Regtech, che cosa cambia nelle assicurazioni con la firma elettronica

L’onda della trasformazione digitale che sta travolgendo il mondo assicurativo passa anche per una revisione delle procedure normative e di regolamentazione, notoriamente complesse e in costante cambiamento.

Da questo punto di vista le possibilità offerte dal RegTech – regulation technology, quindi l’applicazione della tecnologia all’ambito della regolamentazione – è fondamentale per semplificare la sottoscrizione delle polizze e permettere ai clienti di visionare e firmare i documenti anche a distanza. Già oggi, infatti, esistono diverse modalità studiate proprio per garantire sicurezza e trasparenza in questo passaggio chiave.

​​“Il mercato dell’Insurtech sta conoscendo un’espansione considerevole e repentina nell’arco degli ultimi anni, che pone l’accento, anche per quanto riguarda gli aspetti legali, su un nuovo modo di intendere lo svolgimento dell’attività assicurativa in maniera fortemente digitalizzata” ha spiegato Andrea Polizzi, socio dello studio legale D’Argenio Polizzi e Associati e tra i soci fondatori dell’Italian Insurtech Association (IIA), durante il webinar dedicato al tema (che è possibile rivedere qui).

“In questo contesto il tema della firma elettronica è sicuramente centrale perché, sebbene siano vigenti precise disposizioni relative alla firma qualificata e avanzata, c’è la necessità da parte del settore di sviluppare sistemi alternativi di gestione delle firme elettroniche da apporre sulla documentazione precontrattuale e contrattuale, idonee a coniugare duttilità e facilità nell’utilizzo, da un lato, e certezza dell’identità tra il cliente e il firmatario, dall’altro”.

Il quadro normativo

Lo sviluppo dei sistemi alla base delle firme elettroniche, spiega Polizzi, era cominciato ben prima della pandemia di Covid-19, che però ha di certo contribuito ad accelerare la loro adozione. Durante il periodo di emergenza sanitaria, infatti, le firme elettroniche sono state tra i metodi più diffusi per la distribuzione di prodotti assicurativi, soprattutto perché permettevano di evitare contatti non necessari e di concludere le transazioni in tutta sicurezza.

Il quadro normativo legato alle firme elettroniche si basa su due direttive fondamentali. La prima è il regolamento europeo n. 910 del 2014, detto regolamento eIDAS, che indica gli elementi principali per i Paesi membri dell’Unione europea.

In Italia, poi, il riferimento è dato dal Codice di amministrazione digitale (CAD), istituito con un decreto legislativo del 2005 e poi aggiornato più volte, anche per adattarsi alle richieste europee dell’eIDAS. Secondo Polizzi, il CAD rappresenta una sorta di “testo unico” per le firme elettroniche e la sottoscrizione digitale dei documenti in Italia.

Come evidenziato durante il webinar di IIA (che è possibile rivedere qui) oggi è evidente come l’evoluzione tecnologica stia procedendo a una velocità rapidissima, che supera le capacità del regolatore di adattare le norme di riferimento. In futuro, infatti, le firme digitali potrebbero diventare la modalità prediletta dalla maggior parte degli utenti, richiedendo quindi un continuo aggiornamento degli ordinamenti.

Le quattro (più una) tipologie di firma elettronica

Oggi esistono diverse tipologie di firme digitali. Le prime sono quelle cosiddette “semplici”, come la scansione di un documento firmato manualmente o la possibilità di incollare una rappresentazione grafica della propria firma su un contratto. Queste modalità, però, non permettono di identificare in modo sicuro l’autore della firma, e quindi non sufficienti per firmare un contratto assicurativo.

Una seconda tipologia di firma elettronica è quella dell’autenticazione tramite one-time password (OTP), un codice a sei cifre che l’utente riceve generalmente sul proprio numero di cellulare o indirizzo mail, e tramite il cui può accedere a determinati servizi. Questa tipologia di firma però rappresenta principalmente una modalità di autenticazione, e non di identificazione: per questo motivo nemmeno l’OTP è sufficiente di per sè per firmare un contratto.

Le vere e proprie firme elettroniche “forti”, quindi sicure e riconosciute come valide, sono la firma elettronica avanzata (FEA) e la firma elettronica qualificata (FEQ, o firma digitale). Queste permettono di stabilire una connessione univoca con l’utente che sta sottoscrivendo il contratto, anche grazie all’autenticazione a più fattori, e garantiscono quindi l’integrità del documento.

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Infine, nel prossimo futuro diventerà importante anche l’integrazione delle firme elettroniche con il Sistema pubblico di identità digitale (Spid), già oggi largamente diffuso nel settore pubblico e in crescita anche nel privato. Secondo Polizzi l’autenticazione tramite Spid è sicura e certificata, e l’utilizzo di questa modalità equivale quindi all’uso di una firma elettronica forte.

Firma elettronica per le assicurazioni: vantaggi e criticità

Uno dei vantaggi principali offerti dall’uso di firme digitali sta nei livelli di sicurezza: le firme elettroniche forti offrono maggiori garanzie rispetto alle metodologie tradizionali, riducendo allo stesso tempo le possibilità di falsificazione. Inoltre, i documenti firmati per vie digitali risultano più semplici da conservare e gestire sia per le compagnie che per i clienti.

Come sottolineato da Polizzi, le firme digitali riducono inoltre i tempi di sottoscrizione delle polizze assicurative e rendono tutto il processo più semplice e immediato. Da questo punto di vista, le firme elettroniche possono anche essere utilizzate come strumento per raggiungere persone che altrimenti non sarebbero propense ad acquistare un prodotto insurance, come i più giovani.

Durante la pandemia di Covid-19, la possibilità di sottoscrivere polizze in modo completamente virtuale ha infatti permesso alle aziende di continuare a operare in tutta sicurezza, evitando contatti sociali non necessari.

Rimangono, comunque, alcuni punti importanti da migliorare per promuovere la diffusione sempre più ampia delle firme elettroniche. In primo luogo la questione del consenso e la tutela degli utenti che scelgono di utilizzare questa modalità, che devono comunque risultare chiare, semplici e immediate da comprendere per tutte le parti coinvolte.

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PSD2, l’open banking opportunità da cogliere per il mondo assicurativo

Grazie alla direttiva europea PSD2 l’Open Banking sta ormai diventando una realtà, ma è ben lontana dall’essere un processo concluso e consolidato. Anche perché, ampliando l’accesso ai dati bancari da parte di società terze, la normativa – che obbliga gli istituti di credito a fornire all’esterno le API di accesso ai dati della clientela ­– di fatto incentiva la competizione nel settore finanziario. Con conseguenze non solo sulle banche ma anche sulle assicurazioni.

Che cos’è l’Open Banking e quali effetti avrà

Come riporta EconomyUp, l’open banking è una condivisione dei dati tra i diversi attori dell’ecosistema bancario. Nasce con la PSD2 (Payment Services Directive 2), direttiva europea sui pagamenti digitali, emanata nel 2018. Per la prima volta questa direttiva obbliga le banche europee ad aprire le proprie API (Application Program Interface) a società del fintech (tecnologia applicata alla finanza) e altre aziende che si occupano di prodotti e servizi finanziari. Questo cambiamento consentirà alle società esterne (le cosiddette terze parti) accesso ai dati di pagamento: in sostanza significa che ci sarà maggiore competizione nelle aree di tradizionale dominio delle banche.

Dall’Open Banking all’Open Finance

Inizialmente il risultato apportato dall’open banking sarà, come previsto dagli obiettivi della PSD2, di stimolare la diffusione dei mezzi di pagamento elettronici sempre più competitivi e sicuri. Ma in un futuro prossimo, secondo l’Osservatorio Fintech & Insurtech della School of Management del Politecnico di Milano, i servizi dell’Open Banking si allargheranno ed evolveranno anche in Open Finance & Insurance. Un concetto secondo il quale “i servizi finanziari e assicurativi sono trattati indipendentemente dall’attore che li sta proponendo. Non solo banche e attori tradizionali, dunque, ma anche startup, BigTech, case automobilistiche, Retailer, Utility e chiunque si proponga nel mondo finanziario e assicurativo”.

Il motivo, sottolineano i ricercatori, è che nel momento stesso in cui il sistema bancario apre a terzi, attraverso l’Open Banking, le porte ai dati dei propri clienti, il cambiamento riguarda istantaneamente anche il mondo finanziario e assicurativo, che a quei dati attingono e che quei dati utilizzano per il proprio business (senza contare che già adesso è in corso una sorta di fusione tra istituti bancari e assicurativi con le diverse “bancassicurazioni”).



Open Finance, dalla teoria alla pratica

In cosa si concretizza esattamente il concetto di Open Finance? I ricercatori dell’Osservatorio Fintech & Insurtech lo hanno chiesto ad alcuni dei loro loro partner. Ecco le risposte.

Secondo Alessandra Ceriani (Deloitte) “quello che gli operatori, che siano banking piuttosto che insurance company, dovrebbero fare a livello di Open Finance, è un investimento massivo a livello di piattaforme. Due sono le possibili strategie: puntare su prodotti nativi digitali con l’obiettivo di semplificare il back end e puntare su dei canali innovativi, flessibili e in grado di integrare terze parti”.

Marco Folcia (PWC) sottolinea invece il cambiamento culturale all’interno delle aziende che un tema come l’Open Finance richiede. “La sfida di cambiamento più grossa e più difficile non è da ricondurre né alla tecnologia né al legacy system né alle competenze, bensì è rappresentata dal percorso culturale che è necessario all’interno delle organizzazioni. Non è sufficiente un mercato open, ma è necessaria anche una mentalità open su cui bisogna pian piano lavorare”.

Anche per Andrea Metelli (e*Finance Consulting Reply) “l’Open Finance è l’ambito fintech sul quale oggi è più complesso e oneroso lavorare, ma è anche quello più interessante. Fare il booking dei servizi finanziari richiede grandi investimenti su dati e intelligenza artificiale, ma potrebbe essere quello che potrebbe cambiare davvero il modo di intendere i servizi finanziari”.

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Brexit no-deal, alcune implicazioni assicurative

Il tema Brexit non smette di essere al centro delle cronache, dividendo l’opinione anche dei più esperti sugli effetti possibili al verificarsi delle differenti opzioni hard e soft Brexit, e il no-deal, quella che negli ultimi giorni sembra profilarsi come l’ipotesi più probabile.

Insurance Europe, la federazione delle assicurazioni, ha pubblicato una checklist riguardante le implicazioni assicurative di un Brexit no-deal.

Assicurazione auto – Attualmente, gli automobilisti assicurati in qualsiasi Stato membro dell’UE possono guidare il loro veicolo in qualsiasi altro Stato membro dell’UE. Tuttavia, poiché non è stato raggiunto alcun accordo per continuare in questo senso, nel caso di un Brexit no-deal, sia gli automobilisti del Regno Unito che dell’UE dovrebbero verificare con la loro Compagnia di assicurazione se hanno bisogno di una carta verde.

Assicurazione sanitaria – Attualmente, i residenti dell’UE che viaggiano all’interno dell’UE possono richiedere una tessera europea di assicurazione sanitaria (EHIC) che fornisce l’accesso all’assistenza sanitaria in altri paesi dell’UE. Tuttavia, nel caso di un Brexit no-deal, le tessere EHIC non saranno ufficialmente riconosciute dal Regno Unito per i viaggiatori UE o viceversa. Pertanto, i viaggiatori devono assicurarsi di disporre di un’adeguata assicurazione sanitaria o di viaggio per coprire i servizi sanitari necessari durante il viaggio.

Assicurazione di viaggio – Anche in questo caso, con una no-deal Brexit, mentre i viaggiatori dal Regno Unito verso l’UE dovrebbero comunque essere coperti da polizze UE o UEE, non è certo il contrario, per cui chi entra nel Regno Unito dovrebbe verificare che la propria polizza copra la loro destinazione prima del viaggio.

Le Autorità di regolamentazione britanniche e dell’Unione europea hanno stabilito di continuare a cooperare per la supervisione degli assicuratori, se la Gran Bretagna dovesse avere uscita senza accordo.

“I mercati assicurativi dell’UE e del Regno Unito rimarranno interconnessi in qualsiasi scenario e pertanto la cooperazione continua con le nostre controparti UE è della massima importanza”, ha dichiarato Andrew Bailey, amministratore delegato della Financial Conduct Authority britannica.

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