ICity Rank 2020, la classifica delle smart city in Italia

Quali sono le città italiane più digitali e sostenibili, le smart city del 2020? Firenze, Bologna, e a sorpresa al terzo posto Milano, che aveva mantenuto la prima posizione per 6 anni di fila.

Questo il podio della classifica secondo ICity Rank 2020, il report sulle smart city italiane realizzato ogni anno da FPA, società del gruppo Digital360, che è stata presentata in occasione dell’evento FORUM PA Città.

Completano la top ten Modena, Bergamo, Torino, Trento, Cagliari e Venezia.

Le graduatorie settoriali vedono distinguersi: Roma, per i servizi online; Trento (assieme a Bologna, Firenze e Modena) per le app municipali; Cremona (con Bologna e Milano) per le piattaforme digitali; Palermo (con Firenze e Milano) per l’open data; Bergamo e Venezia al secondo posto per wifi pubblico; Bolzano e Mantova per IoT e tecnologie di rete; e a parimerito nella graduatoria della trasparenza Bari, Benevento, Catanzaro, Latina, Novara, Padova e Trento, oltre che Milano e Firenze.

L’accelerazione alla trasformazione digitale delle città italiane non è stata uniforme. Il report rileva una profonda differenza tra Nord e Sud, con l’eccezione di Cagliari (al 9° posto), Palermo, Lecce e Bari tra i primi 20. Le città metropolitane dominano la classifica: sette tra le prime dieci e altre tre tra le prime venti.

Interessante come si distinguano anche le città più colpite dalla pandemia, che hanno avuto una forte “reazione digitale”: cinque tra le prime sette città per incremento di decessi si collocano nelle prime 30 posizioni della graduatoria.

Dal report emerge un buon livello di digitalizzazione delle attività amministrative e rapporto con i cittadini – per quanto si ponga ancora il problema della diffusione di una cultura digitale, sia all’interno delle amministrazioni che tra i cittadini.

Tuttavia, è ancora molto indietro l’implementazione e l’interconnessione delle reti intelligenti nelle città. È questa la grande sfida, necessaria a condurre le città verso i modelli più avanzati di smart city.

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Quali sono le città italiane più digitali e sostenibili, le smart city del 2020? Firenze, Bologna, e a sorpresa al terzo posto Milano, che aveva mantenuto la prima posizione per 6 anni di fila.

Questo il podio della classifica secondo ICity Rank 2020, il report sulle smart city italiane realizzato ogni anno da FPA, società del gruppo Digital360, che è stata presentata in occasione dell’evento FORUM PA Città.

Completano la top ten Modena, Bergamo, Torino, Trento, Cagliari e Venezia.

Le graduatorie settoriali vedono distinguersi: Roma, per i servizi online; Trento (assieme a Bologna, Firenze e Modena) per le app municipali; Cremona (con Bologna e Milano) per le piattaforme digitali; Palermo (con Firenze e Milano) per l’open data; Bergamo e Venezia al secondo posto per wifi pubblico; Bolzano e Mantova per IoT e tecnologie di rete; e a parimerito nella graduatoria della trasparenza Bari, Benevento, Catanzaro, Latina, Novara, Padova e Trento, oltre che Milano e Firenze.

L’accelerazione alla trasformazione digitale delle città italiane non è stata uniforme. Il report rileva una profonda differenza tra Nord e Sud, con l’eccezione di Cagliari (al 9° posto), Palermo, Lecce e Bari tra i primi 20. Le città metropolitane dominano la classifica: sette tra le prime dieci e altre tre tra le prime venti.

Interessante come si distinguano anche le città più colpite dalla pandemia, che hanno avuto una forte “reazione digitale”: cinque tra le prime sette città per incremento di decessi si collocano nelle prime 30 posizioni della graduatoria.

Dal report emerge un buon livello di digitalizzazione delle attività amministrative e rapporto con i cittadini – per quanto si ponga ancora il problema della diffusione di una cultura digitale, sia all’interno delle amministrazioni che tra i cittadini.

Tuttavia, è ancora molto indietro l’implementazione e l’interconnessione delle reti intelligenti nelle città. È questa la grande sfida, necessaria a condurre le città verso i modelli più avanzati di smart city.

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ICity Rank 2020, la classifica delle smart city in Italia

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L’accelerazione alla trasformazione digitale delle città italiane non è stata uniforme. Il report rileva una profonda differenza tra Nord e Sud, con l’eccezione di Cagliari (al 9° posto), Palermo, Lecce e Bari tra i primi 20. Le città metropolitane dominano la classifica: sette tra le prime dieci e altre tre tra le prime venti.

Interessante come si distinguano anche le città più colpite dalla pandemia, che hanno avuto una forte “reazione digitale”: cinque tra le prime sette città per incremento di decessi si collocano nelle prime 30 posizioni della graduatoria.

Dal report emerge un buon livello di digitalizzazione delle attività amministrative e rapporto con i cittadini – per quanto si ponga ancora il problema della diffusione di una cultura digitale, sia all’interno delle amministrazioni che tra i cittadini.

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Next Future Transportation: cosa significa per le assicurazioni il progetto di autobus modulari a guida autonoma?

Ha catturato l’interesse dell’Osservatorio del Ministero dei Trasporti per le smart road una singolare soluzione al problema dell’afflusso ai mezzi durante i diversi orari della giornata, avanzata dalla startup italiana Next Future Transportation. Si tratta della realizzazione di autobus modulari, con la possibilità di agganciamento e sganciamento automatico delle vetture attraverso un sistema di guida autonoma.

Una soluzione ingegnosa per migliorare la mobilità cittadina, che pone però una questione assicurativa importante per il futuro della mobilità: come garantire la copertura assicurativa per mezzi pubblici a guida autonoma?

“Abbiamo stretto partnership in ambito assicurativo” spiega Tommaso Gecchelin, founder e CTO di Next Future Transportation “pensando a un’assicurazione che venga transizionata non sul veicolo o sul suo possessore, ma sul cittadino che sfrutta un determinato tipo di servizio”. Un esempio di trasporto intermodale, ma fatto sempre con lo stesso veicolo: per questo il team di Next preferisce chiamarlo “unimodale”.

Next Future Transportation produce minibus molto corti in grado di agganciarsi l’uno con l’altro, anche in movimento. Hanno un sistema di allineamento e guida autonoma che permette di creare un convoglio più lungo.

“Nell’ora di punta” spiega il CTO della startup “servono tanti veicoli con pochi conducenti, ma fuori dall’ora di punta, dopo il pendolarismo mattutino o serale, il traffico si sparpaglia su linee secondarie. A quel punto non ha più senso avere un servizio per linee, sarebbe meglio avere una sorta di rete o addirittura un modello a chiamata. Il nostro sistema è in grado di adattarsi in tempo reale, o quasi, alla fluttuazione della domanda, non solo in base al numero di coloro che hanno bisogno del passaggio ma anche sulla base della distribuzione sul territorio. È un mezzo modulare, perciò è possibile utilizzarlo anche singolarmente, come taxi o veicolo in sharing.”.

Prototipi del progetto sono già su strada a Dubai, ma il servizio non è ancora aperto al pubblico, in attesa di omologazione sulla base delle normative europee. La società ha avviato le pratiche per la richiesta di omologazione alla UE, e ha chiesto al ministero dei Trasporti di poter avviare la sperimentazione.

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Coronavirus, perché accelererà l’innovazione nelle assicurazioni

Prima e dopo il coronavirus. Per le compagnie di assicurazione l’emergenza arrivata dalla Cina rappresenterà un punto di svolta, perché l’epidemia sta facendo emergere criticità ma anche opportunità, bisogni e soluzioni possibili.

Nel disorientamento generale provocato dal COVID-19, tra fake news e danni reali per l’economia globale, è difficile concentrarsi sulla parte mezza piena del bicchiere ma, come insegna la cultura dell’innovazione, c’è da apprendere anche e soprattutto dalle crisi e dagli errori. Le reazioni e i comportamenti di questo inizio di decennio mettono in evidenza le fragilità di una società connessa e  complessa com’è quella in cui viviamo, ma anche nuove domande insieme a nuovi possibili modelli sociali che l’emergenza ha imposto rispetto a quelli consolidati (dall’organizzazione del lavoro alla smart mobility e l’ecommerce).

La paura, più o meno giustificata, segnala un crescente bisogno di protezione, che resta il business centrale dell’industry assicurativa. A livello internazionale i vertici delle grandi compagnie si stanno interrogando sulla necessità di rivedere la propensione al rischio anche sulla base di nuovi modelli di analisi delle catastrofi. E c’è chi nel Far East ha già lanciato sul mercato polizze anti-coronavirus. Ma questo è solo il caso del momento che richiede la capacità di affrontarne altri, anche meno diffusi e drammatici.

L’emergenza porta in primo piano la prima cosa da proteggere: la salute. Le formule tradizionali non sono più sufficienti e sostenibili di fronte a “sinistri” di dimensioni come quelle di un’epidemia. In Cina, dove tutto è cominciato, Ant Financial, il braccio fintech di Alibaba Group, ha prontamente proposto soluzioni assicurative basate sulla blockchain, che riduce drasticamente i tempi (e i costi di gestione) delle pratiche e della loro liquidazione. Sono arrivati a gestire fino a mille pratiche al secondo! Si può offrire nuova e maggiore protezione, in maniera economicamente sostenibile, solo facendo ricorso alle tecnologie esponenziali.

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Dopo il coronavirus le compagnie di assicurazioni dovranno accelerare i loro percorsi di innovazione, investendo sulla digitalizzazione di processi e prodotti per rispondere con efficacia ed efficienza alle nuove domande di protezione. L’uso dell’Intelligenza Artificiale nelle fabbriche delle polizze, per esempio, non potrà più essere un’eccezione. Il digital health è un fronte sempre più caldo e competitivo, come conferma l’ingresso di player che si chiamano Google e Apple: per affrontarlo con successo è necessaria una grande capacità di analisi. Può venire solo da un uso sapiente di algoritmi e big data. Anche i virus si possono “anticipare” nelle loro direzioni di sviluppo e ritmi di crescita, dicono gli esperti di AI. Non solo: la gestione intelligente di dati e informazioni permetterà l’attivazione di servizi prima impossibili o economicamente onerosi per le compagnie e quindi per i clienti.

Pensiamo infine al boom, obbligato, dello smart working. Nel mese di febbraio, anche in Italia, lo ha sperimentato anche chi prima non aveva voluto e potuto. In molti casi, specie nel settore dei servizi, s’è visto che lontano dall’ufficio la produttività non cala. Come questa nuova consapevolezza potrà impattare sulle aziende assicurative, che sono sostanzialmente centri di servizi? Potranno e dovranno da una parte affrontare con maggiore convinzione i temi e le opportunità del lavoro a distanza e allo stesso tempo potranno (e dovranno) misurarsi con gli effetti che la sua diffusione avrà sulla mobilità (se io uso meno l’auto per muovermi, forse avrò bisogno di una polizza più flessibile…), ad esempio, ma anche sulla sicurezza di chi lavora lontano dall’azienda e delle informazioni che tratta. La cybersecurity diffusa sarà senz’altro più complessa.

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Se Milano diventasse il laboratorio dell’insurtech per le smart city

All’Intelligenza Urbana è stata dedicata la Milano Digital Week appena conclusa. Un bel concetto, quello di intelligenza urbana, che lascia intravvedere nuove opportunità anche per le compagnie di assicurazione. Si è parlato molto di tutto ciò che è e può diventare sempre più smart, dalla casa alla città, dal lavoro alla mobilità , grazie all’impatto della diffusione delle tecnologie e all’impiego sempre più…intelligente dei dati che le connessioni tra persone e persone, tra persone e oggetti e tra oggetti e oggetti producono e produrranno in quantità sempre crescente. Con i dati sono tante le cose che un player assicurativo può fare. E Milano potrebbe diventare centro propulsore.

La smart city con tutte le sue declinazioni è la cornice più eccitante e promettente per chiunque oggi voglia fare innovazione, con effetti dirompenti su molti modelli di business, compreso quello dell’industria assicurativa. Milano è un’eccellenza in Italia su questo fronte, ma l’Italia non è ancora un’eccellenza nel mondo. Per diverse ragioni che qui sarebbe lungo ricordare.

Un report presentato da Roland Berger proprio durante la Milano Digital Week dice che le smart city top nel mondo, secondo uno Strategic Index elaborato dalla società di consulenza, sono tre su 153 analizzate a livello globale: Londra, Vienna e St. Albert in Canada. Tutte le altre hanno ampi margini di miglioramento.

Come si valuta una smart city? Dalla combinazione virtuosa di tre fattori: visione strategica, capacità di esecuzione, presenza di infrastrutture evolute. Quindi, ben venga l’ormai celebre 5G ma servirà a poco senza le giuste visioni e ancora di più la capacità di tradurle correttamente in azioni e attività coerenti. La responsabilità è collettiva, delle amministrazioni pubbliche come anche delle aziende private, degli operatori infrastrutturali e dei grandi abilitatori culturali fino ai cittadini che saranno allo stesso tempo protagonisti e clienti della città intelligente. In estrema sintesi: non c’è smart city possibile senza un ecosistema capace di estrarre valore dall’uso delle tecnologie digitali.

In questo ecosistema un ruolo importante possono e devono giocare le compagnie di assicurazione, per almeno tre diverse ragioni: 1. l’uso strategico dei dati prodotti dalle comunità connesse permette l’attivazione di servizi fino a oggi impensabili in ambiti ben conosciuti come la salute e la mobilità; 2. l’aumento dell’intelligenza digitale fa nascere  nuove esigenze e nuove domande di protezione e prevenzione; 3. la molteplicità di fonti di dati apre la strada a newcomer che certamente andranno a invadere il perimetro tradizionale delle compagnie.

La smart city, in tutte le sue espressioni, è quindi una sfida e un’opportunità per i grandi player del mercato assicurativo. Per affrontarla va velocemente sposata la logica dell’ecosistema. Il report Roland Berger propone una serie di case history: a Xuhui, distretto di Shanghai, la PA ha giocato un ruolo di catalizzatore ma con Huawei; a Barcellona il Comune ha siglato una partnership con Tunstall, che utilizzando i dati pubblici fornisce un servizio di teleassistenza ai cittadini; Vienna si segnala per un programma di servizi innovativi di e-Health. Milano, suggerisce Roland Berger, potrebbe giocarsi la sua partita grazie all’insurtech e alle compagnie di assicurazione.Per esempio attraverso le blackbox si potrebbero raccogliere le informazioni sulle buche del manto stradale e offrire così servizi sia ai cittadini sia all’amministrazione pubblica. Questo sarebbe già possibile con un’azione di “rete”. Ma sono ben altre le prospettive suggerite dalle esperienze internazionali. Solo due esempi: l’uso dei dati di mobilità nelle città potrebbe permettere alle compagnie di offrire servizi assicurativi on demand; proposte di prevenzione personalizzate avrebbero il duplice effetto di ottimizzare la spesa del servizio sanitario pubblico e migliorare la qualità della vita del cittadino. Il futuro delle assicurazioni e dell’insurtech passa anche attraverso le smart city.

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Come sta cambiando la popolazione mondiale: invecchiamento, longevità e megalopoli

La crescita della popolazione mondiale

Nel 2050 ci saranno circa 10 miliardi di individui sul pianeta. La storia dell’umanità ci dice che ci sono volute migliaia di anni (dalla comparsa dell’uomo fino al 1800) prima che la popolazione mondiale raggiungesse il primo miliardo, ma sono stati sufficienti un paio di secoli per raggiungere i 7,7 miliardi odierni: il secondo miliardo è stato raggiunto in 130 anni (1930), il terzo miliardo in 30 anni (1960), il quarto miliardo in 15 anni (1974) e il quinto miliardo in soli 13 anni (1987). (fonte Worldometers).

Solo nel corso del solo XX secolo, la popolazione mondiale è passata da 1,65 miliardi a 6 miliardi, nel 1970 c’erano circa la metà delle persone che ci sono oggi. Dopo questo picco, il tasso di crescita è progressivamente rallentato, ma ciononostante, la popolazione mondiale cresce,  sebbene non ovunque nello stesso modo: nei paesi meno sviluppati il tasso di fertilità è ancora alto e si prevede che condurrà al raddoppio, persino alla triplicazione, della loro popolazione. In particolare dopo il 2060 lo slancio demografico sarà trainato quasi esclusivamente dai livelli di fertilità nei paesi meno sviluppati del mondo. Africa, principalmente, ma anche Medio Oriente e Asia.

La crescita della popolazione mondiale negli ultimi due secoli è infatti dovuta ai progressi della medicina e al miglioramento del tenore di vita, che hanno ridotto significativamente la mortalità infantile e materna, e ad aumentare la speranza di vita. Nel paesi meno sviluppati, invece, miglioramento delle condizioni di vita e della sanità sono traguardi che solo oggi si stanno cominciando a raggiungere, permettendo un più alto tasso di sopravvivenza e un allungamento della vita. E’ matematico che sebbene il tasso di crescita della popolazione su base globale sia in diminuzione, il fatto stesso che esso sia riferito a una popolazione progressivamente maggiore conduce a un aumento netto di individidui sul pianeta.

Questi dati aggregati del pianeta, non sono però sufficienti a capire quello che avviene.

Il cambiamento demografico si sta polarizzando in due direzioni: una parte del mondo, tra cui c’è l’Italia, ha un tasso di crescita negativo (il famoso problema ‘non si fanno più bambini’) e un forte invecchiamento della popolazione (in Italia e Giappone l’età media è 48 anni); dall’altra, nei paesi emergenti, il tasso di crescita è ancora molto elevato e l’età media è piuttosto bassa (in tutti i paesi africani si aggira tra i 16 e 20 anni). Ecco cosa dice PWC in proposito:

Il ritmo dei cambiamenti varierà sostanzialmente da una regione all’altra. La popolazione africana – quella a più alta crescita – è destinata a raddoppiare entro il 2050, quella europea si ridurrà. La fertilità in America Latina rimarrà superiore alla mortalità. L’età media in Giappone nel 2050 sarà di 53 anni – in Nigeria sarà di 23.

Questi sviluppi hanno profonde implicazioni sia a livello locale che globale. Tutti i paesi dovranno attuare politiche coraggiose per far fronte a questi cambiamenti demografici. In Nord America e in Europa, così come in gran parte dell’Asia e dell’America Latina, sostenere l’invecchiamento della popolazione richiederà una maggiore partecipazione delle donne e degli anziani alla forza lavoro, e forse anche livelli di immigrazione più elevati. La popolazione più giovane dell’Africa è una grande opportunità, ma richiederà le giuste condizioni politiche per massimizzare i benefici di questo dividendo demografico: più giovani è un vantaggio solo se si possono generare abbastanza posti di lavoro per loro.

La maggioranza della popolazione mondiale risiederà, nei prossimi decenni, nell’area geografica che comprende India, Pakistan, Cina, Indonesia, Filippine, Bangladesh, Vietnam.

Fino a quando la popolazione continuerà a crescere?

L’imprenditore visionario Elon Musk, cavalcando le tesi di alcuni teorici della demografia, ha già in più occasioni segnalato con preoccupazione che lo slancio demografico non durerà per sempre, a un certo punto ci sarà un’implosione demografica che potrebbe addirittura portare al collasso della nostra società. Sicuramente l’attuale tendenza mette a rischio la tenuta di sistemi sociali di welfare come quello pensionistico o lo stesso sistema sanitario. Sta quindi ai governi individuare politiche adeguate ad evitare i tracolli che, senza correttivi, necessariamente ci saranno.

Un recente libro, Empty Planet, scritto dal giornalista John Ibbitson e il politologo Darrell Bricker (qui un’intervista su Wired)  giunge a una conclusione ancora più radicale, sconfessando i modelli predittivi delle Nazioni Unite, che a loro parere tengono conto solo di tre variabili: i tassi di fertilità, morte e migrazione. Non tengono affatto in considerazione il fattore ‘conoscenza’, ovvero come anche attraverso l’accesso a internet anche nei paesi più poveri le persone, e le donne in particolare, siano in grado di conoscere meglio i temi della sessualità e contraccezione, dei propri diritti, cambiando la propria visione sulle vecchie norme intorno alle famiglie e alla fertilità. Ciò si rifletterà sui tassi di crescita della popolazione, che invece di continuare a crescere, si stabilizzerà tra circa 30 anni – e poi inizierà a diminuire, forse per sempre.

Da un punto di vista dei dati, è difficile fare previsioni a lungo termine su una materia come questa, poichè non si conoscono le variabili che possono entrare in gioco nel corso degli anni. Tuttavia le Nazioni Unite hanno provato a farne qualcuna: secondo lo scenario intermedio,  prevedono che per il 2300 la popolazione mondiale sarà poco meno di 9 miliardi. Infatti, una volta raggiunto il picco di incremento, dal 2050 in avanti comincerà a diminuire progressivamente. Sul lungo termine la più alta crescita della popolazione è prevista per l’Africa. Le zone attualmente conosciute come India, Cina, Stati Uniti e Pakistan rimarranno nel loro ordine come i più popolati al mondo.

Quali saranno le conseguenze?

Il primo pensiero va al consumo delle risorse: il pianeta ha risorse sufficienti per tutta questa popolazione? Cibo, acqua, energia?

E come impatterà sul nostro già compromesso equilibrio ambientale?

Ogni settimana si registrano 1,5 milioni di persone in più nel mondo, ogni secondo 5 persone nascono e due muoiono. Ma le risorse del nostro pianeta non sono infinite: la domanda umana di risorse come acqua, terra, alberi ed energia non può spingersi oltre un certo punto, già oggi a pagare il prezzo della antropizzazione è l’ecosistema naturale, piante, animali, clima.

“La sostenibilità ambientale necessaria non è raggiungibile senza la stabilizzazione della popolazione mondiale”, sostiene Il Population Media Center.

I rischi cui si va incontro sono dunque quelli connessi con la sovrapopolazione e l’aggravarsi dei problemi del degrado ambientale e del cambiamento climatico.

Invecchiamento della popolazione

Tutti i paesi del mondo registreranno progressivamente un invecchiamento della popolazione, ma sono i continenti Europa, Asia e America Latina ad avvertirne gli effetti: in Europa il calo della popolazione in età lavorativa sarà particolarmente acuto, con ripercussioni già fonte di preoccupazione, sui sistemi previdenziali, sanitari, economici e gli equilibri sociali. L’Asia, ad esempio, ha nove persone in età lavorativa per sostenere in media ogni persona anziana (anche se le tendenze variano notevolmente da paese a paese). Entro il 2050 tale numero si dimezzerà, passando a quattro persone. In Europa, per ogni quattro persone in età lavorativa per anziano nel 2015 ce ne saranno solo due entro il 2050, sostiene PWC. Per ovviare a tale carenza sarà necessaria una maggiore partecipazione della forza lavoro da parte di due gruppi: le donne e gli stessi anziani.

Il WEF dedica molta attenzione a questo tema, sottolineando rischi ma anche opportunità che il tema presenta. Le proiezioni globali per il 2050 sono da capogiro: 1,6 miliardi di persone oltre i 65 anni e 400 trilioni di dollari per le pensioni che mancano. Ciò si traduce in un deficit di 250.000 dollari per il pensionato medio, che farà fatica a pagare le spese di base come l’alloggio, il cibo e la sanità. Negli ultimi anni si è sviluppata maggiore consapevolezza tra le nazioni sul fatto che i fenomeni paralleli di  invecchiamento e longevità minacciano sia le economie sviluppate che quelle emergenti. C’è un pari riconoscimento del fatto che, a causa della realtà demografica, i tradizionali regimi pensionistici “pay as you go” non possono più essere l’unica fonte di reddito pensionistico adeguato. Anche perché altri fattori influenzano negativamente: la crescente urbanizzazione che spezza i legami familiari e rende più fragile la rete di solidarietà sociale; la crescita del ‘lavoro nero’, che non contribuisce al modello pensionistico e lascia senza previdenza sociale il lavoratore.

Ciò va affrontato da governi e organizzazioni aziendali in modo sinergico per raggiungere l’obiettivo da un lato di aumentare il numero di lavoratori agganciati al sistema pensionistico; dall’altro è necessario educare le persone a tutelarsi con  forme anche privatistiche di risparmio e previdenza che garantiscano una ‘vecchiaia’ serena.

L’invecchiamento della popolazione è destinato a diventare una delle trasformazioni sociali più significative del XXI secolo, con implicazioni per quasi tutti i settori della società,  dal mondo del lavoro al sistema economico (servizi finanziari, domanda di beni e servizi, come gli alloggi, i trasporti e la protezione sociale), fino ai fondamenti della società, come strutture familiari e legami intergenerazionali.

Secondo i dati di World Population Prospects 2017, il numero di persone anziane – di età pari o superiore ai 60 anni – dovrebbe più che raddoppiare entro il 2050 e più che triplicare entro il 2100, passando da 962 milioni nel 2017 a 2,1 miliardi nel 2050 e 3,1 miliardi nel 2100. A livello globale, la popolazione di 60 anni o più cresce più rapidamente di tutte le fasce di età più giovani.

Longevità

Secondo le Nazioni Unite, a livello globale, l’aspettativa di vita alla nascita è aumentata di 3,6 anni tra il 2000-2005 e il 2010-2015, ovvero è passata da 67,2 a 70,8 anni. Tutte le regioni hanno condiviso l’aumento dell’aspettativa di vita in questo periodo, ma i maggiori guadagni sono stati registrati in Africa, dove l’aspettativa di vita è aumentata di 6,6 anni tra questi due periodi, dopo essere aumentata di meno di 2 anni rispetto al decennio precedente. L’aspettativa di vita in Africa nel 2010-2015 è stata di 60,2 anni, rispetto ai 71,8 in Asia, 74,6 in America Latina e Caraibi, 77,2 in Europa, 77,9 in Oceania e 79,2 in Nord America.

L’allungarsi della vita media impone oggi di ripensare lo stesso modello di ciclo di vita umana suddiviso in 3 stadi, in cui la terza età (a partire dai 65 anni) rappresentava un tempo lo step finale. Oramai si parla di quarta e persino di quinta età, o forse si dovrebbe semplicemente spostare i paletti anagrafici di almeno 10-15 anni in avanti, come suggeriscono esperti e scienziati: i 75-80 anni di oggi sono i 65 di un tempo, l’aspettativa di vita si è allungata di molto ed è anche migliorata la salute. La vita più lunga non è un trascinarsi faticoso, un po’ malandati, negli anni: un’interessante ricerca realizzata da BNP Paribas Cardif, in Italia, dove ricordiamo l’invecchiamento è tra i più elevati al mondo, tra gli over 65  ha evidenziato che l’anziano di oggi (se così vogliamo chiamarlo) non ha nienete a che fare con quello della tradizione: il benessere e la salute aumentano, l’atteggiamento verso la vita è più positivo, è attivo, nel nostro Paese rappresentano un vero e proprio pilastro delle famiglie e delle comunità, e a dirlo sono i dati economici.

Oggi gli over 65 sono circa 13.672.000 (Istat), pari al 22,6% della popolazione attuale e saranno 34 milioni entro il 2050 (34%): l’impegno dei nonni (nella cura dei nipoti) vale oggi 24 miliardi di euro, il sostegno economico ai figli e alle loro famiglie vale 5,4 miliardi, danno lavoro a 3 milioni di assistenti familiari, contribuiscono all’industria turistica per 6 miliardi di euro all’anno (dati Federanziani).

Gli ‘over 65’ sono oggi un target per servizi finanziari e assicurativi molto più interessante dei Millennials.

La domanda che molti studiosi si pongono è se la longevità umana continuerà a migliorare ancora o, al contrario, arretrerà.

Anche in questo caso le previsioni a lungo termine sono difficili da fare, le variabili sono tantissime, tra lo scenario migliore e quello peggiore ci sono differenze drastiche, dovute soprattutto all’intervento o meno della società rispetto a fattori di rischio per la salute e la longevità umana che sono sotto gli occhi di tutti (si va da malattie contagiose come l’HIV alla malnutrizione dei paesi poveri, fino alle ‘piaghe dei paesi sviluppati come obesità e in generale cattiva alimentazione, fumo, alcol, inquinamento).

Tra gli scenari più pessimisti, uno studio su The Lancet, condotto all’Università di Washington, offre proiezioni sull’aspettativa di vita futura in 195 paesi nel 2040 e ipotizza anche un peggioramento in alcune condizioni dei fattori di rischio e di mortalità prematura legate a ipertensione, obesità, iperglicemia, fumo, alcol e inquinamento.

“Il processo di invecchiamento è molto più malleabile di quanto pensassimo e stiamo ancora, in un certo senso, cercando di recuperare il ritardo nella nostra ricerca per capire da cosa deriva questa malleabilità, fino a che punto potremmo andare avanti e, nelle nostre società, stiamo cercando di dare un senso a un mondo in cui continuiamo a invecchiare”. (Thomas Kirkwood, Associate Dean for Ageing at the University of Newcastle)

Da un punto di vista assicurativo, si sostiene in questa intervista di Odette Cesari di Axa IM, l’attenzione andrebbe portata oggi sull’aspettativa di vita calcolata dall’ingresso nella terza età (65 anni) piuttosto che considerarla secondo il metodo tradizionale, vale a dire dalla nascita. Una maggiore longevità significa in questo senso che si allunga la vita ‘da pensionati’, quindi il periodo in cui non si è più età lavorativa ma in cui si attivano ‘prodotti’ previdenziali che dovranno durare più a lungo di quanto originariamente considerato.

Megacity

Le megacity sono le città con oltre 10 milioni di abitanti, nel 1950 erano due: New York e Tokyo. Oggi sono 33 e saranno almeno 40 entro il 2030. L’area di Shanghai potrebbe già nei prossimi due anni trasformarsi in una gigacity con una popolazione di 170 milioni di abitanti, il doppio della Germania, si dice in questo articolo di Allianz.Entro il 2050, il 68% della popolazione mondiale (contro il 55% attuale) vivrà in città, in mega-città. Perché questa spinta all’urbanizzazione, combinata con la crescita complessiva della popolazione mondiale, porterà non solo altri 2,5 miliardi di persone alle aree urbane entro il 2050, (di cui il 90% di questo aumento in Asia e Africa), ma alla crescita esponenziale di determinate città, in determinati paesi. India, Cina e Nigeria rappresenteranno il 35% della crescita della popolazione urbana mondiale prevista tra il 2018 e il 2050. Entro il 2050, si prevede che l’India avrà aggiunto 416 milioni di abitanti delle città, la Cina 255 milioni e la Nigeria 189 milioni. La mappa interattiva qui di seguito realizzata da World Resources Institute mostra le città in espansione orizzontale e verticale.

La popolazione urbana del mondo è cresciuta rapidamente da 751 milioni nel 1950 a 4,2 miliardi nel 2018. L’Asia, nonostante il suo livello di urbanizzazione relativamente più basso, ospita il 54% della popolazione urbana mondiale, seguita da Europa e Africa con il 13% ciascuna.

Oggi, le regioni più urbanizzate comprendono il Nord America (con l’82% della popolazione che nel 2018 viveva in aree urbane), l’America Latina e i Caraibi (81%), l’Europa (74%) e l’Oceania (68%). Il livello di urbanizzazione in Asia è attualmente pari al 50% circa. Al contrario, l’Africa rimane prevalentemente rurale, con il 43% della popolazione che vive in aree urbane.

Ma nei prossimi anni sarà proprio l’Africa ad ottenere i più alti tassi di crescita della popolazione urbana, superando anche l’Asia.

Il fenomeno della megacity pone diversi problemi di tipo ambientale, sociale e anche politico. L’espansione delle città andrebbe gestita, poichè una crescita fuori controllo, come quella che è già in atto nei paesi a più basso reddito, equivale a creare dei giganteschi slum con un alto degrado, perdita dei diritti, involuzione sociale, criminalità diffusa.

Per fare un esempio Lagos, in Nigeria, è oggi una città di 22 milioni di abitanti, esplosa da piccola cittadina in megalopoli in pochi anni, estendendosi per lo più orizzontalmente in baraccopoli per 452 miglia quadrate: meno del 10% delle persone vive in case con allacciamenti fognari; meno del 20% ha accesso all’acqua del rubinetto. Un’idea molto lontana da quella delle ‘smart city’ iperconnesse, in grado di garantire il massimo benessere ai suoi abitanti.

La megalopoli ideale, la città intelligente, è un modello di sostenibilità possibile, che trova nella tecnologia, nell’innovazione e nella connettività una leva per migliorare la qualità della vita di tutti i suoi abitanti, attraverso un positivo impatto ambientale, l’accesso a risorse e servizi alla persona. Secondo il WEF sono 5 le principali sfide che si pongono alle megacity: salvaguardia ambientale, utilizzo delle risorse primarie (acqua, cibo, energia), disuguaglianze sociali, tecnologia e governo.

Urbanizzazione e megalopoli stanno ridefinendo il modo in cui gli esseri umani vivono, lo stile di vita, le sue priorità, i suoi bisogni e le sue preoccupazioni e rappresenta una grande sfida per il mondo assicurativo.

Tra i nuovi rischi cui le megacity dovranno far fronte vi sono le catastrofi naturali, epidemie, terrorismo e attacchi informatici.

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Smart building, Phononic Vibes, the Italian startup, receives 550 thousand euros from the Poli360 fund

It seems they’re holding a Rubik cube in their hands, yet these are prototypes to create innovative panels capable of absorbing noise and vibration 10 times more than any material used to date. Their quality does not derive from the material they are made of, but from their shape, from their geometry, characterized by “periodic, repetitive series” that convey and scatter vibrations and noises. Meta-materials, structures whose properties do not depend on material but rather on geometry, are what the founders of the Phononica Vibes startup also studied at MIT in Boston and at ETH in Zurich, before coming back to Politecnico di Milano where they developed their own idea and created their own startup, which now, after several awards, has also collected its first investment from the Poli360 fund, the 60 million euro fund set up by Politecnico di Milano and the Venture Capital 360 Capital Partners company. 

Phononic Vibes was founded by Luca D’Alessandro, Giovanni Capellari and Stefano Caverni, and is now undergoing field trials, thanks to the partnership with leading companies, including Ferrovie Nord and Franke. 

Phononic Vibes panels (made of recycled material, among other things, with a view to the circular economy) can be used in smart buildings. Not only is smart management of energy consumption, connected houses and environmental protection, but also safety and livability. It can also be applied in the automotive sector, in the smart city, in the industrial sector. 

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