forniscono i servizi e rispettivi partner assicurativi sarà possibile creare prodotti ad hoc studiati appositamente per questo nuovo settore.

Anche il mondo del wellness può beneficiare dell’Open Insurance: i dispositivi wearable, come smartwatch o altri sensori indossabili, permettono di immagazzinare importanti parametri relativi allo stato di salute degli utenti, da utilizzare per plasmare e proporre polizze appropriate.

Il risultato, in generale, consiste in servizi assicurativi al passo con i tempi e costruiti proprio a partire dalle necessità dei clienti, in tutti gli ambiti.

La crescita dell’Insurtech

Il settore delle assicurazioni digitali sta attraversando un momento di enorme crescita: nel 2020 il mondo insurtech ha toccato un nuovo record con 7,1 miliardi di dollari in investimenti a livello globale, un aumento del 12% rispetto all’anno precedente.

Per quanto riguarda l’Open Banking – che come abbiamo detto include anche l’Open Insurance – Accenture stima che il solo comparto europeo nel 2020 abbia mosso capitali per 61 miliardi di euro, il 7% di tutte le entrate generate dal mondo bancario. Il 99% delle compagnie ha infatti in programma di investire nelle nuove tecnologie.

L’Open Insurance, di per sé, è ancora agli albori, ma il trend è decisamente positivo e sta convincendo molti a lasciare da parte le operazioni tradizionali per creare un ecosistema sempre più integrato e aperto anche a settori legati solo in modo collaterale al mondo assicurativo. Secondo un sondaggio di Accenture, già oggi il 63% degli assicuratori si sono mobilitati per adottare sistemi che favoriscano un ambiente interconnesso.

Casi di Open Insurance

Sono tante le startup che hanno fatto proprio il modello dell’Open Insurance. Tra le prime ad approfittare delle sue potenzialità troviamo TrueLayer, scaleup fondata a Londra nel 2016 da due imprenditori italiani – Francesco Simoneschi e Luca Martinetti – con lo scopo aprire il mondo bancario tramite la condivisione di informazioni tramite API.

Nel 2018 TrueLayer ha avviato una collaborazione con la startup assicurativa Anorak per offrire polizze sulla vita grazie proprio alla direttiva PSD2 e ai sistemi di API, tramite i quali la compagnia è in grado di predire la copertura più adatta alle necessità dei clienti. Si tratta di una delle prime applicazioni della direttiva nell’ecosistema assicurativo.

Rimanendo in Europa altro esempio virtuoso è Wakam, compagnia francese attiva ormai in 13 Paesi, che offre servizi digitali per il mondo delle polizze su danni e infortuni. Tutti i suoi prodotti sono personalizzabili e immediatamente integrabili con le piattaforme di assicurati, broker e intermediari proprio grazie ai sistemi API

Altro attore di spicco è Arity, costola dell’americana Allstate Insurance Company che sta rivoluzionando il settore della mobilità e delle assicurazioni auto. Arity analizza le abitudini di guida dei clienti per offrire polizze personalizzate e premi o ricompense per coloro con un livello rischio particolarmente basso.

Anche il colosso insurtech Lemonade, valutato per più di 4 miliardi di dollari, ha lanciato il suo sistema di API nel 2017. Questo permette alle compagnie interessate, in tutti gli ambiti, di incorporare i servizi assicurativi offerti da Lemonade direttamente all’interno delle loro piattaforme, unendo così le polizze agli altri servizi offerti. Il sistema di API permette di accedere a preventivi rapidi, strutturare pacchetti personalizzati ed effettuare pagamenti in modo rapido e immediato, senza dover passare attraverso il sito di Lemonade.

La crescente interconnessione di diversi settori, inoltre, sta spingendo i colossi del tech – pensiamo ad Amazon, Google, Facebook e Apple ­– ad avvicinarsi sempre di più all’universo assicurativo. Per continuare a essere competitive su un mercato in profonda trasformazione le compagnie tradizionali non possono più ignorare la presenza di nuovi attori, ma anzi dovrebbero abbracciare il processo di trasformazione digitale e rinnovare i propri modelli operativi.

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Siamo pronti per l’onda insurtech?

Se si guarda dall’alto l’Insurtech, si vede un gran movimento. Anche in Europa. Ma l’Italia non sembra ancora in posizione per cogliere l’onda e trarre beneficio dell’inevitabile accelerazione nella trasformazione digitale dell’insurance. Il rischio? Diventare una colonia tecnologica e finanziaria.

Gli investimenti in fintech in Europa hanno già superato il record del 2019

Nei primi sei mei del 2021, secondo i dati di Dealroom, siamo già arrivati a 10.4 miliardi con round clamorosi come quello di Klarna (639).

Il 2020 ci ha fatto vedere e capire quanto siano importanti le relazioni digital nel mondo dei servizi finanziari e i capitali corrono dietro le imprese che le stanno curando, gestendo e valorizzando. Siamo di fronte a un’accelerazione importante che dovrebbe vincere le residue resistenze degli incumbent e convincerli a mettersi in gioco, andando oltre lo scouting e i POC: non c’è tempo da perdere. Per diverse ragioni.

L’insurance è un’industria globale di 6 trilioni di dollari, finora poco toccata dalla trasformazione digitale

Costituisce quindi una grande opportunità per le tech company, soprattutto startup che stanno lavorando sui suoi punti di debolezza: una catena del valore complicata e frammentata, la crescita dei costi operativi che hanno ridotto i margini, una sensazione rassicurante di protezione ispirata dalla quantità di capitale necessario e da apparati normativi stringenti.

La disruption può ridurre i costi, estrarre nuovo valore senza fermarsi certo davanti alle barriere burocratiche. Soprattutto quando cominciano ad affluire ingenti risorse finanziarie come sta accadendo sempre di più , anno dopo anno. Se il fintech ha fatto boom non è solo grazie a diversi mega round abilitati soprattutto dall’open banking, ma anche a una nuova ondata insurtech che in Italia facciamo fatica a vedere.

Il fintech resta il settore dell’innovazione dove si concentrano gran parte degli investimenti, con i fondi americani e cinesi in prima fila

In Europa finora lo scenario è stato dominato dalla Gran Bretagna, secondo mercato dopo gli Stati Uniti. Finora, perché la quota di UK nel Vecchio Continente per la prima volta è sotto il 50%. Avanzano Francia, Germania, Svezia con masse investite fra 1,5 e 2 miliardi. Promemoria: stiamo parlando solo di fintech, in Italia il totale degli investimenti in startup è ancora abbondantemente sotto il miliardo.

L’insurtech è stato finora “sottoinvestito”, sottolinea un report del fondo di venture capital Mundi Ventures con Dealroom, e forse anche per questa ragione gli investimenti hanno un tasso di crescita superiore ad altri settori: dal 2016 sono aumentati di oltre quattro volte contro le 2.6 di Health e l’1.4 dell’intero comparto fintech: 7.3 miliardi dollari a livello globale contro l’1.8 del 2016, appunto.

Nei primi mesi del 2021 sull’Insurtech europeo si sono già riversati 1,8 miliardi con 34 round superiori ai 2 milioni

dicono ancora le analisi di Dealroom, che prevedono una chiusura d’anno a 4,2 miliardi con 78 round. Stiamo parlando di un mercato valutato 23 miliardi, valore che al 2024 dovrebbe arrivare a 1.6 trilioni.

Insomma, il gioco comincia a farsi duro. E l’Europa diventa attraente. Anche nell’insurtech ci sono i megaround (come quelli della tedesca Wefox che presto arriverà in Italia – 650 milioni, valutazione 3 miliardi – o l’inglese Bought by Many – 350 milioni, valutazione oltre 2 miliardi). Per la prima volta quest’anno un fondo come Sequoia ha investito nel Vecchio Continente, in Germania e in Francia.

Sono lontani i tempi in cui Peter Thiel, founder di PayPal ma anche di Palantir, definiva l’Europa “un fannullone da cui aspettarsi poco”

Il suo fondo Mthral Capital ha guidato a metà giugno un round da 30 milioni sulla fintech inglese Generation Home. Sarà perché UK è adesso fuori dall’Europa? È molto più probabile che Thiel abbia cambiato idea, come molti altri investitori nordamericani e del Far East che adesso vedono nell’Europa un potenziale di crescita e di cambiamento ancora tutto da cavalcare. Ma dove stanno guardando? Nella solita Gran Bretagna, certo, ma anche in Germania e in Francia.

Dove vanno i capitali? Gran Bretagna, Germania, Francia. E l’Italia?

I capitali stanno andando verso quegli ecosistemi più maturi e dove l’innovazione è meglio accolta e considerata. Il vantaggio non è solo per le startup finanziate, che così hanno più probabilità di diventare vere aziende, ma per tutto il sistema economico e delle imprese di quei Paesi. Non mancherà molto che gli unicorni tedeschi o francesi si muoveranno alla conquista dell’Italia, mangiando quote di mercato agli incumbent e alle startup. L’onda sta salendo: l’Italia è pronta a cavalcarla? Se non lo farà, qualcuno in un futuro prossimo probabilmente dirà non tanto che siamo fannulloni ma bamboccioni si.

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Siamo pronti per l’onda insurtech?

Se si guarda dall’alto l’Insurtech, si vede un gran movimento. Anche in Europa. Ma l’Italia non sembra ancora in posizione per cogliere l’onda e trarre beneficio dell’inevitabile accelerazione nella trasformazione digitale dell’insurance. Il rischio? Diventare una colonia tecnologica e finanziaria.

Gli investimenti in fintech in Europa hanno già superato il record del 2019

Nei primi sei mei del 2021, secondo i dati di Dealroom, siamo già arrivati a 10.4 miliardi con round clamorosi come quello di Klarna (639).

Il 2020 ci ha fatto vedere e capire quanto siano importanti le relazioni digital nel mondo dei servizi finanziari e i capitali corrono dietro le imprese che le stanno curando, gestendo e valorizzando. Siamo di fronte a un’accelerazione importante che dovrebbe vincere le residue resistenze degli incumbent e convincerli a mettersi in gioco, andando oltre lo scouting e i POC: non c’è tempo da perdere. Per diverse ragioni.

L’insurance è un’industria globale di 6 trilioni di dollari, finora poco toccata dalla trasformazione digitale

Costituisce quindi una grande opportunità per le tech company, soprattutto startup che stanno lavorando sui suoi punti di debolezza: una catena del valore complicata e frammentata, la crescita dei costi operativi che hanno ridotto i margini, una sensazione rassicurante di protezione ispirata dalla quantità di capitale necessario e da apparati normativi stringenti.

La disruption può ridurre i costi, estrarre nuovo valore senza fermarsi certo davanti alle barriere burocratiche. Soprattutto quando cominciano ad affluire ingenti risorse finanziarie come sta accadendo sempre di più , anno dopo anno. Se il fintech ha fatto boom non è solo grazie a diversi mega round abilitati soprattutto dall’open banking, ma anche a una nuova ondata insurtech che in Italia facciamo fatica a vedere.

Il fintech resta il settore dell’innovazione dove si concentrano gran parte degli investimenti, con i fondi americani e cinesi in prima fila

In Europa finora lo scenario è stato dominato dalla Gran Bretagna, secondo mercato dopo gli Stati Uniti. Finora, perché la quota di UK nel Vecchio Continente per la prima volta è sotto il 50%. Avanzano Francia, Germania, Svezia con masse investite fra 1,5 e 2 miliardi. Promemoria: stiamo parlando solo di fintech, in Italia il totale degli investimenti in startup è ancora abbondantemente sotto il miliardo.

L’insurtech è stato finora “sottoinvestito”, sottolinea un report del fondo di venture capital Mundi Ventures con Dealroom, e forse anche per questa ragione gli investimenti hanno un tasso di crescita superiore ad altri settori: dal 2016 sono aumentati di oltre quattro volte contro le 2.6 di Health e l’1.4 dell’intero comparto fintech: 7.3 miliardi dollari a livello globale contro l’1.8 del 2016, appunto.

Nei primi mesi del 2021 sull’Insurtech europeo si sono già riversati 1,8 miliardi con 34 round superiori ai 2 milioni

dicono ancora le analisi di Dealroom, che prevedono una chiusura d’anno a 4,2 miliardi con 78 round. Stiamo parlando di un mercato valutato 23 miliardi, valore che al 2024 dovrebbe arrivare a 1.6 trilioni.

Insomma, il gioco comincia a farsi duro. E l’Europa diventa attraente. Anche nell’insurtech ci sono i megaround (come quelli della tedesca Wefox che presto arriverà in Italia – 650 milioni, valutazione 3 miliardi – o l’inglese Bought by Many – 350 milioni, valutazione oltre 2 miliardi). Per la prima volta quest’anno un fondo come Sequoia ha investito nel Vecchio Continente, in Germania e in Francia.

Sono lontani i tempi in cui Peter Thiel, founder di PayPal ma anche di Palantir, definiva l’Europa “un fannullone da cui aspettarsi poco”

Il suo fondo Mthral Capital ha guidato a metà giugno un round da 30 milioni sulla fintech inglese Generation Home. Sarà perché UK è adesso fuori dall’Europa? È molto più probabile che Thiel abbia cambiato idea, come molti altri investitori nordamericani e del Far East che adesso vedono nell’Europa un potenziale di crescita e di cambiamento ancora tutto da cavalcare. Ma dove stanno guardando? Nella solita Gran Bretagna, certo, ma anche in Germania e in Francia.

Dove vanno i capitali? Gran Bretagna, Germania, Francia. E l’Italia?

I capitali stanno andando verso quegli ecosistemi più maturi e dove l’innovazione è meglio accolta e considerata. Il vantaggio non è solo per le startup finanziate, che così hanno più probabilità di diventare vere aziende, ma per tutto il sistema economico e delle imprese di quei Paesi. Non mancherà molto che gli unicorni tedeschi o francesi si muoveranno alla conquista dell’Italia, mangiando quote di mercato agli incumbent e alle startup. L’onda sta salendo: l’Italia è pronta a cavalcarla? Se non lo farà, qualcuno in un futuro prossimo probabilmente dirà non tanto che siamo fannulloni ma bamboccioni si.

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Oscar Health: l’insurtech da 7,7 miliardi di dollari che non genera profitti

L’insurtech americana Oscar Health ha ormai raggiunto traguardi e numeri da capogiro: una valutazione da quasi otto miliardi di dollari, il debutto sulla Borsa di New York per 1,2 miliardi e 530 mila clienti in 18 Stati americani. Secondo gli esperti, però, il suo futuro finanziario continua a rimanere incerto.

Nonostante le entrate per 370 milioni di dollari, nei primi tre mesi del 2021 la compagnia ha comunque registrato perdite per 87,4 miliardi. La strada per avere un bilancio in positivo e generare profitti è ancora lunga, e gli ingenti investimenti effettuati per migliorare la tecnologia o mantenere di tariffe vantaggiose potrebbero non bastare.

Cosa fa Oscar Health

La startup è stata fondata a New York quasi 10 anni fa, nel 2012, da Kevin Nazemi, Mario Schlosser e Joshua Kushner, il fratello del genero di Donald Trump Jared Kushner. Oscar Health è attiva nel campo delle polizze mediche: “Crediamo che i cittadini americani meritino coperture assicurative convenienti e di alta qualità che si adattino allo stile di vita di tutti, dalle famiglie che cercano un’assicurazione per i bambini appena nati o i genitori più anziani agli gli adulti con condizioni croniche che conoscono bene il proprio medico, passando per coloro che cercano un pacchetto assicurativo adatto alla pensione” si legge sul sito della compagnia.

La piattaforma digitale sviluppata da Oscar Health permette di gestire le polizze completamente online e analizza i dati dei clienti per proporre a ognuno soluzioni personalizzate. I piani disponibili sono tre: il primo è rivolto ai clienti del programma Medicare, gestito dal governo e dedicato agli americani meno abbienti, il secondo è pensato per singoli individui o famiglie e il terzo, infine, si rivolge alle imprese. Tra i servizi offerti dall’insurtech troviamo anche la possibilità di ricevere visite o consulti medici in modalità virtuale, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, prenotabili attraverso l’app della compagnia.

A maggio 2021 Oscar Health opera in 18 stati americani e conta più di 540 mila clienti, ma ha in programma di continuare a espandersi nel corso dei prossimi anni. Nel 2020 gestiva premi per 1,67 miliardi di dollari.

Dai primi investimenti all’entrata in Borsa

Dalla sua fondazione Oscar Health ha raccolto 1,6 miliardi di dollari in 10 round di investimenti. Il 2020 è stato particolarmente fortunato da questo punto di vista: a giugno la compagnia ha ottenuto 225 milioni di dollari, e pochi mesi dopo, a dicembre, ne sono arrivati altri 140 in un round guidato da Tiger Global Management: un totale di 365 milioni di dollari raccolti lo scorso anno, uno al giorno.

Il grande salto qualitativo è arrivato a inizio marzo 2021, quando Oscar Health si è quotata sulla Borsa di New York. L’operazione ha permesso di raccogliere 1,2 miliardi di dollari, vendendo 31 milioni di azioni a 39 dollari l’una. La compagnia ha così raggiunto una valutazione invidiabile: 7,7 miliardi di dollari. Subito dopo il debutto sui mercati, però, il prezzo delle azioni di Oscar Health è sceso dell’11 per cento, passando dai 39 dollari iniziali a 34,80, ed è poi diminuito del 50% nei successivi due mesi.

Oscar Health, un futuro incerto

Nei primi tre mesi del 2021 – durante i quali ha avuto luogo anche l’entrata sui mercati – i clienti della compagnia sono aumentati quasi del 30 per cento rispetto all’anno precedente, passando da 420 mila iscritti a 542 mila. In crescita anche le entrate, che sono passate da 88 milioni di dollari a quasi 370 milioni.

Allo stesso tempo, però, Oscar Health continua a non registrare profitti: nel primo trimestre del 2021 ha registrato perdite per 88 milioni di dollari, un dato in leggero miglioramento rispetto ai 97 milioni dello scorso anno.

Secondo Forbes, per imporsi sui mercati Oscar Health utilizza un modello basato sull’innovazione tecnologica e il mantenimento di prezzi vantaggiosi per i suoi prodotti. Questo, però, potrebbe non bastare dato che, nei suoi nove anni di attività, la compagnia ha già investito somme ingenti senza però mai riuscire a generare profitti. Fino a oggi Oscar Health ha registrato perdite per un totale complessivo di 1,5 miliardi di dollari.

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Mercato assicurativo e innovazione, le sfide che ci attendono

L’insurance è come una grande nave, veloce e con un grande abbrivio ma difficile da far virare. È arrivata una grossa onda che ovviamente ci ha rallentato e fatto ballare. Ma chi continuava ad andare dritto sulla vecchia rotta si è solo preso l’onda di faccia. Chi, come noi, aveva già avviato la virata, l’ha presa lateralmente ed ha potuto usare la sua forza per accelerare il cambiamento.

L’effetto della pandemia sui conti delle compagnie assicurative ancora dobbiamo vederlo in pieno e abbiamo fiducia che le manovre di rilancio dell’economia ci aiuteranno a non vederlo mai. Quello che però vediamo tutti è questa magica convergenza che si è creata fra i bisogni dei nostri clienti, la prioritizzazione degli investimenti nel digitale da parte delle compagnie e il contesto normativo che, va detto, ci ha dato una forte mano in particolare con la semplificazione dei contratti per email.

Tutti abbiamo tuttavia operato in velocità, spostando budget da altre voci, in deroga agli abituali processi ed in un contesto normativo favorevole. Per il post pandemia abbiamo quindi due grandi sfide che ci attendono: mantenere questo focus sull’innovazione e la customer experience e adattarci alla minore capacità di spesa dei clienti. Come l’Istat evidenzia, il calo della spesa per servizi non riferiti all’abitazione è del 19,4% e se vogliamo veramente giocare un ruolo sociale dobbiamo essere veramente accessibili a tutti.

L’innovazione non è il fine ma il mezzo

A parte il salto tecnologico che abbiamo fatto negli ultimi mesi, la crescita più importante è culturale. Abbiamo finalmente fatto pace con la tecnologia, abbiamo riportato il mondo digitale nella dimensione dello strumento, utile per fare cose normali in modo semplice o per consentire cose altrimenti impossibili, come sembrava fino a ieri poter frequentare la scuola senza uscire da casa.

Purtroppo considerare l’innovazione come qualcosa di esotico è una debolezza molto diffusa fra gli addetti ai lavori. Tendiamo ad innamorarci della tecnologia, siamo affascinati dalle soluzioni innovative, dimenticandoci di valutare se rispondano o meno ad un reale bisogno. Solo il 6% dei progetti innovativi avviati nell’insurance è oggi nella fase di industrializzazione e il 60% dei progetti in Intelligenza Artificiale aperti da banche e assicurazioni è stato chiuso prima dell’implementazione. Sono convinto che fossero tutti progetti bellissimi, per chi li seguiva o dal punto di vista “accademico”, ma hanno funzionato più per fare bella figura in qualche convention che per un reale obiettivo di business. Diciamo che quel genere di progetti diventa il fine di chi li aveva lanciati, più che il mezzo per raggiungere un obiettivo. E non deve andare così: l’innovazione deve essere un abilitatore trasversale, non una struttura organizzativa.

I kpi dell’innovazione: non ci sono solo la transazioni digitali

Se l’innovazione è uno strumento, credo sia un errore cercare di misurarla con KPI diretti. Devo invece misurarne l’efficacia che ha avuto nel raggiungimento dell’obiettivo, che sia di business, di NPS (Net Promoter Score) o di cost cutting. Inizialmente avevamo un KPI di numero di transazioni digitali sul totale. Però non sempre la scelta binaria digitale è esaustiva, perché in molti casi l’intervento umano aggiunge valore oggettivo, in molti altri aggiunge un valore soggettivo per il cliente in termini di esperienza e in altri casi l’intervento umano può costare meno che sviluppare un automatismo. Insomma, il KPI dovrebbe essere usare al massimo le transazioni digitali tutte le volte che servano, piacciano, convengano etc. e il KPI vero torna ad essere l’NPS (quanto i clienti consigliano la tua azienda?) le vendite, i costi non l’utilizzo del digitale in se.  È anche un errore allocarvi un budget dedicato, il budget deve essere del business/process owner che poi, credendo nell’utilità dello strumento innovativo, lo alloca a queste iniziative per raggiungere utilitaristicamente il suo obiettivo, non perché vuole fare una cosa “tech”.

Gli investimenti in insurtech e il ritardo italiano

Detto tutto questo, c’è ancora molto da fare sul fronte dell’insurtech. Gli investimenti in Italia sono ancora limitati, per due motivi principali. Il primo è la complessità del sistema regolamentare italiano a fronte di un basso rapporto premi su PIL, che da tempo diciamo destinato a crescere ma ancora allineato al trend del settore auto.

Nessuna delle insurtech italiane ha lo status di compagnia: le startup sono broker, managing general agent, solution providers o molto più spesso “semplici” società di servizi che svolgono parte del processo assicurativo. La prateria dell’insurtech oggi è quindi nei servizi di prevenzione e di assistenza, che sono centrali per passare dal pagare i sinistri a prevenire e mitigare i rischi.

Il secondo motivo del ritardo insurtech italiano è una miscela fra la dimensione del mercato dei capitali e ambizioni delle startup nostrane, entrambi limitate. Chi nasce pensando al mondo, o quantomeno all’Europa, parte direttamente da Londra, dove gli startupper italiani fanno fortuna. Per gli altri c’è un mercato in Italia comunque efficiente a misura delle loro ambizioni, entrambi settati sulla dimensione domestica. Con un mercato limitato ed un ritorno sul capitale solo nel medio termine è difficile attrarre risorse ingenti pensando poi di scalare a livello europeo: è più semplice entrare in mercati più maturi e per tornare in Italia successivamente.

I segnali di cambiamento positivo, comunque, non mancano. Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare. Finalmente vediamo scendere in campo le grandi istituzioni, come Cassa Depositi e Prestiti con CdP Venture Capital, che non solo stanno portando dimensione e struttura ma stanno catalizzando competenze e attori diversi, attraendo altri player. Così facendo, riusciremo in una cosa che agli italiani di solito non riesce sempre bene: fare sistema.

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Shift Technology, il nuovo unicorno francese che protegge dalle frodi

Nel ricco panorama insurtech francese si fa strada un nuovo unicorno: Shift Technology, che poche settimane fa ha chiuso un round di investimenti di Serie D da 220 milioni di dollari (circa 183 milioni di euro). La sua valutazione ha così raggiunto e superato il miliardo di dollari.

Shift Technology si muove in campo Software as a Service (SaaS) e sfrutta l’intelligenza artificiale per salvaguardare le compagnie assicurative dal rischio di possibili frodi, con un’attenzione particolare per i processi automatizzati di sottoscrizione e gestione delle polizze.

Ecco come funziona Shift Technology, la tecnologia utilizzata e le prospettive per il futuro.

I servizi di Shift Technology

Shift Technology nasce a Parigi, in Francia, nel 2014 dall’idea di David Durrleman (attuale Cto), Eric Sibony (Cso, Chief Services Officer) e Jeremy Jawish (Ceo). Attraverso la sua suite di programmi SaaS la startup sfrutta le potenzialità dell’intelligenza artificiale per aiutare le compagnie assicurative a evitare possibili frodi nei processi di sottoscrizione delle polizze, valutazione e compensazione dei sinistri, e gestione delle procedure finanziarie.

Secondo la non-profit americana Coalition Against Insurance Fraud, ogni anno negli Stati Uniti le frodi in campo assicurativo causano danni per 80 miliardi di dollari, e la crescente digitalizzazione dei processi potrebbe far lievitare i numeri. Allo stesso tempo, il settore basato sull’individuazione delle frodi in ambito assicurativo valeva 2,5 miliardi di dollari nel 2019, e potrebbe arrivare a 8 miliardi entro il 2024.

Dalla sua fondazione Shift Technology ha analizzato quasi 2 miliardi di polizze, rilevando potenziali frodi – come falsi incidenti, danni denunciati come nuovi ma in realtà già presenti, e documenti non più validi – con un livello di accuratezza del 75%. Per farlo la startup combina dati storici, immagini aeree e satellitari, scenari di possibile rischio e informazioni ottenute da partner esterni.

Oltre alla protezione contro le truffe, Shift Technology offre anche un servizio chatbot che permette di automatizzare la gestione dei sinistri in modo semplice e rapido, migliorando allo stesso tempo la customer experience.

Al momento la compagnia opera principalmente in campo danni e infortuni – ma ha in programma di espandersi presto nel mondo delle assicurazioni mediche – ed è attiva in 25 Paesi a livello globale. Tra i suoi clienti troviamo colossi come Generali France e la giapponese Mitsui Sumitomo.

Il futuro: l’hub francese per l’IA

Dalla sua fondazione, nel 2014, Shift Technology ha raccolto un totale di 320 milioni di dollari. Gli ultimi round hanno seguito un netto trend di crescita: dai 10 milioni di dollari raccolti nel 2016 ai 28 del 2017, fino ai 60 del 2019. L’ultimo round, di Serie D, è stato chiuso il 6 maggio scorso e ha permesso di raccogliere un totale di 220 milioni di dollari (183 milioni di euro) grazie anche alla partecipazione di investitori come Advent International, Accel, Iris Capital e General Catalyst.

La valutazione della compagnia ha così raggiunto il miliardo di dollari, permettendo a Shift Technology di affiancarsi ad Alan nel mondo degli unicorni insurtech francesi. Il Ceo Jeremy Jawish ha commentato la notizia usando toni che aprono a un futuro promettente: “Abbiamo appena iniziato a scoprire le potenzialità dell’IA e dell’automatizzazione applicate ai processi che guidano tutto il ciclo assicurativo” ha detto In un comunicato stampa rilasciato dall’azienda.

La startup impiega al momento 350 persone, e intende utilizzare i nuovi fondi per allargare il team: “Faremo molte assunzioni in Francia e alcune anche negli Stati Uniti” ha detto il Ceo. Lo scopo ultimo, poi, è creare il “più importante hub francese dedicato all’intelligenza artificiale nel settore assicurativo”, che impiegherà 300 persone entro il 2023.

L’articolo Shift Technology, il nuovo unicorno francese che protegge dalle frodi proviene da InsuranceUp.


Insurtech, il ritardo digitale degli intermediari assicurativi

La penetrazione della digitalizzazione all’interno del comparto assicurativo sembra essere arrivata ad un punto cruciale: entro 10 anni l’82% dei consumatori di prodotti assicurativi sarà digitale, ma l’80% degli intermediari assicurativi non vende ancora servizi online.

È quanto emerge dall’indagine, supportata da elipsLife, prodotta da IIA – Italian Insurtech Associtation, in collaborazione con EMF Group, che ha interpellato gli intermediari, coinvolgendo sia broker che agenti di assicurazione mono e plurimandatari, sul livello di digitalizzazione del loro business.

Intermediari assicurativi: il 76% non teme la digitalizzazione

Secondo l’indagine, la maggior parte degli addetti che operano come intermediati, un ruolo centrale all’interno della catena del settore perché permette di comprendere meglio le esigenze del cliente e proporgli il prodotto assicurativo più adatto, non temono la disintermediazione dall’utilizzo di strumenti online. Se il 50% dei broker non ha paura dell’avvento del digitale nel rapporto con il cliente, la percentuale sale al 59% nel caso degli agenti monomandatari e al 63% per quelli plurimandatari.

Il 76% del campione ritiene infatti che la digitalizzazione sia un fattore molto importante per rimanere competitivi, consapevoli che l’utilizzo di servizi e soluzioni digitali quali Big Data (per il 36%), Web services (il 35%), Intelligenza artificiale (il 30%), blockchain (il 23%), ecc. possono avere un impatto positivo sul loro lavoro. Utilizzare questo genere di innovazioni non solo consentirebbe di avere una conoscenza più puntuale dei comportamenti e dei bisogni dell’utente, grazie all’analisi dei dati, ma anche di effettuare analisi predittive o di automatizzare alcune attività a basso valore aggiunto sfruttando le potenzialità degli algoritmi di AI e machine learning, migliorando in produttività ed efficienza.

Intermediari assicurativi: la digitalizzazione è cominciata, ma manca visione strategica

Se il 73% degli intermediari dichiara di aver già avviato in maniera significativa prima del 2020 un processo di digitalizzazione per automatizzare i processi, questi riguardano prevalentemente la gestione di attività quotidiane come emissioni di polizze, richieste di quotazione, gestione di pagamenti. Manca ancora una visione più strategica del processo di digitalizzazione nell’ottica di rispondere con nuovi servizi e proposte on line o via app a un consumatore sempre più digitale. L’80% degli intervistati dichiara infatti di non disporre di un sito o di un’applicazione per vendere online i propri prodotti e servizi.

Il gap tra consumatore digitale e offerta assicurativa

Dall’indagine emerge un evidente gap tra il nuovo consumatore digitale e l’offerta assicurativa tradizionale, reso ancora più complesso dal contesto di bassa retention dell’Industria Assicurativa specialmente tra i segmenti più giovani: l’85% dei giovani ritiene che l’offerta assicurativa non sia in linea con le proprie esigenze. Il cliente digitale richiede un approccio e un linguaggio nuovo, che si allinei alle esigenze dei più giovani (56% dei millennials) e prodotti che abbiano una migliore usabilità online (72%) e integrazione con lo smartphone (81%).

“In questa corsa alla digitalizzazione il fattore tempo è determinante. La sfida è evitare che in Italia si perda l’opportunità di creare un mercato assicurativo innovativo che sappia rispondere, con nuovi servizi e prodotti, a un nuovo tipo di domanda da parte di un consumatore sempre più digitale, che oggi rappresenta il 32% del target assicurativo: era al 10% nel 2010 e sarà all’82% del 2030.” spiega Simone Ranucci Brandimarte Presidente di IIA.

“Parliamo di una filiera strategica fondamentale per il nostro Paese, che vale il 7% del prodotto interno lordo italiano e che impiega quasi 400.000 addetti sul territorio nazionale, di cui quasi la metà nel solo ramo distributivo.”

Le sfide della digitalizzazione nelle assicurazioni

Sebbene confrontando i dati di quest’ultima indagine con quelli prodotti nel 2020, si possano registrare evidenti margini di miglioramento, molte sono ancora le sfide da vincere secondo gli intervistati, per arrivare a una transizione digitale adeguata di tutta la filiera.

Il 40% dichiara che la sfida più grande da vincere resta quella delle barriere culturali, erano il 60% nel 2020. La seconda sfida da affrontare riguarda la poca o non adeguata integrazione della tecnologia con i sistemi della compagnia assicurativa (per il 37% degli agenti, contro 60% dello scorso anno).
Infine, il tema della formazione, che rappresenta un fattore chiave, giudicata insufficiente e da migliorare per il 32% degli intervistati.

“Proprio su questi aspetti l’Italian Insurtech Association (IIA) è impegnata nel promuovere il progresso dell’innovazione assicurativo attraverso la formazione tecnica e la condivisione di best practice tecnologiche. Il nostro obiettivo è incentivare gli investimenti e creare valore per tutta la filiera, accelerandone le competenze tramite sinergie e favorendo la creazione di competenze digitali attraverso corsi di base gratuiti e realizzando un progetto di rinascimento digitale che sia inclusivo e diffuso su tutta la filiera.” conclude Simone Ranucci Brandimarte.

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Insurtech: cos’è e come cambierà il mondo delle assicurazioni

Che cos’è l’insurtech

La parola insurtech, formato dalle parole insurance + technology, identifica praticamente tutto ciò che è innovazione technology – driven in ambito assicurativo: software, applicazioni, startup, prodotti, servizi, modelli di business. Mutuato dal termine fintech che afferisce al mondo più propriamente bancario, l’insurtech è considerato anche un figlio di questo ed è pertanto molto simile, sia come impatto che sta producendo sulle imprese tradizionali del settore, sia come fondamenti su cui si basa e velocità con la quale si va affermando.

Come le banche, anche le assicurazioni sono state tra le industrie più lente nell’adattarsi alla digitalizzazione e nel cogliere le opportunità offerte dalla digital transformation.

Se in epoca di internet 1.0 la digitalizzazione delle imprese (in Italia particolarmente difficoltosa) veniva interpretata come la banale apertura di un sito web aziendale, inteso come trasposizione online della brochure cartacea; e in epoca di internet 2.0 come ingresso nel mondo dei social o nell’ecommerce; ora, in epoca industria 4.0, la tecnologia digitale ha un impatto ancora più profondo e incide direttamente sui modelli di business e la tipologia di servizi. E ha investito l’industria assicurativa con la forza di un tornado, imponendo un cambiamento radicale che travolge cultura aziendale,  processi,  gestione dei dati, relazione con i clienti. L’industria assicurativa è cambiata per sempre.

Negli ultimi anni vi è stata una netta accelerazione, che ha condotto alla moltiplicazione degli investimenti, in startup e società che sviluppano soluzioni per l’industria assicurativa, sia da parte di fondi di Venture Capital, sia da parte delle stesse Compagnie assicurative, attraverso i propri fondi di Corporate Venture Capital.

Insurtech, gli investimenti

CBInsights, società di consulenza e reportistica che segue da tempo l’insurtech, va indietro nel tempo fino al 2011 nell’individuazione dei primi investimenti nel settore, ma è nel 2015, come riporta il grafico, che avviene internazionalmente (sebbene con forte concentrazione in US) il vero boom. 

numeri dell'insutech

Quello che ha caratterizzato gli ultimi anni in ambito insurtech è stato, oltre al numero e all’entità degli investimenti, anche il fatto che, con diverse modalità, le compagnie tradizionali hanno “abbracciato” questo mondo: hanno cominciato a guardare al mondo delle startup insurtech e a collaborare con esse, spesso a finanziarle con i propri fondi di venture capital o ad acquisirle. Sono sorti innovation lab aziendali, programmi di accelerazione, incubatori, eventi dedicati.

Il taglio degli investimenti è cresciuto esponenzialmente, con cifre da capogiro ora che i venture capitalist puntano non più solo su startup early stage, ma su startup in espansione e scaleup, portanda alla nascita di veri e propri unicorni insurtech. Secondo recenti report, per esempio quello di Willis Tower, il 2020 ha visto 2,5 miliardi di dollari investiti solo nel terzo trimestre.

Il 2021 è partito in quarta, raggiungendo nell primo trimestre il maggior numero totale di round di finanziamento insurtech dal 2019.

Quali sono i pilastri dell’insurtech

SHARING ECONOMY

Secondo quanto indicato da Enrico Aprico, Adjunct Professor Università Cattolica del Sacro Cuore, esperto di sharing economy e marketing, uno dei temi chiave per il settore insurtech è rappresentato dalla sharing economy. L’intera catena del valore delle compagnie è minacciata dai nuovi modelli di business legati all’economia della condivisione  e alla digitalizzazione. Prodotti, marketing, distribuzione, prezzi si trasformano.

Un caso emblematico è rappresentato da Lemonade, startup insurtech newyorkese molto aggressiva, la cui intuizione è stata ripensare non solo i prodotti assicurativi, ma ogni parte della value chain, per creare un’offerta sempre più responsive, modulata sulle reali esigenze dei clienti, perfettamente collocata all’interno della contemporaneità. Il risultato è un pacchetto assicurativo technology‐first e legacy‐free, capace di offrire un prodotto istantaneo, smart e completamente incantevole. Già nei suoi primi mesi di attività, Lemonade ha battuto anche un record sulla gestione dei claim: un cliente lo ha risolto in 3 secondi. Lemonade è rapidamente diventata un’unicorno, e nel 2020 ha debuttato alla Borsa di New York, raddoppiando in pochi giorni il valore della sua IPO.

BLOCKCHAIN

La tecnologia blockchain è considerata da molti non solo utile alle assicurazioni, ma un vero e proprio volano. Kevin Wang, Ali Safavi, Scott Robinson del Plug and Play Tech Center, (un acceleratore per startup della Silicon Valley che ha sede in 22 Paesi al mondo, focalizzato in programmi verticali tra cui uno dedicato all’Insurance), sostengono che il potere di questa tecnologia risieda nella sua capacità di alimentare nuove modalità di transazioni finanziarie, di migliorare i processi di assicurazione esistenti, e tenere traccia dei documenti. Le valute digitali basate su blockchain possono supportare molti nuovi modelli assicurativi, in particolare le micro assicurazioni e il P2P. Molte delle applicazioni blockchain potrebbero essere raggruppate in una nuova categoria di “smart contracts” cioè contratti intelligenti: in termini semplici, questi contratti sarebbero software sviluppato ed eseguito all’interno di un sistema blockchain. La tecnologia blockchain ha il potere di far fare alle assicurazioni un salto in una nuova era, a partire proprio dai nuovi modelli delle micro assicurazioni, del P2P, delle assicurazioni parametriche.

Blockchain, quali concreti vantaggi per le Compagnie assicurative?

CYBER SECURITY

Per le assicurazioni il tema rappresenta un grande sfida, che può valere decine di miliardi di dollari.

In questi ultimi anni,  le assicurazioni per la cyber security sono cresciute moltissimo come dimensione del mercato e fatturato, nonostante si trattasse inizialmente di un settore in cui entrare con i piedi di piombo per le Compagnie, viste le oggettive difficoltà a prevedere, contenere, gestire gli attacchi informatici. Sono ancora pochi i dati storici necessari per stabilire un pricing corretto delle polizze e vi è una grande variazione di anno in anno nel tipo di attacchi informatici e danni che le aziende si trovano ad affrontare di più. Uno studio di Ibm ha stimato che nel 2019 le violazioni informatiche sono costate in media 3,5 milioni di dollari a ogni azienda italiana, e questi costi sono destinati a crescere con la diffusione della digitalizzazione e dell’integrazione digitale di tutta la supply chain delle organizzazioni aziendali.

Secondo quanto evidenziato dal nuovo studio pubblicato da Fortune Business Insights, il mercato della cyber security ha raggiungo un valore di 153,16 miliardi di dollari nel 2020, ed è destinato a raggiungere un valore pari a 366 miliardi di dollari nel 2028.

MICRO-INSURANCE

Devie Mohan di BurnMark dice che le compagnie stanno cominciando a sfruttare i dati in modo sempre più sofisticato per fornire prodotti più personalizzati che soddisfano le aspettative sempre più specifiche dei consumatori. Inoltre, l’economia della condivisione richiede prodotti di nicchia, e solo quei prodotti che sono rilevanti per i modelli di utilizzo e di comportamento degli utenti avrà successo. Questa evoluzione ha portato a uno degli sviluppi più interessanti dell’insurtech, cioè la possibilità di stipulare polizze solo quando e solo per il tempo necessario (vedi ad esempio Trov e l’italiana Neosurance), di pagare assicurazioni auto solo per le miglia o le ore di guida reali (usage based insurance come Metromile).

Inoltre, la micro-assicurazione si sta rivelando anche un sistema per garantire coperture assicurative in aree a bassissimo reddito perchè offre polizze a prezzi accessibili, pagabili in piccole rate che sono sottoscrivibili da molte più persone. (Per esempio, in tale direzione si muove la svedese BIMA)

IOT E INSURTECH

La proliferazione di aziende tecnologiche concentrate sull’IoT, avrà un enorme impatto su banche e imprese di assicurazione, perchè offriranno dati più rilevanti che possono ridurre i costi, fornire al cliente così come all’assicuratore maggiore efficienza, e creare un’esperienza coerente attraverso tutti i punti di contatto, essere alla base di polizze usage based, che rappresentano un trend certo nel settore auto. In ambito IoT possiamo ricomprendere anche sottocategorie come la smart home e lo smart building, che offrono molteplici opportunità al mondo assicurativo.

Le tecnologie IoT abilitano inoltre un nuovo trend insurtech: quello dell’assicurazione connessa o connected insurance.

Connected insurance, che cos’è e qual è lo stato del mercato

DRIVERLESS CAR

Il settore assicurativo auto sta per essere modificato in modo consistente, a causa dell’arrivo di driverless car e avanzati sistemi ADAS, KPMG prevede che il mercato assicurativo auto può ridursi del 60% entro il 2040 e Peter Diamandis, cofondatore della Singularity University,  ritiene che sia addirittura una sottostima dell’impatto. 

Ogni grande casa automobilistica sta lavorando sulla driverless car, e dal momento che queste auto, si dice, ridurranno gli incidenti fino al 90%, potrebbe trattarsi della fine per l’assicurazione auto.

Benchè a monte ci sia una battaglia legislativa incombente per rimodellare il sistema RCA nell’ambito del nuovo scenario: la responsabilità ricadrà su case automobilistiche? sui possessori dell’auto? sugli ingegneri del software? E’ ancora tutto da stabilire.

In merito a questo tema il Regno Unito sarà probabilmente il primo Paese al mondo a regolamentare il settore con una disciplina che stabilisce responsabilità dell’assicuratore e del costruttore, dopo essere stato il primo a procedere con l’inquadramento a “livello normativo” della guida autonoma.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CHATBOT, ROBO-ADVISOR

Qualcuno prevede una fine della figura dell’agente: robo-advisor e chatbot dotati di intelligenza artificiale, sostituiscono già ora i broker tradizionali, questo è certo per un buon numero di nuove tipologie di polizze, per esempio quelle consumer on-demand. “Gli utenti sono sempre più connessi al web e preferiscono usare i dispositivi mobile, lo scorso ottobre per la prima volta il traffico Internet ‘mobile’ ha superato quello da pc. – afferma Gabriele Antoniazzi, Founder e CEO di Responsa, società che sviluppa chatbot – Gli utenti oggi vogliono gestire tutto da smartphone e tablet ed avere la possibilità di accedere a ogni prodotto o servizio in mobilità e in autonomia, senza doversi rivolgere a terzi, senza dover aspettare e soprattutto senza doversi scomodare.”

Il trend del momento in campo di intelligenza artificiale sono i chatbot, assistenti virtuali che interagiscono con gli utenti come fossero operatori umani e che li supportano durante il loro processo di acquisto, di richiesta di informazioni e di assistenza online. Questi nuovi strumenti stanno avendo largo impiego in molteplici settori e stanno riscuotendo grande consenso tra il pubblico ma anche tra le aziende, perché aumentano la qualità del servizio riducendo i costi di supporto.

Ma non necessariamente la figura degli agenti deve tramontare, c’è anche chi ritiene che almeno per il momento il mercato ne abbia ancora bisogno e che l’innovazione tecnologica debba essere complementare e supportare il lavoro degli agenti  “L’alfabetizzazione digitale non è ancora completa – ci ha detto Diego Pizzocaro, Ceo e founder di Sellf, startup che ha sviluppato una piattaforma di CRM per agenti – Inoltre la stipula di una polizza richiede spesso anche un rapporto di fiducia e riservatezza, anche per la delicatezza dei dati privati condivisi, per cui molte tipologie di clienti preferiscono ancora oggi l’agente in carne e ossa”.

Certamente la customer experience dei clienti varia in base anche all’età e altre caratteristiche personali e di stile di vita, come ha evidenziato Accenture che individua Nomadi digitali, Value explorer, Quality seeker, tre tipologie di clienti assicurativi di oggi.

Le tecnologie di intelligenza artificiale come chatbot e robo-advisor sono probabilmente il mezzo più efficace per raggiungere i millennial sono soluzioni cui le assicurazioni guardano con estremo interesse. Un caso è rappresentato da Spixii, startup fondata da due italiani a Londra, che ha vinto tra gli altri premi anche Open-F@b Call4Ideas 2016, il contest pan-europeo promosso da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp e Polihub.  La startup sviluppa un chatbot per il settore assicurativo, di cui abbiamo parlato in questo articolo, ed è nata proprio dall’osservazione del processo di acquisto delle giovani generazioni rispetto a una polizza.

Insurtech, gli effetti sulle PMI

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano nel 2020, l’84% delle PMI italiane ha almeno una copertura assicurativa attiva e, di queste, il 42% acquista le polizze in modalità tradizionale, quindi tramite incontri di persona con un agente e utilizzo di documentazione cartacea. Tuttavia, il canale d’acquisto sta attraversando un significativo processo di digitalizzazione, considerato che il 38% delle PMI italiane si affida ad una modalità ibrida, cioè parzialmente digitale, e il 26% utilizza esclusivamente canali digitali.

Questo è possibile anche grazie al numero sempre maggiore di compagnie assicurative che si impegnano a supportare digitalmente i propri clienti nella gestione delle assicurazioni, garantendo la possibilità di rinnovare e verificare polizze, gestire i sinistri e aggiungere coperture tramite sistemi digitali.

La pandemia da Covid-19 ha dato un ulteriore importante impulso a questo percorso di digitalizzazione: a seguito dell’emergenza sanitaria gli incontri fisici con agenti e consulenti si sono ridotti del 32% a favore di videoconferenze, così come l’accesso ai servizi in filiale ha registrato un calo del 39% spostandosi parzialmente sul sito web della compagnia. C’è quindi un trend crescente di affidamento alla tecnologia, che potrebbe preparare il terreno per una maggiore penetrazione di tecnologie e attori insurtech anche tra le PMI.

I dati e le startup dell’insurtech in italia

Il panorama insurtech italiano presenta alcuni casi di successo, ma ha ancora ancora significativi margini di sviluppo.

Guardando al trend nelle operazioni di investimento degli ultimi anni si può osservare una costante crescita, con una punta rappresentata da Prima.it, intermediario digitale al momento prevalentemente nel ramo auto, che nel 2018 ha realizzato un mega round di finanziamento di oltre 100 milioni di euro, l’operazione maggiore mai realizzata in Italia.

Dal 2010 al 2019 il numero di iniziative nel settore sono cresciute del 255%. Nel 2019 il volume di investimenti attratto è stato di 35 milioni di dollari, non certo elevato rispetto a quello di altri paesi come la Francia e la Germania ma non del tutto trascurabile.

Tra le startup italiane più promettenti ci sono Yolo, intermediario digitale B2B2C che lavora nel campo della cosiddetta “instant insurance”, Claider, che ha completamente reingegnerizzato il processo di denuncia e gestione di un sinistro offrendo una customer experience completamente digitale,
Insoore, piattaforma per il riconoscimento delle immagini a supporto dei processi di gestione dei sinistri, e Virtuoso, piattaforma digitale a supporto dei programmi di welfare e wellbeing aziendali.

Le startup insurtech nel mondo

Secondo la ricerca del 2020 di AmCham Italy, si contano a livello globale, circa 1.200 startup insurtech: un significativo incremento, se si pensa che nel 2014 erano meno della metà (574).

Complessivamente queste startup hanno raccolto, sino ad oggi, all’incirca 19,6 miliardi di dollari di finanziamenti in capitale di rischio da parte di investitori terzi. Questi numeri potrebbero sembrare modesti se comparati alle oltre 16.000 startup operanti nel fintech, con circa 213,7 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti negli ultimi 20 anni. Tuttavia, il tasso di crescita degli investimenti in insurtech negli ultimi 2 anni (2018/19) è stato significativamente maggiore: circa 40% nell’insurtech contro il 28% del fintech.

Non bisogna però dimenticare che il settore insurtech ha sfornato negli ultimi anni non pochi unicorni (startup dalla valutazione superiore a un miliardo): a partire da Lemonade, che ora si è quotato in borsa, passando per altri grandi nomi come Hippo Insurance, Oscar Health, Next Insurance, Zego, Alan, Shift Technology.

Insurtech, 11 startup che stanno cambiando le assicurazioni

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Waterdrop, una insurtech cinese a Wall Street: che cosa fa

A Wall Street c’è un nuovo unicorno insurtech ed è cinese. Il 7 maggio ha infatti debuttato Waterdrop, scaleup fondata nel 2016 e che ha fra i suoi investitori anche Tencent: finora ha ottenuto 631 milioni di dollari di finanziamenti. Nel giorno del collocamento ha raccolto 360 milioni (30milioni di azioni vendute a 12 dollari l’una), raggiungendo una valutazione di 4,7 miliardi

Waterdrop è tra le poche aziende fintech cinesi ad aver finalizzato l’entrata sui mercati americani, nonostante la crescente regolamentazione di un settore già delicato come quello delle polizze mediche.

Vediamo allora come funziona Waterdrop, le tipologie di servizi offerti e le sfide che dovrà affrontare nel prossimo futuro.

Waterdrop, crowdfunding e polizze sanitarie

Waterdrop si compone attualmente di due unità operative fondamentali: la piattaforma di crowdfunding e il programma Waterdrop Insurance Mall, attraverso il quale vende polizze assicurative in campo medico.

Per quanto riguarda la prima, l’insurtech aiuta gli utenti con problemi di salute a organizzare e gestire campagne di raccolta fondi, sfruttando anche la popolarità dei suoi canali di comunicazione. Questa modalità è ancora poco esplorata dal settore insurtech europeo, ma decisamente promettente: a luglio 2020 le campagne organizzate da Waterdrop avevano raccolto un totale di 4,6 miliardi di dollari tramite più di un miliardo donazioni effettuate da 320 milioni di utenti.

Le campagne di raccolta fondi vengono organizzate e diffuse tramite i social network, primo tra tutti il colosso cinese WeChat.

Waterdrop Insurance Mall è invece la sezione dedicata alla sottoscrizione di polizze sanitarie. Nella prima metà del 2020 questa contava 120 milioni di clienti e un premio complessivo di 865 milioni di dollari, in continua crescita. La compagnia punta a offrire prodotti assicurativi economici e accessibili a tutti: le polizze a lungo termine partono da 4 yuan (0,58 dollari) al mese.

In passato Waterdrop vantava anche una terza unità operativa tramite la quale gestiva un programma di aiuto reciproco (mutual aid): gli utenti interessati versavano una qualsiasi cifra su un fondo comune, e la compagnia provvedeva poi a pagare fino a 43 mila dollari nel caso in cui i contribuenti fossero andati incontri a problemi di salute. Il programma aveva più di 70 milioni di utenti e nel 2019 aveva rimborsato spese per 2 miliardi di yuan, che equivalgono a più di 300 milioni di dollari.

Il fondo di mutual aid è stato chiuso lo scorso marzo, a causa della crescente complessità delle norme che regolano il settore.

Secondo Bloomberg, i prodotti offerti da Waterdrop si rivolgono principalmente ai residenti delle città cinesi meno in vista e ai giovani utenti esperti nella navigazione in internet. In Cina, le stime sostengono che entro i prossimi di anni il mercato delle assicurazioni digitalizzate potrebbe crescere di 2.5 trilioni di yuan (387 miliardi di dollari).

L’ingresso in Borsa tra investimenti, perdite e problemi normativi

Waterdrop è stata fondata nel 2016 da Shen Peng, che attualmente ricopre il ruolo di Ceo. In cinque anni di attività la compagnia ha raccolto investimenti per 631 milioni di dollari, divisi in nove diversi round. L’ultimo, di Serie E, ha visto il colosso Tencent – lo sviluppatore di WeChat – investire 150 milioni di dollari. In precedenza, ad agosto 2020, la compagnia aveva raccolto 230 milioni di dollari in un round di Serie D guidato da Swiss Re e Tencent.

La compagnia ha acquisito lo status di unicorno nell’aprile 2019, e a maggio 2021 si è quotata con successo sulla Borsa di New York raccogliendo 360 milioni di dollari.

Ancora oggi, però, Waterdrop non ha mai generato profitti e si è detta dubbiosa riguardo alla possibilità di ribaltare la situazione nel breve termine. Nel 2020, ad esempio, ha generato entrate per 464 milioni di dollari, ma ha comunque chiuso l’anno in negativo con perdite per 101 milioni.

Nel prossimo futuro, inoltre, l’insurtech dovrà affrontare una serie di ostacoli normativi: il settore delle polizze mediche – specialmente se offerte tramite metodi non convenzionali come il crowdfunding – è infatti particolarmente complesso e le regolamentazioni in vigore stanno diventando via via più serrate. Importanti cambiamenti potrebbero quindi minacciare il futuro di Waterdrop.

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