Tre rivoluzioni che spingono l’insurtech

Le cose accadono sempre per la concorrenza di diversi fattori che, ad un certo punto, arrivano a maturazione o esplodono. È quel che sta accadendo per la trasformazione digitale della nostra società, dai comportamenti quotidiani al business. Alla cosiddetta quarta rivoluzione industriale, in atto da tempo, si è aggiunta in questo bisestile la pandemia da coronavirus. Mentre incombe un passaggio generazionale di cui è ancora poco chiaro l’impatto.

Di fronte a questa pressione della storia pochi possono resistere, molti lo stanno comprendendo ma non sempre la velocità di reazione è quella necessaria. Succede in molte industry, sta accadendo anche nell’insurance, dove crescono gli investimenti ma non sempre la consapevolezza delle aziende. Soprattutto in Europa, ancora di più in Italia. Se ne parlerà molto in occasione del primo Italian Insurtech Summit del 17 settembre.

La rivoluzione generazionale: l’impatto dei Millennial

Partiamo dalla terza rivoluzione, quella portata dal passaggio generazionale. Una evidenza: per la prima volta nelle prossime elezioni americane la maggioranza degli elettori non sarà più costituita da Babyboomers (gentili signori nati tra la fine della seconda Guerra Mondiale e i mitici Anni Sessanta) ma da Millennials (baldi giovanotti arrivati al mondo fra l’inizio degli anni Ottanta e la metà dei Novanta e non dopo il 2000, come spesso si crede…). Negli Stati Uniti è scattato l’allarme, perché la demografia è politica (e Trump potrebbe scivolare proprio su questo slittamento anagrafico) ma anche economia (e gli States hanno  ben chiaro da tempo dove sta il futuro, anche se in competizione con la Cina, vista la quantità di investimenti in genere sul digitale e in particolare sul fintech).

Il Vecchio Continente, Italia compresa, invecchia di più ma il tempo scorre comunque: cambiano culture, abitudini, comportamenti. Agli uomini e alle donne che crescono le assicurazioni sanno di non poter più presentarsi con le stesse proposte, e nelle stesse modalità dell’ultimo mezzo secolo, come hanno fatto con nonni e genitori. Le polizze digitali non arrivano ancora all’1,5% del mercato ma non sarà ancora così per molto. Già oggi il 55% dei millennial si dichiara pronto ad utilizzare nuovi prodotti assicurativi, purchè in linea con le proprie esigenze e on demand, dice un’indagine dell’Italian Insurtech Association. E il suo presidente Simone Ranucci Brandimerti dice in un’analisi pubblicata su EconomyUp: “Ci aspettiamo quindi in poco tempo un mercato assicurativo diverso, più digitale, più tecnologico e sicuramente più grande”. Arriveranno certamente nuovi player e, se l’offerta tradizionale non si aggiornerà, potrebbero persino diventare leader di segmenti di un mercato della protezione e del benessere inevitabilmente destinato a crescere.

La trasformazione digitale inevitabile

Ecco perché la trasformazione digitale, uno dei numerosi, diversi e anche controversi portati della quarta rivoluzione industriale, diventa necessaria per garantire un futuro ad aziende e persino a intere filiere. Ritengo sarebbe molto utile per chi governa oggi le grandi compagnie (e non solo per i loro CIO, CIIO, CInO o Innovation Manager) andare a vedere su che cosa stanno puntando i 5 principali investitori fintech (si chiamano Sequoia, 500 Capital, Ribbit Capital, Accel, Global Founder Capital) e quanti soldi.

L’untouched society generata dal virus

Se non ce ne fosse stato abbastanza, è arrivato il Covid-19 e con esso la prospettiva di una untouched society, visto che dovremo imparare a convivere con i rischi dei virus, come da tempo ci aveva avvertito Bill Gates(rivedi qui il suo intervento al TED). Nessuno può escludere che, superato il coronavirus, non ne arrivi un altro più o meno misterioso e minaccioso. Il digitale non è più, quindi, solo una opportunità ma diventa una necessità. Permette di ridurre i costi, migliorare il servizio, ampliare l’utenza potenziale. Ed è più sicuro, ovviamente se non saranno dimenticati gli investimenti in cybersecurity.

Il digitale è il primo punto del piano europeo che accompagna il Recovery Fund. Ci sarà una disponibilità di risorse finanziarie come mai in passato. Ma serviranno a poco se l’intero sistema delle aziende non farà la sua parte. Assicurazioni comprese.

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Colossi insurtech, Lemonade adesso vuole assicurare gli animali domestici

Lemonade, l’unicorno insurtech di New York che vende polizze casa, intende entrare anche nel mercato dell’assicurazione sanitaria per animali domestici. La società, che ha raccolto circa mezzo miliardo di dollari in finanziamenti venture capital ed è presente dallo scorso anno anche in Germania, ha annunciato a febbraio i suoi piani per espandersi nel settore delle assicurazioni per animali domestici. In questo momento, l’azienda sta aspettando le autorizzazioni, un passaggio che potrebbe richiedere “mesi”, secondo il fondatore e CEO Daniel Schreiber.

Perciò non si hanno ancora notizie su ‘come saranno’ queste ‘polizze pet’, che prezzo avranno o che tipo di copertura offriranno, si sa però che saranno destinate esclusivamente a cani e gatti e a copertura della loro salute. E sappiamo anche che Lemonade sa già a chi andare a proporre tali polizze, i suoi clienti delle assicurazioni casa ai quali in fase di sottoscrizione ha chiesto se possiedono animali domestici. Per esempio, Schreiber ha spiegato che la proprietà di un cane è uno dei tanti segnali usati da Lemonade per determinare le quotazioni dell’assicurazione per proprietari e affittuari di case, in quanto i cani possono a volte giocare un ruolo nella valutazione del rischio di una casa, come ad esempio scoraggiare i furti con scasso.

Il nuovo prodotto assicurativo, dice la società, si baserà sugli stessi principi seguiti dalla Compagnia per gli altri prodotti assicurativi: un’esperienza digitale  semplice, condizioni chiare e leggibili, zero problemi con pagamenti di sinistri fulminei, un servizio clienti al top della categoria e il give back del premio residuo a cause caritatevoli scelte dai clienti.

“Molti al team Lemonade, me compreso, sono genitori di animali domestici devoti, così abbiamo deciso di costruire il prodotto di assicurazione sanitaria da sogno per i nostri migliori amici”, ha detto Shai Wininger, COO e co-fondatore di Lemonade. “Molti di noi pensano ai nostri animali domestici come a membri della famiglia, eppure così pochi di noi fanno il passo importante per ottenere un’assicurazione sanitaria. Ci siamo sfidati a creare un prodotto che colmi questa lacuna e renda l’assicurazione sanitaria per animali domestici accessibile e conveniente”.

Solo una piccolissima parte dei proprietari di animali domestici negli Stati Uniti ha oggi un’assicurazione per animali domestici, con numeri che vanno dall’1 al 2%. Nel frattempo, secondo Schreiber, il 70% dei clienti di Lemonade che hanno acquistato una polizza casa sono anche proprietari di animali domestici.  Circa il 90% dei clienti di Lemonade sono Millennials e hanno acquistato per la prima volta una polizza assicurativa.

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Considerando questi numeri, ha senso che Lemonade si rivolga a quel segmento massiccio del suo pubblico con un nuovo prodotto.

E non guasta il fatto che, in generale, gli americani spendono sempre di più per i loro animali domestici, con una spesa stimata di 75 miliardi di dollari solo nel 2019. E infatti il mercato sta iniziando a crescere sia con le startup (ad esempio Figo e Wagmo), sia con gli operatori tradizionali  (ad esempio, l’acquisizione di PetFirst Healthcare da parte di MetLife e la nuova copertura per animali esotici di Nationwide).

“L’assicurazione sanitaria per gli animali domestici risale a oltre 100 anni fa”, ha detto Schreiber a Techcrunch. “E’ iniziata con i cavalli nei Paesi Bassi, e l’erede di quell’assicurazione per animali domestici è in realtà un’assicurazione auto”. I cavalli erano un mezzo di trasporto, e l’assicurazione aveva lo scopo di proteggervi se succedeva qualcosa a quel mezzo di trasporto. Ma gli animali domestici sono ora membri della famiglia”.

Lemonade è stata fondata nel 2015, è una B Corp certificata, e ha un modello di business basato su Intelligenza Artificiale e Behavioural Economics. Sui premi pagati trattiene una fee fissa, mentre l’accantonamento degli stessi premi che non viene utilizzato per i risarcimenti ogni anno viene donata a un’organizzazione selezionata dal cliente stesso (give back).

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Colossi insurtech, Lemonade adesso vuole assicurare gli animali domestici

Lemonade, l’unicorno insurtech di New York che vende polizze casa, intende entrare anche nel mercato dell’assicurazione sanitaria per animali domestici. La società, che ha raccolto circa mezzo miliardo di dollari in finanziamenti venture capital ed è presente dallo scorso anno anche in Germania, ha annunciato a febbraio i suoi piani per espandersi nel settore delle assicurazioni per animali domestici. In questo momento, l’azienda sta aspettando le autorizzazioni, un passaggio che potrebbe richiedere “mesi”, secondo il fondatore e CEO Daniel Schreiber.

Perciò non si hanno ancora notizie su ‘come saranno’ queste ‘polizze pet’, che prezzo avranno o che tipo di copertura offriranno, si sa però che saranno destinate esclusivamente a cani e gatti e a copertura della loro salute. E sappiamo anche che Lemonade sa già a chi andare a proporre tali polizze, i suoi clienti delle assicurazioni casa ai quali in fase di sottoscrizione ha chiesto se possiedono animali domestici. Per esempio, Schreiber ha spiegato che la proprietà di un cane è uno dei tanti segnali usati da Lemonade per determinare le quotazioni dell’assicurazione per proprietari e affittuari di case, in quanto i cani possono a volte giocare un ruolo nella valutazione del rischio di una casa, come ad esempio scoraggiare i furti con scasso.

Il nuovo prodotto assicurativo, dice la società, si baserà sugli stessi principi seguiti dalla Compagnia per gli altri prodotti assicurativi: un’esperienza digitale  semplice, condizioni chiare e leggibili, zero problemi con pagamenti di sinistri fulminei, un servizio clienti al top della categoria e il give back del premio residuo a cause caritatevoli scelte dai clienti.

“Molti al team Lemonade, me compreso, sono genitori di animali domestici devoti, così abbiamo deciso di costruire il prodotto di assicurazione sanitaria da sogno per i nostri migliori amici”, ha detto Shai Wininger, COO e co-fondatore di Lemonade. “Molti di noi pensano ai nostri animali domestici come a membri della famiglia, eppure così pochi di noi fanno il passo importante per ottenere un’assicurazione sanitaria. Ci siamo sfidati a creare un prodotto che colmi questa lacuna e renda l’assicurazione sanitaria per animali domestici accessibile e conveniente”.

Solo una piccolissima parte dei proprietari di animali domestici negli Stati Uniti ha oggi un’assicurazione per animali domestici, con numeri che vanno dall’1 al 2%. Nel frattempo, secondo Schreiber, il 70% dei clienti di Lemonade che hanno acquistato una polizza casa sono anche proprietari di animali domestici.  Circa il 90% dei clienti di Lemonade sono Millennials e hanno acquistato per la prima volta una polizza assicurativa.

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E non guasta il fatto che, in generale, gli americani spendono sempre di più per i loro animali domestici, con una spesa stimata di 75 miliardi di dollari solo nel 2019. E infatti il mercato sta iniziando a crescere sia con le startup (ad esempio Figo e Wagmo), sia con gli operatori tradizionali  (ad esempio, l’acquisizione di PetFirst Healthcare da parte di MetLife e la nuova copertura per animali esotici di Nationwide).

“L’assicurazione sanitaria per gli animali domestici risale a oltre 100 anni fa”, ha detto Schreiber a Techcrunch. “E’ iniziata con i cavalli nei Paesi Bassi, e l’erede di quell’assicurazione per animali domestici è in realtà un’assicurazione auto”. I cavalli erano un mezzo di trasporto, e l’assicurazione aveva lo scopo di proteggervi se succedeva qualcosa a quel mezzo di trasporto. Ma gli animali domestici sono ora membri della famiglia”.

Lemonade è stata fondata nel 2015, è una B Corp certificata, e ha un modello di business basato su Intelligenza Artificiale e Behavioural Economics. Sui premi pagati trattiene una fee fissa, mentre l’accantonamento degli stessi premi che non viene utilizzato per i risarcimenti ogni anno viene donata a un’organizzazione selezionata dal cliente stesso (give back).

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Social insurance, la startup Axieme conquista investitori con il crowdfunding

Axieme è un intermediario assicurativo, un broker quindi che collabora con le Compagnie, per le quali rappresenta un nuovo canale distributivo nativamente digitale, pensato per un pubblico Millennials. Adotta un modello di business molto innovativo figlio della trasformazione digitale: la social insurance.

Si rivolge infatti ai consumatori finali con una piattaforma attraverso la quale si formano gruppi di persone accomunati da una stessa esigenza assicurativa e che stipulano insieme una polizza, ottenendo risparmi e addirittura ottenendo un give back se non ci sono stati sinistri. Il gruppo condivide la probabilità che accadano sinistri ai suoi membri e controlla in modo trasparente il risparmio maturato in tempo reale, ottenendo quindi una ricompensa ed evitando le frodi.

Recentemente Axieme , di cui avevamo già parlato qui, ha lanciato la sua campagna di equity crowdfunding sulla piattaforma 200crowd, ottenendo immediatamente un grande riscontro: partita con un obiettivo minimo di raccolta di 150.000€, lo ha raggiunto in soli 10 giorni. E dopo aver puntato al secondo obiettivo di 350.000€, ha raggiunto anch’esso dopo 3 settimane dal lancio, con la conseguenza che ha rilanciato ulteriormente verso il suo obiettivo massimo di 500.000€. A chiusura campagna, ora in corso di validazione è arrivata a 505mila euro.

“Un risultato eccezionale – ha affermato Edoardo Monaco, CEO di Axieme – per il quale abbiamo lavorato duramente ma che non ci saremmo mai aspettati di raggiungere in così poco tempo. Questo dimostra che il mercato è pronto per un’idea rivoluzionaria, e anche gli investitori se ne stanno accorgendo. Gli investimenti arrivano persino da oltreoceano, tra gli investitori infatti , compare (dice la società)  anche un Business Angel dalla Silicon Valley con un importante track-record in startup di successo.

“Questo investimento – continua Edoardo – apre Axieme a nuovi scenari che le permetteranno di accelerare la propria crescita. Il recente lancio di Axieme Business, servizio insurtech dedicato alle aziende e l’ingresso in società di Massimo Michaud, ex CEO di Axa Assicurazioni e Allianz, sono solo alcune delle novità che contribuiranno, ne siamo certi, alla crescita esponenziale della startup.

La startup ha anche annunciato di essere recentemente stata ammessa al bando Smart & Start di Invitalia rivolto alle migliori startup innovative d’Italia, che porteranno nelle casse della società ulteriori 508.420€, (finanziamento a tasso zero e della durata di 8 anni + 2 di preammortamento),  permetterà di potenziare ulteriormente il capitale raccolto in equity, contribuendo a valorizzare ulteriormente la quota degli investitori nella campagna di crowdfunding.

Complessivamente, tra il nuovo obiettivo di raccolta con il crowdfunding e il prestito Smart&Start, la società mette assieme circa un milione di nuove risorse che le permettono di allargare il team, investire sullo sviluppo tecnologico della piattaforma e certamente rafforzare le operazioni di marketing.

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Insurtech, un capitale di fiducia da investire sull’innovazione per il cliente

“La visione a breve termine”. È questa la principale difficoltà che incontra chi vuol fare e portare innovazione nelle grandi compagnie assicurative: lo sostiene Pietro Menghi, oggi CEO della startup Neosurance dopo 30 anni di lavoro a livello internazionale nel mondo dell’assicurazione e della riassicurazione. Eppoi i tempi, ancora troppo lunghi per portare in maniera efficace ed efficiente progetti e prodotti innovativi sul mercato.

Per questo Menghi, a 50 anni, ha deciso di “mettersi fuori” per poi tornare a stimolare da fuori le grandi compagnie proponendo le opportunità di algoritmi e big data per creare un ponte intelligente verso persone che fanno parte di community digitali, soprattutto quando sono in mobilità.

Il suo sogno nel cassetto infatti resta assicurativo: “Un’industria che per disegno dovrebbe avere come obiettivo la soddisfazione del cliente. Molti stanno cercando di ridefinire il modello e questi sforzi vanno apprezzati e sostenuti. È un tema enorme, non solo tecnologico ma strategico, perché ti riporta alle origini dell’industria assicurativa, al concetto stesso di comunità che ha bisogno di protezione”. E oggi questa protezione può essere garantita offrendo risposte quasi a livello individuale, quindi capovolgendo la logica prodotto-centrica fino ad oggi prevalente.

VIDEO – PIETRO MENGHI RACCONTA PERCHÉ È DIVENTATO STARTUPPER

Quella di Menghi non è solo nostalgia per l’industry in cui è cresciuto e si è professionalmente affermato. È il segnale di un approccio intelligente sempre più diffuso fra molte startup: non tutte possono portare la disruption fino a diventare una minaccia per gli incumbent. La gran parte non pensano di “abbattere il sistema” ma hanno l’ambizione di cambiarlo, di portare la rivoluzione dentro le aziende consolidate che hanno ancora molto da dire, da fare e importanti asset da spendere. Molti incumbent lo stanno comprendendo e non guardano più alle startup come una minaccia.

“L’assenza di alcuni servizi innovativi nella propria offerta non ha ridotto la fiducia degli utenti”, dice Filippo Renga, Direttore dell’Osservatorio Fintech & Insurtech, a proposito di banche e servizi postali sui quali ha da poco realizzato un’indagine. Credo che l’osservazione si possa estendere a tutti i servizi finanziari, compresi quelli assicurativi che hanno inoltre qualcosa di più e di diverso: entrano intimamente nella vita e nel benessere di ciascuno di noi e non si fermano solo alle questioni di portafoglio.

C’è quindi ancora un capitale riconoscibilità dei brand e di fiducia che i grandi player del mercato finanziario possono e devono investire in innovazione. Ma devono farlo rapidamente. Ricorda Renga: “La fiducia è molto più evidente nei clienti over 55, mentre scende di parecchi punti nei giovani sotto i 25 anni”. Sono loro a chiedere disponibilità 24 ore al giorno, trasparenza, velocità di risposta. Non c’è più molto tempo per preparare risposte reali e credibili per i nuovi clienti. Parliamo tanto di Millennial ma presto passeranno anche loro e arriverà una nuova generazione ancora più digitale ed esigente.

Serve quindi una visione strategica per essere sopraffatti da startup che, in molti casi, non hanno alcuna intenzione di sopraffazione ma vorrebbero essere parte del cambiamento di una grande compagnia decisa a guardare alle tecnologie come un’opportunità per pensare al futuro e ai clienti, oltre il prossimo trimestre.

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Il colosso insurtech Lemonade apre in Germania e si prepara alla quotazione in Borsa

Come avevamo preannunciato in questo articolo, la startup Lemonade (oramai colosso dell’insurtech) con  l’ultimo investimento da 300mln $ ricevuto da Softbank, si prepararava all’espanzione internazionale, comincinado dall’Europa.

Il primo Paese in cui la società stabilisce la sua presenza e lancia le sue innovative polizze casa è la Germania, che sarà anche il primo mercato in cui la startup utilizzerà la Policy 2.0, una polizza che mira a rendere più semplice e comprensibile il documento della copertura assicurativa e per il quale non ha ancora ottenuto l’approvazione normativa negli Stati Uniti, come riporta Business Insider.

“Stiamo  lanciando la polizza assicurativa più sintetica, più semplice e, oseremmo dire, più cool, mai creata, scritta in una lingua che l’uomo può capire. – dice con entusiasmo il fondatore e presidente Shai Wininger su Linkedin – La Polizza 2.0 è stata concepita nell’ambito di un primo progetto di collaborazione tra clienti, esperti assicurativi e il nostro team. Abbiamo reso Policy 2.0 un progetto open source, disponibile per uso commerciale in tutto il mondo”.

Il mercato tedesco sarà dunque il sito di test per l’espansione europea di Lemonade, scelto anche per il fatto che Lemonade si rivolge in particolare ai Millennial digital-savvy che in Germania rappresentano una componente forte della società. Forse in tempi pre Brexit avrebbe cominciato dal mercato UK. Intanto, riporta ancora BI, la società è già stata autorizzata a operare nei Paesi Bassi, e grazie alle regole sui passaporti in tutta l’Unione Europea potrà utilizzare la sua licenza olandese per operare in tutto il continente.

L’altra grande novità che riguarda questa società è la sua imminente quotazione in Borsa. La notizia non è ancora ufficiale, ma è stata riportata da diverse testate (ad esempio New York Buusiness Journal) e mai smentita. Si riporta anche che Lemonade abbia già affidato a JP Morgan and Chase and Goldman Sachs la gestione dell’operazione, con la quale si andranno a cercare nuovi finanziatori per 500 milioni di dollari.

Alla fine del 2018, Lemonade ha registrato vendite circa 57 milioni di dollari – più di 5 volte l’anno prima – assicurato circa 425.000 case, con un valore di copertura di circa 50 miliardi di dollari; fino a oggi ha raccolto investimenti di venture capital per 480 millioni di dollari ed è valutata 2 miliardi.

La società attualmente non e’ ancora in attivo. Come molte nuove aziende, si è concentrata più sull’aumento della quota di mercato e della base clienti che sul raggiungimento precoce della redditività. Nel settore assicurativo in particolare, le compagnie cominciano a vedere i profitti solo dopo diversi anni di attività. Lemonade opera attualmente nel segmento delle assicurazioni casa.

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RC inquilino, ecco come la innova la startup insurtech Urban Jungle

Urban Jungle è una startup nata nel 2016 a Londra, cuore dell’insurtech europeo, e ha appena annunciato una nuova raccolta di investimenti per oltre 2 milioni di sterline. Il suo nome già evoca quello che è il suo mercato di riferimento, quello dei millennials cittadini, sempre più protesi verso la locazione (tradizionale o attraverso piattaforme di sharing) e più sensibili ai canali digitali anche quando si tratta di acquistare una polizza.

Urban Jungle offre una gamma di polizze assicurative pensate per gli inquilini, che comprende anche la copertura non solo dell’immobile, ma anche di tutto quello che può contenere, i prodotti destinati specificamente a coloro che condividono appartamenti o case o valori personali.

La promessa della società è di rendere più facile il processo di acquisto della polizza, tutto online, ma anche la richiesta di un eventuale risarcimento.

Il co-fondatore di Urban Jungle Jimmy Williams ha detto a Techcrunch: “Stiamo correggendo l’assicurazione sulla casa, che ha un sacco di problemi su cui lavorare. Di tutti i tipi di assicurazione personale è ancora quella più acquistata e gestita offline, soprattutto attraverso agenti immobiliari, banche e broker ipotecari. I prezzi sono alti, le condizioni sono complesse e ci sono commissioni per tutto”.

Williams dice che la sua azienda può snellire il processo, e rendere più conveniente acquistare la polizza. “Tutto questo è reso possibile dalla tecnologia. Automatizziamo la stragrande maggioranza dei processi per rendere le cose super veloci e mantenere i nostri costi molto bassi. Utilizziamo i dati anche in modo intelligente per personalizzare la copertura che offriamo ai clienti e rendere i prezzi più equi”.

Urban Jungle vanta più di 15.000 clienti e dice che sta crescendo di oltre il 30% al mese. Complessivamente ha raccolto finanziamenti per 3,7 milioni di sterline fino ad oggi.

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RC inquilino, ecco come la innova la startup insurtech Urban Jungle

Urban Jungle è una startup nata nel 2016 a Londra, cuore dell’insurtech europeo, e ha appena annunciato una nuova raccolta di investimenti per oltre 2 milioni di sterline. Il suo nome già evoca quello che è il suo mercato di riferimento, quello dei millennials cittadini, sempre più protesi verso la locazione (tradizionale o attraverso piattaforme di sharing) e più sensibili ai canali digitali anche quando si tratta di acquistare una polizza.

Urban Jungle offre una gamma di polizze assicurative pensate per gli inquilini, che comprende anche la copertura non solo dell’immobile, ma anche di tutto quello che può contenere, i prodotti destinati specificamente a coloro che condividono appartamenti o case o valori personali.

La promessa della società è di rendere più facile il processo di acquisto della polizza, tutto online, ma anche la richiesta di un eventuale risarcimento.

Il co-fondatore di Urban Jungle Jimmy Williams ha detto a Techcrunch: “Stiamo correggendo l’assicurazione sulla casa, che ha un sacco di problemi su cui lavorare. Di tutti i tipi di assicurazione personale è ancora quella più acquistata e gestita offline, soprattutto attraverso agenti immobiliari, banche e broker ipotecari. I prezzi sono alti, le condizioni sono complesse e ci sono commissioni per tutto”.

Williams dice che la sua azienda può snellire il processo, e rendere più conveniente acquistare la polizza. “Tutto questo è reso possibile dalla tecnologia. Automatizziamo la stragrande maggioranza dei processi per rendere le cose super veloci e mantenere i nostri costi molto bassi. Utilizziamo i dati anche in modo intelligente per personalizzare la copertura che offriamo ai clienti e rendere i prezzi più equi”.

Urban Jungle vanta più di 15.000 clienti e dice che sta crescendo di oltre il 30% al mese. Complessivamente ha raccolto finanziamenti per 3,7 milioni di sterline fino ad oggi.

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Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze

Generazione Z: un futuro che guarda al passato” è il nome della ricerca commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, e condotta dall’istituto di ricerca AstraRicerche, che ha voluto approfondire la cosiddetta Gen Z, quella che segue i Millennials.
La prima Generazione che non ha conoscenza diretta del Novecento, che rifugge Facebook, che non aspira a fama e successo, adora la famiglia, è contro gli sprechi e insegue l’amore. Quelli per i quali ‘papà batte Ronaldo 1.0’.
La ricerca di BNP Paribas Cardif offre un viaggio attraverso la Gen Z che offre sorprese e spunti di riflessione, indagando il loro ‘stare al mondo’ attraverso i rapporti della sfera sociale, la relazione con la tecnologia e l’informazione, le abitudini di consumo, la mobilità, il tempo libero, il lavoro e le loro aspettative sul futuro.
La Gen Z, che rappresenta ben l’11% della popolazione italiana, non è superficiale come in tanti credono, tutt’altro: sono i valori autentici a contare veramente, quelli della famiglia e delle amicizie che, sorprendentemente, non sono quelle digitali.
“Ci siamo trovati di fronte a dei giovanissimi nativi digitali concreti e con le idee chiare, dove il mondo virtuale è una ‘normalità’ che non soppianta i valori tradizionali, come la famiglia e gli amici, e quelli nuovi, come l’inclusione e la sostenibilità. – dice Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif e Coordinatore di BNP Paribas International Financial Services (IFS) per l’Italia – Per la nostra Compagnia l’ascolto è il primo strumento per rispondere in maniera efficace ai cambiamenti sociali con soluzioni sempre più accessibili e orientate alle persone. Dopo Millenials e Over 65 ci interessava comprendere la Generazione Z che rappresenta il target del futuro. La nostra sfida, sarà offrire prodotti innovativi e nuovi modelli di servizio in una logica digitale che tenga sempre conto della componente esperienziale e dell’impatto sociale positivo.”

Ma vediamo con ordine cosa è emerso dall’indagine molto completa di AstraRicerche.

Sfera sociale

Pur non avendo la ricetta per la felicità, il 60% dei giovani della generazione Z si dichiara felice, soprattutto gli uomini e la fascia tra i 14 e i 18 anni e chi vive nei grandi centri. Ma c’è anche un quarto di loro al di sotto della sufficienza. Per essere felici l’importante è stare bene con se stessi (84%) e sentirsi bene fisicamente (82%), ma anche avere un clima sereno in famiglia (80%). Oltre alla famiglia, l’amicizia è un valore fondamentale e gli amici veri sono le persone che si frequentano durante il tempo libero (74%), i compagni di scuola o i colleghi di lavoro (58%) e solo in misura minore le persone conosciute sui social e poi frequentate nella vita reale (37%). Decisamente pochi coloro che indicano le amicizie solo virtuali (26%). Tradizionali nella scelta dei modelli di riferimento, i giovanissimi si lasciano ispirare soprattutto dai genitori (55%), ancora di più i giovani tra i 19 e i 24 anni, dagli amici (44%), soprattutto gli under 19, e dalle persone del proprio quotidiano (37%) o da altri familiari (35%). Contrariamente alle aspettative, al di fuori della propria rete di conoscenze, i personaggi dello spettacolo, con il 35%, e gli sportivi, con il 30%, superano i nuovi potenziali punti di riferimento come chef (19%), fashion blogger (21%) e influencer (23%). La famiglia si conferma in cima alle priorità di questa generazione (56%), soprattutto per la parte femminile delle intervistate, ma anche l’amore (47%), la salute (42%) e l’amicizia (41%) superano nettamente il lavoro (31%) e la scuola (21%). La fama, il successo, l’essere influencer contano davvero pochissimo; solo il 6% le ha come priorità. I centennials sono una generazione inclusiva, attenta all’ambiente e aperta alla diversità (soprattutto le donne per il 67%). Per loro, infatti, si tratta di valori acquisiti che fanno parte del loro quotidiano, del loro modo di essere, di pensare e di vivere. Il 66% effettua la raccolta differenziata, sono attenti agli sprechi di ogni genere (60%) ed è aperta al confronto con l’altro, con ciò che è diverso e che, dunque, può far crescere e arricchire (60%), e questo vale soprattutto per le donne o chi vive nelle grandi città. Una generazione attiva (solo il 9% non studia e non lavora) che si trova a essere più esposta a fenomeni sociali come il bullismo, con oltre la metà che afferma di aver subito a scuola o sul lavoro discriminazioni, soprattutto per la propria salute e forma fisica (51%). Un problema, quest’ultimo, che riguarda principalmente le donne.

Assicurazioni

La ricerca ha indagato anche il rapporto della Generazione Z con le assicurazioni. In generale ben il 65% ne possiede almeno una stipulata da loro o dai propri genitori; più gettonate quelle legate alla mobilità (31%), alle polizze vita (19%) e alla casa (19%). Alta anche la percentuale di chi copre il proprio viaggio con un’assicurazione (69%) tra salute, volo, valigia o viaggio stesso. Sulle polizze per coprire i device da eventuali danni o furti, questa generazione dichiara di conoscerne l’esistenza (81%), con il 21% che già la possiede. Ma nonostante la rete possa essere un terreno rischioso a livello reputazionale, più della metà non conosce le assicurazioni legate alla digital reputation (55%) e buona parte, pur conoscendole, dichiara di non esserne interessato (23%).

Device

Per quanto riguarda il mondo digitale, la ricerca conferma in gran parte l’opinione diffusa: gli smartphone sono il vero device di questa generazione (93%) e l’alternativa è il laptop (75%), mentre tablet e desktop vengono superati anche dalle consolle per giocare e lo smartwatch è scelto solo da uno su cinque, soprattutto tra gli uomini. Ovviamente, dovessero scegliere un solo dispositivo da portare con sé non avrebbero dubbi e sceglierebbero sempre lo smartphone (l’87%). Le opinioni sulla giusta spesa per uno smartphone sono variegate: per il 44% più di 500 euro, per il 38% una cifra ragionevole è tra i 200 e i 500 euro mentre per il 28% meno di 200 euro. Quasi la metà non ritiene di dover cambiare spesso cellulare e lo fa quando smette di funzionare (46%), mentre solo il 6% lo sostituisce ogni anno o più spesso. Sono soprattutto le donne ad essere più legate allo smartphone, anche se spendono meno per acquistarlo e lo cambiano anche con minore frequenza. Quali sono le App più utilizzate dalla generazione Z? Svettano quelle per vedere video (76%) e ascoltare musica (67%) e a seguire quelle per fare acquisti (63%) e vedere programmi (57%). Ancora poco utilizzate le App per la salute, l’alimentazione, per prenotare ristoranti e per informarsi.

Social network

Nel mondo dei social media WhatsApp, in assoluto (89%), e Instagram (82%) sono i padroni indiscussi, distanziando di gran lunga Facebook (72%), che tiene di più tra gli over 19 e tra le donne. Gli altri canali social sono naturalmente presenti ma in percentuale nettamente minore. Tik Tok raggiunge il 10%. Nonostante siano presenti sui social, i giovani nati tra il 1995 e il 2010 non sono molto attivi: il 35% entra raramente e si limita a qualche like. Al contrario, solo il 32% si definisce particolarmente attivo anche se meno di uno su cinque è creatore di contenuti originali. Come comunicano? Ben sei su dieci lo fanno prevalentemente con foto, preferite al testo (26%); meno con video (6%) e messaggi vocali (4%). Quasi uno su due ha postato contenuti di cui si è poi pentito (47%) e oltre la metà (52%) ha visto contenuti non graditi pubblicati da altri. Pur vivendo connessi, i giovani della Gen Z sono poco consapevoli e interessati alla reputazione digitale, hanno una debole percezione della delicatezza del tema e limitano il problema con le impostazioni sulla privacy dei diversi social network. Sempre restando in ambito di rischi legati al mondo digitale, accanto al fenomeno del bullismo diventa sempre più significativo il dato sul cyber bullismo: il 42% ha subito o visto subire episodi legati a questa sempre più diffusa problematica.

Informazione e tempo libero

Nel tempo libero ascoltare musica è la prima grande passione dei giovanissimi (78%), che amano viverla anche in maniera esperienziale preferendo i concerti alla discoteca (solo il 31%). Seguono le serie e i film visti in tv o tramite altri devices (74%), e il tempo trascorso con gli amici, sia uscendo con loro (65%) sia chattando a distanza (65%). Il cinema resta un piacevole passatempo (49%), così come leggere un buon libro (45%) e praticare sport è preferibile al seguirlo da tifoso.

Lavoro e futuro

Dalla ricerca emerge il profilo di persone proattive, dato che ben il 32% già lavora, con un’attesa professionale futura tendenzialmente positiva: se è vero che più della metà (51%), e soprattutto nelle grandi città, si vede con un lavoro stabile e da dipendente, quasi il 30% si vede impiegato in un’attività autonoma e dinamica, come free lance, consulente o in una start-up. Solo il 20% pensa che avrà un lavoro precario e incerto o addirittura che non riuscirà a trovare un’occupazione. Il dove resta l’aspetto più delicato, dato che solo il 57% pensa di restare nel Bel Paese, mentre il 30% si immagina in Europa e il 13% addirittura in un altro continente. Una vera fuga di cervelli.

Consumi

Parlando di consumi, anche una generazione multi-social come la Z, preferisce lo shopping esperienziale e dunque i negozi (40%) agli acquisti on-line (34%). Ma in questo caso il genere conta, poiché le donne preferiscono in assoluto il negozio mentre gli uomini l’on-line. Quasi l’80% di chi compra sul web acquista beni fisici (abbigliamento, elettronica, ecc.), ben più che servizi (54%). Ma da chi sono influenzati nei loro acquisti? La Gen Z si fa “consigliare” principalmente dagli amici (43%) e dalla famiglia (37%) e pochissimo dagli influencer della rete (21%) come, forse, ci si sarebbe aspettati. Oltre il 40% si sente invece capace di influenzare gli altri negli acquisti, ma senza legarsi ad aziende o brand.

Mobilità

Generalmente si spostano in auto (51%), a piedi (50%) o con i mezzi pubblici (37%). Le due ruote, invece, non sono tra i mezzi preferiti dai giovanissimi, che prediligono comunque la bici (17%) alla moto / motorino (10%). L’utilizzo del car/moto/bike sharing è limitato (anche perché non è presente in molte città) ma tutto sommato anche l’interesse è molto elevato. Fronte viaggi, siamo di fronte ad una generazione che ama viaggiare spesso (46%), in particolare le donne tra i 19 e i 24 anni.

L’articolo Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze proviene da InsuranceUp.


Uyolo, il social network a impatto sociale che ha conquistato BNP Paribas Cardif

Passare dallo status di social network per singoli utenti a uno strumento usato nelle aziende. Per Uyolo la vittoria di Open-F@b Call4Ideas 2018, la call promossa da BNP Paribas Cardif, non è solo fonte di soddisfazione e motivo di orgoglio. Ma una tappa per far crescere il business: “BNP Paribas Cardif testerà il prodotto in azienda” dice Alessandra Gargiulo, co-founder della startup che si è aggiudicata il terzo posto nella call lanciata dalla compagnia assicurativa dedicata alla positive impact innovation.

E il settore non potrebbe essere più indicato: perché Uyolo è una community dedicata a chi desidera cambiare il mondo. Facile a dirsi, difficile a farsi. Ma non per Alessandra Gargiulo e il suo team: “Parlare di collaborazione, accoglienza e cooperazione in un contesto sociale come il nostro non è certo semplice. Ma forse proprio per questo ne abbiamo bisogno” dice la giovane imprenditrice. Per capire però perché una startup così giovane (fondata nell’aprile del 2018, nello stesso anno, dopo pochi mesi vince il contest internazionale Open-F@b) ha suscitato l’interesse di un player come BNP Paribas Cardif con il quale sta per avviare un percorso di open innovation, bisogna partire dall’inizio. Ecco come è nata Uyolo e che cosa ha in mente.

Uyolo, l’Instagram per l’impatto sociale

Uyolo è un Instagram per l’impatto sociale, un social network che ha l’obiettivo di ispirare i giovani a diventare attori del cambiamento. Si tratta di “una piattaforma digitale innovativa per promuovere la filantropia strategica e la cittadinanza attiva. La Uyolo App combina le logiche tipiche del social networking con una piattaforma per micro-donazioni e consente agli utenti di interagire e donare alle cause che più interessano attraverso un semplice like” dice la founder Alessandra Gargiulo.
“Uyolo fornisce un modo facile, divertente e appagante per sensibilizzare i giovani sulle questioni sociali e ambientali importanti e attuali, come la crisi migratoria globale e il cambiamento climatico. Fornisce non solo una finestra sul mondo, ma anche un’opportunità per impegnarsi e fare la differenza nella quotidianità”, continua la giovane imprenditrice che punta sulla generazione dei Millennials per dare il via al cambiamento. Poche piattaforme di raccolta fondi hanno la capacità di coinvolgere i giovani ogni giorno. Invece, Uyolo mira ad affrontare il crescente appello del Millennials all’impatto e alla giustizia sociale, grazie alla sua interfaccia semplice e attraente, e a un approccio basato sulla piena trasparenza e fiducia. Le associazioni no-profit a cui possono donare gli utenti, infatti, sono tutte certificate da Uyolo dopo un processo di selezione volto a garantirne trasparenza e affidabilità.
Creata con l’obiettivo di democratizzare la filantropia e renderla più raggiungibile, innovativa, e coinvolgente, la piattaforma ospita già oltre 300 utenti e 15 organizzazioni no-profit di diversi Paesi, tra cui Tanzania, India, Lituania, Ucraina, Francia, Italia e Stati Uniti.

La visione di Uyolo è quella di promuovere la filantropia e il volontariato tra i giovani sostenendo nel contempo i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dalle Nazioni Unite nel 2015 per porre fine alla povertà, proteggere il pianeta e assicurare prosperità entro il 2030” puntualizza la founder. Milanese, 27 anni, dopo una laurea in affari internazionali all’università americana di Roma frequenta un master in cooperazione e sviluppo a Parigi. Durante il master frequenta nel 2014 uno stage di sei mesi in Sudafrica. “Facevo consulenza di management ad alcune associazioni no-profit e collaboravo con alcune aziende locali per aiutarle a trovare i progetti su cui investire” racconta. È durante questa esperienza che Alessandra nota qualcosa di particolare del mondo delle associazioni no-profit: “Siamo disposti a donare alle associazioni che hanno più visibilità e non conosciamo le piccole realtà locali che spesso, pur se sconosciute, sono più efficaci perché a contatto con la gente del luogo. La mancanza di trasparenza e fiducia influenza anche le donazioni delle aziende” spiega. Così decide di realizzare un questionario per analizzare l’atteggiamento delle persone di fronte alle donazioni: “Molte persone hanno confermato che, quando vengono a conoscenza tramite i media, di situazioni di disagio e bisogno, vorrebbero dare una mano ma non sanno come fare perché non sanno da dove iniziare e di chi fidarsi. Tutti, poi, hanno detto che se si fidassero delle associazioni no-profit e sapessero a chi donare donerebbero il doppio. Da qui è nata idea di creare una piattaforma che mettesse in relazione associazioni certificate di cui fidarsi con utenti e aziende” racconta ancora la giovane milanese.
Nell’aprile del 2018 viene fondata la startup Uyolo con sede a Milano e uffici anche a Parigi. Il nome deriva dal termine “Xhosa” che significa felicità. Ad Alessandra Gargiulo si uniscono Yetoe Menye Akakpo Guetou (originario del Togo ma in Italia da sedici anni, esperto di social network) e Audrey Solène Touboulic (francese, lavora a Singapore con un network di filantropi asiatici). Obiettivo: contribuire allo sviluppo di un’economia etica e sostenibile. Un obiettivo che non passa inosservato a BNP Paribas Cardif.

Il percorso di Open Innovation con BNP Paribas Cardif

La vittoria di Open-Fa@b Call4Ideas è decisiva nel percorso di crescita di Uyolo. “Grazie al supporto di BNP Paribas Cardif stiamo progettando per giugno 2019, in occasione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, un evento di lancio per promuovere il progetto” continua Alessandra Gargiulo. Non solo. BNP Paribas Cardif si è offerta di testare il prodotto a livello aziendale: “Stiamo sviluppando insieme alla Compagnia l’offerta che andremo a proporre alle aziende. Il nostro obiettivo, infatti, è quello di aiutare le aziende a promuovere le proprie iniziative di responsabilità sociale d’impresa” continua la founder. Finora, infatti, la app di Uyolo è stata utilizzata da singoli individui. Ma le cose che si possono fare con Uyolo a livello aziendale sono diverse: “Organizzare eventi di volontariato aziendale, possibilità per i dipendenti di donare una parte dello stipendio o dei benefit oppure dedicare le proprie competenze a supporto di un’associazione no-profit. Nello specifico con BNP Paribas Cardif stiamo pensando a un prodotto basato sulla possibilità di regalare un’assicurazione a chi ne ha bisogno” puntualizza l’imprenditrice. E conclude: “Questo non è solo un modo di fare business in maniera solidale ma anche un un’opportunità per consolidare il rapporto tra azienda e dipendenti o clienti quando decidono di condividere gli stessi ideali”.

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