Acciona, la reazione della micromobilità sostenibile al coronavirus

Diventato quest’anno il più grande operatore di scooter sharing al mondo per numero di veicoli, con una flotta di ben 10.000 mezzi, Acciona è uno degli esempi di efficace reazione alla crisi coronavirus nel settore smart mobility.

La mobilità ha subito grandi cambiamenti a fronte della pandemia e delle necessarie misure di contenimento e sicurezza per arginare i rischi di contagio. Un ruolo molto importante è stato giocato e ancora sarà giocato dalla cosiddetta micromobilità urbana, un’alternativa di mobilità sicura e sostenibile, in quanto aiuta ad evitare il sovraffollamento dei trasporti pubblici, e allo stesso tempo decongestiona gli spazi urbani precedentemente occupati dai mezzi privati.

L’utilizzo di veicoli elettrici, inoltre, ha il bonus aggiuntivo di ridurre le emissioni e contribuire ad uno spazio urbano più sostenibile e pulito. Dal suo lancio nell’ottobre 2018, il servizio di mobilità di Acciona ha evitato l’emissione nell’atmosfera di 1.000 tonnellate di CO2. Inoltre, l’uso degli scooter condivisi ha liberato 36 ettari di spazio pubblico al giorno

Naturalmente, la mobility as a service ha dovuto adattarsi rapidamente alla sfida delle nuove esigenze di utilizzo capillare ed igienizzazione. Acciona ha stabilito un rigido protocollo igienico giornaliero e progettato in conformità con tutti i requisiti e le indicazioni delle autorità sanitarie nazionali e locali.

Tutti gli scooter elettrici sono dotati di salviettine umidificate per la pulizia delle aree di maggior contatto, come il manubrio. Sono disponibili inoltre sotto-caschi monouso e gel idroalcolico per le mani, da applicare prima e dopo ogni utilizzo. In aggiunta, l’app di Acciona offre informazioni e raccomandazioni per l’autoprotezione, l’igiene e l’uso corretto dei veicoli condivisi.

Per garantire l’igienizzazione di tutte le moto e la sostituzione dei dispositivi di protezione individuale, l’orario di disponibilità del servizio – che prima della pandemia era di 24 ore su 24, 7 giorni su 7 – è stato ridotto ed è ora attivo dalle 6:00 del mattino alle 2:00 di notte.

Per maggiori informazioni su come funziona il servizio Acciona, leggi l’articolo integrale sul portale Economyup.

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Insurtech, fintech, blockchain: ecco sei startup su cui puntare nel 2020 secondo Digital Magics

“In questo momento dove lo smart-working ed il digitale sono d’obbligo, Magic Wand diventa tutto Virtuale! Abbiamo lavorato assiduamente da remoto con le startup in collaborazione coi Partner dando tutti prova di una reattività e capacità di adattamento eccezionale. Il mio hashtag è  #INSIEMESIPUO”.

Così Gabriele Ronchini, Amministratore Delegato di Digital Magics commenta la conclusione della selezione, svoltasi completamente da remoto, delle startup che accederanno alla seconda fase di “Magic Wand Fintech, Insurtech, Blockchain e Cybersecurity”, la terza edizione del programma di accelerazione internazionale Magic Wand per le startup Fintech, Insurtech, Blockchain e Cybersecurity.

La terza edizione di Magic Wand era stata lanciata il 4 novembre 2019 scorso e a gennaio 2020 erano state selezionate 11 startup che hanno avuto accesso alla prima fase dell’acceleratore, che prevedeva circa 200 ore di formazione qualificata e di advisoring nei mesi di febbraio e marzo 2020. Dopo aver concluso questa prima fase, che ha visto partecipi startup provenienti da tutto il mondo, sono risultate 6 le startup votate dalla Giuria composta dalle Aziende partecipanti all’iniziativa (BNL Gruppo BNP Paribas, Credem Banca, Crif, Innogest, Intesa Sanpaolo, Poste Italiane, Online SIM Gruppo Ersel, SisalPay, Reale Group, TIM, Fintech District) e da Digital Magics. Tali startup accederanno ora alla seconda fase del programma, che consentirà loro di validare i propri modelli di business, di avere l’opportunità di ricevere investimenti fino a 150.000 euro, entrando a far parte del portfolio di Digital Magics. L’Investor Day è in programma il prossimo 30 giugno.

“Siamo estremamente soddisfatti della qualità di tutte le partecipanti alla prima fase del percorso di accelerazione e la scelta delle vincitrici è stata più ardua di altre volte. – ha commentato Michele Novelli, Partner e Senior Advisor di Digital Magics – Le Start up vincitrici sono accumunate dall’ avere team completi, grande capacità di execution e ambizioni internazionali. Siamo anche estremamente soddisfatti dell’effetto “community” che si sta creando sia tra le partecipanti al percorso di accelerazione che tra le start up già nel portafogli di Digital Magics aggiungendo un ulteriore elemento che aiuta in maniera evidente la crescita”.

Le startup vincitrici di Magic Wand Fintech, Insurtech, Blockchain e Cybersecurity

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CX: perchè l’intelligenza emotiva è importante per fidelizzare i clienti?
Marketing

AWorld: è una startup innovativa con uffici a Torino e a New York che investe nella sostenibilità e nel futuro del pianeta, con l’obiettivo di creare una cultura sostenibile attraverso il pubblico, le aziende e le istituzioni. AWorld ha creato una piattaforma social-gamified che premia gli utenti per azioni e comportamenti sostenibili, usando il sistema della gamification.

 

Affitto Certificato: è una startup innovativa che sta costruendo la prima banca dati che racchiude buoni affittuari. La startup si propone di prendere il concetto di feedback e di curriculum e di applicarli al mercato degli affitti, approfittando di prodotti bancari e assicurativi aperti, in modo da consentire ai proprietari di trovare buoni inquilini e agli inquilini di dimostrare di essere dei corretti e bravi affittuari. Sulla base di ciò, Affitto Certificato ha creato il Tenant Digital Curriculum, un report unico che permette agli inquilini di dimostrare di essere bravi inquilini. La mission della startup è quindi quella di creare uno standard per affittare una casa in modo rapido e sicuro. 

 

Amon: ha progettato un portafoglio per utilizzare cryptocurrencies nella vita quotidiana, integrando investimenti, AI e le caratteristiche di spesa che rendono i crypto facili da usare. Per sostenere le decisioni degli utenti sui loro investimenti, Amon sta sviluppando un’AI per analizzare la strategia di rischio di portafoglio di ogni utente. Inoltre, per gli utenti che vogliono utilizzare i crypto come spendingcurrency, Amon sta rilasciando una crypto debit card con UnionPay International. 

 

Bits of Stock: è una piattaforma consumer rewards che guida la fedeltà del marchio, consentendo alle aziende partner di innovare i loro programmi di fidelizzazione fornendo ai consumatori le quote frazionarie di azioni della prossima generazione. Bits of Stock si impegna a supportare le aziende nel fare investire i propri consumatori e ad aiutare i millenials a costruire un portafoglio di investimenti facendo acquisti quotidiani, consentendo loro di investire anche sul proprio futuro benessere finanziario. Inoltre, Bits of Stock supporta le aziende a fare investire i propri consumatori.  

 

Plurima: è la prima rete italiana di Agenti di assicurazione indipendenti. Plurima offre agli intermediari l’accesso a prodotti di svariati vettori, come: compagnie di assicurazioni, MGA e altri vettori e operational networks di intermediari. Plurima consente, dunque, ai propri clienti assicurativi di farsi consigliare da esperti assicurativi indipendenti con una vasta gamma di prodotti e un insieme avanzato di tecnologie e strumenti. 

 

Unchained Carrot: propone una serie di applicazioni reward-based e di real time marketing che vengono incontro ai bisogni sia del consumatore che del marketer, offrendo alle aziende la capacità di creare più facilmente campagne di marketing, rendendo i loro sforzi più impattanti e redditizi.  Unchained Carrot si propone di consentire ai professionisti del marketing di sfruttare a pieno il potenziale della tecnologia blockchain nello spazio del marketing digitale.

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Data Strategy: quali sono le 3 fasi principali del processo di relazione con il cliente?
Big Data
Big Data

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Insurtech, fintech, blockchain: ecco sei startup su cui puntare nel 2020 secondo Digital Magics

“In questo momento dove lo smart-working ed il digitale sono d’obbligo, Magic Wand diventa tutto Virtuale! Abbiamo lavorato assiduamente da remoto con le startup in collaborazione coi Partner dando tutti prova di una reattività e capacità di adattamento eccezionale. Il mio hashtag è  #INSIEMESIPUO”.

Così Gabriele Ronchini, Amministratore Delegato di Digital Magics commenta la conclusione della selezione, svoltasi completamente da remoto, delle startup che accederanno alla seconda fase di “Magic Wand Fintech, Insurtech, Blockchain e Cybersecurity”, la terza edizione del programma di accelerazione internazionale Magic Wand per le startup Fintech, Insurtech, Blockchain e Cybersecurity.

La terza edizione di Magic Wand era stata lanciata il 4 novembre 2019 scorso e a gennaio 2020 erano state selezionate 11 startup che hanno avuto accesso alla prima fase dell’acceleratore, che prevedeva circa 200 ore di formazione qualificata e di advisoring nei mesi di febbraio e marzo 2020. Dopo aver concluso questa prima fase, che ha visto partecipi startup provenienti da tutto il mondo, sono risultate 6 le startup votate dalla Giuria composta dalle Aziende partecipanti all’iniziativa (BNL Gruppo BNP Paribas, Credem Banca, Crif, Innogest, Intesa Sanpaolo, Poste Italiane, Online SIM Gruppo Ersel, SisalPay, Reale Group, TIM, Fintech District) e da Digital Magics. Tali startup accederanno ora alla seconda fase del programma, che consentirà loro di validare i propri modelli di business, di avere l’opportunità di ricevere investimenti fino a 150.000 euro, entrando a far parte del portfolio di Digital Magics. L’Investor Day è in programma il prossimo 30 giugno.

“Siamo estremamente soddisfatti della qualità di tutte le partecipanti alla prima fase del percorso di accelerazione e la scelta delle vincitrici è stata più ardua di altre volte. – ha commentato Michele Novelli, Partner e Senior Advisor di Digital Magics – Le Start up vincitrici sono accumunate dall’ avere team completi, grande capacità di execution e ambizioni internazionali. Siamo anche estremamente soddisfatti dell’effetto “community” che si sta creando sia tra le partecipanti al percorso di accelerazione che tra le start up già nel portafogli di Digital Magics aggiungendo un ulteriore elemento che aiuta in maniera evidente la crescita”.

Le startup vincitrici di Magic Wand Fintech, Insurtech, Blockchain e Cybersecurity

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Blockchain nel settore energetico: quali opportunità per lo scambio di energia P2P?
Blockchain
Utility/Energy

AWorld: è una startup innovativa con uffici a Torino e a New York che investe nella sostenibilità e nel futuro del pianeta, con l’obiettivo di creare una cultura sostenibile attraverso il pubblico, le aziende e le istituzioni. AWorld ha creato una piattaforma social-gamified che premia gli utenti per azioni e comportamenti sostenibili, usando il sistema della gamification.

 

Affitto Certificato: è una startup innovativa che sta costruendo la prima banca dati che racchiude buoni affittuari. La startup si propone di prendere il concetto di feedback e di curriculum e di applicarli al mercato degli affitti, approfittando di prodotti bancari e assicurativi aperti, in modo da consentire ai proprietari di trovare buoni inquilini e agli inquilini di dimostrare di essere dei corretti e bravi affittuari. Sulla base di ciò, Affitto Certificato ha creato il Tenant Digital Curriculum, un report unico che permette agli inquilini di dimostrare di essere bravi inquilini. La mission della startup è quindi quella di creare uno standard per affittare una casa in modo rapido e sicuro. 

 

Amon: ha progettato un portafoglio per utilizzare cryptocurrencies nella vita quotidiana, integrando investimenti, AI e le caratteristiche di spesa che rendono i crypto facili da usare. Per sostenere le decisioni degli utenti sui loro investimenti, Amon sta sviluppando un’AI per analizzare la strategia di rischio di portafoglio di ogni utente. Inoltre, per gli utenti che vogliono utilizzare i crypto come spendingcurrency, Amon sta rilasciando una crypto debit card con UnionPay International. 

 

Bits of Stock: è una piattaforma consumer rewards che guida la fedeltà del marchio, consentendo alle aziende partner di innovare i loro programmi di fidelizzazione fornendo ai consumatori le quote frazionarie di azioni della prossima generazione. Bits of Stock si impegna a supportare le aziende nel fare investire i propri consumatori e ad aiutare i millenials a costruire un portafoglio di investimenti facendo acquisti quotidiani, consentendo loro di investire anche sul proprio futuro benessere finanziario. Inoltre, Bits of Stock supporta le aziende a fare investire i propri consumatori.  

 

Plurima: è la prima rete italiana di Agenti di assicurazione indipendenti. Plurima offre agli intermediari l’accesso a prodotti di svariati vettori, come: compagnie di assicurazioni, MGA e altri vettori e operational networks di intermediari. Plurima consente, dunque, ai propri clienti assicurativi di farsi consigliare da esperti assicurativi indipendenti con una vasta gamma di prodotti e un insieme avanzato di tecnologie e strumenti. 

 

Unchained Carrot: propone una serie di applicazioni reward-based e di real time marketing che vengono incontro ai bisogni sia del consumatore che del marketer, offrendo alle aziende la capacità di creare più facilmente campagne di marketing, rendendo i loro sforzi più impattanti e redditizi.  Unchained Carrot si propone di consentire ai professionisti del marketing di sfruttare a pieno il potenziale della tecnologia blockchain nello spazio del marketing digitale.

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Intelligenza artificiale e i principi di non discriminazione nei contratti assicurativi

Nell’ultimo approfondimento ci siamo occupati del rapporto tra Intelligenza Artificiale (“IA”) e mutualità dei rischi nell’industria assicurativa. Argomento ad esso strettamente contiguo è il potenziale effetto discriminatorio causato o enfatizzato dall’utilizzo dell’IA nell’industria assicurativa.

I pregiudizi algoritmici

Una prima considerazione generale da cui partire – al fine di aprire una riflessione – è che in settori diversi dalle assicurazioni si sono riscontrati sistemi di IA discriminatori, non perché il sistema fosse di per sé “cattivo” ma perché ereditava comportamenti sbagliati che poi ripeteva “ad libitum” nel futuro. Pensiamo – senza menzionare specifici precedenti – all’ipotesi di uso di un’IA per la selezione del personale di un’azienda: un sistema che si basi prevalentemente su dati del passato (“negli ultimi 20 anni sono stati assunti solo dirigenti maschi sopra i 40 anni”) può giungere a selezionare in maniera distorta i candidati (ossia, nell’esempio, l’IA selezionerà i curricula scartando tutte le donne e tutti coloro che hanno meno di 40 anni, a prescindere dalle loro competenze).

La tailorizzazione dei contratti assicurativi tramite intelligenza artificiale, i rischi

Fatta questa premessa, ci si chiede quindi se l’enfasi sulla personalizzazione del prodotto assicurativo, volto a rispondere alle esigenze assicurative del cliente (principio valorizzato dalla IDD), realizzata tramite l’uso di IA possa avere quale contraltare l’accentuare un effetto di eccessiva selettività, considerando che l’IA, lavorando per obiettivi, non ha la sensibilità per gestire eventi e casi “extra ordinari” rispetto a quelli già contemplati dal sistema; altro problema, completamente diverso ma che si origina dalle stesse caratteristiche dell’IA, è invece quello legato al fatto che un’estrema personalizzazione della tariffa possa risultare in una vera e propria condotta discriminatoria oppure in ogni caso condurre ad un’eccessiva selettività del processo (nei rischi da assumere o nel premio da applicare) o ad un’eccessiva tailorizzazione del testo contrattuale.

Si pensi ad esempio – per quanto concerne il primo tema – al cliente che non ricade nel target market positivo: l’intermediario avrebbe comunque la possibilità di vendere il prodotto, assicurandosi che comunque (i) il cliente non ricada nel target market negativo e (ii) il prodotto soddisfi comunque le esigenze assicurative del cliente. Una distribuzione assicurativa totalmente automatizzata, che non sia in grado di compiere questa analisi di secondo livello, potrebbe difatti scartare tout court il cliente dal paniere in quanto extra target market positivo e si limiterebbe a non permettergli di acquistare il prodotto.

Il secondo tema è più complesso, ma non del tutto nuovo (almeno per quanto riguarda i canoni del ragionamento): si tratta difatti del dilemma tra una tariffa riguardante un insieme omogeneo di soggetti (tra cui si crea una mutualità) e la necessità per l’assicuratore di attribuire il premio più corretto per l’assicurato, previa applicazione di parametri di personalizzazione (che hanno il pregio peraltro di diminuire l’asimmetria informativa a carico dell’assicuratore). Il problema si ripropone ora, se possibile con una maggiore intensità, laddove i criteri di personalizzazione (pur definiti dall’assicuratore) sono affidati alla valutazione operata da un’IA. Oltre ad un problema di trasparenza nei confronti dell’assicurato in merito alle metodologie ed ai criteri utilizzati, l’uso di nuove tecnologie difatti, deve armonizzarsi con la legislazione vigente, ed in tema di contrasto alla discriminazione, la normativa europea e nazionale trova una molteplicità di fonti: dal “TUI” (Testo Unico sull’Immigrazione) alla normativa in materia di discriminazione razziale, dalla “Carta di Nizza” fino alla Direttiva del Consiglio 2004/113/EC con cui viene sancito il principio di non discriminazione di genere nell’accesso a beni e servizi.

Da un punto di vista dell’assicuratore che realizza il prodotto, in un’ottica di bilanciamento di interessi contrapposti (selezione ed assunzione dei rischi volti al mantenimento della stabilità finanziaria dell’impresa versus non discriminazione rispetto a modelli precostituiti) gli è consentito operare una discriminazione laddove ciò possa essere il frutto di una scelta basata su criteri obiettivi ed in presenza di cause giustificatrici.

Già infatti nel TUI (art. 55 quater, comma 2) veniva stabilito che sono consentite differenze proporzionate nei premi o nelle prestazioni individuali, ove il fattore sesso sia determinante nella valutazione dei rischi, in base a dati attuariali e statistici pertinenti ed accurati […] (come noto, il pincipio fu poi superato dal divieto sancito dal diritto comunitario, a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia nel Test/Achats case C236/09). Così come è stato ribadito anche dalla Corte Costituzionale nella (pronuncia n. 432 del 2 dicembre 2005) che un trattamento discriminatorio, che non leda principi fondamentali della persona, può essere “giustificato” in presenza di una “specifica, trasparente e razionale causa giustificatrice idonea a spiegare, sul piano costituzionale, le ragioni poste a base della deroga”.

Peraltro, con riferimento all’RC Auto, il medesimo codice delle assicurazioni private prevede che le compagnie possano legittimamente e liberamente selezionare i fattori di rischio per la determinazione del premio, a condizione che tale metodologia sia giustificata da basi tecniche e statistiche, riferite almeno ai cinque anni precedenti, e certificate da un attuario (si vedano in proposito artt. 34 e 35 CAP).

La discriminazione (rectius: selezione) dell’assicuratore viene quindi svolta su base statistica a cui poi si aggiungono, per mitigarne o migliorarne l’efficienza, altri fattori che tengono conto del quadro normativo (si veda ad esempio l’obbligo a contrarre nella RCA) e del contesto sociale (si veda ad esempio allo sviluppo dei prodotti assicurativi cyber, visto l’incremento degli acquisti on line da parte dei consumatori).

L’uso cauto dell’Intelligenza Artificiale

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Secondo Gartner le aziende che non adotteranno l’AI entro il 2022 non saranno competitive
Intelligenza Artificiale

L’uso dell’IA può aiutare a selezionare meglio il paniere dei rischi, a formare classi di rischio più omogenee o a ripartire meglio il rischio all’interno della collettività degli assicurati, proprio perché riesce, meglio e più velocemente di quanto si possa fare “tradizionalmente” ad elaborare modelli statistico predittivi sulla base dei dati raccolti.

Fino a che punto si può tuttavia affidare ad un’IA la valutazione di una variabile di personalizzazione, o comunque l’assunzione di un rischio o il premio corretto da applicare allo stesso?
In proposito, convinti che non vi sia in assoluto incompatibilità tra l’uso dell’IA ed i processi assuntivi dei rischi, abbiamo alcuni suggerimenti:

1) l’utilizzo dovrà essere cauto allorquando si agisca su di un parametro rientrante nel novero dei dati sensibili, o nell’ambito dei parametri non utilizzabili ai fini discriminatori. Si pensi ad esempio:
(i) ad un sistema di IA che calcoli il premio sulla base dell’età apparente del cliente (rilevata attraverso webcam), correggendo quello che risulterebbe all’esito dell’età anagrafica effettiva. Laddove l’IA fosse strutturata in maniera tale da penalizzare sistematicamente una determinata etnia, si presenterebbe difatti un chiaro caso di discriminazione razziale sanzionato dalle normative sopra menzionate; ovvero
(ii) al caso in cui l’IA rilevi le abitudini alimentari del cliente, calcolando il premio (ex ante o in corso di contratto) in base alle stesse: si potrebbe sostenere che si tratti di una discriminazione indiretta di talune comunità e dunque di talune razze (secondo l’equivalenza nazionalità=razza statuita dalla nostra giurisprudenza)?
(iii) ad un’assicurazione tutela legale, che si basi, per la quantificazione del premio, sui dati raccolti circa la provenienza geografica ed etnica del cliente e sul suo patrimonio, poiché in base alle statistiche, si è rilevato che la popolazione carceraria ha una determinata percentuale di popolazione che proviene da determinate aree geografiche ed è priva di reddito (se non quello frutto di attività illecita).

Un tale uso dell’IA sarebbe evidentemente fallace, concretizzandosi quell’uso deterministico che invece si vuole scongiurare.
Del resto le normative da noi elencate sono (correttamente) di ambito applicativo molto ampio, dal momento che sanzionano non solo le ipotesi di discriminazione diretta, ma anche quelle di discriminazione indiretta (quali risulterebbero, verosimilmente, quelle degli esempi delinati).

Inoltre, è stato sollecitato anche da parte delle istituzioni europee una vigilanza “rinforzata” sull’uso di IA, soprattutto quando il trattamento dei dati si basa direttamente o indirettamente su dati “sensibili”, che possono includere l’origine razziale o etnica, le condizioni socio-economiche, le opinioni politiche, la fede religiosa o filosofica, l’appartenenza a un sindacato, i dati genetici, i dati biometrici, i dati sanitari o i dati relativi alla vita sessuale o all’orientamento sessuale e (nell’ambito “Orientamenti etici per un’IA affidabile”) si è espressamente ricordato che “l’uguaglianza implica che il funzionamento del sistema non possa generare risultati ingiustamente distorti (ad esempio, i dati utilizzati per istruire i sistemi di IA dovrebbero essere il più inclusivi possibile e rappresentare gruppi di popolazione diversi)”.

2) Il discorso precedente varrà naturalmente non soltanto con riferimento al premio, ma anche con riguardo al testo contrattuale di polizza, laddove il sistema di IA sia in grado di proporre un normativo di prodotto esattamente disegnato sulle specifiche caratteristiche del cliente (sul tema ci eravamo già espressi nel precedente articolo, laddove parlavamo dell’esigenza di testi contrattuali omogenei, in conformità al principio di mutualità).

3) Al fine di non giungere ad un meccanismo non conforme al principio di mutualità della classe di rischio, è opportuno che i parametri di personalizzazione, quando arrivino all’estremo dettaglio (ad es. perché correlati all’attività fisica effettivamente svolta e rilevata in corso di contratto) agiscano come un meccanismo premiale a favore del singolo assicurato, nei limiti della sostenibilità del fabbisogno tariffario.

In conclusione, un buon uso dell’IA deve essere accompagnato da presidi di controllo e verifica da parte di chi se ne avvale, al fine di verificare che i procedimenti ed i parametri adottati siano conformi alla normativa volte a scongiurare la discriminazione, diretta o indiretta. Punto di partenza utile, oltre alle singole norme specifiche del mercato assicurativo, è sicuramente costituito dagli Orientamenti etici per un’IA affidabile e dal decalogo di misure da adottare al fine di verificare che l’IA risulti equa e non discriminatoria.

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Apple nella salute digitale, come sta entrando nei sistemi sanitari

Il settore della digital health, in cui il ruolo della tecnologia è fondamentale, avvantaggia le tech company che non possono dire di no al business dei business, quello della salute. Alphabet, Amazon, Apple e Microsoft (si veda la tabella) sono tutte impegnate nel settore e hanno anche da offrire molto in ambito healthcare, viste le loro competenze e considerato il fatto che la tecnologia può trasformare l’industria della salute radicalmente e positivamente, permettendole di fare nuove scoperte, e di raggiungere maggiore efficacia e personalizzazione nelle cure e maggiore sostenibilità dei sistemi sanitari.

Rispetto alle altre big tech, Apple,  sta trasformando i suoi prodotti di consumo in piattaforme per la salute dei pazienti, ad esempio con Apple Watch, che nella sua ultima versione è stato dotato anche di un sensore per elettrocardiogramma. Secondo la tabella di Business Insider le opportunità che si presentano a Apple sono soprattutto nel settore della mobile health (cioè tutto quello che per la salute si può erogare su smartphone) e delle polizze salute personalizzate, un fronte sul quale sta in effetti già lavorando avendo in corso un accordo con Aetna, assicuratore americano, con il quale ha sviluppato un’applicazione chiamata Attain collegata all’Apple Watch.

 Lo sviluppo della mHealth

La strategia con la quale Apple sta entrando nel mondo salute è quello suo consueto, ovvero costruire un enorme business ed ecosistema di funzionalità innovative attorno ai suoi prodotti.

I suoi iPhone e iPod Touch, per esempio, con la funzionalità Health Records (in Italia è l’app Salute) lanciata nel 2018, sono diventati piattaforme personali per la gestione della propria salute e non solo nel senso che ognuno se vuole inserisce manualmente dei dati per tenere in ordine determinate informazioni: in US tale funzionalità è più evoluta, perchè Apple ha già stretto accordi con decine di organizzazioni sanitarie che supportano le cartelle cliniche su iPhone e iPod touch, consentendoti di visualizzare dati importanti come vaccinazioni, risultati di laboratorio, farmaci e dati vitali direttamente nell’app Salute.

Questo elenco di partner Apple, sempre più lungo, ha recentemente visto l’ingresso di VA – Department of Veterans Affairs, agenzia governativa statunitense che si occupa della sanità dei veterani di guerra. Il VA è il più grande sistema sanitario integrato degli Stati Uniti, con oltre 1.200 strutture, tra cui 170 centri medici e almeno 9 milioni di pazienti.

Come sottolinea Business Insider, l’iscrizione di VA alla sua lista di partner non si limiterà a garantire al colosso tecnologico l’accesso a una moltitudine di nuovi clienti. Si tratta in definitiva anche di un endorsement da parte di un enorme sistema sanitario governativo che guadagnare valore al brand Apple in ambito sanità, inviando un segnale positivo ad altri sistemi che stanno considerando l’integrazione delle cartelle cliniche in Health Records.

L’impegno di Apple nella ricerca scientifica

Per capire quello che Apple vuole diventare in ambito salute, bisogna fare riferimento a tutto quello che realizza in US, non certo in Italia o Europa.

Per esempio il suo impegno nella ricerca scientifica è visibile solo in US, dove i suoi utenti possono scaricare la Research App e contribuire a studi scientifici importanti grazie alla condivisione volontaria dei propri dati.

Nei giorni scorsi, per esempio, Apple ha annunciato che i clienti (negli Stati Uniti)  possono iscriversi a tre studi di riferimento sulla salute: l’Apple Women’s Health Study, l’Apple Heart and Movement Study e l’Apple Hearing Study, che sono condotti in collaborazione con i principali istituti accademici e di ricerca.

La Research App non da solo la possibilità agli istituti che realizzano gli studi di avere accesso a molti più dati con modalità più semplici: rappresenta proprio un cambio paradigmatico nella relazione tra scienza e persone. I partecipanti agli studi contribuiscono a scoperte mediche potenzialmente rivoluzionarie e a creare la prossima generazione di prodotti sanitari innovativi grazie a uno smartphone.  “Oggi segna un momento importante per l’avvio di iniziative di ricerca che possono offrire incredibili apprendimenti in aree a lungo ricercate dalla comunità medica”, ha dichiarato Jeff Williams, Chief Operating Officer di Apple. “I partecipanti all’app Research hanno l’opportunità di avere un impatto enorme che potrebbe portare a nuove scoperte e aiutare milioni di persone a condurre una vita più sana”.

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Midori e Healthy Virtuoso vincono la 6a edizione di Open-F@b Call4Ideas di BNP Paribas Cardif

Midori e Healthy Virtuoso, che si è aggiudicato anche il premio social, sono i vincitori della 6a edizione di Open-F@b Call4Ideas 2019, il contest internazionale lanciato per la prima volta nel 2014 da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, in collaborazione con InsuranceUp.it (Gruppo Digital360).

L’evento di premiazione che si è tenuto ieri 21 novembre a Milano ha visto, tra gli altri, l’intervento di Isabella Fumagalli, Head of Territory for Insurance in Italy di BNP Paribas Cardif, Andrea Rangone, CEO di Digital360 e la testimonianza di realtà importanti come quella guidata da Roberto Ascione, CEO di Healthware Group. L’evento si è concluso con la premiazione dei progetti vincitori a cura di Isabella Fumagalli, Head of Territory for Insurance in Italy di BNP Paribas Cardif, Andrea Veltri, Deputy CEO Digital Transformation di BNP Paribas Cardif e Giovanni Iozzia, Direttore, EconomyUp e InsuranceUp.

“Fin dalla prima edizione di Open-F@b Call4Ideas abbiamo cercato, e trovato, compagni di viaggio con cui creare nuovi prodotti e servizi innovativi per i nostri clienti” – ha commentato Andrea Veltri, Deputy CEO di BNP Paribas Cardif. “Un rapporto di reciproca collaborazione che ci ha consentito nelle scorse edizioni di avviare progetti importanti come nel caso di D-Heart che è parte del nostro ecosistema Salute o Amodo con cui stiamo innovando la protezione in mobilità o il più recente MABASTA con cui vi stupiremo a breve. Quest’anno abbiamo voluto valorizzare un tema, l’Human Data Science, che rispecchia l’essenza di BNP Paribas Cardif fatta di innovazione e centralità delle persone. Un approccio che unisce all’analisi dei dati la capacità di valorizzarli attraverso le cosiddette scienze della vita, considerando quindi tutti gli aspetti che hanno al centro le persone e il loro benessere, anche psicofisico. Le startup vincitrici hanno saputo interpretare al meglio questo obiettivo proponendo progetti che ci consentiranno di restituire valore reale ai clienti in termini qualitativi, aprendo nuovi scenari finora inesplorati.”

Le startup vincitrici verranno ora affiancate dal team R&D di BNP Paribas Cardif che li seguirà nello sviluppo e nella concretizzazione del loro progetto, tenendo in considerazione le esigenze del mercato e della Compagnia.

Open-F@b Call4Ideas 2019: i progetti vincitori

MIDORI

Midori ha realizzato NED, un vero assistente energetico di casa in grado di riconoscere quanta energia consumano gli elettrodomestici di casa usando un solo semplice strumento di misura a batteria connesso al quadro elettrico. NED da subito impara le abitudini di consumo delle persone che abitano l’appartamento e propone, su un’app per smartphone, giorno dopo giorno. indicazioni personalizzate su come ridurre inutili sprechi di energia ed essere più consapevoli nell’uso di un bene tanto importante come l’energia.

Progetto – Innovazione, Semplicità, Consapevolezza

NED è un sistema di monitoraggio dei consumi elettrici domestici in grado di riconoscere l’utilizzo e l’attività dei principali elettrodomestici di casa usando un solo strumento di misura: un misuratore di corrente a batteria da installare al quadro elettrico in totale sicurezza e semplicità.

Human Data Science factor

NED è la scatola nera di casa. Attraverso l’intelligenza del suo cervello IA è in grado di ottenere dati sul consumo energetico degli elettrodomestici, il loro stato di salute e molto altro, fino ad ora inaccessibili. L’analisi di questi dati, ed i servizi digitali ad essi connessi, consentono all’utente di NED di essere consapevole di come usa l’energia di casa e di accrescere la propria cultura al risparmio energetico attraverso continui riscontri oggettivi e stimoli positivi. La sostenibilità è un valore e va perseguita con un approccio data-driven.

Team

Christian Camarda, Davide Comba, Awet Abraha Girmay, Virginia Vassallo, Francesca De Santis

HEALTHY VIRTUOSO (VINCITORE ANCHE DEL PREMIO SOCIAL)

Virtuoso incentiva, remunera e premia le persone che si impegnano a mantenere uno stile di vita salutare.

Grazie ad un forte connubio tra psicologia comportamentale, gamification e big data e alla connessione con più di 20.000 applicazioni per la salute, ogni giorno gli utenti hanno la possibilità di ottenere dei crediti utili per sbloccare voucher, sconti e premi messi in palio da Virtuoso o dai propri partner commerciali. Attivo in 115 paesi, Virtuoso ha ottenuto più di 120.000 download con meno di 15.000€ investiti in marketing dimostrando un fortissimo tasso di engagement e miglioramento da parte degli utilizzatori.

Progetto – Engagement, scalabilità, prevenzione della salute

Virtuoso è un’innovativa applicazione che, attraverso un profondo connubio tra psicologia comportamentale, gamification e big data provenienti da oltre 20.000 applicazioni connesse all’app (per fitness, benessere e per salute), incentiva e remunera le persone che si impegnano ad adottare e mantenere uno stile di vita salutare.

Human Data Science factor

Attraverso la psicologia comportamentale, Healthy Virtuoso è in grado non solo di coinvolgere e motivare le persone, ma anche di raccogliere in real time i dati comportamentali dei suoi utilizzatori, da oltre 20.000 sorgenti dati per la salute, per il fitness o per il lifestyle, aiutando così le aziende a conoscere meglio le abitudini dei propri clienti e abilitandole ad offrire in maniera del tutto automatizzata il miglior servizio, per la miglior persona nel miglior momento (sia esso assicurativo, di salute o comportamentale).

Team

Andre Severino, Lorenzo Asuni, Carlo Buccoli, Flavio Filoni, Nicola Tardelli, Claudio Sabia.

Final Challenge: un evento anche social

Svoltasi negli spazi della Fondazione Feltrinelli di Milano, la Final Challenge ha visto confrontarsi i 12 finalisti con i loro progetti sul tema dell’Human Data Science. I loro pitch sono stati votati in tempo reale da una giuria di esperti e il pubblico in sala attraverso un’app. In linea con il carattere innovativo di BNP Paribas Cardif, il format rinnovato di quest’anno di Open-F@b Call4Ideas 2019 ha previsto anche la scelta di un vincitore Social votato, per il progetto più apprezzato, tramite la piattaforma Facebook. Per la prima volta, infatti, gli utenti del web hanno potuto seguire tutta l’avvincente battle con una diretta live sulla pagina corporate Facebook della Compagnia. Chiunque ha, così, potuto utilizzare il canale social per esprimere con un “like” la propria preferenza, collaborando in modo diretto a individuare le idee maggiormente innovative e utili.

Open-F@b Call4Ideas, un percorso duraturo di open innovation

Open-F@b Call4Ideas si conferma un appuntamento importante e atteso per tutti gli innovatori di realtà italiane ed estere. Dal 2014 sono state proposte in totale oltre 350 candidature – la metà provenienti dall’estero -, selezionate più di 70 idee innovative, che hanno portato a diverse collaborazioni industriali con un investimento di circa un milione di euro in totale.

Un caso unico in Italia per longevità dell’iniziativa, per efficacia e concretezza, come è stato anche sottolineato nel corso dell’evento di ieri da Isabella Fumagalli, che ha evidenziato anche il lavoro interno all’organizzazione per concepire nuovi temi come la ‘human data science’ (temi che devono tradursi poi in soluzioni per i clienti); e da Andrea Rangone, che ha sottolineato la serietà con la quale BNP Paribas Cardif l’iniziativa, che si è espressa anche nella call di quest’anno dedicata a un tema estremamente importante oggi come i dati.

Anche per il 2019 il contest vede la collaborazione di Medici powered by Let’s Talk Payments LCC, società di advisory e scouting di startup insurtech e fintech a livello globale. Tutti i finalisti verranno inseriti nel database di Medici e riceveranno un pacchetto di servizi di marketing a loro dedicati. Inoltre, le startup finaliste in cerca di fondi fino a un round di Serie A+ saranno presentate a C Entrepreneurs Fund, il fondo venture capital di BNP Paribas Cardif che con Cathay Innovation ha l’obiettivo di accelerare l’innovazione della Compagnia attraverso investimenti in start-up.

L’articolo Midori e Healthy Virtuoso vincono la 6a edizione di Open-F@b Call4Ideas di BNP Paribas Cardif proviene da InsuranceUp.


Roberto Ascione (Healthware) “La digital health è il futuro della salute”

Un recente report di Acumen Research and Consulting stima il valore del mercato globale della digital health in circa 511 miliardi di dollari entro il 2026, con una crescita esponenziale nei prossimi anni. L’industria include tecnologie di mobile health, telemedicina, soluzioni per migliorare l’efficienza delle organizzazioni sanitari, tecnologie cloud.

La percezione di tutto questo, per i non addetti ai lavori, è spesso molto sfumata e la crescita esponenziale di cui si parla è determinata dal fatto che la strada della digital health fino all’ultimo ‘paziente’ del pianeta è ancora lunga.

Tuttavia, la digital health è già entrata nelle nostre vite più di quanto si pensi: le cartelle sanitarie digitali, lo smartwatch che monitora il nostro cuore, il video-consulto medico, l’app che ci aiuta a mangiare più sano, a fare sport, a dormire meglio, per elencare alcune delle cose più comuni.

Non vi è dubbio che la sanità e la salute personale siano settori in cui l’arrivo delle nuove tecnologie, software e hardware, stanno contribuendo a realizzare un cambio di paradigma, un salto epocale, possiamo ben dire. Che non è limitato agli avanzamenti nella medicina, anch’essi molto legati al digitale, ai dati, a internet e via dicendo; si tratta proprio di nuove opportunità di assistenza e cura delle persone, che rendono il sistema salute più efficace, accessibile, umano, sostenibile.

Il sistema sanitario (pubblico e privato) si è sempre destreggiato tra due, fino a oggi, opposte esigenze: dare il servizio e far quadrare i conti. Conti che nel sistema sanitario sono enormi. La digital health può riuscire a far trovare la quadra, facendo tornare i conti e migliorando il servizio sanitario. E può riuscirci perché nel digital health, come in altri settori ‘digital’, alla fine la tecnologia è solo uno strumento, potente, ma uno strumento, che abilita anche nuovi modelli di business, nuovi player, nuovi ecosistemi.

Tra i player più rilevanti dello scenario digital health internazionale c’è Healthware, società nata in Italia dall’iniziativa di Roberto Ascione, basata a Salerno e con uffici principali a Milano, Londra e New York, che opera nella consulenza strategica, dei progetti, applicazioni e servizi innovativi per il settore della salute e sta espandendo già da alcuni anni la sua offerta nell’ambito della digital health e, più recentemente, dei digital therapeutics. Lo scorso gennaio ha raccolto 10 milioni di euro di investimenti venture capital da FII Tech Growth (Fondo italiano d’investimento) proprio per finanziare i suoi sviluppi e la sua crescita.

Cosa fa Healthware

“Healthware si occupa di digital health da molto tempo, siamo nati in Italia oltre 20 anni fa, ora siamo presenti in diversi paesi in Europa e negli Stati Uniti. – ci racconta Ascione – In sintesi, l’idea di Healthware è quella di applicare tecnologia, data science, innovazione, al miglioramento della salute delle persone, quindi noi supportiamo medici, aziende del settore life science, startup, consumatori di salute, cioè pazienti, e più recentemente il mondo dell’health insurance, aiutandoli a utilizzare queste tecnologie per creare soluzioni, esperienze, in generale risolvere problemi che la salute delle persone ha e che le tecnologie possono sicuramente migliorare”.

Da circa un anno Healthware è entrato anche a far parte dell’ecosistema salute BNP Paribas Cardif, con cui sta collaborando per lo sviluppo di nuove soluzioni in ambito digital health.

“Noi di Healthware pensiamo che il mondo assicurativo possa avere un grande ruolo nello sviluppo della salute digitale, anche in Paesi che hanno una struttura sanitaria di stampo sociale come l’Italia o la Francia, per esempio. – spiega Ascione – Perciò siamo molto contenti della partnership con BNP Paribas Cardif che ha iniziato un percorso nel settore della digital health e dell’health insurance e con cui stiamo sviluppando una serie di concept innovativi rispetto all’utilizzo delle tecnologie sia da un punto di vista della gestione di alcune patologie, sia da un punto di vista della gestione di quella che noi chiamiamo ‘consumer health’, ovvero la gestione preventiva della salute in persone che non hanno ancora patologie e che, appunto con il supporto di soluzioni digital health, possono evitare di averne”.

Come cambierà il sistema salute con la digital health? Quali saranno i vantaggi?

“Io credo che la digital health cambierà profondamente la gestione della salute. Siamo abituati a una medicina uguale per tutti, o che ragiona per grandi gruppi di individui. L’avvento del digitale nella salute offre una grande opportunità di personalizzazione: la grande disponibilità di dati offre la possibilità di adattamento di una serie di soluzioni al bisogno del singolo individuo. Poiché la nostra salute è molto variabile individualmente, questa personalizzazione della medicina, dei trattamenti, delle cure ci aspettiamo che darà grandi risultati.

Sotto un altro punto di vista, con la digital health ci sarà una maggiore sostenibilità dei sistemi sanitari, in questo momento particolarmente gravati da un accesso indiscriminato ai sistemi stessi e da processi poco efficienti: se da un lato il nuovo approccio alla salute promosso dalla digital health ci aiuterà a essere più sani e quindi dover ricorrere meno al sistema sanitario, dall’altro il paziente troverà un sistema più efficiente, perché i sistemi sanitari potranno utilizzare meglio i dati, le informazioni di cui dispongono, per snellire i processi, permettere al paziente un accesso ‘più rapido, nel posto giusto, al momento giusto’.

Ci sono, dunque, due piani di vantaggi, quelli da un punto di vista individuale e quelli da un punto di vista ‘economico’ più generale, di sostenibilità dei sistemi sanitari”.

Quando si parla di dati, non si può tralasciare quanto riguarda gli aspetti etici. Il vostro partner BNP Paribas Cardif è molto sensibile su questo argomento, ha abbracciato un approccio etico all’uso dei dati che mira soprattutto a utilizzare i dati stessi per ‘restituire valore’ al cliente. La sua call di open innovation Open-F@b Call4Ideas 2019 è stata dedicata alla Human Data Science.

“Il concetto che BNP Paribas Cardif sta portando avanti con la Human Data Science è molto interessante e molto vicino anche al nostro pensiero, al nostro background in Healthware. Non a caso nel mio recente libro ‘Il futuro della salute’ parlo di come la tecnologia porterà a umanizzare le cure, non avremo una fredda tecno-medicina, ma un aumento di empatia, di umanizzazione, grazie alla maggiore personalizzazione e anche al maggior tempo che i medici avranno a disposizione per dedicarsi ai pazienti. Il tema della Human Data Science è centrale, è un pilastro su cui si costruisce la promessa della digital health, quella di migliorare l’accesso e la personalizzazione delle cure, anche di patologie croniche; i dati sono parte del motore che renderà questo possibile.

I temi dell’etica e della privacy sono l’altro pilastro: la data ethics è molto importante in ogni settore, ma forse ancora di più in ambito salute, la salute è quanto di più personale possiamo avere e i dati sono particolarmente sensibili.

Da questo punto di vista in Europa siamo fortunati, un passo avanti rispetto ad altre parti del mondo, perché il GDPR ha fornito un framework di riferimento utile non solo ai singoli individui, ma anche per gli operatori che fanno innovazione, perché ha chiarito quali sono i procedimenti da seguire per rispettare degli standard di sicurezza piuttosto elevati.

Eppur vero, che tutti noi abbiamo in qualche modo imparato a trovare un compromesso tra l’utilizzo dei nostri dati da parte di terzi e il valore che ne ricaviamo in cambio: credo che l’ambito salute sia quello in cui possiamo ricavare maggior valore e in cui come individui dovremo accettare qualche compromesso, se dall’altra parte c’è un’azienda che rispetta le normative vigenti e restituisce valore.

Io sono positivo da questo punto di vista, è chiaro che ci saranno delle problematiche durante il percorso ma abbiamo la cornice normativa, un grande livello di sensibilità, una condivisione della dimensione ‘etica’ dell’utilizzo dei dati. La digital health è il futuro della salute”.

Roberto Ascione interverrà con la presentazione “Data-driven medicine will humanize healthcare” all’evento ‘Final Challenge’  di BNP Paribas Cardif, in cui saranno premiati i vincitori dell’edizione 2019 di Open-F@b Call4Ideas,  dedicata alla Human Data Science. Appuntamento a Milano il prossimo 21 novembre, qui la pagina con l’agenda e il form di registrazione.

L’articolo Roberto Ascione (Healthware) “La digital health è il futuro della salute” proviene da InsuranceUp.


I Big Data nelle assicurazioni, tra opportunità e approccio etico

I Big Data, nelle assicurazioni, sono un tema centrale, che oggi pone diverse sfide, ma presenta enormi opportunità. Le Compagnie hanno accesso a dati granulari come mai prima, ognuno di noi quotidianamente produce dati, un’enorme quantità di dati, consapevolmente (carte di credito, social, le app, ricerche online, messaggistica, email, foto, video, wearable); ma anche inconsapevolmente, attraverso cartelle cliniche digitali e pratiche amministrative e di vario genere digitalizzate che ci riguardano. E non sono solo le persone a generare dati, sono anche le aziende, le organizzazioni pubbliche e private, gli oggetti connessi, a cominciare dai nostri smartphone. I dati sono informazioni in formato digitale e ne generiamo talmente tanti che non esiste stima davvero attendibile, sono tutte necessariamente approssimative. IDC nel 2013 in uno studio per EMC prevedeva che nel 2020 la produzione raggiungerà circa 44 zettabyte a livello mondiale, ogni persona ne genererà 1.7 megabytes ogni secondo; ma uno stesso studio più recente (2018) di IDC per Seagate, parla addirittura di 175 ZB entro il 2025, oltre il 60% di crescita all’anno.

Sono numeri che impressionano anche quando non se ne coglie appieno la dimensione, ma possiamo dire che si tratta di una crescita esponenziale.

IDC fa un esempio per far comprendere la misura di 175 ZB (l’intera Global Datasphere) e dice: se si fosse in grado di memorizzare 175 ZB su DVD, allora si avrebbe una pila di DVD che ci potrebbe portare alla luna 23 volte o intorno alla Terra 222 volte.

Definizione di big data

I big data sono tutte le informazioni in formato digitale, sono enormi volumi di dati eterogenei per fonte e formato, che possono essere raccolti, immagazzinati e attraverso appositi software analizzati, diventare conoscenza e valore.

Secondo la maggior parte degli esperti, i big data sono caratterizzati da determinate caratteristiche. Nel 2001, Doug Laney, allora vice presidente e Service Director dell’azienda Meta Group, descrisse in un report il Modello delle 3V relativo alle 3V dei Big Data: Volume, Velocità e Varietà. Oggi il paradigma di Laney è stato arricchito dalle variabili di Veridicità e Valore e per questo si parla di 5V dei Big Data

Cosa significano le 5V dei Big Data

Volume – Il volume si riferisce alla grande quantità di dati generati ogni secondo. I set di dati sono diventati troppo grandi per essere gestiti, archiviati e analizzati utilizzando la tradizionale tecnologia di database, oggi si utilizzano sistemi distribuiti, dove parti dei dati sono memorizzati in luoghi diversi, collegati in rete e riuniti da software.

Velocità – Si riferisce alla velocità con cui vengono generati nuovi dati e alla velocità con cui i dati si muovono. Basti pensare ai post dei social media che diventano virali in pochi minuti, alla velocità con cui un’email o un messaggio raggiunge il destinatario o alle transazioni con carta di credito, ai millisecondi necessari ai sistemi di trading per analizzare i social media per raccogliere segnali che innescano decisioni di acquisto o vendita di azioni.

Varietà – Si riferisce ai diversi tipi di dati che possiamo utilizzare. In passato ci si limitava a dati strutturati che potevano essere inseriti in tabelle o database relazionali come i dati finanziari (ad esempio, vendite per prodotto o regione). Oggi la maggior parte dei dati è destrutturato, cioè eterogeneo – foto, video,  audio, testi, output di sensori o iot, aggiornamenti dei social media. Con le tecnologie big data oggi è possibile sfruttare anche questo tipo di dati destrutturati e riunirli con dati più tradizionali e strutturati, per ottenere ‘risposte’, indicazioni, previsioni, conoscenza.

Veridicità – Si riferisce sia alla confusione che all’affidabilità dei dati. Con i dati destrutturati, la qualità e l’accuratezza sono meno controllabili, ad esempio i post di Twitter con hashtag, abbreviazioni, errori di battitura e discorsi colloquiali a volte non sono affidabili. Ma i volumi spesso compensano la mancanza di qualità e precisione.

Valore – Si riferisce alla nostra capacità di estrarre dall’analisi dei dati elementi utili per migliorare il business, un servizio, la nostra salute, e qualsiasi altro contesto in cui determinate informazioni possono avere un impatto decisionale positivo. Molti definiscono il valore anche monetizzazione, che è corretto, ma insufficiente a capire la portata che l’analisi dei dati può avere nella qualità della vita e in diversi contesti in cui il valore non è solo economico, ma qualcosa di diverso come la salute, la sostenibilità ambientale, la ricerca, la sicurezza, la giustizia.

Secondo Bernard Marr (esperto di dati e autore del libro ‘Big Data – Using Smart Big Data, Analytics and Metrics To Make Better Decisions and Improve Performance) la V di Valore è l’unica che ha veramente importanza. Se i dati non vengono utilizzati, gestiti e capiti, non si trasformano in conoscenza, che in ultima analisi è ciò che serve per prendere decisioni più consapevoli, in ambito business e non solo. Dalla personalizzazione della comunicazione con il cliente all’efficientamento dei processi produttivi, passando per la gestione dei flussi e delle emergenze, i Big Data Analytics hanno un impatto in tutti i processi.

L’impatto dei Big Data

L’uso dei dati oggi sta trasformando il nostro modo di vivere e lavorare, sta trasformando le nostre economie. Le aziende di tutto il mondo utilizzano i dati per trasformarsi e diventare più agili, migliorare l’esperienza dei clienti, introdurre nuovi modelli di business e ottenere vantaggio competitivo. I consumatori vivono in un mondo sempre più digitale, che dipende dai canali online e mobili per connettersi con amici e familiari, accedere a beni e servizi, e gestire quasi ogni aspetto della loro vita, anche mentre dormono. Gran parte dell’economia di oggi si basa sui dati, anche in un settore come l’agricoltura, e questa dipendenza non potrà che aumentare in futuro, poiché le aziende catturano, catalogano e immagazzinano dati in ogni fase della loro catena di fornitura; le imprese raccolgono grandi quantità di dati dei clienti per fornire maggiori livelli di personalizzazione; e i consumatori integrano social media, intrattenimento, cloud storage, e servizi personalizzati in tempo reale nei loro flussi di vita. La conseguenza di questa crescente dipendenza dai dati sarà una continua espansione delle dimensioni della Global Datasphere.

Sul fronte del business, i settori che possono maggiormente trarre benefici dai big data sono: Banche, Manifatturiero, Telco e Media, Intrattenimento, Sanità, Servizi, Retail/GDO, Utility, Assicurazioni, Agricoltura, Marketing e comunicazione, Formazione, Education.

L’unico ‘ostacolo’ all’utilizzo dei dati da parte delle varie industrie, ma in particolare quelle che sviluppano business con l’utente finale, è costituito dai limiti imposti da questioni di privacy e tutela del consumatore, questioni che vanno risolte a monte con l’intervento del legislatore che a livello europeo ha adottato, per esempio, il GDPR. Ma la regolamentazione non è uguale in tutto il mondo.

Quali Big Data nelle assicurazioni: data enrichment

Le assicurazione sono un settore da sempre basato sull’uso di dati, necessari per una valutazione del rischio, e la conseguente fissazione del premio, quanto più accurata possibile. L’elaborazione dei dati dell’attività assicurativa ha tradizionalmente riguardato dati demografici, dati sull’esposizione o dati comportamentali, ma oggi, queste serie di dati tradizionali sono sempre più spesso combinate con nuovi tipi di dati, come i dati dell’internet degli oggetti (Internet of Things – IoT), i dati che arrivano dai social network e i comportamenti online, i dati dei conti bancari e delle carte di credito, al fine di effettuare analisi più sofisticate e complete, in un processo comunemente noto come “data enrichment”. Che attraverso intelligenza artificiale e analytics, forniscono alle Compagnie lo strumento per rivoluzionare processi, costi operativi, offerte, relazione con il cliente.

I Big Data possono aiutare le Compagnie in diversi modi:

Valutazione del rischio e fissazione dei premi. Un esempio applicativo sotto gli occhi di tutti è in ambito polizze auto, dove attraverso i dati ulteriori forniti dalle black box è oggi possibile per le Compagnie ridurre il premio, fare sconti o addirittura fornire polizze usage-based;

–  Conoscere meglio i clienti e le sue esigenze. L’analisi dei dati offre una comprensione più profonda del comportamento dei clienti, di ciò che cercano con le polizze assicurative, di potenziali problemi che possono causare attriti, dei canali più efficaci per raggiungerli e così via; ciò significa in definitiva migliorare l’acquisizione di nuovi clienti, la soddisfazione e la fidelizzazione;

Realizzare nuovi modelli di distribuzione – assistenti virtuali, robot-consulenti e chatbot migliorano le interazioni con i clienti e rendono il marketing più mirato;

– Innovare il modello di business. I Big Data permettono alle Compagnie di ottimizzare e automatizzare i processi, riducendo costi e migliorando l’efficacia; ma soprattutto di agire in un’ottica di preventive insurance, aiutando il cliente a prevenire il danno piuttosto che occuparsi del mero risarcimento; di personalizzare servizi e pricing, di creare modelli alternativi come le polizze peer-to-peer,  on demand, micropolizze, ecc.;

Claim management. La gestione dei sinistri è uno degli ambiti che possono trarre vantaggio dai Big Data, sia in riferimento alla customer experience, sia rispetto alla riduzione delle frodi e dei costi operativi.

Le Assicurazioni stanno già utilizzando i Big Data, ma la situazione è leggermente diversa nei diversi rami.
Per esempio, nelle assicurazioni Vita e Salute, l’utilizzo di nuove fonti di dati (come i wearable) e i software di data analytics, permettono di sviluppare nuovi modelli assicurativi che non solo possono essere più mirati, ma incoraggiano anche i consumatori a migliorare il proprio stile di vita offrendo sconti a coloro che realizzano comportamenti più virtuosi. Tuttavia, in questi ambiti l’utilizzo di Big Data pone anche questioni circa la tutela della privacy, la sicurezza e l’etica.

La situazione è più semplice per il ramo danni, dove tali problemi relativi all’uso dei dati pongono meno problemi, in quanto si tratta spesso di dati crittografati (quelli dei GPS usati per le assicurazioni auto, per esempio) o in ogni caso dati meno afferenti la sfera personale, quindi dati non sensibili.

Un ambito in cui si sta verificando un’ampia applicazione di Big Data e tecnologie AI è quello del Travel Insurance. Il prezzo relativamente basso della polizza rende l’assicurazione viaggio una decisione piuttosto rapida e le tecnologie possono accelerare l’interazione con i clienti, fornire prodotti e servizi più personalizzati, automatizzare la comunicazione semplice, migliorare la soddisfazione del cliente e configurare rapidamente l’offerta più vantaggiosa.

Big Data in ambito salute

In ambito salute, l’approccio data-driven cambia radicalmente la prospettiva di servizi e soluzioni anche per le assicurazioni. La salute è un bene primario ad ogni latitudine e l’attenzione a questo tema è affidata a differenti entità pubbliche e private, oltre naturalmente al coinvolgimento della persona in prima persona. Il sistema sanitario è anche molto complesso, tradizionalmente afflitto da problemi di costi, di efficienza ed efficacia.

Le tecnologie Big Data nell’Healthcare possono condurre a numerosi benefici rispetto a tutti questi tipici, annosi problemi. Ma non solo, i big data permettono finalmente di spingere e fare leva sulla prevenzione come mai prima. Proprio in questa direzione stanno andando anche le assicurazioni, ribaltando la loro tradizionale posizione di risarcimento in caso di malattia verso un supporto alla prevenzione della malattia.

Grazie all’utilizzo di Big Data analytics e di sistemi digitali di monitoraggio della salute (wearable, tracker, dispositivi medici di nuova generazione, app), le assicurazioni possono oggi cambiare pelle ed avere un ruolo attivo nell’ecosistema della salute, rinnovando i propri modelli di business e la proposizione al cliente.

Come si evolve la Data Science

La Data Science è un settore interdisciplinare che utilizza metodi scientifici, processi, algoritmi e sistemi per estrarre valore dai dati. I data scientist combinano le competenze in varie discipline, tra cui statistica, informatica ed economia aziendale, per analizzare i dati raccolti dal Web, dagli smartphone, dai clienti, dai sensori e da altre fonti. Sempre di più il team data science delle aziende includerà profili umanistici, come psicologi, filosofi, antropologhi, comportamentisti, così come esperti di neuroscienze.

Perché?

Si è oramai capito che la raccolta e la gestione dei dati non può essere un ‘far west’, soprattutto laddove si parla di dati personali e sensibili: come dicevamo all’inizio, ognuno di noi quotidianamente produce dati, consapevolmente o inconsapevolmente. In questa prima decina di anni di boom della ‘data economy’ i limiti imposti alla privacy e al trattamento dati sono stati davvero pochi e i big data hanno già rivelato il loro lato oscuro. Pochi concreti vantaggi per gli utenti. L’Europa è stata pioniera con il GDPR di una regolamentazione standardizzata, ma in altri Paesi del mondo non ci sono ancora grandi limiti. Lo Stato della California, la terra delle tech company, ha da qualche mese approvato (sarà pienamente operativo nel 2020) una legge che si ispira al GDPR, il California Consumer Privacy Act. Un deciso passo avanti.

La legge, tuttavia, con i suoi tempi e le sue esigenze di contemperanza di diversi interessi, non riuscirà a stare al passo con lo sfruttamento dei dati e con le continue evoluzioni tecnologiche, è pertanto un bene che stia emergendo il cosiddetto ‘ethical approach’, l’approccio etico ai dati, che le aziende scelgono se fare proprio a prescindere da quanto la legge richiederebbe.

L’approccio etico ai dati richiede alle aziende trasparenza, equità e un utilizzo che abbia quale fine ultimo il miglioramento dei servizi in ottica customer centric, capace di restituire reale valore al cliente finale.  E’ una transizione importante che porta un campo prettamente tecnico, quello della Data Science tradizionale, all’integrazione con le Scienze Umane, che da un lato aiutano a capire e interpretare i dati stessi e li rendono più aderenti alla vita reale, cogliendo anche aspetti emotivi e irrazionali; dall’altro aiutano a coltivare l’etica dei dati e supportare decisioni aziendali profittevoli ma responsabili.

L’articolo I Big Data nelle assicurazioni, tra opportunità e approccio etico proviene da InsuranceUp.


Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze

Generazione Z: un futuro che guarda al passato” è il nome della ricerca commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, e condotta dall’istituto di ricerca AstraRicerche, che ha voluto approfondire la cosiddetta Gen Z, quella che segue i Millennials.
La prima Generazione che non ha conoscenza diretta del Novecento, che rifugge Facebook, che non aspira a fama e successo, adora la famiglia, è contro gli sprechi e insegue l’amore. Quelli per i quali ‘papà batte Ronaldo 1.0’.
La ricerca di BNP Paribas Cardif offre un viaggio attraverso la Gen Z che offre sorprese e spunti di riflessione, indagando il loro ‘stare al mondo’ attraverso i rapporti della sfera sociale, la relazione con la tecnologia e l’informazione, le abitudini di consumo, la mobilità, il tempo libero, il lavoro e le loro aspettative sul futuro.
La Gen Z, che rappresenta ben l’11% della popolazione italiana, non è superficiale come in tanti credono, tutt’altro: sono i valori autentici a contare veramente, quelli della famiglia e delle amicizie che, sorprendentemente, non sono quelle digitali.
“Ci siamo trovati di fronte a dei giovanissimi nativi digitali concreti e con le idee chiare, dove il mondo virtuale è una ‘normalità’ che non soppianta i valori tradizionali, come la famiglia e gli amici, e quelli nuovi, come l’inclusione e la sostenibilità. – dice Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif e Coordinatore di BNP Paribas International Financial Services (IFS) per l’Italia – Per la nostra Compagnia l’ascolto è il primo strumento per rispondere in maniera efficace ai cambiamenti sociali con soluzioni sempre più accessibili e orientate alle persone. Dopo Millenials e Over 65 ci interessava comprendere la Generazione Z che rappresenta il target del futuro. La nostra sfida, sarà offrire prodotti innovativi e nuovi modelli di servizio in una logica digitale che tenga sempre conto della componente esperienziale e dell’impatto sociale positivo.”

Ma vediamo con ordine cosa è emerso dall’indagine molto completa di AstraRicerche.

Sfera sociale

Pur non avendo la ricetta per la felicità, il 60% dei giovani della generazione Z si dichiara felice, soprattutto gli uomini e la fascia tra i 14 e i 18 anni e chi vive nei grandi centri. Ma c’è anche un quarto di loro al di sotto della sufficienza. Per essere felici l’importante è stare bene con se stessi (84%) e sentirsi bene fisicamente (82%), ma anche avere un clima sereno in famiglia (80%). Oltre alla famiglia, l’amicizia è un valore fondamentale e gli amici veri sono le persone che si frequentano durante il tempo libero (74%), i compagni di scuola o i colleghi di lavoro (58%) e solo in misura minore le persone conosciute sui social e poi frequentate nella vita reale (37%). Decisamente pochi coloro che indicano le amicizie solo virtuali (26%). Tradizionali nella scelta dei modelli di riferimento, i giovanissimi si lasciano ispirare soprattutto dai genitori (55%), ancora di più i giovani tra i 19 e i 24 anni, dagli amici (44%), soprattutto gli under 19, e dalle persone del proprio quotidiano (37%) o da altri familiari (35%). Contrariamente alle aspettative, al di fuori della propria rete di conoscenze, i personaggi dello spettacolo, con il 35%, e gli sportivi, con il 30%, superano i nuovi potenziali punti di riferimento come chef (19%), fashion blogger (21%) e influencer (23%). La famiglia si conferma in cima alle priorità di questa generazione (56%), soprattutto per la parte femminile delle intervistate, ma anche l’amore (47%), la salute (42%) e l’amicizia (41%) superano nettamente il lavoro (31%) e la scuola (21%). La fama, il successo, l’essere influencer contano davvero pochissimo; solo il 6% le ha come priorità. I centennials sono una generazione inclusiva, attenta all’ambiente e aperta alla diversità (soprattutto le donne per il 67%). Per loro, infatti, si tratta di valori acquisiti che fanno parte del loro quotidiano, del loro modo di essere, di pensare e di vivere. Il 66% effettua la raccolta differenziata, sono attenti agli sprechi di ogni genere (60%) ed è aperta al confronto con l’altro, con ciò che è diverso e che, dunque, può far crescere e arricchire (60%), e questo vale soprattutto per le donne o chi vive nelle grandi città. Una generazione attiva (solo il 9% non studia e non lavora) che si trova a essere più esposta a fenomeni sociali come il bullismo, con oltre la metà che afferma di aver subito a scuola o sul lavoro discriminazioni, soprattutto per la propria salute e forma fisica (51%). Un problema, quest’ultimo, che riguarda principalmente le donne.

Assicurazioni

La ricerca ha indagato anche il rapporto della Generazione Z con le assicurazioni. In generale ben il 65% ne possiede almeno una stipulata da loro o dai propri genitori; più gettonate quelle legate alla mobilità (31%), alle polizze vita (19%) e alla casa (19%). Alta anche la percentuale di chi copre il proprio viaggio con un’assicurazione (69%) tra salute, volo, valigia o viaggio stesso. Sulle polizze per coprire i device da eventuali danni o furti, questa generazione dichiara di conoscerne l’esistenza (81%), con il 21% che già la possiede. Ma nonostante la rete possa essere un terreno rischioso a livello reputazionale, più della metà non conosce le assicurazioni legate alla digital reputation (55%) e buona parte, pur conoscendole, dichiara di non esserne interessato (23%).

Device

Per quanto riguarda il mondo digitale, la ricerca conferma in gran parte l’opinione diffusa: gli smartphone sono il vero device di questa generazione (93%) e l’alternativa è il laptop (75%), mentre tablet e desktop vengono superati anche dalle consolle per giocare e lo smartwatch è scelto solo da uno su cinque, soprattutto tra gli uomini. Ovviamente, dovessero scegliere un solo dispositivo da portare con sé non avrebbero dubbi e sceglierebbero sempre lo smartphone (l’87%). Le opinioni sulla giusta spesa per uno smartphone sono variegate: per il 44% più di 500 euro, per il 38% una cifra ragionevole è tra i 200 e i 500 euro mentre per il 28% meno di 200 euro. Quasi la metà non ritiene di dover cambiare spesso cellulare e lo fa quando smette di funzionare (46%), mentre solo il 6% lo sostituisce ogni anno o più spesso. Sono soprattutto le donne ad essere più legate allo smartphone, anche se spendono meno per acquistarlo e lo cambiano anche con minore frequenza. Quali sono le App più utilizzate dalla generazione Z? Svettano quelle per vedere video (76%) e ascoltare musica (67%) e a seguire quelle per fare acquisti (63%) e vedere programmi (57%). Ancora poco utilizzate le App per la salute, l’alimentazione, per prenotare ristoranti e per informarsi.

Social network

Nel mondo dei social media WhatsApp, in assoluto (89%), e Instagram (82%) sono i padroni indiscussi, distanziando di gran lunga Facebook (72%), che tiene di più tra gli over 19 e tra le donne. Gli altri canali social sono naturalmente presenti ma in percentuale nettamente minore. Tik Tok raggiunge il 10%. Nonostante siano presenti sui social, i giovani nati tra il 1995 e il 2010 non sono molto attivi: il 35% entra raramente e si limita a qualche like. Al contrario, solo il 32% si definisce particolarmente attivo anche se meno di uno su cinque è creatore di contenuti originali. Come comunicano? Ben sei su dieci lo fanno prevalentemente con foto, preferite al testo (26%); meno con video (6%) e messaggi vocali (4%). Quasi uno su due ha postato contenuti di cui si è poi pentito (47%) e oltre la metà (52%) ha visto contenuti non graditi pubblicati da altri. Pur vivendo connessi, i giovani della Gen Z sono poco consapevoli e interessati alla reputazione digitale, hanno una debole percezione della delicatezza del tema e limitano il problema con le impostazioni sulla privacy dei diversi social network. Sempre restando in ambito di rischi legati al mondo digitale, accanto al fenomeno del bullismo diventa sempre più significativo il dato sul cyber bullismo: il 42% ha subito o visto subire episodi legati a questa sempre più diffusa problematica.

Informazione e tempo libero

Nel tempo libero ascoltare musica è la prima grande passione dei giovanissimi (78%), che amano viverla anche in maniera esperienziale preferendo i concerti alla discoteca (solo il 31%). Seguono le serie e i film visti in tv o tramite altri devices (74%), e il tempo trascorso con gli amici, sia uscendo con loro (65%) sia chattando a distanza (65%). Il cinema resta un piacevole passatempo (49%), così come leggere un buon libro (45%) e praticare sport è preferibile al seguirlo da tifoso.

Lavoro e futuro

Dalla ricerca emerge il profilo di persone proattive, dato che ben il 32% già lavora, con un’attesa professionale futura tendenzialmente positiva: se è vero che più della metà (51%), e soprattutto nelle grandi città, si vede con un lavoro stabile e da dipendente, quasi il 30% si vede impiegato in un’attività autonoma e dinamica, come free lance, consulente o in una start-up. Solo il 20% pensa che avrà un lavoro precario e incerto o addirittura che non riuscirà a trovare un’occupazione. Il dove resta l’aspetto più delicato, dato che solo il 57% pensa di restare nel Bel Paese, mentre il 30% si immagina in Europa e il 13% addirittura in un altro continente. Una vera fuga di cervelli.

Consumi

Parlando di consumi, anche una generazione multi-social come la Z, preferisce lo shopping esperienziale e dunque i negozi (40%) agli acquisti on-line (34%). Ma in questo caso il genere conta, poiché le donne preferiscono in assoluto il negozio mentre gli uomini l’on-line. Quasi l’80% di chi compra sul web acquista beni fisici (abbigliamento, elettronica, ecc.), ben più che servizi (54%). Ma da chi sono influenzati nei loro acquisti? La Gen Z si fa “consigliare” principalmente dagli amici (43%) e dalla famiglia (37%) e pochissimo dagli influencer della rete (21%) come, forse, ci si sarebbe aspettati. Oltre il 40% si sente invece capace di influenzare gli altri negli acquisti, ma senza legarsi ad aziende o brand.

Mobilità

Generalmente si spostano in auto (51%), a piedi (50%) o con i mezzi pubblici (37%). Le due ruote, invece, non sono tra i mezzi preferiti dai giovanissimi, che prediligono comunque la bici (17%) alla moto / motorino (10%). L’utilizzo del car/moto/bike sharing è limitato (anche perché non è presente in molte città) ma tutto sommato anche l’interesse è molto elevato. Fronte viaggi, siamo di fronte ad una generazione che ama viaggiare spesso (46%), in particolare le donne tra i 19 e i 24 anni.

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Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze

Generazione Z: un futuro che guarda al passato” è il nome della ricerca commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, e condotta dall’istituto di ricerca AstraRicerche, che ha voluto approfondire la cosiddetta Gen Z, quella che segue i Millennials.
La prima Generazione che non ha conoscenza diretta del Novecento, che rifugge Facebook, che non aspira a fama e successo, adora la famiglia, è contro gli sprechi e insegue l’amore. Quelli per i quali ‘papà batte Ronaldo 1.0’.
La ricerca di BNP Paribas Cardif offre un viaggio attraverso la Gen Z che offre sorprese e spunti di riflessione, indagando il loro ‘stare al mondo’ attraverso i rapporti della sfera sociale, la relazione con la tecnologia e l’informazione, le abitudini di consumo, la mobilità, il tempo libero, il lavoro e le loro aspettative sul futuro.
La Gen Z, che rappresenta ben l’11% della popolazione italiana, non è superficiale come in tanti credono, tutt’altro: sono i valori autentici a contare veramente, quelli della famiglia e delle amicizie che, sorprendentemente, non sono quelle digitali.
“Ci siamo trovati di fronte a dei giovanissimi nativi digitali concreti e con le idee chiare, dove il mondo virtuale è una ‘normalità’ che non soppianta i valori tradizionali, come la famiglia e gli amici, e quelli nuovi, come l’inclusione e la sostenibilità. – dice Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif e Coordinatore di BNP Paribas International Financial Services (IFS) per l’Italia – Per la nostra Compagnia l’ascolto è il primo strumento per rispondere in maniera efficace ai cambiamenti sociali con soluzioni sempre più accessibili e orientate alle persone. Dopo Millenials e Over 65 ci interessava comprendere la Generazione Z che rappresenta il target del futuro. La nostra sfida, sarà offrire prodotti innovativi e nuovi modelli di servizio in una logica digitale che tenga sempre conto della componente esperienziale e dell’impatto sociale positivo.”

Ma vediamo con ordine cosa è emerso dall’indagine molto completa di AstraRicerche.

Sfera sociale

Pur non avendo la ricetta per la felicità, il 60% dei giovani della generazione Z si dichiara felice, soprattutto gli uomini e la fascia tra i 14 e i 18 anni e chi vive nei grandi centri. Ma c’è anche un quarto di loro al di sotto della sufficienza. Per essere felici l’importante è stare bene con se stessi (84%) e sentirsi bene fisicamente (82%), ma anche avere un clima sereno in famiglia (80%). Oltre alla famiglia, l’amicizia è un valore fondamentale e gli amici veri sono le persone che si frequentano durante il tempo libero (74%), i compagni di scuola o i colleghi di lavoro (58%) e solo in misura minore le persone conosciute sui social e poi frequentate nella vita reale (37%). Decisamente pochi coloro che indicano le amicizie solo virtuali (26%). Tradizionali nella scelta dei modelli di riferimento, i giovanissimi si lasciano ispirare soprattutto dai genitori (55%), ancora di più i giovani tra i 19 e i 24 anni, dagli amici (44%), soprattutto gli under 19, e dalle persone del proprio quotidiano (37%) o da altri familiari (35%). Contrariamente alle aspettative, al di fuori della propria rete di conoscenze, i personaggi dello spettacolo, con il 35%, e gli sportivi, con il 30%, superano i nuovi potenziali punti di riferimento come chef (19%), fashion blogger (21%) e influencer (23%). La famiglia si conferma in cima alle priorità di questa generazione (56%), soprattutto per la parte femminile delle intervistate, ma anche l’amore (47%), la salute (42%) e l’amicizia (41%) superano nettamente il lavoro (31%) e la scuola (21%). La fama, il successo, l’essere influencer contano davvero pochissimo; solo il 6% le ha come priorità. I centennials sono una generazione inclusiva, attenta all’ambiente e aperta alla diversità (soprattutto le donne per il 67%). Per loro, infatti, si tratta di valori acquisiti che fanno parte del loro quotidiano, del loro modo di essere, di pensare e di vivere. Il 66% effettua la raccolta differenziata, sono attenti agli sprechi di ogni genere (60%) ed è aperta al confronto con l’altro, con ciò che è diverso e che, dunque, può far crescere e arricchire (60%), e questo vale soprattutto per le donne o chi vive nelle grandi città. Una generazione attiva (solo il 9% non studia e non lavora) che si trova a essere più esposta a fenomeni sociali come il bullismo, con oltre la metà che afferma di aver subito a scuola o sul lavoro discriminazioni, soprattutto per la propria salute e forma fisica (51%). Un problema, quest’ultimo, che riguarda principalmente le donne.

Assicurazioni

La ricerca ha indagato anche il rapporto della Generazione Z con le assicurazioni. In generale ben il 65% ne possiede almeno una stipulata da loro o dai propri genitori; più gettonate quelle legate alla mobilità (31%), alle polizze vita (19%) e alla casa (19%). Alta anche la percentuale di chi copre il proprio viaggio con un’assicurazione (69%) tra salute, volo, valigia o viaggio stesso. Sulle polizze per coprire i device da eventuali danni o furti, questa generazione dichiara di conoscerne l’esistenza (81%), con il 21% che già la possiede. Ma nonostante la rete possa essere un terreno rischioso a livello reputazionale, più della metà non conosce le assicurazioni legate alla digital reputation (55%) e buona parte, pur conoscendole, dichiara di non esserne interessato (23%).

Device

Per quanto riguarda il mondo digitale, la ricerca conferma in gran parte l’opinione diffusa: gli smartphone sono il vero device di questa generazione (93%) e l’alternativa è il laptop (75%), mentre tablet e desktop vengono superati anche dalle consolle per giocare e lo smartwatch è scelto solo da uno su cinque, soprattutto tra gli uomini. Ovviamente, dovessero scegliere un solo dispositivo da portare con sé non avrebbero dubbi e sceglierebbero sempre lo smartphone (l’87%). Le opinioni sulla giusta spesa per uno smartphone sono variegate: per il 44% più di 500 euro, per il 38% una cifra ragionevole è tra i 200 e i 500 euro mentre per il 28% meno di 200 euro. Quasi la metà non ritiene di dover cambiare spesso cellulare e lo fa quando smette di funzionare (46%), mentre solo il 6% lo sostituisce ogni anno o più spesso. Sono soprattutto le donne ad essere più legate allo smartphone, anche se spendono meno per acquistarlo e lo cambiano anche con minore frequenza. Quali sono le App più utilizzate dalla generazione Z? Svettano quelle per vedere video (76%) e ascoltare musica (67%) e a seguire quelle per fare acquisti (63%) e vedere programmi (57%). Ancora poco utilizzate le App per la salute, l’alimentazione, per prenotare ristoranti e per informarsi.

Social network

Nel mondo dei social media WhatsApp, in assoluto (89%), e Instagram (82%) sono i padroni indiscussi, distanziando di gran lunga Facebook (72%), che tiene di più tra gli over 19 e tra le donne. Gli altri canali social sono naturalmente presenti ma in percentuale nettamente minore. Tik Tok raggiunge il 10%. Nonostante siano presenti sui social, i giovani nati tra il 1995 e il 2010 non sono molto attivi: il 35% entra raramente e si limita a qualche like. Al contrario, solo il 32% si definisce particolarmente attivo anche se meno di uno su cinque è creatore di contenuti originali. Come comunicano? Ben sei su dieci lo fanno prevalentemente con foto, preferite al testo (26%); meno con video (6%) e messaggi vocali (4%). Quasi uno su due ha postato contenuti di cui si è poi pentito (47%) e oltre la metà (52%) ha visto contenuti non graditi pubblicati da altri. Pur vivendo connessi, i giovani della Gen Z sono poco consapevoli e interessati alla reputazione digitale, hanno una debole percezione della delicatezza del tema e limitano il problema con le impostazioni sulla privacy dei diversi social network. Sempre restando in ambito di rischi legati al mondo digitale, accanto al fenomeno del bullismo diventa sempre più significativo il dato sul cyber bullismo: il 42% ha subito o visto subire episodi legati a questa sempre più diffusa problematica.

Informazione e tempo libero

Nel tempo libero ascoltare musica è la prima grande passione dei giovanissimi (78%), che amano viverla anche in maniera esperienziale preferendo i concerti alla discoteca (solo il 31%). Seguono le serie e i film visti in tv o tramite altri devices (74%), e il tempo trascorso con gli amici, sia uscendo con loro (65%) sia chattando a distanza (65%). Il cinema resta un piacevole passatempo (49%), così come leggere un buon libro (45%) e praticare sport è preferibile al seguirlo da tifoso.

Lavoro e futuro

Dalla ricerca emerge il profilo di persone proattive, dato che ben il 32% già lavora, con un’attesa professionale futura tendenzialmente positiva: se è vero che più della metà (51%), e soprattutto nelle grandi città, si vede con un lavoro stabile e da dipendente, quasi il 30% si vede impiegato in un’attività autonoma e dinamica, come free lance, consulente o in una start-up. Solo il 20% pensa che avrà un lavoro precario e incerto o addirittura che non riuscirà a trovare un’occupazione. Il dove resta l’aspetto più delicato, dato che solo il 57% pensa di restare nel Bel Paese, mentre il 30% si immagina in Europa e il 13% addirittura in un altro continente. Una vera fuga di cervelli.

Consumi

Parlando di consumi, anche una generazione multi-social come la Z, preferisce lo shopping esperienziale e dunque i negozi (40%) agli acquisti on-line (34%). Ma in questo caso il genere conta, poiché le donne preferiscono in assoluto il negozio mentre gli uomini l’on-line. Quasi l’80% di chi compra sul web acquista beni fisici (abbigliamento, elettronica, ecc.), ben più che servizi (54%). Ma da chi sono influenzati nei loro acquisti? La Gen Z si fa “consigliare” principalmente dagli amici (43%) e dalla famiglia (37%) e pochissimo dagli influencer della rete (21%) come, forse, ci si sarebbe aspettati. Oltre il 40% si sente invece capace di influenzare gli altri negli acquisti, ma senza legarsi ad aziende o brand.

Mobilità

Generalmente si spostano in auto (51%), a piedi (50%) o con i mezzi pubblici (37%). Le due ruote, invece, non sono tra i mezzi preferiti dai giovanissimi, che prediligono comunque la bici (17%) alla moto / motorino (10%). L’utilizzo del car/moto/bike sharing è limitato (anche perché non è presente in molte città) ma tutto sommato anche l’interesse è molto elevato. Fronte viaggi, siamo di fronte ad una generazione che ama viaggiare spesso (46%), in particolare le donne tra i 19 e i 24 anni.

L’articolo Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze proviene da InsuranceUp.