Insurtech: cos’è e come cambierà il mondo delle assicurazioni

Che cos’è l’insurtech

La parola insurtech, formato dalle parole insurance + technology, identifica praticamente tutto ciò che è innovazione technology – driven in ambito assicurativo: software, applicazioni, startup, prodotti, servizi, modelli di business. Mutuato dal termine fintech che afferisce al mondo più propriamente bancario, l’insurtech è considerato anche un figlio di questo ed è pertanto molto simile, sia come impatto che sta producendo sulle imprese tradizionali del settore, sia come fondamenti su cui si basa e velocità con la quale si va affermando.

Come le banche, anche le assicurazioni sono state tra le industrie più lente nell’adattarsi alla digitalizzazione e nel cogliere le opportunità offerte dalla digital transformation.

Se in epoca di internet 1.0 la digitalizzazione delle imprese (in Italia particolarmente difficoltosa) veniva interpretata come la banale apertura di un sito web aziendale, inteso come trasposizione online della brochure cartacea; e in epoca di internet 2.0 come ingresso nel mondo dei social o nell’ecommerce; ora, in epoca industria 4.0, la tecnologia digitale ha un impatto ancora più profondo e incide direttamente sui modelli di business e la tipologia di servizi. E ha investito l’industria assicurativa con la forza di un tornado, imponendo un cambiamento radicale che travolge cultura aziendale,  processi,  gestione dei dati, relazione con i clienti. L’industria assicurativa è cambiata per sempre.

Negli ultimi anni vi è stata una netta accelerazione, che ha condotto alla moltiplicazione degli investimenti, in startup e società che sviluppano soluzioni per l’industria assicurativa, sia da parte di fondi di Venture Capital, sia da parte delle stesse Compagnie assicurative, attraverso i propri fondi di Corporate Venture Capital.

Insurtech, gli investimenti

CBInsights, società di consulenza e reportistica che segue da tempo l’insurtech, va indietro nel tempo fino al 2011 nell’individuazione dei primi investimenti nel settore, ma è nel 2015, come riporta il grafico, che avviene internazionalmente (sebbene con forte concentrazione in US) il vero boom. 

numeri dell'insutech

Quello che ha caratterizzato gli ultimi anni in ambito insurtech è stato, oltre al numero e all’entità degli investimenti, anche il fatto che, con diverse modalità, le compagnie tradizionali hanno “abbracciato” questo mondo: hanno cominciato a guardare al mondo delle startup insurtech e a collaborare con esse, spesso a finanziarle con i propri fondi di venture capital o ad acquisirle. Sono sorti innovation lab aziendali, programmi di accelerazione, incubatori, eventi dedicati.

Il taglio degli investimenti è cresciuto esponenzialmente, con cifre da capogiro ora che i venture capitalist puntano non più solo su startup early stage, ma su startup in espansione e scaleup, portanda alla nascita di veri e propri unicorni insurtech. Secondo recenti report, per esempio quello di Willis Tower, il 2020 ha visto 2,5 miliardi di dollari investiti solo nel terzo trimestre.

Il 2021 è partito in quarta, raggiungendo nell primo trimestre il maggior numero totale di round di finanziamento insurtech dal 2019.

Quali sono i pilastri dell’insurtech

SHARING ECONOMY

Secondo quanto indicato da Enrico Aprico, Adjunct Professor Università Cattolica del Sacro Cuore, esperto di sharing economy e marketing, uno dei temi chiave per il settore insurtech è rappresentato dalla sharing economy. L’intera catena del valore delle compagnie è minacciata dai nuovi modelli di business legati all’economia della condivisione  e alla digitalizzazione. Prodotti, marketing, distribuzione, prezzi si trasformano.

Un caso emblematico è rappresentato da Lemonade, startup insurtech newyorkese molto aggressiva, la cui intuizione è stata ripensare non solo i prodotti assicurativi, ma ogni parte della value chain, per creare un’offerta sempre più responsive, modulata sulle reali esigenze dei clienti, perfettamente collocata all’interno della contemporaneità. Il risultato è un pacchetto assicurativo technology‐first e legacy‐free, capace di offrire un prodotto istantaneo, smart e completamente incantevole. Già nei suoi primi mesi di attività, Lemonade ha battuto anche un record sulla gestione dei claim: un cliente lo ha risolto in 3 secondi. Lemonade è rapidamente diventata un’unicorno, e nel 2020 ha debuttato alla Borsa di New York, raddoppiando in pochi giorni il valore della sua IPO.

BLOCKCHAIN

La tecnologia blockchain è considerata da molti non solo utile alle assicurazioni, ma un vero e proprio volano. Kevin Wang, Ali Safavi, Scott Robinson del Plug and Play Tech Center, (un acceleratore per startup della Silicon Valley che ha sede in 22 Paesi al mondo, focalizzato in programmi verticali tra cui uno dedicato all’Insurance), sostengono che il potere di questa tecnologia risieda nella sua capacità di alimentare nuove modalità di transazioni finanziarie, di migliorare i processi di assicurazione esistenti, e tenere traccia dei documenti. Le valute digitali basate su blockchain possono supportare molti nuovi modelli assicurativi, in particolare le micro assicurazioni e il P2P. Molte delle applicazioni blockchain potrebbero essere raggruppate in una nuova categoria di “smart contracts” cioè contratti intelligenti: in termini semplici, questi contratti sarebbero software sviluppato ed eseguito all’interno di un sistema blockchain. La tecnologia blockchain ha il potere di far fare alle assicurazioni un salto in una nuova era, a partire proprio dai nuovi modelli delle micro assicurazioni, del P2P, delle assicurazioni parametriche.

Blockchain, quali concreti vantaggi per le Compagnie assicurative?

CYBER SECURITY

Per le assicurazioni il tema rappresenta un grande sfida, che può valere decine di miliardi di dollari.

In questi ultimi anni,  le assicurazioni per la cyber security sono cresciute moltissimo come dimensione del mercato e fatturato, nonostante si trattasse inizialmente di un settore in cui entrare con i piedi di piombo per le Compagnie, viste le oggettive difficoltà a prevedere, contenere, gestire gli attacchi informatici. Sono ancora pochi i dati storici necessari per stabilire un pricing corretto delle polizze e vi è una grande variazione di anno in anno nel tipo di attacchi informatici e danni che le aziende si trovano ad affrontare di più. Uno studio di Ibm ha stimato che nel 2019 le violazioni informatiche sono costate in media 3,5 milioni di dollari a ogni azienda italiana, e questi costi sono destinati a crescere con la diffusione della digitalizzazione e dell’integrazione digitale di tutta la supply chain delle organizzazioni aziendali.

Secondo quanto evidenziato dal nuovo studio pubblicato da Fortune Business Insights, il mercato della cyber security ha raggiungo un valore di 153,16 miliardi di dollari nel 2020, ed è destinato a raggiungere un valore pari a 366 miliardi di dollari nel 2028.

MICRO-INSURANCE

Devie Mohan di BurnMark dice che le compagnie stanno cominciando a sfruttare i dati in modo sempre più sofisticato per fornire prodotti più personalizzati che soddisfano le aspettative sempre più specifiche dei consumatori. Inoltre, l’economia della condivisione richiede prodotti di nicchia, e solo quei prodotti che sono rilevanti per i modelli di utilizzo e di comportamento degli utenti avrà successo. Questa evoluzione ha portato a uno degli sviluppi più interessanti dell’insurtech, cioè la possibilità di stipulare polizze solo quando e solo per il tempo necessario (vedi ad esempio Trov e l’italiana Neosurance), di pagare assicurazioni auto solo per le miglia o le ore di guida reali (usage based insurance come Metromile).

Inoltre, la micro-assicurazione si sta rivelando anche un sistema per garantire coperture assicurative in aree a bassissimo reddito perchè offre polizze a prezzi accessibili, pagabili in piccole rate che sono sottoscrivibili da molte più persone. (Per esempio, in tale direzione si muove la svedese BIMA)

IOT E INSURTECH

La proliferazione di aziende tecnologiche concentrate sull’IoT, avrà un enorme impatto su banche e imprese di assicurazione, perchè offriranno dati più rilevanti che possono ridurre i costi, fornire al cliente così come all’assicuratore maggiore efficienza, e creare un’esperienza coerente attraverso tutti i punti di contatto, essere alla base di polizze usage based, che rappresentano un trend certo nel settore auto. In ambito IoT possiamo ricomprendere anche sottocategorie come la smart home e lo smart building, che offrono molteplici opportunità al mondo assicurativo.

Le tecnologie IoT abilitano inoltre un nuovo trend insurtech: quello dell’assicurazione connessa o connected insurance.

Connected insurance, che cos’è e qual è lo stato del mercato

DRIVERLESS CAR

Il settore assicurativo auto sta per essere modificato in modo consistente, a causa dell’arrivo di driverless car e avanzati sistemi ADAS, KPMG prevede che il mercato assicurativo auto può ridursi del 60% entro il 2040 e Peter Diamandis, cofondatore della Singularity University,  ritiene che sia addirittura una sottostima dell’impatto. 

Ogni grande casa automobilistica sta lavorando sulla driverless car, e dal momento che queste auto, si dice, ridurranno gli incidenti fino al 90%, potrebbe trattarsi della fine per l’assicurazione auto.

Benchè a monte ci sia una battaglia legislativa incombente per rimodellare il sistema RCA nell’ambito del nuovo scenario: la responsabilità ricadrà su case automobilistiche? sui possessori dell’auto? sugli ingegneri del software? E’ ancora tutto da stabilire.

In merito a questo tema il Regno Unito sarà probabilmente il primo Paese al mondo a regolamentare il settore con una disciplina che stabilisce responsabilità dell’assicuratore e del costruttore, dopo essere stato il primo a procedere con l’inquadramento a “livello normativo” della guida autonoma.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CHATBOT, ROBO-ADVISOR

Qualcuno prevede una fine della figura dell’agente: robo-advisor e chatbot dotati di intelligenza artificiale, sostituiscono già ora i broker tradizionali, questo è certo per un buon numero di nuove tipologie di polizze, per esempio quelle consumer on-demand. “Gli utenti sono sempre più connessi al web e preferiscono usare i dispositivi mobile, lo scorso ottobre per la prima volta il traffico Internet ‘mobile’ ha superato quello da pc. – afferma Gabriele Antoniazzi, Founder e CEO di Responsa, società che sviluppa chatbot – Gli utenti oggi vogliono gestire tutto da smartphone e tablet ed avere la possibilità di accedere a ogni prodotto o servizio in mobilità e in autonomia, senza doversi rivolgere a terzi, senza dover aspettare e soprattutto senza doversi scomodare.”

Il trend del momento in campo di intelligenza artificiale sono i chatbot, assistenti virtuali che interagiscono con gli utenti come fossero operatori umani e che li supportano durante il loro processo di acquisto, di richiesta di informazioni e di assistenza online. Questi nuovi strumenti stanno avendo largo impiego in molteplici settori e stanno riscuotendo grande consenso tra il pubblico ma anche tra le aziende, perché aumentano la qualità del servizio riducendo i costi di supporto.

Ma non necessariamente la figura degli agenti deve tramontare, c’è anche chi ritiene che almeno per il momento il mercato ne abbia ancora bisogno e che l’innovazione tecnologica debba essere complementare e supportare il lavoro degli agenti  “L’alfabetizzazione digitale non è ancora completa – ci ha detto Diego Pizzocaro, Ceo e founder di Sellf, startup che ha sviluppato una piattaforma di CRM per agenti – Inoltre la stipula di una polizza richiede spesso anche un rapporto di fiducia e riservatezza, anche per la delicatezza dei dati privati condivisi, per cui molte tipologie di clienti preferiscono ancora oggi l’agente in carne e ossa”.

Certamente la customer experience dei clienti varia in base anche all’età e altre caratteristiche personali e di stile di vita, come ha evidenziato Accenture che individua Nomadi digitali, Value explorer, Quality seeker, tre tipologie di clienti assicurativi di oggi.

Le tecnologie di intelligenza artificiale come chatbot e robo-advisor sono probabilmente il mezzo più efficace per raggiungere i millennial sono soluzioni cui le assicurazioni guardano con estremo interesse. Un caso è rappresentato da Spixii, startup fondata da due italiani a Londra, che ha vinto tra gli altri premi anche Open-F@b Call4Ideas 2016, il contest pan-europeo promosso da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp e Polihub.  La startup sviluppa un chatbot per il settore assicurativo, di cui abbiamo parlato in questo articolo, ed è nata proprio dall’osservazione del processo di acquisto delle giovani generazioni rispetto a una polizza.

Insurtech, gli effetti sulle PMI

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano nel 2020, l’84% delle PMI italiane ha almeno una copertura assicurativa attiva e, di queste, il 42% acquista le polizze in modalità tradizionale, quindi tramite incontri di persona con un agente e utilizzo di documentazione cartacea. Tuttavia, il canale d’acquisto sta attraversando un significativo processo di digitalizzazione, considerato che il 38% delle PMI italiane si affida ad una modalità ibrida, cioè parzialmente digitale, e il 26% utilizza esclusivamente canali digitali.

Questo è possibile anche grazie al numero sempre maggiore di compagnie assicurative che si impegnano a supportare digitalmente i propri clienti nella gestione delle assicurazioni, garantendo la possibilità di rinnovare e verificare polizze, gestire i sinistri e aggiungere coperture tramite sistemi digitali.

La pandemia da Covid-19 ha dato un ulteriore importante impulso a questo percorso di digitalizzazione: a seguito dell’emergenza sanitaria gli incontri fisici con agenti e consulenti si sono ridotti del 32% a favore di videoconferenze, così come l’accesso ai servizi in filiale ha registrato un calo del 39% spostandosi parzialmente sul sito web della compagnia. C’è quindi un trend crescente di affidamento alla tecnologia, che potrebbe preparare il terreno per una maggiore penetrazione di tecnologie e attori insurtech anche tra le PMI.

I dati e le startup dell’insurtech in italia

Il panorama insurtech italiano presenta alcuni casi di successo, ma ha ancora ancora significativi margini di sviluppo.

Guardando al trend nelle operazioni di investimento degli ultimi anni si può osservare una costante crescita, con una punta rappresentata da Prima.it, intermediario digitale al momento prevalentemente nel ramo auto, che nel 2018 ha realizzato un mega round di finanziamento di oltre 100 milioni di euro, l’operazione maggiore mai realizzata in Italia.

Dal 2010 al 2019 il numero di iniziative nel settore sono cresciute del 255%. Nel 2019 il volume di investimenti attratto è stato di 35 milioni di dollari, non certo elevato rispetto a quello di altri paesi come la Francia e la Germania ma non del tutto trascurabile.

Tra le startup italiane più promettenti ci sono Yolo, intermediario digitale B2B2C che lavora nel campo della cosiddetta “instant insurance”, Claider, che ha completamente reingegnerizzato il processo di denuncia e gestione di un sinistro offrendo una customer experience completamente digitale,
Insoore, piattaforma per il riconoscimento delle immagini a supporto dei processi di gestione dei sinistri, e Virtuoso, piattaforma digitale a supporto dei programmi di welfare e wellbeing aziendali.

Le startup insurtech nel mondo

Secondo la ricerca del 2020 di AmCham Italy, si contano a livello globale, circa 1.200 startup insurtech: un significativo incremento, se si pensa che nel 2014 erano meno della metà (574).

Complessivamente queste startup hanno raccolto, sino ad oggi, all’incirca 19,6 miliardi di dollari di finanziamenti in capitale di rischio da parte di investitori terzi. Questi numeri potrebbero sembrare modesti se comparati alle oltre 16.000 startup operanti nel fintech, con circa 213,7 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti negli ultimi 20 anni. Tuttavia, il tasso di crescita degli investimenti in insurtech negli ultimi 2 anni (2018/19) è stato significativamente maggiore: circa 40% nell’insurtech contro il 28% del fintech.

Non bisogna però dimenticare che il settore insurtech ha sfornato negli ultimi anni non pochi unicorni (startup dalla valutazione superiore a un miliardo): a partire da Lemonade, che ora si è quotato in borsa, passando per altri grandi nomi come Hippo Insurance, Oscar Health, Next Insurance, Zego, Alan, Shift Technology.

Insurtech, 11 startup che stanno cambiando le assicurazioni

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Una startup svedese fa le polizze per l’economia circolare, ecco come funziona

Oggetti, spazio immobili e veicoli: sono tutte le categorie di beni che assicura Omocom, startup insurtech svedese, che distribuisce microassicurazioni on-demand per la sharing e circular economy. E che ha appena concluso un importante investimento pari a 3,7 milioni di euro che si aggiunge a un altro già ottenuto nel 2019 da 1,1 milioni di euro, volti a finanziare lo sviluppo tutta la sua tecnologia per la valutazione del rischio, l’individuazione delle frodi, la sottoscrizione, la reportistica, i pagamenti e la gestione dei sinistri.

Cosa fa esattamente? Abbatte una barriera e con questo fa del business e lo fa fare alle compagnie con le quali lavora, visto che è un distributore.

L’economia circolare incoraggia la condivisione di prodotti sotto-utilizzati o che verrebbero gettati via. E’ da qui che sono nati nuovi modelli di business come la condivisione peer-to-peer, il noleggio business to consumer e i mercati di rivendita. Ma a volte c’è un freno,che è la paura dei proprietari di vedersi danneggiate le proprie cose, paura che può essere certamente colmata da una polizza. “Vogliamo utilizzare le assicurazioni come strumento per incentivare gli scambi su queste piattaforme circolari, creando così le condizioni per un utilizzo più ampio e prolungato dei prodotti”, afferma il CEO Ola Lowden.

Orson Stadler di Mustard Seed MAZE, uno degli investitori, spiega ulteriormente: “Riducendo il rischio sulle transazioni, omocom aumenta la probabilità di modificare efficacemente i modelli di consumo e contribuisce a spezzare il ciclo di acquisto di articoli per il non utilizzo”.

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La startup insurtech è stata fondata da Lowden, Emanuel Badehi Kullander e Tobias Mård nel 2017. Lavorando con i ricercatori delle università svedesi, hanno sviluppato algoritmi che per la valutazione del rischio in tempo reale sulle piattaforme e marketplace. L’azienda è stata infine lanciata a ottobre 2019 e conta circa 15.000 clienti.

Il nuovo finanziamento aiuterà l’azienda a crescere in diversi modi: sviluppare il prodotto, espandersi in nuovi mercati verticali ed entrare in nuovi mercati al di fuori dei paesi nordici.

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Dai Big Data alla Human Data Science

Dai Big Data alla Human Data Science: è un’evoluzione culturale e strategica che attende tutte le grandi aziende, anche nel settore assicurativo. Che cosa significa? E che cosa comporta? Proviamo ad analizzare un percorso che è già cominciato e lungo il quale alcune compagnie stanno accelerando. La Human Data Science è il focus della sesta edizione del contest Open-F@b Call4Ideas, promosso da BNP Paribas Cardif in collaborazione con InsuranceUp (qui la pagina dedicata), chiedendo a start-up, scale-up, imprese innovative e giovani studenti di proporre soluzioni che possano arricchire la catena del valore alimentata dai dati, considerando anche il fattore umano.

L’analisi statistica e l’elaborazione dei dati sono storicamente uno dei fondamenti dell’attività delle imprese di assicurazione. I dati sono sempre stati raccolti ed elaborati per definire le decisioni di sottoscrizione, le politiche dei prezzi, la liquidazione dei sinistri e la prevenzione delle frodi.

Prima dell’era digitale, le fonti di dati erano costituite da informazioni mediche, demografiche, elementi di rischio, abitudini di vita e comportamenti, lo storico dei risarcimenti, l’esposizione bancaria, ecc. La ricerca di set di dati e modelli predittivi più granulari è stata quindi sempre oggetto di grande attenzione da parte delle compagnie di assicurazione, pertanto la rilevanza assunta oggi dai Big Data Analytics (BDA) non è una sorpresa.

Nell’era digitale i dati tradizionali sono acquisiti con maggiore completezza e precisione, ma non solo: sono sempre più spesso combinati con nuovi tipi di dati, come i dati dell’internet degli oggetti (Internet of Things – IoT), i dati online o i dati dei conti bancari e delle carte di credito, i dati genetici, addirittura un selfie può essere utilizzato per effettuare analisi più sofisticate e complete, in un processo definito ‘arricchimento dei dati’ o ‘data enrichment’. I dati a disposizione sono sempre di più perché aumentano le fonti, come si può vedere da questa tabella.

Big Data Analytics, quali effetti sulle assicurazioni

L’uso di BDA ha un impatto dirompente in tutta la catena del valore e dei processi: determinazione dei prezzi e sottoscrizione, vendita e distribuzione, servizi post-vendita e assistenza, gestione dei sinistri, sviluppo dei prodotti.

In poche parole, per le assicurazioni stiamo parlando di maggiore efficienza operativa, riduzione dei costi, maggiore capacità di soddisfare il cliente, evoluzione del proprio business.

Secondo Eiopa (Report Big Data Analytics in Motor and Health Insurance), l’utilizzo dei dati si è in particolare concentrato fino a questo momento in tutta la catena del valore dell’assicurazione auto e salute, alimentando nuovi modelli di business data-driven.

È chiaro che si tratta di un punto di ripartenza per l’industria assicurativa: la metamorfosi dell’insurance in insurtech è senza ritorno, l’uso dei dati ne è la precondizione e gli sviluppi cui assisteremo negli anni a venire riguarderanno tutti i rami assicurativi tradizionali e quelli nuovi che potranno essere concepiti per soddisfare le esigenze nate dai nuovi stili di vita (si pensi solo all’emergente richiesta di polizze in ambito sharing economy, cyber security, calamità naturali).

Big Data e assicurazioni: quali dati utilizzare e come

L’uso dei dati in ambito assicurativo non è quindi in discussione, il nodo vero è quali dati utilizzare e come. Innanzitutto ci sono le regole sulla data protection, sia quelle già in vigore, che devono essere ovviamente rispettate, sia quelle che ancora sono in corso di definizione dai legislatori di tutto il mondo. Ma ci sono anche le scelte che una Compagnia fa a monte, abbracciando una propria cultura del dato, una policy e una visione innovativa del business data-driven.

Bisogna andare oltre la ‘compliance’ con gli obblighi di legge: un’azienda che utilizza dati può fare di più, in base alla propria sensibilità, e incentivare maggiormente l’‘ethical approach’, l’approccio etico ai dati, quello che mette in primo piano l’impatto e il valore per il cliente (o il dipendente) rispetto all’interesse dell’azienda stessa.

“Si tratta di continuare a lavorare in questa ottica”, spiega Daniele De Vita, Chief Analytics Officer di BNP Paribas Cardif, “e fare in modo che i dati che ci vengono forniti dal cliente, oltre ad essere utilizzati in modo corretto e trasparente, siano utilizzati con efficacia ed efficienza per accrescere la qualità e le opportunità dei servizi offerti, rendendoli sempre più innovativi e soddisfacenti. Come Compagnia abbiamo l’obiettivo di migliorare la vita del cliente e oggi questo possiamo farlo attraverso la Human Data Science”.

BNP Paribas Cardif e gli Human Analytics

In Italia BNP Paribas Cardif ha accolto da qualche tempo il concetto di Human Analytics, un approccio ‘umano’ all’analisi e modellazione dei dati che valorizza i dati personali (preferenze, interessi, valori, emozioni, salute, tratti e caratteristiche personali, ecc) provenienti da molteplici fonti, integrandoli con informazioni più tradizionali, in un processo di ‘data enrichment’ volto a comprendere più a fondo i bisogni e le paure delle persone per offrire soluzioni innovative e migliorare la relazione con il cliente. Questi sforzi vengono indirizzati in particolare verso l’ambito ‘health’, quello più ‘umano’ di tutti e in cui circola una quantità immensa di dati sensibili; ma anche verso il welfare aziendale, dove i dati possono essere utilizzati per migliorare il benessere dei dipendenti.

In questo contesto e in questa visione nasce la scelta di dedicare alla Human Data Science la sesta edizione di Open-F@b Call4Ideas, l’iniziativa di open innovation organizzata con InsuranceUp, il cui bando è attualmente aperto fino al prossimo 28 ottobre.

Open-F@b Call4Ideas 2019, come funziona

BNP Paribas Cardif cerca start-up, scale-up, imprese innovative e giovani studenti che propongano soluzioni in grado di arricchire la catena del valore alimentata dai dati in tanti ambiti di applicazione, tra cui i servizi innovativi di micro-assicurazione grazie all’estrapolazione di valore aggiunto partendo dalle informazioni già in possesso, tool per la personalizzazione della relazione con il cliente, soluzioni per migliorare la customer journey e il customer well-being, nuovi prodotti assicurativi custom-designed, idee per il posizionamento nell’ecosistema Health, inclusi servizi in ambito nutrizionale e psicologico.

I finalisti di Open-F@b Call4Ideas 2019 saranno selezionati da un Comitato costituito da executive del Gruppo BNP Paribas e di BNP Paribas Cardif, da professionisti universitari nell’ambito delle tecnologie digitali e da esperti, e presenteranno le proprie idee innovative all’evento finale che si terrà a Milano a fine novembre. I tre vincitori avranno la possibilità di essere affiancati dal team R&D di BNP Paribas Cardif nello sviluppo e nella concretizzazione della loro idea o del loro progetto, tenendo in considerazione le esigenze di business e del mercato.

Su questa pagina maggiori informazioni e modalità di partecipazione.

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Sharing economy, una sfida aperta per le Compagnie assicurative

Che il successo e la crescita della sharing economy abbiano aperto nuove prospettive nei settori direttamente coinvolti dal nuovo modello di attività economiche (dal car sharing al coworking, dal food delivery all’housing, solo per citare le più note) è ormai palese. Meno evidente, ma altrettanto profondo, è invece l’impatto su settori trasversali che costituiscono l’infrastruttura abilitante della sharing economy: uno su tutti, quello assicurativo. E proprio nel settore insurance la sharing economy apre grandi opportunità, dato che attualmente le polizze sono nella maggior parte dei casi studiati per attività tradizionali e non per coprire i rischi riferibili al nuovo ecosistema.

Sharing economy e polizze: l’expectation gap

Per quanto riguarda le piattaforme p2p, ad esempio, il Lloyds’ Innovation Report 2018 sulla gestione dei rischi da parte di imprese e utenti della sharing economy ha messo in luce quello che viene definito “expectation gap”: il 53% delle piattaforme di sharing ritiene che la responsabilità ultima dell’utilizzo del servizio debba essere del consumatore, mentre il 53% dei consumatori è convinta che debba essere delle piattaforme. È chiaro quindi che in scenari come questo, dove domina l’incertezza relativa alla copertura dei rischi, le compagnie assicurative potrebbero trovare terreno fertile per proporre prodotti ad hoc, ritagliandosi una nuova fetta di mercato e, al tempo stesso, determinando uno standard in un mercato che, al momento, soffre ancora dei problemi di gioventù (e di una certa anarchia che certamente non aiuta né le imprese né i consumatori in quanto a fiducia nel sistema).

Sharing economy e polizze: che cosa manca

Lo stesso rapporto dei Lloyds mette infatti in luce che il 71% degli utenti sarebbe più propenso a utilizzare i servizi della sharing economy se questi fossero coperti da una polizza assicurativa, il 70% di coloro che non condividono i propri beni (che siano auto, case o qualunque altro oggetto dell’economia condivisa) sarebbe più propenso a farlo se una polizza assicurativa li tutelasse, e il 78% dei fornitori di servizi potrebbe attrarre più utenti se a fornire la copertura assicurativa fosse nativamente la piattaforma. Le compagnie assicurative potrebbero quindi avere un ruolo fondamentale nello sviluppo, fornendo quelle certezze al momento assenti.

Sharing economy e polizze: pochi investimenti

Ciononostante, il settore assicurativo sembra ancora restio a investire: stando al 2018 Technology Vision Report di Accenture solo il 2% dei manager delle compagnie assicurative crede che la sharing economy abbia “un buon potenziale” e per questo ha già lanciato prodotti dedicati a questo mercato, mentre il 44% indica genericamente di essere pronto a entrarvi “presto”, e il 27% sta valutando l’opportunità. Il 6%, infine, crede che qualche potenzialità ci sia ma non sta considerando di investire con nuovi prodotti dedicati al settore, e l’1% è convinto che la sharing economy non abbia alcuna potenzialità per il mondo assicurativo.

Sharing economy e polizze: un business senza precedenti

Eppure i numeri sembrano far intravedere una possibilità di business senza precedenti: secondo eMarketer la sharing economy crescerà a livello globale dai 15 miliardi di dollari di fatturato del 2014 a 335 miliardi di dollari nel 2025, e nel 2021, solo negli Stati Uniti, ben 86 milioni e mezzo di persone parteciperà in qualche misura come p2p alla sharing economy. Il rischio per le compagnie assicurative, che in molti casi sono state alla finestra a guardare, è dunque ora quello di non riuscire a stare al passo: nelle scorse settimane Tesla ha lanciato la propria polizza assicurativa per i possessori delle sue auto in California, annunciando già di avere in programma una polizza ad hoc anche per supportare il network di Tesla ride sharing. E già nel 2016 il CEO della francese Axa (tra le prime, nel 2015, a testare il settore con una partnership con BlaBlaCar), Thomas Buberl, aveva spiegato al Financial Times che “oggi i nostri competitor sono Allianz e Generali, ma domani potrebbero essere Google e Facebook”. Per i grandi gruppi assicurativi, ma anche per le snelle startup del mondo insurance, dunque, la sfida della sharing economy è aperta. Ma va presa al volo, prima che ad approfittarne siano i colossi della Silicon Valley.

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Smart mobility, quello che devi sapere e le ultime novità sulla nuova mobilità

Una grande piattaforma che si occuperà di car sharing, ride-hailing, ricariche per veicoli elettrici, trasporto multi-modale e parking. In poche parole, una piattaforma dedicata alla smart mobility. È quella targata BMW-Daimler, progetto nel quale rientra la fusione tra due protagonisti del car sharing, car2go e DriveNow, già preannunciata circa un anno fa dalle case automobilistiche tedesche. Il nuovo servizio di condivisione auto nato da questa fusione si chiamerà Share Now, e l’investimento complessivo nella joint venture è calcolato in 1,13 miliardi di dollari.

Questa è solo l’ultima iniziativa nel settore della nuova mobilità. Un segnale concreto della trasformazione nel modo di usare l’auto e di muoversi che si sta diffondendo anche grazie all’uso delle tecnologie digitali: oggi ci muoviamo in città noleggiando auto on demand, usufruendo di servizi di car sharing e bike sharing, ricorrendo a nuovi servizi e modalità di pagamento, guidando veicoli elettrici o senza autista. La smart mobility è già realtà e, oltre al modo di muoversi e viaggiare, sta impattando anche sul business delle assicurazioni mettendo in crisi alcuni prodotti e richiedendone di nuovi.

Smart mobility: che cos’è

Come riporta EconomyUp, la Smart Mobility è una mobilità altamente tecnologica, a misura di cittadino e a basso impatto ambientale. Il termine smart mobility include una serie di elementi: la tecnologia, le infrastrutture per la mobilità (parcheggi, reti di ricarica, segnaletica, veicoli), le soluzioni per la mobilità (tra cui i modelli di new mobility) e le persone. La Smart mobility punta a offrire un’esperienza di mobilità senza soluzione di continuità, dal primo all’ultimo miglio, che sia flessibile, integrata, sicura, on demand e conveniente dal punto di vista economico. L’obiettivo finale dell’introduzione di una mobilità smart nelle nostre città è ridurre traffico e inquinamento, creare flussi di traffico intelligenti e senza interruzioni, e rafforzare le economie di scala per promuovere una mobilità accessibile a tutte le tasche.

Smart mobility e assicurazioni: che cosa sta cambiando

Con l’espansione della smart mobility, è ovviamente destinato a cambiare profondamente anche il mercato assicurativo relativo ai nuovi stili di mobilità. A partire dalle modalità di calcolo del premio assicurativo, che ovviamente non potranno più essere calibrate legando il singolo individuo, la sua età, la professione e le sue abitudini di mobilità al singolo veicolo come accade oggi. Senza contare che nel futuro, con l’avvento della guida autonoma, le cose potrebbero complicarsi ancor di più. Non a caso, un paio d’anni fa, un report di Deloitte si era domandando proprio, nel momento in cui le persone smetteranno di guidare, chi dovrà essere l’oggetto dell’assicurazione auto. E la risposta è che gli assicuratori devono (e dovranno sempre più) ripensare al proprio ruolo all’interno dell’ecosistema della mobilità, e alle loro relazioni con i guidatori, i proprietari e i veicoli. Qualunque siano le politiche adottate dalle assicurazioni per modulare i premi, in ogni caso, la previsione è che, dopo un picco tra il 2025 e il 2030, i costi assicurativi caleranno e saranno ripartiti piuttosto equamente tra auto personali, car sharing e auto autonome. Nel frattempo, alcune compagnie stanno già iniziando a offrire prodotti concepiti proprio per la smart mobility, come ad esempio polizze “on demand” oppure coperture integrate che, oltre alle esigenze di mobilità, riguardino ad esempio casa e famiglia. Non solo. Le compagnie stanno elaborando soluzioni di Instant Insurance, polizze personalizzabili ideate per rispondere alle nuove esigenze di mobilità multimodale e condivisa. L’Instant Insurance segue la persona e non il veicolo, permette di godere della libertà di viaggiare e spostarsi, usando diversi mezzi di trasporto, con tutta la sicurezza e la tranquillità di una protezione personalizzata. Un prodotto che viene incontro ai bisogni di assistenza e copertura assicurativa che emergono prevalentemente tra i giovani, gli abitanti delle aree metropolitane e i professional che effettuano trasferte di lavoro di breve-media distanza utilizzando più mezzi. Fenomeno che si osserva con l’affermarsi di una nuova concezione di mobilità, sempre più multimodale, smart e condivisa, oltre che di forme sempre più diffuse di uso più che di possesso.

Insomma, in tema assicurativo quello della smart mobility è un mercato ancora totalmente da esplorare.

Dalla smart mobility alla sharing mobility

Tassello chiave della smart mobility, e tra i punti più interessanti per le polizze, la sharing mobility – riporta EconomyUp – è il fenomeno in base al quale i trasferimenti da un luogo ad un altro, ovvero la mobilità, avvengono con mezzi e veicoli condivisi: car sharing, bike sharing, scooter sharing, ma anche car pooling e analoghe modalità di condivisione. I business model ispirati dalla sharing economy (economia della condivisione) e dalle tecnologie digitali stanno contribuendo a creare modalità innovative di spostarsi da un luogo all’altro: si pensi ai servizi di ridesharing e on demand come Uber o Lyft o ai programmi di car sharing o bike sharing. L’obiettivo finale è rendere movimenti e flussi più efficienti e meno inquinanti.

Secondo dati dell’Osservatorio Nazionale Sharing Mobility, a fine 2017 erano già 357 i diversi servizi di mobilità condivisa diffusi sul territorio italiano, tra bikesharing, carsharing, scootersharing, e altre forme, come carpooling e aggregatori. Un fenomeno che ha già messo 18,1 milioni di italiani (28% della popolazione) nella possibilità di usufruire di almeno un servizio di mobilità condivisa, con punte del 46% al nord.

Smart mobility e big data: come cambiano mobilità e trasporti

Alla base del cambiamento che sta interessando il mondo dei trasporti ci sono i big data. In un’intervista rilasciata a EconomyUp, Fabio Pressi, Ceo di Infoblu, ha spiegato come cambiano mobilità e trasporti grazie all’utilizzo, sempre crescente, dei big data. “La mobilità non è più legata al veicolo: oggi l’utente vuole spostarsi dal punto A al punto B nel miglior modo possibile, senza doversi occupare di scegliere il mezzo, ma attraverso una soluzione che gli consenta di muoversi risparmiando tempo o soldi, o entrambi – spiega Pressi -. In questi anni le aziende si sono attivate per capire come ottenere i dati per le soluzioni di mobilità e hanno iniziato a considerare il veicolo come un sensore e da lì a ottenere la mappatura del traffico. La tecnologia ci sta portando ad avere informazioni più complete e integrate. Non ci preoccuperemo più di sapere se in una certa zona c’è traffico, ma ci sarà chi ci suggerisce in automatico il percorso migliore personalizzato e diverso per ognuno di noi. Questa è la mobilità integrata: emergeranno soggetti in grado di dirci che conviene prendere l’auto per un determinato tratto di strada, per poi lasciarla in un parcheggio, salire sulla metro e magari percorrere l’ultimo miglio in monopattino”.

Non solo trasporto: i punti chiave della smart mobility

Smart mobility non significa solo forme alternative di trasporto, è un fenomeno più ampio e complesso ed è basato sui seguenti principi, sui quali anche le polizze sono chiamate a confrontarsi:

1. Flessibilità: Molteplici modalità di trasporto consentono a chi si sposta di scegliere quale di questa è la migliore in un determinato contesto;

2. Efficienza: Il viaggiatore è in grado di arrivare a destinazione con il minimo sforzo e nel più breve tempo possibile

3. Integrazione: Il tragitto completo è pianificato senza tener conto di quali mezzi di trasporto vengono usati

4. Tecnologie pulite: Dai veicoli che causano inquinamento ci si sposta verso quelli a zero emissioni.

5. Sicurezza: Morti e feriti vengono drasticamente ridotti

6. Accessibilità: Tutti devono poter avere accesso alle diverse forme di Smart Mobility.

7. Benefici sociali: La Smart Mobility deve contribuire a una migliore qualità della vita.

L’articolo Smart mobility, quello che devi sapere e le ultime novità sulla nuova mobilità proviene da InsuranceUp.