Bodyguard.ai, l’app contro il cyberbullismo arriva in Italia con BNP Paribas Cardif

Il mondo di internet e dei social media ha aperto infinite possibilità per aziende e cittadini, ma ha anche lasciato spazio a una serie di rischi che non è più possibile sottovalutare: cyberbullismo, contenuti violenti ed episodi di odio online sono minacce che gli adolescenti ormai conoscono bene, ma la cui prevenzione risulta spesso complicata.

L’applicazione di Bodyguard.ai nasce per combattere i pericoli del mondo virtuale. Grazie ad un sistema di intelligenza artificiale il software è infatti in grado di scandagliare la marea di commenti postati quotidianamente sulle principali piattaforme social, rimuovendo quelli tossici e potenzialmente dannosi per gli utenti.

Nata in Francia nel 2017, l’app di Bodyguard sbarca ora in Italia, dove è anche in fase di sperimentazione una speciale soluzione di cyberprotection dedicata alle famiglie e sviluppata in collaborazione con BNP Paribas Cardif e FARE X BENE Onlus, associazione che sostiene promuove e tutela i diritti inviolabili della persona.

Abbiamo parlato con il Managing Director Matthieu Boutard, per capire come funziona l’idea e quali sono i suoi punti di forza.

Cyberbullismo: il pericolo dell’odio online

Secondo un report rilasciato da Osservatorio Indifesa – Terre des Hommes e ScuolaZoo lo scorso febbraio, bullismo e cyberbullismo sono le minacce più temute da oltre un adolescente su tre, e più del 50% dei ragazzi ha assistito a questo tipo di abusi.

“Navigare su internet può essere davvero rischioso, soprattutto per i più giovani” afferma Boutard. “Proteggere dall’odio online non solo ci permette di rendere il web un posto più sicuro, ma può realmente contribuire a salvare vite umane. In un tale contesto, educare i giovani al corretto uso di Internet, favorendo al tempo stesso il dialogo tra genitori e figli, può essere la chiave per combattere il cyberbullismo”.

Imparare a riconoscere e gestire questi pericoli può infatti proteggere bambini e adolescenti da ripercussioni potenzialmente preoccupanti, che possono portare a episodi di depressione o ansia sociale.

Come funziona Bodyguard, l’app contro il cyberbullismo

L’app di Bodyguard è oggi disponibile in inglese, francese e italiano, indipendentemente dal Paese in cui ci si trova, e conta già più di 50.000 utenti.

Una volta installata, l’app deve essere connessa ai propri profili social, ma non potrà in alcun modo pubblicare contenuti a nome dell’utente o raccogliere dati personali. Al contrario, l’app protegge in tempo reale dai commenti d’odio ricevuti su Twitter, Instagram, YouTube e Twitch.

I livelli di moderazione sono personalizzabili: Bodyguard può nascondere tutti i contenuti contrassegnati come nocivi, oppure rimuovere solo quelli presenti in determinate categorie selezionate in base alle preferenze dell’utente. In ogni caso, il proprietario dell’account potrà accedere ai contenuti rimossi e, se lo desidera, ripristinarli in modo che siano visibili a tutti.

“Grazie al suo mix unico di intelligenza artificiale e umana, la tecnologia Bodyguard è in grado di analizzare fino a 5 milioni di commenti al mese” spiega Boutard a InsuranceUp.

Bodyguard è in grado di riconoscere errori ortografici, di battitura, il linguaggio sms e il mondo delle emoji, tenendo conto anche del contesto generale in cui i messaggi vengono pubblicati e del loro destinatario.

“Questo permette di avere una percentuale di rilevamento dei contenuti d’odio pari al 90% e con solamente il 2% di errore” afferma il Managing Director.

Il PoC con BNP Paribas Cardif e FARE X BENE Onlus

Proprio in Italia Bodyguard ha dato avvio al progetto Bodyguard per le Famiglie, in collaborazione con BNP Paribas Cardif e FARE X BENE Onlus che ha fornito supporto nel miglioramento dell’algoritmo di Bodyguard, grazie al coinvolgimento diretto degli studenti italiani, e si impegna a contribuire alla diffusione dell’app attraverso la propria rete di scuole.

“L’idea è stata chiara fin da subito: fornire ai genitori uno strumento per accompagnare i propri figli sul web, assicurando un corretto approccio al mondo del digitale e proteggendoli in tempo reale da qualsiasi forma d’odio sui social network” afferma Boutard.

Bodyguard per le Famiglie offre infatti un servizio pensato per i genitori di bambini e ragazzi dai 7 ai 17 anni. Il programma va scaricato e impostato sul telefono del ragazzo e, oltre alle tradizionali operazioni di moderazione, permette ai genitori di ricevere notifiche in tempo reale nel caso in cui i propri figli dovessero essere vittime o autori di commenti ritenuti offensivi.

Considerando l’età estremamente delicata, l’app offre due livelli di protezione. Tra i 7 e i 12 anni, la moderazione è automaticamente impostata al massimo per tutte le categorie di minacce o insulti. Tra i 13 e i 17 anni, invece, il livello di moderazione può essere modificato dal ragazzo in modo indipendente, ma il genitore verrà notificato per ogni eventuale cambiamento. Inoltre, i genitori verranno avvisati nel caso in cui il figlio riceva commenti d’odio, ma non potranno leggerli o accedere ai contenuti pubblicati.

Bodyguard infatti non punta a essere uno strumento di controllo parentale, ma vuole invece accompagnare adulti e ragazzi all’uso del web, portando avanti operazioni di educazione e prevenzione contro i rischi dei social network e delle piattaforme di gaming.

Secondo Boutard, “lo scopo è quello di favorire il dialogo tra genitori e figli, in modo tale che questi ultimi si aprano e decidano di condividere le proprie esperienze in rete, i propri dubbi, le proprie paure”.

La sperimentazione e i progetti futuri

Attualmente, Bodyguard per le Famiglie è in fase di sperimentazione in Italia tra le famiglie dei dipendenti delle aziende del Gruppo BNP Paribas. In futuro, però, la Compagnia punta a rendere il servizio disponibile a livello nazionale: “Siamo fiduciosi del suo successo e abbiamo intenzione di promuovere la soluzione Bodyguard per le Famiglie in tutta Italia, magari con altre caratteristiche e funzionalità per migliorare l’esperienza utente”.

Il 2021, poi, porterà novità importanti: “Bodyguard punta a diventare il riferimento nel mondo della moderazione. A gennaio ci sarà il lancio ufficiale negli Usa, e nel corso del 2021 la tecnologia sarà tradotta in spagnolo e portoghese” spiega Boutard. “Non sappiamo cosa ha in serbo per noi il futuro, ma ce la metteremo tutta per fare del web un posto migliore per tutti”.

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Data enrichment, cos’è e perché serve alle assicurazioni

Arricchimento dei dati, o Data Enrichment: come suggeriscono i termini è un’aggiunta di dati a quelli di cui già si dispone. Ma è un’aggiunta all’insegna della qualità: l’obiettivo è da un lato quello di ottimizzare, affinare, migliorare l’insieme dei dati grezzi per ottenere insight, cioè analisi, utili alle attività di una società (ma non solo); dall’altro, quello di tenere ‘pulito’ un database, soggetto tipicamente a molti errori e obsolescenza.

A cosa serve il data enrichment

Uno dei temi che affrontano aziende e organizzazioni quando si parla di Big Data è quello di come trasformare i propri dati in valore e farne una leva strategica. I cosiddetti analytics sono oramai una parte centrale di molte attività aziendali come la segmentazione dei clienti, la competitive intelligence, il rilevamento delle frodi, il design di nuovi prodotti o servizi. Ma i dati che ogni organizzazione acquisisce attraverso i propri canali (piattaforme tecnologiche e processi), non sono però sufficienti, così molte aziende stanno cercando di arricchire i record di dati interni con quelli provenienti da fonti esterne. Il vecchio modello di acquisto statico di dati da uno o più fornitori è considerato oramai inefficiente a causa sia della veloce obsolescenza dei dati stessi, sia per la rapida crescita di nuove forme di acquisizione dinamiche di dati utili disponibili online, che possono essere acquisite al patrimonio aziendale attraverso tool, processi e soluzioni di data enrichment.

Tipicamente il processo di data enrichment riguarda la profilazione degli utenti e dei clienti di un’azienda, è un processo quindi molto utile nel marketing e nello sviluppo di nuovi prodotti, perché consente di conoscere meglio il target di clientela. Questo vale anche in ambiti come quello sanitario o nel pharma, dove grazie all’uso dei dati e dei processi di data enrichment si possono raggiungere migliori conoscenze e migliori risultati.

Si consideri l’esempio (si legge in questo paper di Accenture Technology Labs) in cui la banca dati dei consumatori di un’impresa abbia il nome e l’indirizzo dei suoi consumatori. Essere in grado di utilizzare fonti di dati pubblicamente disponibili come LinkedIn o Facebook per trovare informazioni come dettagli e interessi, può aiutare l’azienda a raccogliere informazioni aggiuntive per attività come la segmentazione dei clienti.

I vantaggi del data enrichment (esempi)

Profilazione dei clienti dettagliata

La profilazione dei clienti (cosiddetti personas) a 360° è diventata un Santo Graal in ambito consumer, specialmente in settori verticali come la vendita al dettaglio e la sanità, dice ancora il documento di Accenture. Spesso le aziende invitano i clienti per registrarsi a programmi reward o li convolgono sui social media con l’obiettivo di avere accesso a informazioni di base su un cliente, come nome, e-mail, indirizzo e account dei social media. Tuttavia, nella grande maggioranza dei casi, tali informazioni sono incomplete e non sono uniformi. Ad esempio, per un cliente John Doe, un’azienda potrebbe avere il nome, l’indirizzo e un numero di telefono, mentre per Jane Doe, le informazioni disponibili saranno nome, e-mail e un account Twitter. Sfruttando le informazioni di base e completando le lacune, la profilazione ha però molte applicazioni, tra cui:

– promozioni personalizzate e mirate: più informazioni ha un’azienda sui propri clienti, meglio può personalizzare le offerte e le promozioni. Ma non solo: in ambito assicurativo ‘sapere di più’ sul cliente permette di agire in un’ottica di preventive insurance, di personalizzare servizi e pricing, di creare modelli alternativi come le polizze peer-to-peer, on demand, micropolizze, ecc.;

– migliore segmentazione e analisi: il fornitore potrebbe aver bisogno di maggiori informazioni sui propri clienti, al di là di ciò che hanno nel profilo, per una migliore segmentazione e analisi. Per una compagnia, conoscere meglio i clienti significa capire meglio i loro bisogni assicurativi, soddisfarli con polizze innovative e raggiungerli attraverso i canali più efficaci;

– rilevazione delle frodi: il fornitore potrebbe aver bisogno di maggiori informazioni sui propri clienti per individuare le frodi. I provider in genere creano profili dettagliati dei clienti per prevedere i loro comportamenti e rilevare le anomalie. In ambito assicurativo, il claim management è reso molto più efficente dall’uso di dati di qualità.

Gli strumenti del data enrichment

Il data enrichment è una bella sfida e molto dipende dalla qualità dei dati esistenti nei database aziendali. Se le informazioni esistenti sono errate o troppo incomplete, sarà molto più difficile trovare un ordine nel caos, modellare i dati, utilizzarli per analisi e per scopi specifici.

Il lavoro per ottimizzare un database con processi di data enrichment è certosino e molte volte richiede lavoro manuale, ma sono sempre più numerosi i tool, i software che hanno questo scopo e si differenziano in base allo scopo che si intende raggiungere. I sistemi più basici sono quelli di web scraping, i sistemi più completi, sicuri ed evoluti sono messi a punto da software house e tech startup (enrichment providers).

I vari sistemi aziendali e non aziendali attraverso i quali i dati vengono raccolti vanno integrati, e i dati stessi mappati e riorganizzati.

Avere in mente lo scopo preciso verso il quale è indirizzato il data enrichment è importante per capire quali fonti di dati utilizzare: per fare un esempio banale, se si intende arricchire il profilo professionale del cliente si potrà usare come fonte di dati Linkedin, ma non Facebook; quest’ultimo social network sarà invece maggiormente utile se si intende sapere di più sui gusti personali, gli hobby, le vacanze, le abitudini, la sensibilità e anche il temperamento delle persone.

In ambito assicurativo è molto importante raccogliere informazioni che contribuiscono all’analisi di comportamenti, anche quelli più irrazionali, ed è per questo motivo che una nuova fonte di dati alla quale prestare attenzione è il gaming.

I dati sono una caratteristica chiave di tutti i tipi di giochi, non solo per l’attività di gioco in sé, ma per ciò che possono apportare anche alla data science al di fuori del gioco. Durante il gioco si raccolgono costantemente dati, e si tratta di dati che hanno molto a che fare con le emozioni, le attitudini, i comportamenti e la sfera più istintiva dei giocatori.

BNP Paribas Cardif sta portando avanti il concetto di Human Data Science, dove l’analisi dei dati si avvale anche delle conoscenze che arrivano dal settore delle scienze umane. Questo tipo di approccio richiede un grande sforzo in direzione dell’arricchimento dei dati ed è per questo che l’edizione 2019 del contest Open-F@b Call4Ideas promosso dalla Compagnia assicurativa, la cui raccolta di candidature si è chiusa lo scorso 28 ottobre, cercava startup, soluzioni, progetti in grado di arricchire la catena del valore dei dati tramite il Data Enrichment. 

L’arricchimento dei dati in ambito assicurativo

L’elaborazione dei dati dell’attività assicurativa ha tradizionalmente riguardato dati demografici, dati sull’esposizione o dati comportamentali, ma oggi, queste serie di dati tradizionali sono sempre più spesso combinate con nuovi tipi di dati, come i dati dell’internet degli oggetti (Internet of Things – IoT), i dati che arrivano dai social network e i comportamenti online, i dati dei conti bancari e delle carte di credito, al fine di effettuare analisi più sofisticate e complete, in un processo comunemente noto come “data enrichment”. Che attraverso intelligenza artificiale e analytics, forniscono alle Compagnie lo strumento per rivoluzionare processi, costi operativi, offerte, relazione con il cliente.

Privacy, Gdpr e data enrichment

L’arricchimento dei dati non riguarda l’accesso a dati privati. Piuttosto, l’attenzione si concentra su raccolta e uso di dati che sono già pubblici e sul loro collegamento. I fornitori di sistemi di data enrichment offrono generalmente un tracciamento verificabile di come vengono catturati i dati grezzi.

Diverso è il diritto di controllare ed elaborare tali dati, rispetto al quale sono le disposizioni contenute nel GDPR a stabilire quali tipi di consensi siano necessari per il loro trattamento.

La corretta gestione dei dati è qualcosa che tuttavia va oltre la compliance e riguarda l’approccio etico ai dati che ogni azienda intende promuovere nelle proprie attività.

(Cover image credits: Garry Killian)

L’articolo Data enrichment, cos’è e perché serve alle assicurazioni proviene da InsuranceUp.


Data enrichment, cos’è e perché serve alle assicurazioni

Arricchimento dei dati, o Data Enrichment: come suggeriscono i termini è un’aggiunta di dati a quelli di cui già si dispone. Ma è un’aggiunta all’insegna della qualità: l’obiettivo è da un lato quello di ottimizzare, affinare, migliorare l’insieme dei dati grezzi per ottenere insight, cioè analisi, utili alle attività di una società (ma non solo); dall’altro, quello di tenere ‘pulito’ un database, soggetto tipicamente a molti errori e obsolescenza.

Il Data Enrichment è uno degli ambiti d’interesse di BNP Paribas Cardif nell’edizione 2019 del contest Open-F@b Call4Ideas, le candidature possono essere inviate fino al 28 ottobre, qui tutti i riferimenti per partecipare.

A cosa serve il data enrichment

Uno dei temi che affrontano aziende e organizzazioni quando si parla di Big Data è quello di come trasformare i propri dati in valore e farne una leva strategica. I cosiddetti analytics sono oramai una parte centrale di molte attività aziendali come la segmentazione dei clienti, la competitive intelligence, il rilevamento delle frodi, il design di nuovi prodotti o servizi. Ma i dati che ogni organizzazione acquisisce attraverso i propri canali (piattaforme tecnologiche e processi), non sono però sufficienti, così molte aziende stanno cercando di arricchire i record di dati interni con quelli provenienti da fonti esterne. Il vecchio modello di acquisto statico di dati da uno o più fornitori è considerato oramai inefficiente a causa sia della veloce obsolescenza dei dati stessi, sia per la rapida crescita di nuove forme di acquisizione dinamiche di dati utili disponibili online, che possono essere acquisite al patrimonio aziendale attraverso tool, processi e soluzioni di data enrichment.

Tipicamente il processo di data enrichment riguarda la profilazione degli utenti e dei clienti di un’azienda, è un processo quindi molto utile nel marketing e nello sviluppo di nuovi prodotti, perché consente di conoscere meglio il target di clientela. Questo vale anche in ambiti come quello sanitario o nel pharma, dove grazie all’uso dei dati e dei processi di data enrichment si possono raggiungere migliori conoscenze e migliori risultati.

Si consideri l’esempio (si legge in questo paper di Accenture Technology Labs) in cui la banca dati dei consumatori di un’impresa abbia il nome e l’indirizzo dei suoi consumatori. Essere in grado di utilizzare fonti di dati pubblicamente disponibili come LinkedIn o Facebook per trovare informazioni come dettagli e interessi, può aiutare l’azienda a raccogliere informazioni aggiuntive per attività come la segmentazione dei clienti.

I vantaggi del data enrichment (esempi)

Profilazione dei clienti dettagliata

La profilazione dei clienti (cosiddetti personas) a 360° è diventata un Santo Graal in ambito consumer, specialmente in settori verticali come la vendita al dettaglio e la sanità, dice ancora il documento di Accenture. Spesso le aziende invitano i clienti per registrarsi a programmi reward o li convolgono sui social media con l’obiettivo di avere accesso a informazioni di base su un cliente, come nome, e-mail, indirizzo e account dei social media. Tuttavia, nella grande maggioranza dei casi, tali informazioni sono incomplete e non sono uniformi. Ad esempio, per un cliente John Doe, un’azienda potrebbe avere il nome, l’indirizzo e un numero di telefono, mentre per Jane Doe, le informazioni disponibili saranno nome, e-mail e un account Twitter. Sfruttando le informazioni di base e completando le lacune, la profilazione ha però molte applicazioni, tra cui:

– promozioni personalizzate e mirate: più informazioni ha un’azienda sui propri clienti, meglio può personalizzare le offerte e le promozioni. Ma non solo: in ambito assicurativo ‘sapere di più’ sul cliente permette di agire in un’ottica di preventive insurance, di personalizzare servizi e pricing, di creare modelli alternativi come le polizze peer-to-peer, on demand, micropolizze, ecc.;

– migliore segmentazione e analisi: il fornitore potrebbe aver bisogno di maggiori informazioni sui propri clienti, al di là di ciò che hanno nel profilo, per una migliore segmentazione e analisi. Per una compagnia, conoscere meglio i clienti significa capire meglio i loro bisogni assicurativi, soddisfarli con polizze innovative e raggiungerli attraverso i canali più efficaci;

– rilevazione delle frodi: il fornitore potrebbe aver bisogno di maggiori informazioni sui propri clienti per individuare le frodi. I provider in genere creano profili dettagliati dei clienti per prevedere i loro comportamenti e rilevare le anomalie. In ambito assicurativo, il claim management è reso molto più efficente dall’uso di dati di qualità.

Gli strumenti del data enrichment

Il data enrichment è una bella sfida e molto dipende dalla qualità dei dati esistenti nei database aziendali. Se le informazioni esistenti sono errate o troppo incomplete, sarà molto più difficile trovare un ordine nel caos, modellare i dati, utilizzarli per analisi e per scopi specifici.

Il lavoro per ottimizzare un database con processi di data enrichment è certosino e molte volte richiede lavoro manuale, ma sono sempre più numerosi i tool, i software che hanno questo scopo e si differenziano in base allo scopo che si intende raggiungere. I sistemi più basici sono quelli di web scraping, i sistemi più completi, sicuri ed evoluti sono messi a punto da software house e tech startup (enrichment providers).

I vari sistemi aziendali e non aziendali attraverso i quali i dati vengono raccolti vanno integrati, e i dati stessi mappati e riorganizzati.

Avere in mente lo scopo preciso verso il quale è indirizzato il data enrichment è importante per capire quali fonti di dati utilizzare: per fare un esempio banale, se si intende arricchire il profilo professionale del cliente si potrà usare come fonte di dati Linkedin, ma non Facebook; quest’ultimo social network sarà invece maggiormente utile se si intende sapere di più sui gusti personali, gli hobby, le vacanze, le abitudini, la sensibilità e anche il temperamento delle persone.

In ambito assicurativo è molto importante raccogliere informazioni che contribuiscono all’analisi di comportamenti, anche quelli più irrazionali, ed è per questo motivo che una nuova fonte di dati alla quale prestare attenzione è il gaming.

I dati sono una caratteristica chiave di tutti i tipi di giochi, non solo per l’attività di gioco in sé, ma per ciò che possono apportare anche alla data science al di fuori del gioco. Durante il gioco si raccolgono costantemente dati, e si tratta di dati che hanno molto a che fare con le emozioni, le attitudini, i comportamenti e la sfera più istintiva dei giocatori.

BNP Paribas Cardif sta portando avanti il concetto di Human Data Science, dove l’analisi dei dati si avvale anche delle conoscenze che arrivano dal settore delle scienze umane. Questo tipo di approccio richiede un grande sforzo in direzione dell’arricchimento dei dati ed è per questo che l’edizione 2019 del contest Open-F@b Call4Ideas promosso dalla Compagnia assicurativacerca startup, soluzioni, progetti in grado di arricchire la catena del valore dei dati tramite il Data Enrichment. Le candidature possono essere inviate fino al 28 ottobre, qui tutti i riferimenti per partecipare.

L’arricchimento dei dati in ambito assicurativo

L’elaborazione dei dati dell’attività assicurativa ha tradizionalmente riguardato dati demografici, dati sull’esposizione o dati comportamentali, ma oggi, queste serie di dati tradizionali sono sempre più spesso combinate con nuovi tipi di dati, come i dati dell’internet degli oggetti (Internet of Things – IoT), i dati che arrivano dai social network e i comportamenti online, i dati dei conti bancari e delle carte di credito, al fine di effettuare analisi più sofisticate e complete, in un processo comunemente noto come “data enrichment”. Che attraverso intelligenza artificiale e analytics, forniscono alle Compagnie lo strumento per rivoluzionare processi, costi operativi, offerte, relazione con il cliente.

Privacy, Gdpr e data enrichment

L’arricchimento dei dati non riguarda l’accesso a dati privati. Piuttosto, l’attenzione si concentra su raccolta e uso di dati che sono già pubblici e sul loro collegamento. I fornitori di sistemi di data enrichment offrono generalmente un tracciamento verificabile di come vengono catturati i dati grezzi.

Diverso è il diritto di controllare ed elaborare tali dati, rispetto al quale sono le disposizioni contenute nel GDPR a stabilire quali tipi di consensi siano necessari per il loro trattamento.

La corretta gestione dei dati è qualcosa che tuttavia va oltre la compliance e riguarda l’approccio etico ai dati che ogni azienda intende promuovere nelle proprie attività.

(Cover image credits: Garry Killian)

L’articolo Data enrichment, cos’è e perché serve alle assicurazioni proviene da InsuranceUp.


Intelligenza artificiale contro il rischio sismico, ecco cosa fa ProntoSisma

In Italia solo l’1%, al massimo il 2%, delle abitazioni ha copertura assicurativa nel caso di terremoto. Il 98% delle costruzioni edilizie nel nostro Paese non sono assicurate per danni sismici. Eppure la situazione attuale italiana è quella di un patrimonio edilizio sostanzialmente fragile e generalmente inadeguato a sopportare terremoti di magnitudo importanti. Adeguare il patrimonio edilizio per portarlo in sicurezza è un’operazione possibile ma richiede un investimento economico consistente.
Negli ultimi anni sono state fatte alcune stime in merito: vanno dalle più ottimistiche redatte dall’Oice (Associazione che rappresenta le organizzazioni italiane di ingegneria, architettura e consulenza tecnico-economica) che parla di 36 miliardi di euro per mettere in sicurezza le abitazioni private con un costo variabile tra i 100 e i 300 euro al metro quadro, a quelle più pessimistiche (e forse realistiche) del Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri, che parla addirittura di oltre 93 miliardi di euro con un costo variabile tra i 300 e gli 800 euro al metro quadrato.

Ma quanto è sicura la nostra casa in caso di scosse sismiche? La verità è che ci poniamo questa domanda solo subito dopo un terremoto: solo in quel momento vorremmo risposte certe e immediate sulla sicurezza della nostra abitazione e su cosa fare per renderla più sicura. La Start Up ProntoSisma nasce da questa consapevolezza. Finalista dell’edizione 2018 di Open-F@b Call4Ideas lanciata da BNP Paribas Cardif e dedicata, l’anno scorso, proprio alla positive impact innovation. ProntoSisma è il primo portale online che permette di verificare la sicurezza sismica del proprio immobile. “La mission della Start Up è quella di aiutare le persone ad essere consapevoli del rischio sismico della propria abitazione e delle opportunità di miglioramento” spiega Paolo Mottura, founder della Start Up.

La storia della Start Up

Ingegnere, torinese, 34 anni, Paolo Mottura, founder di ProntoSisma, ha la passione per i cantieri e l’edilizia. Ma anche per l’imprenditoria. Perché prima di dare vita a questa startup fonda, con un team di ingegneri liberi professionisti, Greenovation, altra startup torinese che si occupa dell’aspetto energetico degli edifici. ProntosiSma nasce come spinoff di Greenovation. “Ci siamo accorti la gente non era informata e formata sulla sicurezza sismica” racconta il founder.
Prima di ProntoSisma, per avere una risposta certa sulla sicurezza di un edificio in caso di terremoto, bisognava rivolgersi a un tecnico o un ingegnere, che, una volta effettuato il sopralluogo e gli opportuni rilievi, fosse in grado di valutare quanto richiesto. Il tutto con tempi lunghi e costi notevoli. “Dopo il terremoto del 2012 che ha colpito l’Emilia Romagna, abbiamo ricevuto diverse richieste da parte di aziende che volevano valutare la sicurezza dei propri immobili” racconta il giovane imprenditore che, allora, aveva già iniziato a lavorare sul progetto senza fondare la Start Up. “Quando un’azienda con molti immobili ci ha chiesto una valutazione certa e immediata abbiamo capito che era il momento di dar vita a una società”. Nel gennaio 2018 nasce ProntoSisma.

Come funziona ProntoSisma

Grazie a un sistema di intelligenza artificiale, ProntoSisma sensibilizza e informa l’utente, indipendentemente dalle sue conoscenze, anche chi non è esperto della materia, sulla sicurezza della propria abitazione, proponendo anche degli interventi personalizzati volti a renderla sicura.
L’algoritmo di calcolo proprietario basato sulla modellazione strutturale degli edifici è in grado di restituire in maniera immediata un audit sismico completo e affidabile a partire da pochi semplici dati sull’immobile inseriti dall’utente su un form online, frutto di un’analisi di user experience.
L’analisi, in relazione alla tipologia di pacchetto acquistato, fornisce un’indicazione sulla classe di rischio sismico del territorio italiano e dell’abitazione, elenco degli interventi migliorativi e dei rispettivi costi, detrazione fiscale grazie al Sisma Bonus e validazione dell’analisi.

Usare ProntoSisma è semplice: basta andare sul sito prontosisma.it e inserire i dati sull’immobile da valutare, specificando il luogo (provincia e comune), tipologia di terreno (pianeggiante o collinare), anno di costruzione e materiale (legno, cemento, acciaio). Con questi dati l’utente ottiene il progetto, disponibile in tre versioni: la versione free, gratuita, volta a informare gli utenti sulla classe di rischio sismico della propria abitazione; la versione base, a pagamento (199 euro), con indicazione degli interventi migliorativi da realizzare, i rispettivi costi e detrazioni fiscali, la versione pro (999 euro) che aggiunge alle precedenti la validazione e certificazione del progetto da parte di un tecnico.

“Il progetto non solo fornisce informazioni su come l’immobile si comporta dal punto di vista sismico ma definisce anche la classe di rischio che, simile alla classe energetica, ci fa capire quanto un edificio è sicuro in una scala dalla A alla G. Vengono fornite, poi, le soluzioni migliorative, cioè i consigli da attuare sull’edificio per aumentarne la sicurezza. Per ogni soluzione viene spiegato a cosa serve l’intervento e il grado di invasività dei lavori. Inoltre vi è una stima dei costi per rendere l’edificio più sicuro. Infine ci sono le analisi del sisma bonus: come esistono le detrazioni fiscali per l’efficienza energetica allo stesso modo esistono sgravi fiscali per il miglioramento del rischio simico che arrivano addirittura all’85% dell’importo dei lavori” continua Mottura.

ProntoSisma e l’open innovation

Prontosisma nasce dalla richiesta di un’azienda per colpare un gap e non sorprende, quindi, che la Start Up abbia già intrapreso un percorso di open innovation: “eViso, utility nel cuneese che vende energia elettrica, utilizza e promuove il nostro sistema tra le pmi che sono suoi clienti” continua il giovane imprenditore. Che spiega anche quale sia la chiave di successo di questa startup: “Un linguaggio semplice e comprensibile da chiunque. Voglio mettere sullo stesso piano il tecnico e l’ingegnere con chi la casa la vive” puntualizza.

Il team e il mercato di riferimento

Oltre al founder Paolo Mottura, nel team di ProntoSisma ci sono il CTO&Developer Diego Banovaz (laureato in Informatica ed Ingegneria Informatica all’Università degli Studi di Trieste e diverse esperienze come consulente per soluzioni Microsoft Enterprise presso grandi realtà italiane ed internazionali, lavora anche come sviluppatore e architect di soluzioni SharePoint, Mobile e Web), l’RDT Davide Ponzone (geometra con circa 40 anni di esperienza nei cantieri, ha supportato il team nella realizzazione dell’algoritmo di calcolo) e il Social Media Strategist Christian Zegna.

Il mercato di riferimento è quello degli interventi di ristrutturazione edilizia preposti a migliorare la stabilità di un edificio, in risposta a scosse di terremoto. In particolare, ProntoSisma, si basa sulla legislazione antisismica nel 2003 che ha emanato i criteri di nuova classificazione sismica del territorio nazionale, distinguendo quattro zone in base all’intensità e alla magnitudo del terremoto: zona 1 (la zona più pericolosa, si possono verificare fortissimi terremoti), zona 2 (possono verificarsi forti terremoti), zona 3 (possono verificarsi forti terremoti ma rari) e zona 4 (la zona meno pericolosa perché i terremoti sono rari). La zona 1 è storicamente assoggettata a fenomeni sismici di alta intensità, pertanto gli immobili nella maggior parte dei casi sono già edificati con presidi antisismici, diversamente, le zona 2, 3 e 4 che sono meno o completamente impreparata a fenomeni sismici. Ed è a queste aree, con un totale di circa 12 milioni di edifici che equivalgono ad altrettanti progetti di ristrutturazione preventiva, che si rivolge il servizio di ProntoSisma.

Il modello di business e gli obiettivi futuri

Il modello di business è B2B2C. Il servizio è fruibile non solo dall’utente online ma “vogliamo venderlo in modalità custom a assicurazioni, banche e aziende specializzate in sistemi antisismici che potranno utilizzare il sistema come strumento per offrire ai clienti, insieme ai loro prodotti, una cura e attenzione a 360 gradi”, spiega il founder.

La Start Up conta di chiudere il 2021 con 3 milioni di persone messe in sicurezza e un beneficio sull’economia nazionale di 110 miliardi di euro (frutto del differenziale tra il costo di messa in sicurezza di 500 euro al metro quadrato contro i 1600 euro al metro quadro per ricostruzione).

Il fatturato previsto al terzo anno ammonta a circa 2 Ml di euro, realizzato anche grazie allo sviluppo di soluzioni custom B2B.

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I Big Data nelle assicurazioni, tra opportunità e approccio etico

I Big Data, nelle assicurazioni, sono un tema centrale, che oggi pone diverse sfide, ma presenta enormi opportunità. Le Compagnie hanno accesso a dati granulari come mai prima, ognuno di noi quotidianamente produce dati, un’enorme quantità di dati, consapevolmente (carte di credito, social, le app, ricerche online, messaggistica, email, foto, video, wearable); ma anche inconsapevolmente, attraverso cartelle cliniche digitali e pratiche amministrative e di vario genere digitalizzate che ci riguardano. E non sono solo le persone a generare dati, sono anche le aziende, le organizzazioni pubbliche e private, gli oggetti connessi, a cominciare dai nostri smartphone. I dati sono informazioni in formato digitale e ne generiamo talmente tanti che non esiste stima davvero attendibile, sono tutte necessariamente approssimative. IDC nel 2013 in uno studio per EMC prevedeva che nel 2020 la produzione raggiungerà circa 44 zettabyte a livello mondiale, ogni persona ne genererà 1.7 megabytes ogni secondo; ma uno stesso studio più recente (2018) di IDC per Seagate, parla addirittura di 175 ZB entro il 2025, oltre il 60% di crescita all’anno.

Sono numeri che impressionano anche quando non se ne coglie appieno la dimensione, ma possiamo dire che si tratta di una crescita esponenziale.

IDC fa un esempio per far comprendere la misura di 175 ZB (l’intera Global Datasphere) e dice: se si fosse in grado di memorizzare 175 ZB su DVD, allora si avrebbe una pila di DVD che ci potrebbe portare alla luna 23 volte o intorno alla Terra 222 volte.

Definizione di big data

I big data sono tutte le informazioni in formato digitale, sono enormi volumi di dati eterogenei per fonte e formato, che possono essere raccolti, immagazzinati e attraverso appositi software analizzati, diventare conoscenza e valore.

Secondo la maggior parte degli esperti, i big data sono caratterizzati da determinate caratteristiche. Nel 2001, Doug Laney, allora vice presidente e Service Director dell’azienda Meta Group, descrisse in un report il Modello delle 3V relativo alle 3V dei Big Data: Volume, Velocità e Varietà. Oggi il paradigma di Laney è stato arricchito dalle variabili di Veridicità e Valore e per questo si parla di 5V dei Big Data

Cosa significano le 5V dei Big Data

Volume – Il volume si riferisce alla grande quantità di dati generati ogni secondo. I set di dati sono diventati troppo grandi per essere gestiti, archiviati e analizzati utilizzando la tradizionale tecnologia di database, oggi si utilizzano sistemi distribuiti, dove parti dei dati sono memorizzati in luoghi diversi, collegati in rete e riuniti da software.

Velocità – Si riferisce alla velocità con cui vengono generati nuovi dati e alla velocità con cui i dati si muovono. Basti pensare ai post dei social media che diventano virali in pochi minuti, alla velocità con cui un’email o un messaggio raggiunge il destinatario o alle transazioni con carta di credito, ai millisecondi necessari ai sistemi di trading per analizzare i social media per raccogliere segnali che innescano decisioni di acquisto o vendita di azioni.

Varietà – Si riferisce ai diversi tipi di dati che possiamo utilizzare. In passato ci si limitava a dati strutturati che potevano essere inseriti in tabelle o database relazionali come i dati finanziari (ad esempio, vendite per prodotto o regione). Oggi la maggior parte dei dati è destrutturato, cioè eterogeneo – foto, video,  audio, testi, output di sensori o iot, aggiornamenti dei social media. Con le tecnologie big data oggi è possibile sfruttare anche questo tipo di dati destrutturati e riunirli con dati più tradizionali e strutturati, per ottenere ‘risposte’, indicazioni, previsioni, conoscenza.

Veridicità – Si riferisce sia alla confusione che all’affidabilità dei dati. Con i dati destrutturati, la qualità e l’accuratezza sono meno controllabili, ad esempio i post di Twitter con hashtag, abbreviazioni, errori di battitura e discorsi colloquiali a volte non sono affidabili. Ma i volumi spesso compensano la mancanza di qualità e precisione.

Valore – Si riferisce alla nostra capacità di estrarre dall’analisi dei dati elementi utili per migliorare il business, un servizio, la nostra salute, e qualsiasi altro contesto in cui determinate informazioni possono avere un impatto decisionale positivo. Molti definiscono il valore anche monetizzazione, che è corretto, ma insufficiente a capire la portata che l’analisi dei dati può avere nella qualità della vita e in diversi contesti in cui il valore non è solo economico, ma qualcosa di diverso come la salute, la sostenibilità ambientale, la ricerca, la sicurezza, la giustizia.

Secondo Bernard Marr (esperto di dati e autore del libro ‘Big Data – Using Smart Big Data, Analytics and Metrics To Make Better Decisions and Improve Performance) la V di Valore è l’unica che ha veramente importanza. Se i dati non vengono utilizzati, gestiti e capiti, non si trasformano in conoscenza, che in ultima analisi è ciò che serve per prendere decisioni più consapevoli, in ambito business e non solo. Dalla personalizzazione della comunicazione con il cliente all’efficientamento dei processi produttivi, passando per la gestione dei flussi e delle emergenze, i Big Data Analytics hanno un impatto in tutti i processi.

L’impatto dei Big Data

L’uso dei dati oggi sta trasformando il nostro modo di vivere e lavorare, sta trasformando le nostre economie. Le aziende di tutto il mondo utilizzano i dati per trasformarsi e diventare più agili, migliorare l’esperienza dei clienti, introdurre nuovi modelli di business e ottenere vantaggio competitivo. I consumatori vivono in un mondo sempre più digitale, che dipende dai canali online e mobili per connettersi con amici e familiari, accedere a beni e servizi, e gestire quasi ogni aspetto della loro vita, anche mentre dormono. Gran parte dell’economia di oggi si basa sui dati, anche in un settore come l’agricoltura, e questa dipendenza non potrà che aumentare in futuro, poiché le aziende catturano, catalogano e immagazzinano dati in ogni fase della loro catena di fornitura; le imprese raccolgono grandi quantità di dati dei clienti per fornire maggiori livelli di personalizzazione; e i consumatori integrano social media, intrattenimento, cloud storage, e servizi personalizzati in tempo reale nei loro flussi di vita. La conseguenza di questa crescente dipendenza dai dati sarà una continua espansione delle dimensioni della Global Datasphere.

Sul fronte del business, i settori che possono maggiormente trarre benefici dai big data sono: Banche, Manifatturiero, Telco e Media, Intrattenimento, Sanità, Servizi, Retail/GDO, Utility, Assicurazioni, Agricoltura, Marketing e comunicazione, Formazione, Education.

L’unico ‘ostacolo’ all’utilizzo dei dati da parte delle varie industrie, ma in particolare quelle che sviluppano business con l’utente finale, è costituito dai limiti imposti da questioni di privacy e tutela del consumatore, questioni che vanno risolte a monte con l’intervento del legislatore che a livello europeo ha adottato, per esempio, il GDPR. Ma la regolamentazione non è uguale in tutto il mondo.

Quali Big Data nelle assicurazioni: data enrichment

Le assicurazione sono un settore da sempre basato sull’uso di dati, necessari per una valutazione del rischio, e la conseguente fissazione del premio, quanto più accurata possibile. L’elaborazione dei dati dell’attività assicurativa ha tradizionalmente riguardato dati demografici, dati sull’esposizione o dati comportamentali, ma oggi, queste serie di dati tradizionali sono sempre più spesso combinate con nuovi tipi di dati, come i dati dell’internet degli oggetti (Internet of Things – IoT), i dati che arrivano dai social network e i comportamenti online, i dati dei conti bancari e delle carte di credito, al fine di effettuare analisi più sofisticate e complete, in un processo comunemente noto come “data enrichment”. Che attraverso intelligenza artificiale e analytics, forniscono alle Compagnie lo strumento per rivoluzionare processi, costi operativi, offerte, relazione con il cliente.

I Big Data possono aiutare le Compagnie in diversi modi:

Valutazione del rischio e fissazione dei premi. Un esempio applicativo sotto gli occhi di tutti è in ambito polizze auto, dove attraverso i dati ulteriori forniti dalle black box è oggi possibile per le Compagnie ridurre il premio, fare sconti o addirittura fornire polizze usage-based;

–  Conoscere meglio i clienti e le sue esigenze. L’analisi dei dati offre una comprensione più profonda del comportamento dei clienti, di ciò che cercano con le polizze assicurative, di potenziali problemi che possono causare attriti, dei canali più efficaci per raggiungerli e così via; ciò significa in definitiva migliorare l’acquisizione di nuovi clienti, la soddisfazione e la fidelizzazione;

Realizzare nuovi modelli di distribuzione – assistenti virtuali, robot-consulenti e chatbot migliorano le interazioni con i clienti e rendono il marketing più mirato;

– Innovare il modello di business. I Big Data permettono alle Compagnie di ottimizzare e automatizzare i processi, riducendo costi e migliorando l’efficacia; ma soprattutto di agire in un’ottica di preventive insurance, aiutando il cliente a prevenire il danno piuttosto che occuparsi del mero risarcimento; di personalizzare servizi e pricing, di creare modelli alternativi come le polizze peer-to-peer,  on demand, micropolizze, ecc.;

Claim management. La gestione dei sinistri è uno degli ambiti che possono trarre vantaggio dai Big Data, sia in riferimento alla customer experience, sia rispetto alla riduzione delle frodi e dei costi operativi.

Le Assicurazioni stanno già utilizzando i Big Data, ma la situazione è leggermente diversa nei diversi rami.
Per esempio, nelle assicurazioni Vita e Salute, l’utilizzo di nuove fonti di dati (come i wearable) e i software di data analytics, permettono di sviluppare nuovi modelli assicurativi che non solo possono essere più mirati, ma incoraggiano anche i consumatori a migliorare il proprio stile di vita offrendo sconti a coloro che realizzano comportamenti più virtuosi. Tuttavia, in questi ambiti l’utilizzo di Big Data pone anche questioni circa la tutela della privacy, la sicurezza e l’etica.

La situazione è più semplice per il ramo danni, dove tali problemi relativi all’uso dei dati pongono meno problemi, in quanto si tratta spesso di dati crittografati (quelli dei GPS usati per le assicurazioni auto, per esempio) o in ogni caso dati meno afferenti la sfera personale, quindi dati non sensibili.

Un ambito in cui si sta verificando un’ampia applicazione di Big Data e tecnologie AI è quello del Travel Insurance. Il prezzo relativamente basso della polizza rende l’assicurazione viaggio una decisione piuttosto rapida e le tecnologie possono accelerare l’interazione con i clienti, fornire prodotti e servizi più personalizzati, automatizzare la comunicazione semplice, migliorare la soddisfazione del cliente e configurare rapidamente l’offerta più vantaggiosa.

Big Data in ambito salute

In ambito salute, l’approccio data-driven cambia radicalmente la prospettiva di servizi e soluzioni anche per le assicurazioni. La salute è un bene primario ad ogni latitudine e l’attenzione a questo tema è affidata a differenti entità pubbliche e private, oltre naturalmente al coinvolgimento della persona in prima persona. Il sistema sanitario è anche molto complesso, tradizionalmente afflitto da problemi di costi, di efficienza ed efficacia.

Le tecnologie Big Data nell’Healthcare possono condurre a numerosi benefici rispetto a tutti questi tipici, annosi problemi. Ma non solo, i big data permettono finalmente di spingere e fare leva sulla prevenzione come mai prima. Proprio in questa direzione stanno andando anche le assicurazioni, ribaltando la loro tradizionale posizione di risarcimento in caso di malattia verso un supporto alla prevenzione della malattia.

Grazie all’utilizzo di Big Data analytics e di sistemi digitali di monitoraggio della salute (wearable, tracker, dispositivi medici di nuova generazione, app), le assicurazioni possono oggi cambiare pelle ed avere un ruolo attivo nell’ecosistema della salute, rinnovando i propri modelli di business e la proposizione al cliente.

Come si evolve la Data Science

La Data Science è un settore interdisciplinare che utilizza metodi scientifici, processi, algoritmi e sistemi per estrarre valore dai dati. I data scientist combinano le competenze in varie discipline, tra cui statistica, informatica ed economia aziendale, per analizzare i dati raccolti dal Web, dagli smartphone, dai clienti, dai sensori e da altre fonti. Sempre di più il team data science delle aziende includerà profili umanistici, come psicologi, filosofi, antropologhi, comportamentisti, così come esperti di neuroscienze.

Perché?

Si è oramai capito che la raccolta e la gestione dei dati non può essere un ‘far west’, soprattutto laddove si parla di dati personali e sensibili: come dicevamo all’inizio, ognuno di noi quotidianamente produce dati, consapevolmente o inconsapevolmente. In questa prima decina di anni di boom della ‘data economy’ i limiti imposti alla privacy e al trattamento dati sono stati davvero pochi e i big data hanno già rivelato il loro lato oscuro. Pochi concreti vantaggi per gli utenti. L’Europa è stata pioniera con il GDPR di una regolamentazione standardizzata, ma in altri Paesi del mondo non ci sono ancora grandi limiti. Lo Stato della California, la terra delle tech company, ha da qualche mese approvato (sarà pienamente operativo nel 2020) una legge che si ispira al GDPR, il California Consumer Privacy Act. Un deciso passo avanti.

La legge, tuttavia, con i suoi tempi e le sue esigenze di contemperanza di diversi interessi, non riuscirà a stare al passo con lo sfruttamento dei dati e con le continue evoluzioni tecnologiche, è pertanto un bene che stia emergendo il cosiddetto ‘ethical approach’, l’approccio etico ai dati, che le aziende scelgono se fare proprio a prescindere da quanto la legge richiederebbe.

L’approccio etico ai dati richiede alle aziende trasparenza, equità e un utilizzo che abbia quale fine ultimo il miglioramento dei servizi in ottica customer centric, capace di restituire reale valore al cliente finale.  E’ una transizione importante che porta un campo prettamente tecnico, quello della Data Science tradizionale, all’integrazione con le Scienze Umane, che da un lato aiutano a capire e interpretare i dati stessi e li rendono più aderenti alla vita reale, cogliendo anche aspetti emotivi e irrazionali; dall’altro aiutano a coltivare l’etica dei dati e supportare decisioni aziendali profittevoli ma responsabili.

L’articolo I Big Data nelle assicurazioni, tra opportunità e approccio etico proviene da InsuranceUp.


Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze

Generazione Z: un futuro che guarda al passato” è il nome della ricerca commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, e condotta dall’istituto di ricerca AstraRicerche, che ha voluto approfondire la cosiddetta Gen Z, quella che segue i Millennials.
La prima Generazione che non ha conoscenza diretta del Novecento, che rifugge Facebook, che non aspira a fama e successo, adora la famiglia, è contro gli sprechi e insegue l’amore. Quelli per i quali ‘papà batte Ronaldo 1.0’.
La ricerca di BNP Paribas Cardif offre un viaggio attraverso la Gen Z che offre sorprese e spunti di riflessione, indagando il loro ‘stare al mondo’ attraverso i rapporti della sfera sociale, la relazione con la tecnologia e l’informazione, le abitudini di consumo, la mobilità, il tempo libero, il lavoro e le loro aspettative sul futuro.
La Gen Z, che rappresenta ben l’11% della popolazione italiana, non è superficiale come in tanti credono, tutt’altro: sono i valori autentici a contare veramente, quelli della famiglia e delle amicizie che, sorprendentemente, non sono quelle digitali.
“Ci siamo trovati di fronte a dei giovanissimi nativi digitali concreti e con le idee chiare, dove il mondo virtuale è una ‘normalità’ che non soppianta i valori tradizionali, come la famiglia e gli amici, e quelli nuovi, come l’inclusione e la sostenibilità. – dice Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif e Coordinatore di BNP Paribas International Financial Services (IFS) per l’Italia – Per la nostra Compagnia l’ascolto è il primo strumento per rispondere in maniera efficace ai cambiamenti sociali con soluzioni sempre più accessibili e orientate alle persone. Dopo Millenials e Over 65 ci interessava comprendere la Generazione Z che rappresenta il target del futuro. La nostra sfida, sarà offrire prodotti innovativi e nuovi modelli di servizio in una logica digitale che tenga sempre conto della componente esperienziale e dell’impatto sociale positivo.”

Ma vediamo con ordine cosa è emerso dall’indagine molto completa di AstraRicerche.

Sfera sociale

Pur non avendo la ricetta per la felicità, il 60% dei giovani della generazione Z si dichiara felice, soprattutto gli uomini e la fascia tra i 14 e i 18 anni e chi vive nei grandi centri. Ma c’è anche un quarto di loro al di sotto della sufficienza. Per essere felici l’importante è stare bene con se stessi (84%) e sentirsi bene fisicamente (82%), ma anche avere un clima sereno in famiglia (80%). Oltre alla famiglia, l’amicizia è un valore fondamentale e gli amici veri sono le persone che si frequentano durante il tempo libero (74%), i compagni di scuola o i colleghi di lavoro (58%) e solo in misura minore le persone conosciute sui social e poi frequentate nella vita reale (37%). Decisamente pochi coloro che indicano le amicizie solo virtuali (26%). Tradizionali nella scelta dei modelli di riferimento, i giovanissimi si lasciano ispirare soprattutto dai genitori (55%), ancora di più i giovani tra i 19 e i 24 anni, dagli amici (44%), soprattutto gli under 19, e dalle persone del proprio quotidiano (37%) o da altri familiari (35%). Contrariamente alle aspettative, al di fuori della propria rete di conoscenze, i personaggi dello spettacolo, con il 35%, e gli sportivi, con il 30%, superano i nuovi potenziali punti di riferimento come chef (19%), fashion blogger (21%) e influencer (23%). La famiglia si conferma in cima alle priorità di questa generazione (56%), soprattutto per la parte femminile delle intervistate, ma anche l’amore (47%), la salute (42%) e l’amicizia (41%) superano nettamente il lavoro (31%) e la scuola (21%). La fama, il successo, l’essere influencer contano davvero pochissimo; solo il 6% le ha come priorità. I centennials sono una generazione inclusiva, attenta all’ambiente e aperta alla diversità (soprattutto le donne per il 67%). Per loro, infatti, si tratta di valori acquisiti che fanno parte del loro quotidiano, del loro modo di essere, di pensare e di vivere. Il 66% effettua la raccolta differenziata, sono attenti agli sprechi di ogni genere (60%) ed è aperta al confronto con l’altro, con ciò che è diverso e che, dunque, può far crescere e arricchire (60%), e questo vale soprattutto per le donne o chi vive nelle grandi città. Una generazione attiva (solo il 9% non studia e non lavora) che si trova a essere più esposta a fenomeni sociali come il bullismo, con oltre la metà che afferma di aver subito a scuola o sul lavoro discriminazioni, soprattutto per la propria salute e forma fisica (51%). Un problema, quest’ultimo, che riguarda principalmente le donne.

Assicurazioni

La ricerca ha indagato anche il rapporto della Generazione Z con le assicurazioni. In generale ben il 65% ne possiede almeno una stipulata da loro o dai propri genitori; più gettonate quelle legate alla mobilità (31%), alle polizze vita (19%) e alla casa (19%). Alta anche la percentuale di chi copre il proprio viaggio con un’assicurazione (69%) tra salute, volo, valigia o viaggio stesso. Sulle polizze per coprire i device da eventuali danni o furti, questa generazione dichiara di conoscerne l’esistenza (81%), con il 21% che già la possiede. Ma nonostante la rete possa essere un terreno rischioso a livello reputazionale, più della metà non conosce le assicurazioni legate alla digital reputation (55%) e buona parte, pur conoscendole, dichiara di non esserne interessato (23%).

Device

Per quanto riguarda il mondo digitale, la ricerca conferma in gran parte l’opinione diffusa: gli smartphone sono il vero device di questa generazione (93%) e l’alternativa è il laptop (75%), mentre tablet e desktop vengono superati anche dalle consolle per giocare e lo smartwatch è scelto solo da uno su cinque, soprattutto tra gli uomini. Ovviamente, dovessero scegliere un solo dispositivo da portare con sé non avrebbero dubbi e sceglierebbero sempre lo smartphone (l’87%). Le opinioni sulla giusta spesa per uno smartphone sono variegate: per il 44% più di 500 euro, per il 38% una cifra ragionevole è tra i 200 e i 500 euro mentre per il 28% meno di 200 euro. Quasi la metà non ritiene di dover cambiare spesso cellulare e lo fa quando smette di funzionare (46%), mentre solo il 6% lo sostituisce ogni anno o più spesso. Sono soprattutto le donne ad essere più legate allo smartphone, anche se spendono meno per acquistarlo e lo cambiano anche con minore frequenza. Quali sono le App più utilizzate dalla generazione Z? Svettano quelle per vedere video (76%) e ascoltare musica (67%) e a seguire quelle per fare acquisti (63%) e vedere programmi (57%). Ancora poco utilizzate le App per la salute, l’alimentazione, per prenotare ristoranti e per informarsi.

Social network

Nel mondo dei social media WhatsApp, in assoluto (89%), e Instagram (82%) sono i padroni indiscussi, distanziando di gran lunga Facebook (72%), che tiene di più tra gli over 19 e tra le donne. Gli altri canali social sono naturalmente presenti ma in percentuale nettamente minore. Tik Tok raggiunge il 10%. Nonostante siano presenti sui social, i giovani nati tra il 1995 e il 2010 non sono molto attivi: il 35% entra raramente e si limita a qualche like. Al contrario, solo il 32% si definisce particolarmente attivo anche se meno di uno su cinque è creatore di contenuti originali. Come comunicano? Ben sei su dieci lo fanno prevalentemente con foto, preferite al testo (26%); meno con video (6%) e messaggi vocali (4%). Quasi uno su due ha postato contenuti di cui si è poi pentito (47%) e oltre la metà (52%) ha visto contenuti non graditi pubblicati da altri. Pur vivendo connessi, i giovani della Gen Z sono poco consapevoli e interessati alla reputazione digitale, hanno una debole percezione della delicatezza del tema e limitano il problema con le impostazioni sulla privacy dei diversi social network. Sempre restando in ambito di rischi legati al mondo digitale, accanto al fenomeno del bullismo diventa sempre più significativo il dato sul cyber bullismo: il 42% ha subito o visto subire episodi legati a questa sempre più diffusa problematica.

Informazione e tempo libero

Nel tempo libero ascoltare musica è la prima grande passione dei giovanissimi (78%), che amano viverla anche in maniera esperienziale preferendo i concerti alla discoteca (solo il 31%). Seguono le serie e i film visti in tv o tramite altri devices (74%), e il tempo trascorso con gli amici, sia uscendo con loro (65%) sia chattando a distanza (65%). Il cinema resta un piacevole passatempo (49%), così come leggere un buon libro (45%) e praticare sport è preferibile al seguirlo da tifoso.

Lavoro e futuro

Dalla ricerca emerge il profilo di persone proattive, dato che ben il 32% già lavora, con un’attesa professionale futura tendenzialmente positiva: se è vero che più della metà (51%), e soprattutto nelle grandi città, si vede con un lavoro stabile e da dipendente, quasi il 30% si vede impiegato in un’attività autonoma e dinamica, come free lance, consulente o in una start-up. Solo il 20% pensa che avrà un lavoro precario e incerto o addirittura che non riuscirà a trovare un’occupazione. Il dove resta l’aspetto più delicato, dato che solo il 57% pensa di restare nel Bel Paese, mentre il 30% si immagina in Europa e il 13% addirittura in un altro continente. Una vera fuga di cervelli.

Consumi

Parlando di consumi, anche una generazione multi-social come la Z, preferisce lo shopping esperienziale e dunque i negozi (40%) agli acquisti on-line (34%). Ma in questo caso il genere conta, poiché le donne preferiscono in assoluto il negozio mentre gli uomini l’on-line. Quasi l’80% di chi compra sul web acquista beni fisici (abbigliamento, elettronica, ecc.), ben più che servizi (54%). Ma da chi sono influenzati nei loro acquisti? La Gen Z si fa “consigliare” principalmente dagli amici (43%) e dalla famiglia (37%) e pochissimo dagli influencer della rete (21%) come, forse, ci si sarebbe aspettati. Oltre il 40% si sente invece capace di influenzare gli altri negli acquisti, ma senza legarsi ad aziende o brand.

Mobilità

Generalmente si spostano in auto (51%), a piedi (50%) o con i mezzi pubblici (37%). Le due ruote, invece, non sono tra i mezzi preferiti dai giovanissimi, che prediligono comunque la bici (17%) alla moto / motorino (10%). L’utilizzo del car/moto/bike sharing è limitato (anche perché non è presente in molte città) ma tutto sommato anche l’interesse è molto elevato. Fronte viaggi, siamo di fronte ad una generazione che ama viaggiare spesso (46%), in particolare le donne tra i 19 e i 24 anni.

L’articolo Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze proviene da InsuranceUp.


Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze

Generazione Z: un futuro che guarda al passato” è il nome della ricerca commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, e condotta dall’istituto di ricerca AstraRicerche, che ha voluto approfondire la cosiddetta Gen Z, quella che segue i Millennials.
La prima Generazione che non ha conoscenza diretta del Novecento, che rifugge Facebook, che non aspira a fama e successo, adora la famiglia, è contro gli sprechi e insegue l’amore. Quelli per i quali ‘papà batte Ronaldo 1.0’.
La ricerca di BNP Paribas Cardif offre un viaggio attraverso la Gen Z che offre sorprese e spunti di riflessione, indagando il loro ‘stare al mondo’ attraverso i rapporti della sfera sociale, la relazione con la tecnologia e l’informazione, le abitudini di consumo, la mobilità, il tempo libero, il lavoro e le loro aspettative sul futuro.
La Gen Z, che rappresenta ben l’11% della popolazione italiana, non è superficiale come in tanti credono, tutt’altro: sono i valori autentici a contare veramente, quelli della famiglia e delle amicizie che, sorprendentemente, non sono quelle digitali.
“Ci siamo trovati di fronte a dei giovanissimi nativi digitali concreti e con le idee chiare, dove il mondo virtuale è una ‘normalità’ che non soppianta i valori tradizionali, come la famiglia e gli amici, e quelli nuovi, come l’inclusione e la sostenibilità. – dice Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif e Coordinatore di BNP Paribas International Financial Services (IFS) per l’Italia – Per la nostra Compagnia l’ascolto è il primo strumento per rispondere in maniera efficace ai cambiamenti sociali con soluzioni sempre più accessibili e orientate alle persone. Dopo Millenials e Over 65 ci interessava comprendere la Generazione Z che rappresenta il target del futuro. La nostra sfida, sarà offrire prodotti innovativi e nuovi modelli di servizio in una logica digitale che tenga sempre conto della componente esperienziale e dell’impatto sociale positivo.”

Ma vediamo con ordine cosa è emerso dall’indagine molto completa di AstraRicerche.

Sfera sociale

Pur non avendo la ricetta per la felicità, il 60% dei giovani della generazione Z si dichiara felice, soprattutto gli uomini e la fascia tra i 14 e i 18 anni e chi vive nei grandi centri. Ma c’è anche un quarto di loro al di sotto della sufficienza. Per essere felici l’importante è stare bene con se stessi (84%) e sentirsi bene fisicamente (82%), ma anche avere un clima sereno in famiglia (80%). Oltre alla famiglia, l’amicizia è un valore fondamentale e gli amici veri sono le persone che si frequentano durante il tempo libero (74%), i compagni di scuola o i colleghi di lavoro (58%) e solo in misura minore le persone conosciute sui social e poi frequentate nella vita reale (37%). Decisamente pochi coloro che indicano le amicizie solo virtuali (26%). Tradizionali nella scelta dei modelli di riferimento, i giovanissimi si lasciano ispirare soprattutto dai genitori (55%), ancora di più i giovani tra i 19 e i 24 anni, dagli amici (44%), soprattutto gli under 19, e dalle persone del proprio quotidiano (37%) o da altri familiari (35%). Contrariamente alle aspettative, al di fuori della propria rete di conoscenze, i personaggi dello spettacolo, con il 35%, e gli sportivi, con il 30%, superano i nuovi potenziali punti di riferimento come chef (19%), fashion blogger (21%) e influencer (23%). La famiglia si conferma in cima alle priorità di questa generazione (56%), soprattutto per la parte femminile delle intervistate, ma anche l’amore (47%), la salute (42%) e l’amicizia (41%) superano nettamente il lavoro (31%) e la scuola (21%). La fama, il successo, l’essere influencer contano davvero pochissimo; solo il 6% le ha come priorità. I centennials sono una generazione inclusiva, attenta all’ambiente e aperta alla diversità (soprattutto le donne per il 67%). Per loro, infatti, si tratta di valori acquisiti che fanno parte del loro quotidiano, del loro modo di essere, di pensare e di vivere. Il 66% effettua la raccolta differenziata, sono attenti agli sprechi di ogni genere (60%) ed è aperta al confronto con l’altro, con ciò che è diverso e che, dunque, può far crescere e arricchire (60%), e questo vale soprattutto per le donne o chi vive nelle grandi città. Una generazione attiva (solo il 9% non studia e non lavora) che si trova a essere più esposta a fenomeni sociali come il bullismo, con oltre la metà che afferma di aver subito a scuola o sul lavoro discriminazioni, soprattutto per la propria salute e forma fisica (51%). Un problema, quest’ultimo, che riguarda principalmente le donne.

Assicurazioni

La ricerca ha indagato anche il rapporto della Generazione Z con le assicurazioni. In generale ben il 65% ne possiede almeno una stipulata da loro o dai propri genitori; più gettonate quelle legate alla mobilità (31%), alle polizze vita (19%) e alla casa (19%). Alta anche la percentuale di chi copre il proprio viaggio con un’assicurazione (69%) tra salute, volo, valigia o viaggio stesso. Sulle polizze per coprire i device da eventuali danni o furti, questa generazione dichiara di conoscerne l’esistenza (81%), con il 21% che già la possiede. Ma nonostante la rete possa essere un terreno rischioso a livello reputazionale, più della metà non conosce le assicurazioni legate alla digital reputation (55%) e buona parte, pur conoscendole, dichiara di non esserne interessato (23%).

Device

Per quanto riguarda il mondo digitale, la ricerca conferma in gran parte l’opinione diffusa: gli smartphone sono il vero device di questa generazione (93%) e l’alternativa è il laptop (75%), mentre tablet e desktop vengono superati anche dalle consolle per giocare e lo smartwatch è scelto solo da uno su cinque, soprattutto tra gli uomini. Ovviamente, dovessero scegliere un solo dispositivo da portare con sé non avrebbero dubbi e sceglierebbero sempre lo smartphone (l’87%). Le opinioni sulla giusta spesa per uno smartphone sono variegate: per il 44% più di 500 euro, per il 38% una cifra ragionevole è tra i 200 e i 500 euro mentre per il 28% meno di 200 euro. Quasi la metà non ritiene di dover cambiare spesso cellulare e lo fa quando smette di funzionare (46%), mentre solo il 6% lo sostituisce ogni anno o più spesso. Sono soprattutto le donne ad essere più legate allo smartphone, anche se spendono meno per acquistarlo e lo cambiano anche con minore frequenza. Quali sono le App più utilizzate dalla generazione Z? Svettano quelle per vedere video (76%) e ascoltare musica (67%) e a seguire quelle per fare acquisti (63%) e vedere programmi (57%). Ancora poco utilizzate le App per la salute, l’alimentazione, per prenotare ristoranti e per informarsi.

Social network

Nel mondo dei social media WhatsApp, in assoluto (89%), e Instagram (82%) sono i padroni indiscussi, distanziando di gran lunga Facebook (72%), che tiene di più tra gli over 19 e tra le donne. Gli altri canali social sono naturalmente presenti ma in percentuale nettamente minore. Tik Tok raggiunge il 10%. Nonostante siano presenti sui social, i giovani nati tra il 1995 e il 2010 non sono molto attivi: il 35% entra raramente e si limita a qualche like. Al contrario, solo il 32% si definisce particolarmente attivo anche se meno di uno su cinque è creatore di contenuti originali. Come comunicano? Ben sei su dieci lo fanno prevalentemente con foto, preferite al testo (26%); meno con video (6%) e messaggi vocali (4%). Quasi uno su due ha postato contenuti di cui si è poi pentito (47%) e oltre la metà (52%) ha visto contenuti non graditi pubblicati da altri. Pur vivendo connessi, i giovani della Gen Z sono poco consapevoli e interessati alla reputazione digitale, hanno una debole percezione della delicatezza del tema e limitano il problema con le impostazioni sulla privacy dei diversi social network. Sempre restando in ambito di rischi legati al mondo digitale, accanto al fenomeno del bullismo diventa sempre più significativo il dato sul cyber bullismo: il 42% ha subito o visto subire episodi legati a questa sempre più diffusa problematica.

Informazione e tempo libero

Nel tempo libero ascoltare musica è la prima grande passione dei giovanissimi (78%), che amano viverla anche in maniera esperienziale preferendo i concerti alla discoteca (solo il 31%). Seguono le serie e i film visti in tv o tramite altri devices (74%), e il tempo trascorso con gli amici, sia uscendo con loro (65%) sia chattando a distanza (65%). Il cinema resta un piacevole passatempo (49%), così come leggere un buon libro (45%) e praticare sport è preferibile al seguirlo da tifoso.

Lavoro e futuro

Dalla ricerca emerge il profilo di persone proattive, dato che ben il 32% già lavora, con un’attesa professionale futura tendenzialmente positiva: se è vero che più della metà (51%), e soprattutto nelle grandi città, si vede con un lavoro stabile e da dipendente, quasi il 30% si vede impiegato in un’attività autonoma e dinamica, come free lance, consulente o in una start-up. Solo il 20% pensa che avrà un lavoro precario e incerto o addirittura che non riuscirà a trovare un’occupazione. Il dove resta l’aspetto più delicato, dato che solo il 57% pensa di restare nel Bel Paese, mentre il 30% si immagina in Europa e il 13% addirittura in un altro continente. Una vera fuga di cervelli.

Consumi

Parlando di consumi, anche una generazione multi-social come la Z, preferisce lo shopping esperienziale e dunque i negozi (40%) agli acquisti on-line (34%). Ma in questo caso il genere conta, poiché le donne preferiscono in assoluto il negozio mentre gli uomini l’on-line. Quasi l’80% di chi compra sul web acquista beni fisici (abbigliamento, elettronica, ecc.), ben più che servizi (54%). Ma da chi sono influenzati nei loro acquisti? La Gen Z si fa “consigliare” principalmente dagli amici (43%) e dalla famiglia (37%) e pochissimo dagli influencer della rete (21%) come, forse, ci si sarebbe aspettati. Oltre il 40% si sente invece capace di influenzare gli altri negli acquisti, ma senza legarsi ad aziende o brand.

Mobilità

Generalmente si spostano in auto (51%), a piedi (50%) o con i mezzi pubblici (37%). Le due ruote, invece, non sono tra i mezzi preferiti dai giovanissimi, che prediligono comunque la bici (17%) alla moto / motorino (10%). L’utilizzo del car/moto/bike sharing è limitato (anche perché non è presente in molte città) ma tutto sommato anche l’interesse è molto elevato. Fronte viaggi, siamo di fronte ad una generazione che ama viaggiare spesso (46%), in particolare le donne tra i 19 e i 24 anni.

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