Digital Health, la crescita e le startup

La digital health, o  salute digitale è il punto d’incontro tra tecnologie digitali e il settore della salute personale, del benessere, dell’assistenza sanitaria. La digital health è telemedicina, ma è anche fascicolo sanitario elettronico, app salute, ricetta sanitaria elettronica, digital therapeutics,  IoT e dispositivi indossabili, robotica, ecc.

E’ un settore piuttosto ampio, che cerca di rispondere fondamentalmente a una mission: una sanità migliore, più accessibile per tutti, più efficiente, più intelligente.

La digital health e la sanità territoriale

La salute digitale fa rima con prevenzione, personalizzazione, sanità di prossimità, sanità territoriale.

Quest’ultima è quella che ha fatto acqua in Italia nell’emergenza Covid e che ci ha distinto per numero di morti da Paesi come la Germania, dove il supporto sanitario a domicilio è molto più diffuso, come dice l’Osservatorio delle Malattie Rare, che sottolinea: ‘Tra gli addetti ai lavori, ma anche nella consapevolezza collettiva, è ormai piuttosto chiaro che il problema di gestione sanitaria dell’emergenza COVID-19 non fosse tanto, o anzitutto, nella quantità di posti letto, quanto nella facoltà di ‘arrivare prima’ del ricovero, e semmai evitarlo. Facoltà che da anni si invoca con la formula della “sanità territoriale”, che altro non è che la possibilità di dialogo tempestivo e assistenza diretta. Semplice, a casa, addirittura a portata di smartphone o PC. Basta chiedere a Paesi europei come la Germania, dove il ‘mistero dei pochi morti’, a fronte di contagi vicini ai nostri, in realtà non c’è, perché trova risposta in un sistema personalizzato di supporto sanitario, anzitutto a domicilio“.

Sono anni che la digital health si va sviluppando in tutto il mondo e che molti esperti ci dicono che è il futuro della medicina e della sanità, ne avevamo parlato con Roberto Ascione fondatore di Healthware, ma con la pandemia ogni possibile remora culturale, comportamentale, organizzativa ha ceduto di fronte alla necessità di farvi ricorso, mostrando palesemente quanto gli strumenti tecnologici possano fare la differenza nella gestione sanitaria. Lo hanno capito i medici in primis.

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Secondo un report di CompuGroup Medical (CGM) sulla risposta digitale in Italia all’emergenza Covid-19, oltre 4mila medici, farmacisti, dentisti, psicologi e altri operatori hanno utilizzato la piattaforma di teleconsulto Clickdoc, fornita gratuitamente durante l’emergenza per alimentare la relazione medico-paziente, salvaguardare la continuità assistenziale, con particolare riferimento alla cronicità. Quasi 5.300 farmacie hanno già aderito a ricettainfarmacia.it, sistema che, fornito anch’esso gratuitamente, permette al paziente l’invio della ricetta elettronica (NRE) direttamente alla sua farmacia, così da ridurre spostamenti e file e ricevere i medicinali anche a domicilio.

Questi sono solo una parte dello scenario ‘competitor’ tra le applicazioni di telemedicina che hanno registrato una straordinaria crescita nei mesi scorsi o che sono nate sull’onda dell’emergenza: l’ Instant Report COVID-19 n. 8 di ALTEMS (Università Cattolica) pubblicato lo scorso maggio, ha censito quasi 140 soluzioni di telemedicina, avviate dalla singole aziende sanitarie a partire dall’inizio di marzo, oltre i due terzi delle quali dedicate all’assistenza dei pazienti “non covid”. Vi sono poi diverse piattaforme ‘private’: PagineMediche.it (che a marzo in 10 giorni ha visto l’iscrizione di oltre mille medici alla piattaforma di videovisita), Miodottore.it, DaVinci Salute, Telemedicina del Centro medico Santagostino, Topdoctors, LiviConnect, Ultraspecialisti, ecc.

Come riporta la tabella precedente, l’universo digital health, comprende altro oltre alla telemedicina: è anche fascicolo sanitario elettronico, app salute, ricetta sanitaria elettronica, digital therapeutics,  IoT e dispositivi indossabili, robotica, ecc.

L’ecosistema digital health

A livello di player l’ecosistema comprende grandi aziende, start-up, istituzioni, investitori, il mondo dei medici, degli operatori sanitari e dei farmacisti, le strutture ospedaliere pubbliche e private, le RSA, i pazienti stessi e i caregiver, il mondo della formazione, delle università, della ricerca, ma anche quello delle assicurazioni. Il successo della digital health dipende da tutti questi elementi ed è un processo anche culturale, che mette la persona al centro e ha come obiettivo il miglioramento della salute individuale e del sistema sanitario.

Sul fronte del venture capital e delle startup, che tendono a dettare le tendenze di quello che chiamiamo ‘futuro’ , è opinioni degli esperti che nonostante un rallentamento generale degli investimenti dall’inizio dell’anno, causa coronavirus, nei prossimi mesi il settore sarà probabilmente più vivace proprio nei settori direttamente coinvolti nella lotta alla pandemia (i.e., settore dei dispositivi medici e biotecnologie) o in quelli che prevediamo possano influenzare la ripresa dell’economia mondiale nella fase post-Covid-19 , in primis la digital health.

Le startup in primo piano

Rock Health

Negli Stati Uniti, un nuovo report di Rock Health, ha evidenziato un’esplosione degli investimenti in digital health, dall’inizio della pandemia, con una raccolta di capitali che ha raggiunto i 5,4 miliardi di dollari (4,79 miliardi di euro) nei primi sei mesi del 2020 e i tagli delle operazioni aumentano. E’ recentissima la notizia dell’investimento pari a 200 milioni di dollari nella startup RO, una piattaforma digitale per la salute che si prende cura del paziente dalla diagnosi alla delivery della cura e all’assistenza. Il suo Ceo CEO Zachariah Reitano ha espresso un concetto molto importante a Crunchbase.

“Pensiamo che l’assistenza sanitaria digitale sia qui per restare”, ha detto Reitano. “Anche se non tutte le problematiche sanitarie sono adatte per l’assistenza a distanza, pensiamo di essere nel bel mezzo di un massiccio cambiamento paradigmatico verso una mentalità digitale, dove i pazienti penseranno prima di tutto se possono ricevere un’assistenza sicura e di alta qualità online, e poi cercheranno un’assistenza di persona, se può servire meglio le circostanze specifiche”.

1000Farmacie

Un esempio italiano recente è invece 1000Farmacie, che ha chiuso un round di investimento da 1,5 milioni di euro, sottoscritto da gruppi industriali, investitori, come Fin Posillipo Spa ed Healthware Ventures.

La società è nata nel 2019 con lo scopo di unire le migliori farmacie italiane, con i rispettivi magazzini, per mettere a disposizione degli utenti la possibilità di scegliere tra un’ampia gamma di prodotti al prezzo migliore e riceverli direttamente a casa tramite il servizio di consegna, ma, complice il Covid, ha già ampliato la sua missione.

“L’attuale esperienza sanitaria è estremamente frammentata comportando disagi per il cliente finale. 1000Farmacie punta ad unificare l’esperienza sanitaria digitale: dall’acquisizione di informazioni attendibili online alla consegnadi farmaci a domicilio in poche ore, passando per teleconsulto e test diagnostici. La nostra piattaforma riunisce in modo sinergico circa 1000Farmacie autorizzate, con l’obiettivo di offrire ai consumatori il più grande assortimento disponibile e la possibilità̀ di acquistare in sicurezza online direttamente dalle farmacie di fiducia”, ha affermato il CEO e cofondatore Nicolò Petrone.

DaVinci Healthcare

Un altro esempio, sempre italiano, è DaVinci Healthcare, che ha sta vivendo una grandissima crescita, ‘del 70% al mese negli ultimi 12 mesi e con questo passo li triplicheremo ancora nei prossimi mesi. Entro il 2020 prevediamo una crescita del 300%”, dice in questa intervista Stefano Casagrande CEO della società –  commentando la chiusura della loro campagna di equity crowdfunding in overfunding prima del termine.

DaVinci è una startup innovativa che fa telemedicina, in particolare teleconsulti e telemonitoraggi, facendo leva sulle più avanzate tecnologie, offrendo servizi medici e psicologici a distanza in video o chat. Il servizio è offerto tramite app o webapp e garantisce un tempo di attesa massimo di 20 minuti.

Le piattaforme di telemedicina stanno facendo un grande lavoro di supporto all’assistenza territoriale, DaVinci Healthcare, per esempio, sta collaborando con la più grande cooperativa di medici di medicina generale che copre tutto il territorio lombardo e vede 750 medici di famiglia coinvolti.

Anche l’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano ha registrato un’evoluzione nel comportamento sia dei professionisti sanitari che dei pazienti negli ultimi mesi. Secondo i dati, “oltre al 13% dei medici di medicina generale e al 23% di medici specialisti che utilizzavano già questi strumenti e vorranno farlo anche in futuro, rispettivamente ben il 56% e il 37% dei medici che non avevano mai usato questi strumenti si è convertito e intende farlo in futuro”.

Metawellness

Altra startup italiana che possiamo inserire nell’universo digital health, ma è diverso dalla telemedicina, è Metawellness, che ha ideato un braccialetto sinteticamente definito anti-Covid: si chiama Labby Light e ha due funzioni, una per il distanziamento sociale, l’altra per il tracciamento dei contagi. Recentemente la società ha avviato una campagna di crowdfunding per realizzare  il primo bracciale al mondo in grado di rilevare congiuntamente battito cardiaco, temperatura corporea ed ossigenazione del sangue, che troverà applicazione sia in ambito sportivo sia nel campo della telemedicina essendo certificato come dispositivo medico.

Il Next Normal è della Digital Health

La prova provata che il boom della salute digitale non si sgonfierà ci arriva da un’altra startup italiane di teleassistenza infermieristica specializzata fornita da ParkinsonCare. Il servizio, ideato da Careapt – startup del gruppo Zambon – e reso gratuito fin dalle primissime fasi dell’emergenza grazie alla collaborazione con Confederazione Parkinson Italia Onlus, che ha registrato negli ultimi tre mesi (a lockdown concluso)  4.500 chiamate, 3.389 interventi di teleassistenza, 235 video-consulti con neurologi e altri professionisti del team multidisciplinare, e riducendo a 7 accessi al MMG (medici di medicina generale) e 2 soli accessi al Pronto Soccorso.

Di questo esempio italiano hanno parlato anche pubblicazioni scientifiche internazionali,  come il  Journal of Parkinsonisms and Related Disorders o su The Lancet, per sottolineare l’importanza della telemedicina per l’assistenza ai malati di particolari patologie, in particolare di quelle neurodegenerative, che possono essere costantemente monitorate da una rete di figure altamente specializzate all’interno del proprio ambiente domestico, in grado di restituire una prospettiva più realistica delle loro condizioni.
Si tratta del cosiddetto modello “home-hub-and-spoke”.

Quello della salute digitale (Digital Health) è uno dei temi di riferimento della settima edizione del contest internazionale promosso da BNP Paribas Cardif in collaborazione con InsuranceUp, quest’anno dedicata al Next Normal, il futuro dopo la pandemia. Si cercano, quindi, idee, soluzioni e prodotti innovativi in tutti gli ambiti della vita delle persone.  Candidature aperte fino al 30 settembre, questo il sito dedicato dove si può fare application.

Photo by National Cancer Institute on Unsplash

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Smart Home, crescita del 40%, ma le assicurazioni sono ancora marginali

Il mercato italiano della Smart Home raggiunge nel 2019 un valore di 530 milioni di euro: siamo ancora lontani da Germania (2,5 miliardi di euro), Regno Unito (2,5 miliardi) e Francia (1,1 miliardi), ma l’incremento registrato è del 40% rispetto al 2018, in linea con la media europea. E fa ben sperare sul futuro del mercato Smart Home e IoT in Italia. Ce lo dice l’ultima ricerca sulla Smart Home dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, presentata recentemente.

Che ci rivela anche quali sono i prodotti Smart Home che stanno attraendo l’interesse dei consumatori  (soluzioni per la sicurezza, smart home speaker ed elettrodomestici coprono oltre il 60% del mercato) e i canali attraverso i quali tali oggetti entrano dentro le nostre case.

Il boom degli assistenti vocali spinge l’avanzata dei retailer online e multicanale come principale canale di vendita di oggetti connessi per la casa (47%), mentre la filiera tradizionale – composta da produttori, architetti, costruttori edili, distributori di materiale elettrico e installatori – mantiene un ruolo rilevante (39%) ma perde quote di mercato.

Rilevante si sta dimostrando il ruolo delle telco, che hanno registrato un incremento del 140% rispetto al 2018 (toccando quota 50 milioni di euro, ovvero 10% del mercato), grazie agli sforzi in termini di semplificazione dell’offerta (soluzioni gestibili da App e pagamenti mensili), apertura di nuovi servizi (come i dispositivi per localizzare gli animali domestici e i wearable per monitorare gli anziani) e integrazione dell’offerta tradizionale con i nuovi oggetti smart. Utility e assicurazioni, invece, non hanno compiuto il salto di qualità che ci si attendeva lo scorso anno, mantenendo un peso marginale nel mercato (appena il 4% complessivo).

Cosa possono fare di più le assicurazioni nella Smart Home?

Tradizionalmente le assicurazioni già si occupano delle nostre case, offrendo copertura per una serie di infausti eventi (danni, furti, ecc) secondo lo schema tipico del risarcimento a danno avvenuto e accertato.

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Come trasformarsi in una intelligent enterprise?
Big Data

La trasformazione digitale ha abilitato le compagnie assicurative a fare un salto qualitativo molto importante della propria value proposition, passando dalla semplice copertura del danno alla prevenzione dello stesso. Di questo passaggio sono complici i big data, gli analytics, l’intelligenza artificiale, l’internet of things, quest’ultima anche nella sua specificazione di oggetti connessi per la casa, categoria denominata appunto Smart Home. Grazie all’utilizzo di oggetti connessi a supporto di una polizza, le Compagnie possono innanzitutto fare meglio quello che già fanno, ovvero dare protezione, e farlo anche preventivamente.

Pensiamo, ad esempio, a polizze danni che integrano anche dispositivi in grado di rilevare fumi, infiltrazioni, umidità e altre potenziali fonti di pericolo;  o a sistemi di sicurezza e video sorveglianza dotati di AI e gestibili anche da remoto.

Ma queste cose sono quelle più banali, secondo gli analisti di McKinsey, quello della Smart Home sarà uno dei 4 ecosistemi tecnologici più importanti in futuro per le assicurazioni, quello in cui si potranno sviluppare maggiormente servizi innovativi, ad esempio, con riferimento alle tecnologie di Ambient Assisted Living, un settore che si collega poi alla connected health, particolarmente rilevante a causa dell’invecchiamento della popolazione. Le persone a mobilità limitata, ad esempio, sono sempre più alla ricerca di servizi innovativi che aiutino le loro attività quotidiane e consentano loro di perseguire uno stile di vita indipendente a casa. I potenziali clienti di questo segmento avranno probabilmente un atteggiamento positivo nei confronti dell’internet degli oggetti e delle tecnologie correlate, così come nei confronti degli assicuratori che agiscono come fornitori globali di questo tipo di nuovi pacchetti di servizi.

In effetti, sempre più aziende stanno lavorando al lancio di nuovi servizi per la Smart Home, sottolinea il report degli Osservatori: gli esempi sono numerosi e spaziano dal pronto intervento garantito da aziende di vigilanza in caso di tentativo di infrazione, al supporto per la riduzione dei consumi energetici, al riordino automatico dei prodotti di cui si stanno esaurendo le scorte, fino alla possibilità di migliorare l’assistenza agli anziani. Si moltiplicano, inoltre, alleanze e partnership fra gli operatori per offrire nuovi servizi che sfruttano la progressiva integrazione tra intelligenza artificiale e dati raccolti attraverso gli oggetti connessi.

Insieme al mercato crescono la consapevolezza dei consumatori e la diffusione degli oggetti smart nelle case: il 68% degli italiani ha sentito parlare almeno una volta di casa intelligente e il 40% possiede almeno un oggetto smart, con soluzioni per la sicurezza e smart home speaker in cima alle preferenze degli acquirenti. Ma crescono anche i timori dei cittadini per i rischi legati alla cyber security e alla violazione della privacy: il 54% è restio a condividere i propri dati personali (+3% rispetto al 2018).

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Google nel digital health (e nell’insurance) con Fitbit, ma c’è un ma

Google ha acquisito Fitbit (werable Device) per 2,1 miliardi. Un’operazione che secondo i commentatori, è indirizzata a un rilancio di Big G in un settore – l’hardware – dominato da Apple. E’ vero, ma perché le serve l’hardaware: il vero obiettivo dell’acquisizione di Fitbit è un altro, ovvero non rimanere indietro (sempre rispetto a Apple) nel settore dell’assistenza sanitaria, un mercato da 3,5 trilioni di dollari, in cui il competitor per eccellenza si sta ritagliando un posizionamento ben preciso e costruito ad arte partendo dal prodotto hardware.

Google, o meglio Alphabet, si sta impegnando da tempo nell’healthcare: ha dalla sua un dominio incontrastato nell’archiviazione e nell’analisi dei dati, la propria eccellenza nell’intelligenza artificiale e una partecipata, Verily Life Sciences, che ha l’obiettivo di combinare data science ed healthcare per una medicina più evoluta e di precisione.

Tutto ciò le ha permesso di attivarsi nell’insurtech: è infatti uno dei principali investitori dei ormai colossi Oscar, Applied System e Clover. Ma non solo: la sua supremazia tecnologica (e i dati) la rendno il partner tecnologico ideale per le assicurazioni. Un esempio: Verily  (la sussidiaria che si occupa di life science ed healthcare), la Compagnia assicurativa statunitense John Hancock (braccio assicurativo di Manulife Financial Corporation) e la clinica virtuale per il diabete Onduo hanno realizzato insieme una innovativa polizza per i diabetici.

Perché Fitbit è importante per Google

A Google manca quello che può essere considerato il touchpoint con il consumatore finale, rappresentato per Apple da iPhone, iPod e Apple Watch, fondamentale in ambito salute perchè rappresenta sia la fonte di dati che lo strumento per erogare servizi di digital health.

In buona sostanza, senza questo touchpoint, Google potrebbe essere tagliata fuori completamente da un rapporto diretto con il mercato salute consumer. Non che non abbia da fare business nel B2B, per esempio con le assicurazioni, ma è ovvio che anche sotto questo punto di vista un device personale che registri e permetta di accedere a dati dell’utente costantemente aggiornati è insostituibile.

Si capisce dunque perché Fitbit è importante per Google: nonostante il suo wearable device non sia diffuso come l’Apple Watch ha comunque venduto 100 milioni di dispositivi in grado di raccogliere dati di altissima qualità.

Rispetto allo sviluppo di business con le compagnie assicurative avere un dispositivo wearable, già diffuso, offre nuove opportunità.

Ci si può spingere anche più avanti con le ipotesi: e cioè che grazie a Fitbit Google possa decidere di vendere le proprie polizze.

Già anni fa la società aveva tentato di entrare nel retail assicurativo: nel 2015, Google aveva ha acquisito le licenze per vendere assicurazioni in 26 stati US e collaborato con diversi vettori, e acquisito Compare.com (un comparatore) che venne trasformato in Google Compare e che non funzionò, nel 2016 venne chiuso. 

In questi anni di investimenti nell’insurtech, ha affinato la sua conoscenza del mercato assicurativo e ora che ha a disposizione un werable device potrebbe essere tentata di riprovarci. D’altro canto, gli studi confermano che i consumatori sono pronti e anche impazienti di acquistare polizze dai tech giant come Google.

Le criticità dell’operazione Google-Fitbit

“Con l’acquisizione di Fitbit si prospetta una concentrazione pericolosa nel controllo dei dati – ha detto Antonello Soro Garante Privacy a CorCom –. Si va nella direzione di una sempre più spinta concentrazione nell’economia digitale, direzione opposta a quella tra l’altro indicata anche dalla risoluzione del Parlamento europeo del 2017 contraria a questi processi. Il controllo di un così grande patrimonio informativo produce – come nel caso degli altri giganti del web – un potere abnorme nella disponibilità di pochi soggetti privati che incide negativamente sulla tenuta delle democrazie nel pianeta.”

Persino negli Stati Uniti, dove certamente la legislazione in materia di tutela dei dati è molto più blanda rispetto all’Europa in cui vige il GDPR, Google è da tempo nel mirino delle autorità per i medesimi motivi.

In un commento pubblicato da Agenda Digitale, Stefano Quintarelli, presidente Comitato d’Indirizzo Agenzia per l’Italia Digitale, dice: “L’acquisizione dell’azienda di wearable Fitbit da parte di Google apre scenari politici e regolamentari che l’unione europea dovrà decidersi ad affrontare. Intanto c’è un tema di consenso: chi ha acquistato un dispositivo indossabile Fitbit ha dato a questa azienda, e non a Google, il consenso per il trattamento dei dati. Per cui, io utente mi aspetto che Google chieda nuovamente il mio consenso per poterglielo eventualmente rifiutare dato che si tratta di dati sensibili, attinenti alla salute che non voglio vengano uniti al profilo e a tutte le informazioni di varia natura – dagli acquisti agli spostamenti – che Google ha di me. La concentrazione delle informazioni è un rischio. Qual è il livello a cui vogliamo arrivare? Fino a dove deve arrivare Google prima che si ritenga che concentrare troppa informazione è un problema? La concentrazione delle informazioni è un rischio. Qual è il livello a cui vogliamo arrivare? Fino a dove deve arrivare Google prima che si ritenga che concentrare troppa informazione è un problema? Questo regime regolatorio deve cambiare e la Commissione europea dovrebbe aprire una serie riflessione”.

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Coyzy, l’app antiviolenza ideata dalla Start Up Well-Fare

Si stima che il 2% del PIL Mondiale sia speso per spese sanitarie per la cura post evento di violenze. Senza considerare l’impatto su persone e famiglie. Un dato allarmante, che va unito all’aumentare della sensazione di mancata sicurezza delle persone. A volte, dietro la nascita di una Start Up, non c’è una tecnologia disruptive ma un bisogno sociale. È il caso di Well-Fare, startup innovativa toscana che si presenta come una “piattaforma digitale di welfare sociale” e che ha ideato Coyzy, un’app per la violenza interpersonale (dalla violenza sulle donne, al bullismo, al mobbing). “La Start Up – racconta il co-founder Luca Piras – intende sviluppare ‘sinergic solutions’, ossia soluzioni non core per banche e assicurazioni, ma che danno un alto valore aggiunto ai clienti. Coyzy ha lo scopo di dare utili strumenti di prevenzione e di mitigazione dell’impatto di un atto di violenza interpersonale”. Dunque una Start Up dall’impatto sociale. Non a caso Well-Fare è tra i finalisti dell’ edizione 2018 di Open-F@b Call4Ideas lanciata da BNP Paribas Cardif e dedicata, l’anno scorso, proprio alla positive impact innovation.

Come nasce Well-Fare

Dietro il progetto di Well-Fare ci sono Luca Piras e Marco Nari, trentenni toscani che insieme hanno in totale 15 anni di esperienza in aziende assicurative italiane e 5 anni in ambito digitale. Ai founder si è unito Alessio Balsini, altro giovane con in tasca un dottorato al Sant’Anna di Pisa ed esperienza come ingegnere informatico in Google a Londra.

L’idea nasce nel 2017 proprio grazie al lavoro in ambito assicurativo: “Ci siamo resi conto che non c’erano soluzioni per prevenire la violenza” racconta Piras. I due co-founder parlano del progetto a Pontedera, in provincia di Pisa, ma la Start Up nel dicembre 2018 è incubata presso il MIP Murate Idea Park di Firenze, che sta aiutando i giovani imprenditori nella validazione della soluzione e nel lancio sul mercato.

“La violenza può colpire chiunque purtroppo, e non ci sono abbastanza strumenti e formazione per prevenire tali eventi. Ecco perché abbiamo pensato a Coyzy. Uno strumento accessibile a tutti e utilizzabile in qualsiasi momento, per prevenire atti di violenza in ambito domestico, lavorativo, scolastico e nel tempo libero. Quindi non solo violenza sessuale, ma anche domestica, bullismo, mobbing” continua Piras. Spiegando come funziona Coyzy, l’app che la Start Up intende lanciare sul mercato entro la fine del 2019. “Saremo pronti a breve per il primo test. Abbiamo incontrato molti professionisti, realtà bancarie, assicurative e del welfare. Tra questi anche BNP Paribas Cardif, che ha selezionato la nostra soluzione per la finale di Open-F@b Call4Ideas 2018 tra oltre 129 progetti, pervenuti dall’Italia e dall’estero, a testimonianza che il tema è molto sentito”.

“Coyzy è una soluzione rivolta a tutte le persone – continua Luca Piras – che vogliono approfondire la tematica e essere utili a sé stessi e alle persone care. Immaginiamo che i principali nostri utenti saranno donne e genitori, in quanto soggetti più sensibili al tema. Ma più persone riusciremo a coinvolgere, più il nostro obiettivo di prevenzione e creazione di una rete di sicurezza con una community che condivide gli stessi valori sarà raggiunto”.

Come funziona Coyzy, l’app antiviolenza ideata da Well-Fare

“Informazione, prevenzione, assistenza e fondo mutualistico. Queste le parole chiave dell’app Coyzy” dice Piras. “Accadono, frequentemente, eventi che hanno un grande impatto sulla quotidianità di persone e famiglie, senza però una idonea copertura assicurativa. Ecco che la soluzione può giungere non dal sistema costituito, ma dalla collettività. Crediamo molto in questo progetto che innova la mutualità sociale, fungendo da aggregatore di servizi utili a persone e famiglie. Vogliamo generare un modello che sia accessibile a tutti, e con un metodo di cultura e intervento che fondi le sue radici nella comunità” puntualizza il founder.

L’app avrà al suo interno 4 aspetti principali:
Video informativi su prevenzione e supporto in caso di violenza interpersonale, effettuati con professionisti del settore: “La cultura e, in particolare, la cultura della prevenzione può aiutare a prevenire tanti casi di violenza. Dalle nostre interviste risulta infatti che le persone hanno bisogno di informazione perché non conoscono le varie casistiche di violenza, come difendersi o comportarsi nei vari casi, come essere consapevoli di essere a rischio, come rendersi conto se una persona vicina è vittima di violenza, a chi, quando e come rivolgersi in caso di bisogno” continua Piras;
Strumenti di prevenzione: ossia una serie di funzioni dell’app che aiuteranno a prevenire, documentare, avvisare in caso di violenza (Posizionamento, Alert, Fake Call, Live/Video/audio register, “Defender Button”, Avvisi, ecc.). “In questo modo la tecnologia aiuta le persone ad essere più sicure”;

Guida e assistenza: dare accesso diretto a servizi di assistenza qualificata (psicologica, legale, sanitaria). “Abbiamo inserito questa funzionalità perché tutte le vittime testimoniano che non ricevono un’adeguata assistenza rivolgendosi ai comuni professionisti” aggiunge l’imprenditore;
Community, che condividerà i valori della piattaforma; costituirà una “rete di sicurezza” e sarà incentivata a donare sostegno alle vittime di violenza. “Spesso le vittime tendono a isolarsi; con Coyzy possono trovare una community a loro sostegno. Inoltre, aiutandosi fra di loro, gli utenti possono prevenire tali eventi, perché una ‘community di difensori’ può essere utile ad allontanare violenti o a intervenire prontamente”.

Il target di riferimento sono soprattutto madri e figlie di diverse età, dall’adolescente alla figlia che studia fuori sede. Il business model prevede un’iscrizione free e personal, con una fee minima mensile di 2 euro per avere accesso a contenuti e servizi esclusivi.
Dopo una serie di indagini e interviste, la Start Up ha potuto studiare le varie alternative, dando l’attuale forma alla soluzione, definendo anche la Vision di collegare l’app a strumenti di Home Device e Wearable in futuro. “Attualmente – spiega Alessio Balsini – stiamo sviluppando la soluzione con tecnologia Cloud per la piattaforma web e parallelamente l’app con le attuali prassi a disposizione. L’intento è lasciare in mano di chiunque abbia uno smartphone uno strumento non solo informativo, ma che funga da guida alle best practices in un’ottica di prevenzione e supporto”.

Del resto, la sola informazione non basta. Servono anche strumenti utili. E Coyzy può essere uno di questi.

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Sanità di prossimità e prevenzione sono il futuro, e D-Heart c’è

Un dispositivo che sta in una mano, pesa meno di uno smartphone, lo appendi al collo come una collana e posizioni i suoi elettrodi seguendo la guida (in una app), che ti indica, grazie a fotocamera e intelligenza artificiale, come procedere correttamente al posizionamento degli elettrodi. Dopo la rapida configurazione si è subito pronti per eseguire in autonomia e in qualsiasi momento un elettrocardiogramma, con una qualità pari a quella ospedaliera, refertato in circa 15 minuti da un vero cardiologo, disponibile 24/7. Per chi soffre di problemi cardiaci, ha subito un intervento per il quale segue delle cure particolari, o semplicemente ha già dei fattori di rischio cardiovascolari conclamati (ad es: fumo o ipertensione), è un alleato per monitorare la salute del proprio cuore e vivere più serenamente, riducendo la frequenza con cui ci si reca nelle strutture sanitarie e diventando per alcuni soggetti un vero e proprio salvavita.

Sembra quasi fantascienza, invece è D-Heart, il dispositivo medico ideato dall’omonima startup italiana, fondata da Nicolò Briante e Niccolò Maurizi, che nel 2016 ha vinto Open-F@b Call4Ideas di BNP Paribas Cardif e da allora ha continuato a collaborare con la Compagnia, diventando di recente uno dei partner del suo ecosistema salute.

D-Heart, medical device all’avanguardia

‘Recentemente abbiamo raggiunto un grande obiettivo, da circa un mese è possibile fare con lo stesso dispositivo a otto derivazioni, anche un elettrocardiogramma (ECG) a 12 canali, in pratica lo stesso ECG che si può fare in ospedale con la stessa completezza e affidabilità clinica. – ci racconta Nicolò Briante che è attualmente anche il CEO della società. – “L’applicazione per smartphone, collegata al dispositivo, permette di registrarsi come paziente e in questo caso si può effettuare l’elettrocardiogramma a 8 canali; oppure come operatore sanitario, e in questo caso si può procedere con l’ECG a 12 canali. Siamo molto contenti di questa evoluzione perché abbiamo ottenuto con un unico prodotto due casi d’uso differenti: essere la soluzione ideale sia per il normale paziente, che non ha particolari competenze mediche, sia per il personale sanitario, un medico di base, un infermiere o un farmacista”.

Un dispositivo estremamente all’avanguardia dunque, molto più evoluto di altre soluzioni similari sul mercato. ‘E’ il coronamento del nostro obiettivo, realizzare un dispositivo semplice, che può essere scambiato per un wearable, ma che va invece a posizionarsi come dispositivo medico con il più alto grado di affidabilità clinica. Il punto non è fare l’elettrocardiogramma, ma di che tipo sia. Il nostro dispositivo permette di individuare qualsiasi problema cardiaco, sia ritmico, che ischemico. Ha la capacità di essere una soluzione che può andare a casa del paziente, come la macchinetta della pressione, per intenderci, offrendo la stessa affidabilità di uno strumento ospedaliero usato dal cardiologo.’

Naturalmente tutta la tecnologia D-Heart è validata, certificata con la marchiatura CE come dispositivo medicale di classe IIA con destinazione di utilizzo self-care (grazie proprio alla semplicità di utilizzo), è completamente made in Italy ed è sostenuto da due brevetti: quello sulla fotocamera digitale, con cui l’algoritmo di intelligenza artificiale guida il paziente al corretto posizionamento degli elettrodi, e quello sulla meccanica del device.

La collaborazione con BNP Paribas Cardif e gli Healthy Corner

Il focus sulla prevenzione accomuna questa giovane e innovativa società e la grande Compagnia, un focus che li ha portati a collaborare sugli Healthy Corner (powered by Aubay), dei chioschi attrezzati con diverse tipologie di device sanitari per fornire servizi salute self-service, tra cui c’è anche D-Heart. Sono stati presentati a Milano durante la Digital Week e posizionati in moltissimi punti della città; l’esperienza è stata poi riproposta in occasione di Milano Taking Care.

‘Il nostro mantra è ‘la maggiore affidabilità clinica, con la maggiore semplicità’ e vogliamo non solo dirlo ma anche dimostrarlo. – continua Briante – L’occasione si è presentata con BNP Paribas Cardif che ha sposato questa nostra idea di realizzare degli healthy corner cioè dei punti in cui fosse possibile per un individuo senza l’ausilio di un medico in loco, e in qualsiasi ambiente, anche dentro banche, uffici, centri commerciali, effettuare un check-up più o meno completo in totale autonomia. Negli Healthy Corner tra le altre cose abbiamo messo a disposizione D-Heart affinché le persone potessero sperimentare la nostra soluzione’.

Queste tecnologie non allontanano il medico dal paziente come tanti credono, ma anzi lo avvicinano, dandogli la possibilità di seguire meglio molte più persone sul territorio, in modo più capillare. Dobbiamo pensare anche che alle persone che vivono in territori isolati, poco attrezzati e che non hanno a portata di mano un ospedale, dove può fare la differenza offrire un primo presidio di questo tipo’.

Obiettivo degli Healthy Corner è stato anche quello di sensibilizzare le persone a prendersi maggiormente cura della propria salute, sottolinea Nicolò Briante e l’iniziativa è stata apprezzata dalle persone, perché tra i due eventi in cui sono stati installati, la Milano Digital Week e Milano Taking Care, oltre 250 persone ne hanno giustamente ‘approfittato’.
Tra l’altro, in occasione di Milano Taking Care per ogni ECG realizzato, ne veniva regalato un altro a persone in Africa, che abitano in contesti rurali a chilometri di distanza dal primo ospedale, grazie anche alle ONG con le quali D-Heart da tempo collabora.

La sanità di prossimità

‘Noi vogliamo promuovere questo nuovo concetto della sanità di prossimità, secondo noi, insieme alla prevenzione, è il futuro della sanità. Il modello attuale molto centralizzato è destinato a collassare, ce lo dicono i dati, il debito della sanità pubblica cresce a dismisura. – spiega Briante – Invece, dobbiamo fare in modo che tante cose come la prevenzione e il monitoraggio possano essere fatte anche al di fuori delle strutture sanitarie centrali ospedaliere, in contesti più vicini al paziente, come la farmacia, un dispensario in Africa, l’ambulatorio del medico di base, un Healthy Corner dentro un’azienda o in un centro commerciale’.

Tale visione, dovrebbe essere abbracciata dalla Pubblica Amministrazione proprio per una questione di costi, ma ancora non è recepita, così come è poco recepito un certo tipo di innovazione tecnologica, ovvero la digital health. La trasformazione digitale è ancora lontana dalla Pubblica Amministrazione e in particolare dalla Sanità, tranne che in casi isolati. ‘Il sogno è che la Sanità Pubblica si accorga che questi dispostivi medici sono affidabili e possono veramente impattare in modo efficace anche i bilanci delle aziende sanitarie’. dice Briante.

Il rapporto con la sanità pubblica per giovani startup come D-Heart, ma in generale per le società innovative, può essere molto complicato, perciò è più realistico pensare che la sanità di prossimità possa trovare un suo modello di implementazione attraverso il privato (tante realtà in Italia molto valide si stanno impegnando nel settore).

Farmacie, medici di base, poli-ambulatori e centri analisi piccoli ma distribuiti capillarmente sul territorio possono essere tutti perni di questo nuovo ecosistema. Questi rappresentano oggi per D-Heart il principale canale distributivo. Ma per arrivare direttamente ai singoli clienti, la strada maestra passa dalle assicurazioni.

Fare prevenzione significa coinvolgere la persona

‘Il nostro obiettivo è integrare D-Heart dentro le polizze salute, le integrative o le polizze vita, su questo stiamo lavorando anche con BNP Paribas Cardif. – Continua il CEO – Nel mondo ci sono già casi virtuosi di questo tipo che dimostrano come le polizze salute in cui si incentiva la persona a tenere stili di vita corretti, attraverso piccole azioni quotidiane (andare in palestra, camminare, magiare in modo sano, dormire in modo regolare), e offrire ‘premi’ in base ai risultati raggiunti, tipo lo sconto l’anno dopo sulla polizza, siano un modello vincente. Responsabilizzare la persona a prendersi cura di sé stesso è l’unico modo efficiente che si ha per diminuire qualsiasi costo sanitario e per fare prevenzione seriamente. L’unico modo per fare prevenzione è farla quotidianamente, non sporadicamente, come se fosse il tagliando dell’auto; se tu dai alle persone un compito quotidiano, semplice, fattibile, ma intelligente, i benefici sono immensi nel lungo termine.’

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I Big Data nelle assicurazioni, tra opportunità e approccio etico

I Big Data, nelle assicurazioni, sono un tema centrale, che oggi pone diverse sfide, ma presenta enormi opportunità. Le Compagnie hanno accesso a dati granulari come mai prima, ognuno di noi quotidianamente produce dati, un’enorme quantità di dati, consapevolmente (carte di credito, social, le app, ricerche online, messaggistica, email, foto, video, wearable); ma anche inconsapevolmente, attraverso cartelle cliniche digitali e pratiche amministrative e di vario genere digitalizzate che ci riguardano. E non sono solo le persone a generare dati, sono anche le aziende, le organizzazioni pubbliche e private, gli oggetti connessi, a cominciare dai nostri smartphone. I dati sono informazioni in formato digitale e ne generiamo talmente tanti che non esiste stima davvero attendibile, sono tutte necessariamente approssimative. IDC nel 2013 in uno studio per EMC prevedeva che nel 2020 la produzione raggiungerà circa 44 zettabyte a livello mondiale, ogni persona ne genererà 1.7 megabytes ogni secondo; ma uno stesso studio più recente (2018) di IDC per Seagate, parla addirittura di 175 ZB entro il 2025, oltre il 60% di crescita all’anno.

Sono numeri che impressionano anche quando non se ne coglie appieno la dimensione, ma possiamo dire che si tratta di una crescita esponenziale.

IDC fa un esempio per far comprendere la misura di 175 ZB (l’intera Global Datasphere) e dice: se si fosse in grado di memorizzare 175 ZB su DVD, allora si avrebbe una pila di DVD che ci potrebbe portare alla luna 23 volte o intorno alla Terra 222 volte.

Definizione di big data

I big data sono tutte le informazioni in formato digitale, sono enormi volumi di dati eterogenei per fonte e formato, che possono essere raccolti, immagazzinati e attraverso appositi software analizzati, diventare conoscenza e valore.

Secondo la maggior parte degli esperti, i big data sono caratterizzati da determinate caratteristiche. Nel 2001, Doug Laney, allora vice presidente e Service Director dell’azienda Meta Group, descrisse in un report il Modello delle 3V relativo alle 3V dei Big Data: Volume, Velocità e Varietà. Oggi il paradigma di Laney è stato arricchito dalle variabili di Veridicità e Valore e per questo si parla di 5V dei Big Data

Cosa significano le 5V dei Big Data

Volume – Il volume si riferisce alla grande quantità di dati generati ogni secondo. I set di dati sono diventati troppo grandi per essere gestiti, archiviati e analizzati utilizzando la tradizionale tecnologia di database, oggi si utilizzano sistemi distribuiti, dove parti dei dati sono memorizzati in luoghi diversi, collegati in rete e riuniti da software.

Velocità – Si riferisce alla velocità con cui vengono generati nuovi dati e alla velocità con cui i dati si muovono. Basti pensare ai post dei social media che diventano virali in pochi minuti, alla velocità con cui un’email o un messaggio raggiunge il destinatario o alle transazioni con carta di credito, ai millisecondi necessari ai sistemi di trading per analizzare i social media per raccogliere segnali che innescano decisioni di acquisto o vendita di azioni.

Varietà – Si riferisce ai diversi tipi di dati che possiamo utilizzare. In passato ci si limitava a dati strutturati che potevano essere inseriti in tabelle o database relazionali come i dati finanziari (ad esempio, vendite per prodotto o regione). Oggi la maggior parte dei dati è destrutturato, cioè eterogeneo – foto, video,  audio, testi, output di sensori o iot, aggiornamenti dei social media. Con le tecnologie big data oggi è possibile sfruttare anche questo tipo di dati destrutturati e riunirli con dati più tradizionali e strutturati, per ottenere ‘risposte’, indicazioni, previsioni, conoscenza.

Veridicità – Si riferisce sia alla confusione che all’affidabilità dei dati. Con i dati destrutturati, la qualità e l’accuratezza sono meno controllabili, ad esempio i post di Twitter con hashtag, abbreviazioni, errori di battitura e discorsi colloquiali a volte non sono affidabili. Ma i volumi spesso compensano la mancanza di qualità e precisione.

Valore – Si riferisce alla nostra capacità di estrarre dall’analisi dei dati elementi utili per migliorare il business, un servizio, la nostra salute, e qualsiasi altro contesto in cui determinate informazioni possono avere un impatto decisionale positivo. Molti definiscono il valore anche monetizzazione, che è corretto, ma insufficiente a capire la portata che l’analisi dei dati può avere nella qualità della vita e in diversi contesti in cui il valore non è solo economico, ma qualcosa di diverso come la salute, la sostenibilità ambientale, la ricerca, la sicurezza, la giustizia.

Secondo Bernard Marr (esperto di dati e autore del libro ‘Big Data – Using Smart Big Data, Analytics and Metrics To Make Better Decisions and Improve Performance) la V di Valore è l’unica che ha veramente importanza. Se i dati non vengono utilizzati, gestiti e capiti, non si trasformano in conoscenza, che in ultima analisi è ciò che serve per prendere decisioni più consapevoli, in ambito business e non solo. Dalla personalizzazione della comunicazione con il cliente all’efficientamento dei processi produttivi, passando per la gestione dei flussi e delle emergenze, i Big Data Analytics hanno un impatto in tutti i processi.

L’impatto dei Big Data

L’uso dei dati oggi sta trasformando il nostro modo di vivere e lavorare, sta trasformando le nostre economie. Le aziende di tutto il mondo utilizzano i dati per trasformarsi e diventare più agili, migliorare l’esperienza dei clienti, introdurre nuovi modelli di business e ottenere vantaggio competitivo. I consumatori vivono in un mondo sempre più digitale, che dipende dai canali online e mobili per connettersi con amici e familiari, accedere a beni e servizi, e gestire quasi ogni aspetto della loro vita, anche mentre dormono. Gran parte dell’economia di oggi si basa sui dati, anche in un settore come l’agricoltura, e questa dipendenza non potrà che aumentare in futuro, poiché le aziende catturano, catalogano e immagazzinano dati in ogni fase della loro catena di fornitura; le imprese raccolgono grandi quantità di dati dei clienti per fornire maggiori livelli di personalizzazione; e i consumatori integrano social media, intrattenimento, cloud storage, e servizi personalizzati in tempo reale nei loro flussi di vita. La conseguenza di questa crescente dipendenza dai dati sarà una continua espansione delle dimensioni della Global Datasphere.

Sul fronte del business, i settori che possono maggiormente trarre benefici dai big data sono: Banche, Manifatturiero, Telco e Media, Intrattenimento, Sanità, Servizi, Retail/GDO, Utility, Assicurazioni, Agricoltura, Marketing e comunicazione, Formazione, Education.

L’unico ‘ostacolo’ all’utilizzo dei dati da parte delle varie industrie, ma in particolare quelle che sviluppano business con l’utente finale, è costituito dai limiti imposti da questioni di privacy e tutela del consumatore, questioni che vanno risolte a monte con l’intervento del legislatore che a livello europeo ha adottato, per esempio, il GDPR. Ma la regolamentazione non è uguale in tutto il mondo.

Quali Big Data nelle assicurazioni: data enrichment

Le assicurazione sono un settore da sempre basato sull’uso di dati, necessari per una valutazione del rischio, e la conseguente fissazione del premio, quanto più accurata possibile. L’elaborazione dei dati dell’attività assicurativa ha tradizionalmente riguardato dati demografici, dati sull’esposizione o dati comportamentali, ma oggi, queste serie di dati tradizionali sono sempre più spesso combinate con nuovi tipi di dati, come i dati dell’internet degli oggetti (Internet of Things – IoT), i dati che arrivano dai social network e i comportamenti online, i dati dei conti bancari e delle carte di credito, al fine di effettuare analisi più sofisticate e complete, in un processo comunemente noto come “data enrichment”. Che attraverso intelligenza artificiale e analytics, forniscono alle Compagnie lo strumento per rivoluzionare processi, costi operativi, offerte, relazione con il cliente.

I Big Data possono aiutare le Compagnie in diversi modi:

Valutazione del rischio e fissazione dei premi. Un esempio applicativo sotto gli occhi di tutti è in ambito polizze auto, dove attraverso i dati ulteriori forniti dalle black box è oggi possibile per le Compagnie ridurre il premio, fare sconti o addirittura fornire polizze usage-based;

–  Conoscere meglio i clienti e le sue esigenze. L’analisi dei dati offre una comprensione più profonda del comportamento dei clienti, di ciò che cercano con le polizze assicurative, di potenziali problemi che possono causare attriti, dei canali più efficaci per raggiungerli e così via; ciò significa in definitiva migliorare l’acquisizione di nuovi clienti, la soddisfazione e la fidelizzazione;

Realizzare nuovi modelli di distribuzione – assistenti virtuali, robot-consulenti e chatbot migliorano le interazioni con i clienti e rendono il marketing più mirato;

– Innovare il modello di business. I Big Data permettono alle Compagnie di ottimizzare e automatizzare i processi, riducendo costi e migliorando l’efficacia; ma soprattutto di agire in un’ottica di preventive insurance, aiutando il cliente a prevenire il danno piuttosto che occuparsi del mero risarcimento; di personalizzare servizi e pricing, di creare modelli alternativi come le polizze peer-to-peer,  on demand, micropolizze, ecc.;

Claim management. La gestione dei sinistri è uno degli ambiti che possono trarre vantaggio dai Big Data, sia in riferimento alla customer experience, sia rispetto alla riduzione delle frodi e dei costi operativi.

Le Assicurazioni stanno già utilizzando i Big Data, ma la situazione è leggermente diversa nei diversi rami.
Per esempio, nelle assicurazioni Vita e Salute, l’utilizzo di nuove fonti di dati (come i wearable) e i software di data analytics, permettono di sviluppare nuovi modelli assicurativi che non solo possono essere più mirati, ma incoraggiano anche i consumatori a migliorare il proprio stile di vita offrendo sconti a coloro che realizzano comportamenti più virtuosi. Tuttavia, in questi ambiti l’utilizzo di Big Data pone anche questioni circa la tutela della privacy, la sicurezza e l’etica.

La situazione è più semplice per il ramo danni, dove tali problemi relativi all’uso dei dati pongono meno problemi, in quanto si tratta spesso di dati crittografati (quelli dei GPS usati per le assicurazioni auto, per esempio) o in ogni caso dati meno afferenti la sfera personale, quindi dati non sensibili.

Un ambito in cui si sta verificando un’ampia applicazione di Big Data e tecnologie AI è quello del Travel Insurance. Il prezzo relativamente basso della polizza rende l’assicurazione viaggio una decisione piuttosto rapida e le tecnologie possono accelerare l’interazione con i clienti, fornire prodotti e servizi più personalizzati, automatizzare la comunicazione semplice, migliorare la soddisfazione del cliente e configurare rapidamente l’offerta più vantaggiosa.

Big Data in ambito salute

In ambito salute, l’approccio data-driven cambia radicalmente la prospettiva di servizi e soluzioni anche per le assicurazioni. La salute è un bene primario ad ogni latitudine e l’attenzione a questo tema è affidata a differenti entità pubbliche e private, oltre naturalmente al coinvolgimento della persona in prima persona. Il sistema sanitario è anche molto complesso, tradizionalmente afflitto da problemi di costi, di efficienza ed efficacia.

Le tecnologie Big Data nell’Healthcare possono condurre a numerosi benefici rispetto a tutti questi tipici, annosi problemi. Ma non solo, i big data permettono finalmente di spingere e fare leva sulla prevenzione come mai prima. Proprio in questa direzione stanno andando anche le assicurazioni, ribaltando la loro tradizionale posizione di risarcimento in caso di malattia verso un supporto alla prevenzione della malattia.

Grazie all’utilizzo di Big Data analytics e di sistemi digitali di monitoraggio della salute (wearable, tracker, dispositivi medici di nuova generazione, app), le assicurazioni possono oggi cambiare pelle ed avere un ruolo attivo nell’ecosistema della salute, rinnovando i propri modelli di business e la proposizione al cliente.

Come si evolve la Data Science

La Data Science è un settore interdisciplinare che utilizza metodi scientifici, processi, algoritmi e sistemi per estrarre valore dai dati. I data scientist combinano le competenze in varie discipline, tra cui statistica, informatica ed economia aziendale, per analizzare i dati raccolti dal Web, dagli smartphone, dai clienti, dai sensori e da altre fonti. Sempre di più il team data science delle aziende includerà profili umanistici, come psicologi, filosofi, antropologhi, comportamentisti, così come esperti di neuroscienze.

Perché?

Si è oramai capito che la raccolta e la gestione dei dati non può essere un ‘far west’, soprattutto laddove si parla di dati personali e sensibili: come dicevamo all’inizio, ognuno di noi quotidianamente produce dati, consapevolmente o inconsapevolmente. In questa prima decina di anni di boom della ‘data economy’ i limiti imposti alla privacy e al trattamento dati sono stati davvero pochi e i big data hanno già rivelato il loro lato oscuro. Pochi concreti vantaggi per gli utenti. L’Europa è stata pioniera con il GDPR di una regolamentazione standardizzata, ma in altri Paesi del mondo non ci sono ancora grandi limiti. Lo Stato della California, la terra delle tech company, ha da qualche mese approvato (sarà pienamente operativo nel 2020) una legge che si ispira al GDPR, il California Consumer Privacy Act. Un deciso passo avanti.

La legge, tuttavia, con i suoi tempi e le sue esigenze di contemperanza di diversi interessi, non riuscirà a stare al passo con lo sfruttamento dei dati e con le continue evoluzioni tecnologiche, è pertanto un bene che stia emergendo il cosiddetto ‘ethical approach’, l’approccio etico ai dati, che le aziende scelgono se fare proprio a prescindere da quanto la legge richiederebbe.

L’approccio etico ai dati richiede alle aziende trasparenza, equità e un utilizzo che abbia quale fine ultimo il miglioramento dei servizi in ottica customer centric, capace di restituire reale valore al cliente finale.  E’ una transizione importante che porta un campo prettamente tecnico, quello della Data Science tradizionale, all’integrazione con le Scienze Umane, che da un lato aiutano a capire e interpretare i dati stessi e li rendono più aderenti alla vita reale, cogliendo anche aspetti emotivi e irrazionali; dall’altro aiutano a coltivare l’etica dei dati e supportare decisioni aziendali profittevoli ma responsabili.

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Benessere e salute, tra nuovi bisogni e innovazione

“Il settore assicurativo ricopre già oggi, in maniera diffusa, tutte le principali aree del bisogno Benessere e Salute ed esiste una naturale vicinanza tra le caratteristiche di questo bisogno e quelle del settore stesso”. Così Andrea Poggi, Innovation Leader Deloitte, presenta la ricerca internazionale svolta da Deloitte in ambito Benessere e Salute. Una ricerca con tutti i dati del settore, ma anche una panoramica sul futuro che ci attende e il ruolo dei principali player.

Le assicurazioni conoscono le necessità dei clienti in questo bisogno e dispongono delle soluzioni adatte a garantire qualità e competenza e, inoltre, sono presenti nell’ecosistema dell’innovazione con un ruolo sempre più importante. “È proprio da questa naturale vicinanza, tra Benessere e Salute, mondo dell’innovazione e caratteristiche del settore assicurativo, che nasce la riflessione strategica su come accelerare ulteriormente il percorso intrapreso dal settore in questa importante area di bisogno” prosegue Poggi.

Benessere e salute: che cosa sta cambiando con l’innovazione

L’innovazione porta significativi cambiamenti a livello sociale e industriale. Siamo diventati clienti complicati da capire e gestire e risulta riduttivo definire i nostri bisogni esclusivamente in base all’età. Siamo “Perennials” con bisogni e comportamenti che tendono a rimanere “perenni” nel tempo. Siamo pieni di informazioni anche grazie allo sviluppo delle nuovi fonti digitali: il 45% degli adulti americani si informa anche attraverso Facebook e la metà di questi esclusivamente attraverso il social network. Tuttavia, una maggiore quantità di informazioni non porta automaticamente a una maggiore conoscenza, considerando che 4 italiani su 5 non sanno riconoscere una fake news. Infine, mostriamo comportamenti di acquisto Digit-Old: da una parte aumenta l’utilizzo del digitale e dall’altra 9 italiani su 10 ritengono il negozio ancora una necessità in molti settori.

Ulteriore elemento di cambiamento legato all’innovazione riguarda i dati che sono al centro della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo. È stato stimato che ci vorrebbero 6 milioni di anni per guardare tutti i video che attraversano le reti globali in 1 solo mese e ogni momento della nostra vita diventa fonte di informazioni. Da poco lo è diventato anche il sonno. I dati permettono una gestione algoritmica della vita collettiva e la lettura profonda di questi dati permette di rivedere le logiche classiche di fare impresa, sino al punto di anticipare le nostre scelte di acquisto (Amazon, ad esempio, grazie a sistemi di Intelligenza Artificiale e algoritmi, con il nuovo programma “Amazon Product Sampling” offre ai clienti la possibilità di ricevere gratuitamente campioni omaggio di ogni tipo a seconda dei loro gusti).

L’innovazione sta cambiando radicalmente la competizione. Sono nati, in poche decine di anni, nuovi operatori (i cosiddetti tech giants), che rendono riduttiva la definizione di multinazionale e che hanno aree di interesse industriale a 360°: dalla ricerca medica, all’intelligenza artificiale, al venture capital, alle auto a guida autonoma, ai device IoT, e molto altro.

Le forze di cambiamento legate all’innovazione permettono di immaginare un nuovo modello di gestione del cliente, dove partendo da un’area di bisogno rilevante si determina l’opportunità di gestire tutte le necessità del cliente stesso, rendendo più labili i confini tradizionali tra i settori industriali che siamo stati abituati a pensare.

Il mondo del Benessere e della Salute rappresenta l’area di bisogno che più di altre si presta a questo cambiamento

Benessere e Salute è un’area di bisogno ampia che va oltre la prevenzione e la cura sino ad abbracciare la necessità di svolgere attività fisica, la cura dell’alimentazione e la gestione del proprio tempo libero. Le innovazioni in questa articolata area di bisogno sono molteplici, già presenti e in continua evoluzione (es. droni per la consegna dei farmaci, assistenti domestici robotizzati o ancora Health point presso le sedi di lavoro, ecc.). Inoltre, si tratta di una area di interesse per molteplici aziende appartenenti a diversi settori industriali (dal mondo finanziario, al farmaceutico, all’industria, alle telecomunicazioni, ecc), dove i “Tech Giant” sembrano indirizzare una buona parte dei propri interessi strategici. Ad esempio: Amazon in collaborazione con JP Morgan e Berkshire Hathaway sta progettando la creazione di una società sanitaria e ospedali per i propri dipendenti, Apple ha ricordato recentemente come conti di dar il suo maggiore contributo in ambito Benessere e Salute e, infine, Google ha recentemente acquistato la divisione smartwatch di Fossil.

Benessere e Salute: i numeri della ricerca di Deloitte

Ecco in sintesi le principali evidenze emerse dalla ricerca di Deloitte:

* Tra tutti i nostri bisogni il Benessere e Salute è la principale area di spesa: lo conferma il 74% degli italiani, in linea con il resto del mondo

* 2 italiani su 3 (vs. 58% estero) ritengono importante effettuare visite di prevenzione o check up almeno 1 volta all’anno, spendendo nel 50% dei casi una media annua di circa 300 euro

* Il 60% degli italiani assiste in prima persona i propri cari, dato che sale a oltre 80% tra gli over 55

* Italiani ancora tradizionali nel controllo del proprio stato di salute: il 79% si rivolge ai medici e solo il 7% si avvale di weareable device

* Solo il 13% degli italiani conosce offerte in ambito Benessere e Salute da parte di operatori non tradizionali

* L’80% degli italiani valuterebbe in ogni modo l’acquisto di servizi in ambito Benessere e Salute attraverso operatori non tradizionali (non solo quelli appartenenti al mondo tech ma anche a quello finanziario)

Il ruolo dei nuovi operatori

La ricerca di Deloitte è stata svolta in collaborazione con SWG, per approfondire il percepito delle persone rispetto ai cambiamenti in atto nel mondo Benessere e Salute.

“Per il 74% degli italiani – evidenzia Andrea Poggi, Innovation Leader Deloitte – l’innovazione ha avuto un impatto positivo migliorando la qualità dei servizi, facilitandone l’accesso e riducendo i costi. Tuttavia quando pensiamo alla nostra salute gestiamo questo bisogno in maniera tradizionale rivolgendoci ai medici nel 79% dei casi o attraverso la diagnostica tradizionale (24% dei casi), mentre solo il 7% degli intervistati dichiara di avvalersi di wearable device o applicazioni digitali”.

Gli intervistati, sia a livello nazionale che internazionale, affermano di utilizzare, in modo interessato ma selettivo, i servizi digitali disponibili in ambito Benessere e Salute. “Per quasi il 70% degli intervistati Italiani i servizi digitali più utilizzati risultano essere quelli per facilitare l’accesso alle cure (ad es. la prenotazione online delle visite), mentre assumono una rilevanza minore i servizi digitali per monitoraggio della propria salute, per la condivisione delle informazioni, la consegna dei farmaci a domicilio o la telemedicina” continua Poggi.

Gli intervistati confermano di avere aspettative concrete nei confronti dell’innovazione. In particolare, si aspettano sia migliori cure abilitate dalle nuove tecnologie (63% in Italia, 51% a livello estero) sia una maggiore facilità di accesso alle cure stesse, soprattutto in termini di minori tempi di attesa (52% in Italia, 37% a livello estero).

L’innovazione per il 84% degli intervistati Italiani ha portato a un significativo aumento delle informazioni, delle quali non sempre siamo fiduciosi: il 35% degli intervistati italiani (vs. 39% estero) non si fida mai delle informazioni trovate sul web, solo il 10% si fida sempre, e il 55% (vs. 51% estero) si fida solo per alcune tipologie di informazioni o fonti. In ogni modo, per l’80% degli intervistati italiani (65% a livello estero) ritiene che le informazioni siano d’aiuto se accompagnate dal confronto con familiari, amici o specialisti.

Dall’indagine emerge il bisogno di essere stimolati al nuovo: “solo il 13% degli Italiani (vs. 14% estero) è a conoscenze di offerte da parte di operatori diversi da quelli tradizionalmente riconosciuti come esperti”, afferma Luigi Onorato, Senior Partner Monitor Deloitte. Allo stesso tempo, non viene spontaneo pensare di rivolgersi a operatori diversi da quelli tradizionali per l’acquisto, ad esempio, di servizi in ambito attività fisica, prevenzione o cura. A titolo indicativo, meno del 10% del campione intervistato si rivolgerebbe spontaneamente ad operatori tecnologici o operatori finanziari per acquistare servizi o prodotti per l’attività fisica, la prevenzione o la cura della persona.

Allo stesso tempo, si rileva una apertura verso nuovi operatori. “L’80% degli italiani valuterebbe l’acquisto di servizi in ambito Benessere e Salute attraverso operatori non tradizionali, non solo quelli appartenenti al mondo tech ma anche a quello finanziario (il 73% a livello estero), purché l’operatore dimostri di avere le competenze giuste (49% a livello italiano e estero), di essere credibile (45% a livello italiano vs. 41% estero) e di poter garantire semplicità nella gestione dei servizi (35% a livello italiano vs. 47% estero)” continua Onorato.

Inoltre, il 76% degli intervistati italiani (63% a livello estero) ritiene importante avere un «unico punto di accesso» nell’articolato mondo dei bisogni in ambito Benessere e Salute, percentuale che sale al 84% per chi ha più di 65 anni.

In sintesi, l’indagine mostra come Benessere e Salute sia un bisogno ampio, importante e in evoluzione, ricco di innovazioni su cui numerosi player di diversi settori sono già attivi e rispetto al quale i clienti sono pronti a valutare modalità innovative, purché siano stimolati al cambiamento e gli operatori siano credibili e affidabili.

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