Connected Car, le prospettive per le assicurazioni in un mercato da oltre un miliardo

Quello della connected car è un settore particolarmente interessante per le assicurazioni per la sua stretta (e complessa) relazione con la sfera della sicurezza. In particolare, l’implementazione dei sistemi ADAS presenta notevoli opportunità per l’insurance.

Nonostante in Italia il mercato dell’auto nel suo complesso abbia subito un crollo del -27,9% nel 2020, quello della Connected Car ha registrato solo una lieve flessione del -2%. Secondo i dati della ricerca dell’Osservatorio Connected Car & Mobility del Politecnico di Milano, sono 17,3 milioni i veicoli connessi a fine 2020, quasi il 45% del parco circolante in Italia.

Un target quindi molto interessante per il settore assicurazioni, specialmente considerando che la sicurezza rappresenta una delle motivazioni di acquisto più importanti per gli utenti finali, il che denota una tendenza di consapevolezza del rischio e desiderio di soluzioni mirate a minimizzarlo.

Sempre più integrati nei nuovi veicoli sono i sistemi di assistenza alla guida (ADAS), quali la frenata automatica di emergenza o la verifica della presenza di veicoli nell’angolo cieco. Questi sistemi fanno registrare a fine 2020 un valore di 600 milioni di euro.

Adas (guida assistita): a che punto siamo e quali effetti avrà sulle assicurazioni

Emerge quindi la possibilità di capitalizzare su questo trend, sviluppando l’offerta di polizze assicurative in cui il premio varia sulla base del numero e della tipologia di sistemi ADAS presenti a bordo veicolo.

Sono sempre più numerose le compagnie assicurative che lavorano a offerte di questo tipo, che tengano conto della presenza di tali sistemi, e quindi del ridotto rischio di incidente, per offrire uno sconto sul premio assicurativo. In particolare, secondo alcune stime dell’Osservatorio, prendendo come riferimento un campione di auto dotate di sistemi ADAS con cilindrata compresa tra 1.300 e 1.800 cc, e a fronte di un premio equo iniziale compreso tra 170 e 200 €/anno, è possibile ottenere una riduzione del rischio di incidente compresa tra il 15 e il 20%, con conseguente decremento del premio equo pari 25-40 €/anno.

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Adas (guida assistita): a che punto siamo e quali effetti avrà sulle assicurazioni

Secondo un report di MarketsandMarkets il mercato dei sistemi di assistenza alla guida (ADAS) è  in crescita e raggiungerà gli 83 miliardi di dollari entro il 2030.

La crescente adozione di ADAS e altri sistemi di sicurezza, l’attenzione dei governi per migliorare la sicurezza dei veicoli e dei pedoni, le iniziative degli OEM per fornire caratteristiche di sicurezza avanzate e l’avvento di veicoli autonomi faranno aumentare la domanda di ADAS nei prossimi anni. La pandemia COVID-19 ne ha momentaneamente arrestato la crescita, con la sospensione della produzione di veicoli e interruzioni delle forniture, tuttavia il mercato ADAS dovrebbe registrare un significativo incremento nel 2022.

Che cos’è l’ADAS

La sigla sta per Advanced Driver-Assistance Systems (sistemi di assistenza alla guida avanzati) e dà il nome a una categorie di soluzioni elettroniche e digitali che forniscono assistenza alla guida, anche e soprattutto in situazioni di emergenza, e al parcheggio del veicolo.

Queste soluzioni sono destinate ad aumentare la sicurezza delle auto e più in generale la sicurezza stradale. E’ noto che la maggior parte degli incidenti stradali è dovuta ad errori umani, pertanto i sistemi avanzati di assistenza alla guida sono sviluppati (oggi con il grande contributo degli sviluppi tecnologici come quelli in Intelligenza Artificiale), per automatizzare, adattare e migliorare i sistemi dei veicoli per la sicurezza e una migliore guida.

I sistemi ADAS si basano su input provenienti da molteplici fonti di dati, tra cui immagini automobilistiche, LiDAR, radar, elaborazione delle immagini, visione computerizzata e rete in auto. Ulteriori input sono possibili da altre fonti separate dalla piattaforma primaria del veicolo, come altri veicoli, indicati come Vehicle-to-vehicle (V2V), o Vehicle-to-Infrastructure (V2X), come la telefonia mobile o i sistemi di rete dati WiFi.

ADAS: quali sistemi di sicurezza sono compresi

I primi sistemi ADAS implementati sono stati i sensori pioggia, il sensore crepuscolare, il cruise control adattivo, la frenata automatica d’emergenza, i sensori di parcheggio, l’avviso di cambio corsia o il riconoscimento automatico dei segnali, ma oggi c’è molto altro la tecnologia può fare in ambito di assistenza alla guida.

Alcuni dei sistemi di assistenza alla guida più diffusi sono:

Cruise control

Il cruise control è un sistema elettronico che permette la regolazione automatica della velocità  mentre si guida. Questo sistema consente di impostare una velocità e di mantenerla automaticamente costante, senza bisogno di tenere premuto l’acceleratore.

Solitamente tramite una leva, il sistema imposta la velocità desiderata e la mantiene fino a che il guidatore tocca l’acceleratore, la frizione o il freno.

Adattamento della velocità

Per sistema di adattamento intelligente della velocità, o ISA (Intelligent Speed Adaptation) si intende qualsiasi sistema con cui è possibile variare la velocità di un veicolo a seconda del limiti imposti sulla strada. Il sistema ricava le informazioni sul limite tramite apparecchiature analoghe a quelle di navigazione satellitare, e supporta il guidatore a rispettare sempre i limiti di velocità.

Un sistema ISA può essere di tipo passivo o di tipo attivo, a seconda che ci sia un semplice avviso al guidatore che sta oltrepassando i limiti, o che intervenga in automatico per ridurre la velocità di marcia.

Mantenimento di carreggiata

Il sistema di mantenimento di carreggiata, chiamato anche sistema di mantenimento di corsia o Lane Keeping Assist System (LKAS) è, come si può intuire dal nome, studiato per evitare di invadere inavvertitamente l’altra corsia di marcia.

Si tratta di due sistemi complementari (non sempre entrambi in dotazione al veicolo) che agiscono su due livelli: uno si limita ad avvisare il conducente che il veicolo sta per invadere un’altra corsia, mentre l’altro interviene direttamente sui controlli del mezzo per riportarlo in carreggiata.

Avviso di collisione e anticollisione anteriore

I sistemi di anticollisione anteriore sono sistemi di rilevamento solitamente basati su radar/LiDAR e telecamere, studiati per diminuire il rischio di collisione causa disattenzione del guidatore.

Al rapido approssimarsi di un ostacolo, il conducente viene avvisato tramite avviso sonoro (avviso di collisione). Nel caso in cui il guidatore non agisca sui freni, grazie al sistema di anticollisione l’auto applica automaticamente la massima forza frenante per frenare l’auto o quanto meno rallentare la sua velocità per mitigare i danni eventuali.

Il mercato ADAS in Europa

Secondo il report di MarketsandMarkets, la domanda di ADAS in Europa sarà trainata appunto dalle disposizioni di legge europee. La Francia è uno dei mercati in più rapida crescita per ADAS in Europa. Nel 2018, la Francia ha contribuito per circa il 12% alla produzione totale di veicoli nella regione secondo l’Associazione dei costruttori europei di automobili. Inoltre, diverse disposizioni in materia di sicurezza sono stati attuati dal governo francese. Ad esempio, nel 2015, il governo ha reso obbligatoria l’installazione della frenata d’emergenza automatica (AEB) e dell’avviso di deviazione dalla corsia (LDW) su tutti i nuovi autocarri pesanti.

La crescente produzione e vendita di veicoli di lusso, dovuta alla forte crescita economica, gioca un ruolo importante in Germania. I principali OEM tedeschi come Volkswagen e Daimler AG hanno incorporato caratteristiche avanzate per migliorare l’esperienza di guida. Questi OEM offrono la maggior parte delle caratteristiche ADAS di serie nei loro veicoli del segmento premium. Nei SUV e nelle berline del segmento medio, le caratteristiche essenziali dell’ADAS sono offerte in pacchetti aggiuntivi.

In base alle disposizioni europee, dal 2022 gli ADAS diventeranno obbligatori in tutta Europa. In particolare, tutti i nuovi veicoli dovranno avere di serie la frenata automatica di emergenza o il mantenimento di corsia. Il nuovo regolamento prevede l’introduzione di circa trenta sistemi avanzati elettronici che garantiscano sicurezza a conducenti e passeggeri. I nuovi modelli che andranno sul mercato dal 2022 dovranno ovviamente essere in linea con le disposizioni, mentre per il parco auto circolante è data la possibilità di adeguarsi entro maggio 2024.

La Commissione prevede che le misure proposte contribuiranno a salvare oltre 25.000 vite umane ed evitare almeno 140.000 lesioni gravi entro il 2038. Ciò contribuirà all’obiettivo a lungo termine dell’UE di avvicinarsi a zero morti e feriti gravi entro il 2050 (“Visione Zero”).

Sistemi ADAS e assicurazioni

E’ abbastanza lineare la considerazione che se si riduce in modo così consistente il numero di incidenti automobilistici grazie all’uso di sistemi ADAS, la conseguenza in ambito assicurativo è che dovrebbero scendere i premi dei prodotti RC, oggi calcolati anche su indici di rischio legati appunto alla sicurezza dei veicoli, delle strade e alle statistiche.

Swiss Re ed HERE hanno sottolineato in questa analisi sul tema, come sia fondamentale che assicuratori e case automobilistiche collaborino per condividere i dati  e valutare accuratamente come le tecnologie ADAS possano modificare i modelli di pricing del rischio.

In particolare si ribadisce il fatto che “Dato che sempre più compiti del conducente sono affidati all’auto, gli assicuratori non dovrebbero valutare il rischio solo in base alla persona che guida l’auto, come è stato fatto tradizionalmente, ma in base al veicolo che la persona sta guidando”.

Secondo l’analisi, i sistemi ADAS potrebbero portare a una riduzione dei premi assicurativi globali per le auto completamente equipaggiate tali sistemi di 20 miliardi di dollari entro il 2020.

Questo potrebbe essere considerato un vantaggio solo dal punto di vista dei consumatori, in quanto le compagnie non sono mai particolarmente contente di abbassare i premi soprattutto in ambito RC Auto, considerato a bassa marginalità ma che fornisce alta liquidità alle assicurazioni.

Tra gli aspetti che gli assicuratori considerano una barriera alla diminuzione dei premi c’è il fatto che, sebbene gli incidenti diminuiranno grazie ad ADAS, quelli che continueranno a verificarsi saranno molto più costosi per le compagnie, poiché le auto super accessoriate di sistemi di guida avanzati, che quindi montano più tecnologie, quando entrano in officina sono molto più costose.

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MIA 2021, i vincitori della terza edizione del programma di accelerazione dedicato alle donne

Sono quattro i progetti vincitori di MIA – Miss in Action 2021: Blowdevice, Genuino.zero, SMACE e Thesis 4U. Sono stati selezionati a conclusione della terza edizione del programma di accelerazione dedicato alle donne, promosso da Digital Magics e dal Gruppo BNP Paribas in Italia con l’obiettivo di supportare, anno dopo anno, l’avvio e lo sviluppo di nuove imprese al femminile.

I quattro progetti, selezionati da una commissione composta da manager di Digital Magics, del Gruppo BNP Paribas in Italia e di CRIF e una Giuria di Esperte tra le 12 finaliste (startup, PMI e team di studentesse) ora cominceranno un percorso di coaching e mentorship di tre mesi organizzato da Digital Magics che le accompagnerà nella loro crescita e le aiuterà a perfezionare il loro business model, per passare da un’idea “early stage” a un progetto di “go to market”.

MIA 2021, 180 candidature e oltre 90 progetti

Al suo terzo di anno di attività e in un certo senso “essa stessa una startup”, come fa notare Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif, questa edizione di MIA – MIA Miss In Action ha visto oltre 180 startup registrate e più di 90 progetti valutati nei settori più promettenti dell’innovazione: Education, Digital Learning, New ways of Working, Fitness, Foodtech, Sustainability, Smart Home, Smart City, Smart Mobility, CSR, Health, Welfare, Well-being, Beauty, Fashion, Design, Insurtech, Digital Training, Proptech, Digital Marketing, Retail, Travel, New Space, Leisure&Entertainment.

“Ad oggi in Italia le startup al femminile sono solo tra il 12,5% e il 13% del totale” commenta Layla Pavone, Chief Innovation & Marketing & Communication Officer di Digital Magics, “Per questo continuiamo ad impegnarci con l’obiettivo di aiutare ad aumentare questa percentuale.”

Dopo il processo di selezione, sono arrivati alla finale di MIA 2021 Andronica, Appcycled, Bbrand-Etnobiz, Fler, Footbooking.Club, Ta-Daan, Whataeco, Yoisho Rent, e le quattro vincitrici: Blowdevice, Genuino.zero, SMACE e Thesis 4U.

MIA 2021, ecco le vincitrici della call

Blowdevice

Blowdevice è un progetto nato in seno a UNIBAS (Università degli Studi della Basilicata) all’insegna della sostenibilità, con l’obiettivo di allungare la conservazione di frutta e verdura fresche, per migliorare la sostenibilità ambientale ed economica della produzione ortofrutticola.

Ha ideato un dispositivo brevettato a livello europeo e riconosciuto “key innovation” dalla Commissione UE, che applicato sul packaging dei prodotti ortofrutticoli controlla lo scambio gassoso tra interno ed esterno, superando gli attuali limiti di permeabilità ai gas dei materiali per il confezionamento. Il sistema aumenta così la vita post-raccolta e riduce le perdite per deterioramento dei prodotti, promuovendo una riduzione degli sprechi sia a livello trasporti e GDO che anche e soprattutto a livello domestico.

Genuino.zero

Nata a Firenze da un’idea di Chiara Brandi, genuino.zero è una startup che propone un nuovo modello distributivo per i prodotti locali di filiera corta, che funziona come un gruppo di acquisto solidale.

Sfruttando le nuove tecnologie ed il web, la genuino.zero realizza un “ponte” per collegare campagna e città, accorciando le distanze tra due realtà che si sono progressivamente allontanate nel tempo, e rendendo i prodotti alimentari locali ed artigianali facilmente accessibili ai consumatori urbani.  Attraverso la piattaforma, l’esperienza di acquisto è semplice e rapida e la spesa di filiera genuina arriva direttamente a casa. Il tutto all’insegna della sostenibilità: la mancanza di magazzini permette di evitare sprechi, e l’intero trasporto avviene attraverso mezzi a basso impatto ambientale.

SMACE (Smart Work in a Smart Place)

“Smart Work in a Smart Place”: questo il significato di SMACE, un servizio rivolto ad aziende e smartworkers che permette di ritrovare l’equilibrio vita-lavoro, soggiornando nelle più belle località d’Italia per esperienze di workation (work-vacation).

Il progetto nasce dall’idea di Andrea Droghetti e Marta Romero, due giovani consulenti che nell’estate 2020, dettata dalle restrizioni del Covid-19, hanno sperimentato un nuovo modo di lavorare: lo smartworking in luoghi di interesse.

La piattaforma seleziona le strutture ricettive per garantire l’ottimale svolgimento dell’attività lavorativa da remoto coniugata all’esperienza di soggiornare in un luogo piacevole, e offre alle aziende diversi pacchetti da proporre ai propri lavoratori in smart working a seconda delle esigenze.

Thesis 4U

Thesis 4u nasce da un’idea di Martina Spignolo, che dopo un anno trascorso a Stoccolma per sviluppare la sua tesi ha voluto riportare in Italia ciò che ha imparato dalla sua esperienza: la potenzialità della tesi di laurea come strumento per portare idee nuove e decondizionate all’interno delle aziende da una parte, e favorire l’inserimento nel mondo lavorativo degli studenti dall’altra.

La piattaforma nasce per mettere in collegamento aziende e università nell’ambito di temi di ricerca e innovazione: l’obiettivo è permettere alle aziende di scoprire nuovi giovani talenti mettendoli alla prova con un progetto di tesi, e offrire la possibilità a tutti gli studenti di scrivere una tesi in azienda. Permette di raccogliere in un unico luogo le proposte di aziende che cercano laureandi per realizzare un progetto di tesi interna, e quelle di laureandi che cercano un’azienda interessata al proprio progetto di tesi, favorendo l’incontro tra le due parti all’insegna di innovazione e inserimento.

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Mercato assicurativo e innovazione, le sfide che ci attendono

L’insurance è come una grande nave, veloce e con un grande abbrivio ma difficile da far virare. È arrivata una grossa onda che ovviamente ci ha rallentato e fatto ballare. Ma chi continuava ad andare dritto sulla vecchia rotta si è solo preso l’onda di faccia. Chi, come noi, aveva già avviato la virata, l’ha presa lateralmente ed ha potuto usare la sua forza per accelerare il cambiamento.

L’effetto della pandemia sui conti delle compagnie assicurative ancora dobbiamo vederlo in pieno e abbiamo fiducia che le manovre di rilancio dell’economia ci aiuteranno a non vederlo mai. Quello che però vediamo tutti è questa magica convergenza che si è creata fra i bisogni dei nostri clienti, la prioritizzazione degli investimenti nel digitale da parte delle compagnie e il contesto normativo che, va detto, ci ha dato una forte mano in particolare con la semplificazione dei contratti per email.

Tutti abbiamo tuttavia operato in velocità, spostando budget da altre voci, in deroga agli abituali processi ed in un contesto normativo favorevole. Per il post pandemia abbiamo quindi due grandi sfide che ci attendono: mantenere questo focus sull’innovazione e la customer experience e adattarci alla minore capacità di spesa dei clienti. Come l’Istat evidenzia, il calo della spesa per servizi non riferiti all’abitazione è del 19,4% e se vogliamo veramente giocare un ruolo sociale dobbiamo essere veramente accessibili a tutti.

L’innovazione non è il fine ma il mezzo

A parte il salto tecnologico che abbiamo fatto negli ultimi mesi, la crescita più importante è culturale. Abbiamo finalmente fatto pace con la tecnologia, abbiamo riportato il mondo digitale nella dimensione dello strumento, utile per fare cose normali in modo semplice o per consentire cose altrimenti impossibili, come sembrava fino a ieri poter frequentare la scuola senza uscire da casa.

Purtroppo considerare l’innovazione come qualcosa di esotico è una debolezza molto diffusa fra gli addetti ai lavori. Tendiamo ad innamorarci della tecnologia, siamo affascinati dalle soluzioni innovative, dimenticandoci di valutare se rispondano o meno ad un reale bisogno. Solo il 6% dei progetti innovativi avviati nell’insurance è oggi nella fase di industrializzazione e il 60% dei progetti in Intelligenza Artificiale aperti da banche e assicurazioni è stato chiuso prima dell’implementazione. Sono convinto che fossero tutti progetti bellissimi, per chi li seguiva o dal punto di vista “accademico”, ma hanno funzionato più per fare bella figura in qualche convention che per un reale obiettivo di business. Diciamo che quel genere di progetti diventa il fine di chi li aveva lanciati, più che il mezzo per raggiungere un obiettivo. E non deve andare così: l’innovazione deve essere un abilitatore trasversale, non una struttura organizzativa.

I kpi dell’innovazione: non ci sono solo la transazioni digitali

Se l’innovazione è uno strumento, credo sia un errore cercare di misurarla con KPI diretti. Devo invece misurarne l’efficacia che ha avuto nel raggiungimento dell’obiettivo, che sia di business, di NPS (Net Promoter Score) o di cost cutting. Inizialmente avevamo un KPI di numero di transazioni digitali sul totale. Però non sempre la scelta binaria digitale è esaustiva, perché in molti casi l’intervento umano aggiunge valore oggettivo, in molti altri aggiunge un valore soggettivo per il cliente in termini di esperienza e in altri casi l’intervento umano può costare meno che sviluppare un automatismo. Insomma, il KPI dovrebbe essere usare al massimo le transazioni digitali tutte le volte che servano, piacciano, convengano etc. e il KPI vero torna ad essere l’NPS (quanto i clienti consigliano la tua azienda?) le vendite, i costi non l’utilizzo del digitale in se.  È anche un errore allocarvi un budget dedicato, il budget deve essere del business/process owner che poi, credendo nell’utilità dello strumento innovativo, lo alloca a queste iniziative per raggiungere utilitaristicamente il suo obiettivo, non perché vuole fare una cosa “tech”.

Gli investimenti in insurtech e il ritardo italiano

Detto tutto questo, c’è ancora molto da fare sul fronte dell’insurtech. Gli investimenti in Italia sono ancora limitati, per due motivi principali. Il primo è la complessità del sistema regolamentare italiano a fronte di un basso rapporto premi su PIL, che da tempo diciamo destinato a crescere ma ancora allineato al trend del settore auto.

Nessuna delle insurtech italiane ha lo status di compagnia: le startup sono broker, managing general agent, solution providers o molto più spesso “semplici” società di servizi che svolgono parte del processo assicurativo. La prateria dell’insurtech oggi è quindi nei servizi di prevenzione e di assistenza, che sono centrali per passare dal pagare i sinistri a prevenire e mitigare i rischi.

Il secondo motivo del ritardo insurtech italiano è una miscela fra la dimensione del mercato dei capitali e ambizioni delle startup nostrane, entrambi limitate. Chi nasce pensando al mondo, o quantomeno all’Europa, parte direttamente da Londra, dove gli startupper italiani fanno fortuna. Per gli altri c’è un mercato in Italia comunque efficiente a misura delle loro ambizioni, entrambi settati sulla dimensione domestica. Con un mercato limitato ed un ritorno sul capitale solo nel medio termine è difficile attrarre risorse ingenti pensando poi di scalare a livello europeo: è più semplice entrare in mercati più maturi e per tornare in Italia successivamente.

I segnali di cambiamento positivo, comunque, non mancano. Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare. Finalmente vediamo scendere in campo le grandi istituzioni, come Cassa Depositi e Prestiti con CdP Venture Capital, che non solo stanno portando dimensione e struttura ma stanno catalizzando competenze e attori diversi, attraendo altri player. Così facendo, riusciremo in una cosa che agli italiani di solito non riesce sempre bene: fare sistema.

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La digi-intermediation e il futuro ibrido delle assicurazioni

Nello stesso momento in cui ci spingeva verso la dimensione digitale l’emergenza sanitaria ci ha mostrato la potenza, e la necessità, delle relazioni fisiche. Nella scuola, nel lavoro, nell’intrattenimento.. Dopo il 2020 gli scenari e i modelli full digital sono improbabili così come però diventano insostenibili  quelli che non riescono ancora ad accogliere e integrare le tecnologie digitali nei processi e nei prodotti, per quanto fisici possano essere.

Nel mondo dei servizi, e di quelli finanziari in particolare, la pandemia ha accelerato l’offerta digitale, ormai lo sappiamo. È stato uno strappo che non prevede un ritorno a come eravamo ma impone molte domande su come saremo. Sono diverse le parole usate per descrivere il mondo che verrà, da phygital a ibrido.

In ogni caso quel che conta è la produttiva convivenza di esperienze, canali e relazioni fisici e digitali in un flusso in cui è ancora più l’offerta che la domanda a fare la differenza fra online e offline. C’è una sola vita e c’è un solo cliente-utente-consumatore: è l’onlife definita qualche anno fa dal filosofo Luciano Floridi e drammaticamente esplosa con il Covid-19.

Per l’industria delle assicurazione c’è una grande opportunità per valorizzare competenze, capacità e professionalità di grade tradizione ma ancora poco propense all’ibridazione, soprattutto in alcuni snodi decisivi della filiera. Ma per coglierla ci sono ancora molte resistenze da vincere e qualche ostacolo da superare.

Più dell’80% dei contatti cliente-compagnie passa dai canali digitali su cui l’87% delle compagnie dichiara di voler investire, ricorda il World Insurance Report 2021 di Capgemini ed Efma, che nell’edizione post pandemia si concentra sulla filiera dell’insurance e sulla relazione con il cliente. Le assicurazioni, quindi, stanno investendo sul digitale ma circa il 70% considera questo canale poco produttivo: non fa vendere, insomma.

Qualcosa evidentemente ancora non torna. Ci sono valutazioni da fare sui target ma anche sui prodotti. Online è più dispoibile il cliente giovane ed è più facile vendere prodotti semplici, collegati a un’esigenza immediata, meno vincolanti nel tempo. È la frontiera dell’instant insurance in cui conta molto l’associazione con ecosistemi, che aiutano a individuare comunità e bisogni specifici, e in cui più accesa sarà la competizione di operatori extrasettore.

Nella nuova normalità la customer care è un’equazione in cui la cura diventa maiuscola, CARE, acronimo di Convenience, Advice e REach, suggerisce il Wolrd Insurance Report. Per stabilire una relazione di successo con i clienti contano 1) la convenience/comodità del prodotto-servizio, 2) la capacità di consulenza, 3) l’efficacia della comunicazione. L’equazione si risolve solo con massicce iniezioni di tecnologia digitale che valorizzi il capitale di esperienza, competenze e credibilità della filiera assicurativa.

Una recente indagine dell’Italia Insurtech Association ha acceso i riflettori sul ritardo digitale degli intermediari assicurativi: sono il 90% degli addetti del settore ma l’80% non ha neanche un sito Internet. Evidentemente broker e agenti non sono in sintonia con un mercato in cui oltre l’80% delle interazioni con le compagnie assicurative passa da una canale digitale. Ma questo non significa che non abbiano un ruolo. Anzi rappresentano ancora la migliore soluzione della contraddizione sopra ricordata: hanno un’efficacia commerciale superiore ai canali digitali soprattutto per i prodotti finanziari complessi e ad alta valore aggiunto (per la compagnia e il cliente).

Dal World Insurance Report 2021 arriva però un’indicazione netta. Ogni competizione fra canali digitali e intermediari è ormai antistorica: le compagnie ne sono abbastanza consapevoli, fra broker e agenti probabilmente serve ancora una più forte presa di coscienza anche se i più lungimiranti chiedono già il supporto delle tecnologie per ridurre i costi e avere una maggiore capacità di personalizzare le offerte grazie alla data intelligence. Il futuro è dell’augmented broker, consulente fisico potenziato dall’intelligenza artificiale.

Siamo in marcia vero la Digi-intermediation, come la definiziscono gli analisti di Capgemini nel Report: l’intermediazione sostenuta dalle tecnologie digitale, un ambiente in cui muoversi senza soluzione di continuità fra canali digitali e touchpoint fisici. È un percorso che tutta l’industry assicurativa deve condividere perché è quello che porta alla Customer CARE, alla soddisfazione del cliente nella Nuova Normalità.

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Open Insurance, 7 ecosistemi ad alto potenziale per il futuro dell’assicurazione

Il futuro dell’ecosistema assicurativo è nell’open insurance. Come già avvenuto per l’open banking in relazione al mondo dei pagamenti digitali, anche il settore assicurativo si sta aprendo ad ecosistemi esterni, con la possibilità di proporre e fruire di polizze su piattaforme operanti in settori non assicurativi: un trend che rivoluzionerà il rapporto tra assicurazioni e clienti.

L’applicazione dell’open innovation al settore insurance è una grande scommessa per il futuro dell’ecosistema: un’opportunità di attirare sul mercato nuovi attori e creare, con le loro proposte, la nuova domanda per conquistare i clienti in cerca di innovazione.

“Per innovare realmente il settore assicurativo non basta proporre online quello che prima si vendeva in agenzia, ma serve un totale cambio di approccio” spiega Pietro Menghi, CEO di Neosurance, scaleup insurtech globale che ha sviluppato una Open Insurance Platform As A Service. “Se il cliente è prima di tutto un consumatore digitale, il dialogo deve iniziare dalle community digitali per lui più rilevanti nei vari momenti della sua giornata.”

Con l’open insurance, l’assicurazione “entra” nei contesti digitalizzati che frequentiamo ogni giorno, dall’app per fare sport a quella per noleggiare un monopattino elettrico e così via.

Ecco quali saranno i maggiori ambiti di applicazione.

Open insurance e Smart Home

Si prevede che i ricavi globali previsti per le tecnologie, i prodotti e i servizi delle città intelligenti raggiungeranno i 129 miliardi di dollari nel 2021. Tra questi sono inclusi anche prodotti smart home.

La possibilità di controllare le case attraverso la domotica sta aprendo diverse possibilità in materia di assicurazione contro furti, incendi e altri rischi domestici. L’integrazione fra sistemi assicurativi e dispositivi intelligenti consentirà ad esempio di attivare (e pagare) una polizza contro furto o incendio solo quando un sensore non rileva la nostra presenza in casa o se porte e finestre sono state chiuse con uno smart lock. L’impatto sarà notevole anche sul fronte riduzione delle frodi, grazie a un migliore controllo sui dati.

Open Insurance e Sport

Il settore sport & fitness sta subendo una grande trasformazione, con la sempre maggiore integrazione di servizi digitali. Solo Nel 2020, complice l’emergenza covid, nel mondo sono state lanciate 71.000 nuove app dedicate al fitness e alla salute: segno di un mercato in rapida espansione.

Le community digitali di sportivi, utenti molto attivi di app di prenotazioni, corsi online e fitness tracker, rappresentano inoltre una delle categorie più soggette a infortuni. La condizioni ricorrenti di rischio in quest’ambito cambiano sensibilmente in base a disciplina, età e molti altri aspetti che, analizzati in chiave big data, possono fornire informazioni preziose per la proposta di micro-polizze istantanee o prodotti più complessi, personalizzati in base alle reali esigenze dei singoli.

Open Insurance e Energia

Altro ambito di grande potenziale è il settore energia. L’integrazione con i sistemi di smart metering dei nuovi contatori connessi e le app con cui paghiamo le bollette consente di attivare coperture di vario tipo per garantire la continuità del servizio anche quando, ad esempio, una persona perde il lavoro o si trova ad affrontare spese inattese. Solo negli Stati Uniti, nell’ultimo anno, si è generato un debito di circa 40 miliardi di dollari di bollette non pagate, secondo i dati riportati dalla National Energy Assistance Directors’ Association.

Open Insurance e Micromobilità 

La micromobilità urbana sta vivendo un boom e con essa stanno crescendo i bisogni di copertura. Secondo recenti studi, ad oggi sarebbero circa 30mila i monopattini in sharing e circa 800mila quelli di proprietà. Se per i primi è già obbligatoria l’assicurazione per responsabilità civile verso terzi, resta il problema dei mezzi privati e comunque della copertura infortuni/danni subiti dal conducente.

Integrando su ogni mezzo un dispositivo connesso, è possibile identificare il monopattino/bici e, quindi, renderlo assicurabile attraverso una sorta di ”RCA” dedicata, che presto potrebbe essere obbligatoria. Grazie ai paradigmi dell’Open Insurance, gli assicuratori potranno interagire con app e community della micromobilità urbana, pubblica e privata, fornendo proposte assicurative più complete e soluzioni attivabili solo in base al reale utilizzo del mezzo.

Open Insurance e lavoro freelance e Gig economy 

Nel 2020 il 72% delle nuove P.IVA è stato aperto da una persona fisica. Anche se sempre più numerosi, i lavoratori autonomi godono ancora di scarse tutele in termini di salute, assistenza legale, infortuni, maternità e altri fattori che possono mettere seriamente a rischio la possibilità di lavorare e di avere un reddito continuativo.

Tramite piattaforme interconnesse, chi svolge un lavoro freelance – che si tratti di un consulente, di un rider o di un autista – sarà in grado di accedere più facilmente a polizze personalizzate in termini di costo, tempi e bisogni. Il canale digitale metterà a disposizione soluzioni molto più semplici e accessibili per queste categorie produttive, che si tratti di una protezione giornaliera sugli infortuni o di una annuale contro i rischi informatici in smart working.

Un esempio di successo in questo ambito è Zego, startup insurtech londinese dedicata proprio alla copertura dei nuovi servizi di mobilità, che ad aprile 2021ha raggiunto lo status di unicorno.

Open Insurance e Sanità digitale

Secondo Statista il mercato delle soluzioni di telemedicina, o eHealth, oggi vale 45 miliardi di dollari e potrebbe toccare i 175 miliardi entro il 2026.

La possibilità di accedere a parametri e indicatori sulla salute delle persone permette di elaborare profili di rischio sempre più precisi e suggerire strumenti di protezione e assistenza anche agli utenti meno consapevoli, grazie ad algoritmi di intelligenza artificiale. Non solo: è possibile valorizzare gli stili di vita più virtuosi, monitorando attività legate a sport e benessere. Una sempre maggiore integrazione tra ecosistemi di telehealth e wellness con quelli assicurativi faciliterà anche l’intero processo di gestione delle informazioni, rimborso delle cure, erogazione di indennizzi, riducendo sensibilmente il rischio di frodi e i tempi di istruttoria e burocrazia.

Open Insurance e Connected Car

Quella dell’auto connessa è uno dei maggiori settori trainanti della connected insurance. Secondo il sondaggio Insurance Nexus condotto da Reuters Events, circa il 78% degli assicuratori automobilistici ha già almeno un prodotto connesso sul mercato. ABI Research stima che saranno messe sul mercato oltre 115 milioni di auto connesse entro il 2025, e secondo una ricerca dell’Osservatorio Connected Car & Mobility del Politecnico di Milano, a fine 2020 sono 17,3 milioni i veicoli connessi solo in Italia, quasi il 45% del parco circolante.

Il settore assicurativo ha iniziato ad integrarsi con dispositivi e app collegati alle automobili, per offrire polizze digitali più flessibili, basate sui chilometri effettivamente percorsi o sullo stile di guida, premiando i soggetti più virtuosi. Analizzando velocità, frenate, sterzate e altri parametri, non solo è possibile elaborare assicurazioni profilate, ma anche prevenire i rischi attraverso suggerimenti personalizzati.

Secondo alcune stime dell’Osservatorio, prendendo come riferimento un campione di auto dotate di sistemi ADAS con cilindrata compresa tra 1.300 e 1.800 cc, e a fronte di un premio equo iniziale compreso tra 170 e 200 €/anno, è possibile ottenere una riduzione del rischio di incidente compresa tra il 15 e il 20%, con conseguente decremento del premio equo pari 25-40 €/anno.

Allo stesso tempo, risulta più semplice ed efficace fornire assistenza in tempo reale in caso di incidente e aprire un sinistro.

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Shift Technology, il nuovo unicorno francese che protegge dalle frodi

Nel ricco panorama insurtech francese si fa strada un nuovo unicorno: Shift Technology, che poche settimane fa ha chiuso un round di investimenti di Serie D da 220 milioni di dollari (circa 183 milioni di euro). La sua valutazione ha così raggiunto e superato il miliardo di dollari.

Shift Technology si muove in campo Software as a Service (SaaS) e sfrutta l’intelligenza artificiale per salvaguardare le compagnie assicurative dal rischio di possibili frodi, con un’attenzione particolare per i processi automatizzati di sottoscrizione e gestione delle polizze.

Ecco come funziona Shift Technology, la tecnologia utilizzata e le prospettive per il futuro.

I servizi di Shift Technology

Shift Technology nasce a Parigi, in Francia, nel 2014 dall’idea di David Durrleman (attuale Cto), Eric Sibony (Cso, Chief Services Officer) e Jeremy Jawish (Ceo). Attraverso la sua suite di programmi SaaS la startup sfrutta le potenzialità dell’intelligenza artificiale per aiutare le compagnie assicurative a evitare possibili frodi nei processi di sottoscrizione delle polizze, valutazione e compensazione dei sinistri, e gestione delle procedure finanziarie.

Secondo la non-profit americana Coalition Against Insurance Fraud, ogni anno negli Stati Uniti le frodi in campo assicurativo causano danni per 80 miliardi di dollari, e la crescente digitalizzazione dei processi potrebbe far lievitare i numeri. Allo stesso tempo, il settore basato sull’individuazione delle frodi in ambito assicurativo valeva 2,5 miliardi di dollari nel 2019, e potrebbe arrivare a 8 miliardi entro il 2024.

Dalla sua fondazione Shift Technology ha analizzato quasi 2 miliardi di polizze, rilevando potenziali frodi – come falsi incidenti, danni denunciati come nuovi ma in realtà già presenti, e documenti non più validi – con un livello di accuratezza del 75%. Per farlo la startup combina dati storici, immagini aeree e satellitari, scenari di possibile rischio e informazioni ottenute da partner esterni.

Oltre alla protezione contro le truffe, Shift Technology offre anche un servizio chatbot che permette di automatizzare la gestione dei sinistri in modo semplice e rapido, migliorando allo stesso tempo la customer experience.

Al momento la compagnia opera principalmente in campo danni e infortuni – ma ha in programma di espandersi presto nel mondo delle assicurazioni mediche – ed è attiva in 25 Paesi a livello globale. Tra i suoi clienti troviamo colossi come Generali France e la giapponese Mitsui Sumitomo.

Il futuro: l’hub francese per l’IA

Dalla sua fondazione, nel 2014, Shift Technology ha raccolto un totale di 320 milioni di dollari. Gli ultimi round hanno seguito un netto trend di crescita: dai 10 milioni di dollari raccolti nel 2016 ai 28 del 2017, fino ai 60 del 2019. L’ultimo round, di Serie D, è stato chiuso il 6 maggio scorso e ha permesso di raccogliere un totale di 220 milioni di dollari (183 milioni di euro) grazie anche alla partecipazione di investitori come Advent International, Accel, Iris Capital e General Catalyst.

La valutazione della compagnia ha così raggiunto il miliardo di dollari, permettendo a Shift Technology di affiancarsi ad Alan nel mondo degli unicorni insurtech francesi. Il Ceo Jeremy Jawish ha commentato la notizia usando toni che aprono a un futuro promettente: “Abbiamo appena iniziato a scoprire le potenzialità dell’IA e dell’automatizzazione applicate ai processi che guidano tutto il ciclo assicurativo” ha detto In un comunicato stampa rilasciato dall’azienda.

La startup impiega al momento 350 persone, e intende utilizzare i nuovi fondi per allargare il team: “Faremo molte assunzioni in Francia e alcune anche negli Stati Uniti” ha detto il Ceo. Lo scopo ultimo, poi, è creare il “più importante hub francese dedicato all’intelligenza artificiale nel settore assicurativo”, che impiegherà 300 persone entro il 2023.

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Famiglia, salute, tecnologia: le assicurazioni nell’Italia del Covid-19

Famiglia, salute, tecnologia. Sono i valori fondanti della “nuova normalità” italiana, secondo la ricerca “Fiducia, relazioni e comunicazione: la società italiana nell’era del Covid-19” condotta da BNP Paribas Cardif, in collaborazione con l’istituto di ricerca Eumetra MR.

Secondo il quadro tracciato dall’indagine, gli italiani si fidano più della famiglia che di loro stessi, hanno riscoperto l’importanza della salute e della prevenzione e desiderano tornare alla socialità, ma senza rinunciare agli aspetti positivi della tecnologia. Una fotografia che mette a fuoco un indice di fiducia medio che tocca il 65%, con un alto grado di affidamento su famiglia e amici, ma anche fiducia nei colleghi, nel capo diretto e nel capo azienda, e verso il sistema sanitario, pubblico e privato.

Più della metà degli italiani si fida delle assicurazioni, di cui apprezzano i servizi digitali offerti e la chiarezza del linguaggio utilizzato nonostante le difficoltà del periodo. Nel rapporto con i brand, anche nel comparto bancassurance, sono più che mai fondamentali serietà, trasparenza e attenzione al cliente.

“Queste nuove relazioni basate sulla fiducia ci impongono come persone e come azienda di mantenerla e meritarla, di rinnovare il patto tanto con i nostri clienti quanto con i partner” commenta Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif. “Diventa fondamentale costruire e rafforzare le relazioni basate su valori più forti e unificanti, e questa è la sfida che vogliamo accettare per rinnovare il dialogo con le persone. Lavoreremo anche di più sulla qualità dei contenuti per dare una risposta di valore alle istanze dell’ecosistema di riferimento nella sua interezza.”

“In ultima analisi” continua Fumagalli, “i messaggi che emergono dalla ricerca vertono sulla volontà di rafforzare le relazioni private e pubbliche, per esempio sul lavoro, per dare più importanza alle persone e superare le sfide e anche le paure insieme. E questa maggiore coesione rende più personale il rapporto che si è creato all’interno dei gruppi di lavoro, nei rapporti con i partner e nella relazione con i clienti. La grande occasione della pandemia è che ha messo al centro del dialogo delle persone il concetto di fiducia e quindi obbliga a intrattenere un’interazione più umana e che si affida al contributo, ai talenti e alle necessità di ogni individuo. Ed è un’occasione importante perché serve per impostare un futuro basato su un dialogo immediato, competente e perfettamente miscelato sulla fisicità e sul digital”.

L’Italia nell’era del Covid-19, la classifica della fiducia

Il primo dato che emerge dall’indagine è che gli italiani hanno molta fiducia in loro stessi: otto italiani su dieci (86%) ne hanno molta o abbastanza. La fiducia nei famigliari (95% molto o abbastanza) è superiore anche rispetto a quella in se stessi, con il 71% che si fida molto. Al secondo posto gli amici (86%), anche se solo il 45% sostiene di fidarsi molto o moltissimo. La crisi Covid, tra paura di contagio e di comportamenti individuali poco responsabili, sembra però aver peggiorato la fiducia verso il prossimo, sia tra i conoscenti, le persone del proprio ambiente sociale, sia nella propria comunità o città (si fida molto o moltissimo il 16%), una percentuale molto vicina a quella degli sconosciuti (indice di fiducia forte 8%).

Anche la fiducia nella propria azienda è altissima (84%), appena sotto quella negli amici. La fiducia si distribuisce in modo abbastanza regolare fra le diverse figure in azienda: i colleghi (77%), il proprio capo (75%), lo stesso capoazienda (72%), ottengono indici abbastanza omogenei.

Per quanto riguarda la fiducia nelle istituzioni invece, le più credibili risultano quelle no profit (70%), scientifiche o sovranazionali (66%). Tutte le altre hanno indici piuttosto bassi, con una preferenza per le figure elettive locali, come i sindaci (59%) e i Presidenti di Regione (50%). Lo stato italiano (49%) e il Governo (36%) si posizionano invece più giù.

Discorso inverso per la fiducia nel sistema sanitario, con la sanità pubblica che tocca quota 81% (in aumento nell’ultimo anno per il 38% degli italiani) e quella privata il 78% (in aumento per il 23%). Oltre al medico di famiglia, esiste un significativo sentimento sociale di riconoscenza e fiducia nei medici ospedalieri, negli infermieri e nel personale sanitario, ma anche nei farmacisti e nella medicina digitale.

Il quadro torna nel complesso positivo per quanto riguarda il mondo finance: la fiducia verso assicurazioni, banche e credito al consumo si posiziona attorno a metà classifica. Nel dettaglio, il 53% ha un livello elevato la fiducia nelle assicurazioni, di cui apprezzano soprattutto serietà e trasparenza (45%), attenzione ai clienti (40%) e il rapporto qualità-prezzo (37%). La fiducia nelle banche si attesta al 48%, mentre quella nelle società di credito al consumo al 40%.

“È interessante notare come, a livello mondiale, al top della classifica ci sia la tecnologia, considerata come entità neutra e slegata dalla mano umana che la utilizza, mentre da noi in Italia il primo posto è occupato dalla famiglia” nota Andrea Veltri, Deputy CEO Digital Transformation di BNP Paribas Cardif, “Mentre nel resto del mondo finanza, banche e assicurazioni tendono a trovarsi in fondo alla classifica, inoltre, vediamo che in Italia sono circa a metà. uestQuesto è segno di un lavoro ben svolto da parte degli attori assicurativi, che hanno saputo mostrarsi al fianco delle persone e sensibili ai loro bisogni.”

Nuova normalità, nuove forme di comunicazione: il focus sulle assicurazioni

In questo “new normal”, è la tecnologia che ci aiuta con i suoi mezzi a mantenere i contatti. Tra gli strumenti di comunicazione più diffusi spiccano soprattutto le videochiamate: il 43% degli italiani dichiara di usarle molto più di prima, con il 41% che esprime il desiderio di continuare a farlo. Rispetto all’era pre-Covid è cresciuto anche il numero di persone che hanno utilizzato di più messaggi (37%; con il 62% che intende continuare), telefonate (27%; 55%), email (24%; 36%) e social media (21%; 35%).

Nel comparto banche e assicurazioni, telefonate (29%) e email (26%) sono diventate essenziali, anche se il 24% ha comunque preferito gli incontri di persona in ufficio/sportello. Quando si parla di assicurazioni e banche, emerge proprio una certa voglia di relazionalità da parte degli italiani, con il 40% che per il futuro vorrebbe più incontri dal vivo. Ad aver soddisfatto i clienti in questi mesi di cambiamenti nel modo di usufruire dei servizi finanziari sono stati soprattutto la chiarezza nel linguaggio utilizzato (91%), i servizi digitali messi a disposizione e l’assistenza ricevuta (entrambi all’89%) e la velocità di risposta (84%). Tra tutte le misure messe in campo dal settore in questo periodo storico, il supporto e la solidarietà ai clienti attraverso bonus, sconti, sospensioni e rinvii dei pagamenti è stata quella che ha raccolto i consensi maggiori (34%).

“Sono molto interessanti due cose, soprattutto in prospettiva”, commenta Veltri, “Primo, vediamo come la chiamata per telefono continua ad essere considerata importante, ma il rapporto agile e veloce (ma al tempo stesso più formale) permesso dalle mail e dalla messaggistica arriverà in tendenza al primo posto: concilia l’agilità della telefonata con un po’ di formalismo e il necessario supporto documentale. Altra cosa che resta importantissima è il contatto di persona: nonostante tutte le soluzioni alternative della tecnologia, rimane essenziale rapportarsi con il cliente faccia a faccia, per guardarsi negli occhi e parlarsi con empatia.”

Covid-19, secondo 4 italiani su 10 banche e assicurazioni hanno aiutato

Risultati misti sulla percezione degli sforzi di banche e compagnie assicurative per venire incontro al cliente nel contesto della pandemia: sono 4 su 10 gli intervistati (1 su 2 escludendo quelli che non hanno un’opinione) che hanno notato “vicinanza o solidarietà” o aiuti indirizzati alla propria comunità o ai propri dipendenti.

“Nonostante siano state messe in atto grandi azioni di semplificazione dei processi ed agevolazioni per venire incontro al cliente, pare che questo impegno non sia stato molto percepito” spiega Veltri, “Ci sono una serie di azioni, implementate per rendere i processi più snelli, che magari possono apparire arbitrarie; per esempio chiedere documentazione per effettuare uno screening preventivo ed evitare di dover fare la richiesta più avanti, complicando il processo. È probabilmente necessario un maggiore sforzo di comunicazione, perché il cliente capisca il perché di certe procedure”.

Le azioni più apprezzate sono state innanzitutto quelle di supporto economico, come sconti o sospensione o rinvio dei pagamenti, o supporto ai lavoratori. Seguono misure per la comunicazione e la sicurezza di clienti e dipendenti.

“Guardando questa classifica, si può notare un’alternanza tra forma e sostanza” sottolinea Veltri, “come si vede dai punti 6 e 7, non importa soltanto cosa facciamo, ma anche il come”.

Assicurazioni e digitalizzazione, resta la centralità della persona

Durante la pandemia, tra le azioni intraprese dalle assicurazioni sono stati particolarmente apprezzati chiarezza nel linguaggio (91%), servizi digitali (89%) e assistenza ricevuta (89%).

Tuttavia, prendendo in considerazione la precedente immagine si può notare come, nella scala di importanza, le nuove tecnologie implementate da banche e assicurazioni per garantire la continuità dei servizi siano relativamente in basso: un punto che sembrerebbe contraddire il trend di crescente digitalizzazione.

“È un fattore che abbiamo avuto modo di notare nel nostro rapporto con il cliente” spiega Veltri, “Quando abbiamo fatto un focus group per definire quali servizi mettere a disposizione nella nostra polizza UNICA BNL, la richiesta di gran lunga preponderante era ‘digitalizzate il medico di base’. Non automatizzazioni o servizi più snelli, ma la possibilità di comunicazione con l’essere umano. Il cliente non vuole chiedere a un robot, vuole interfacciarsi con la persona”.

Resta quindi centrale agli occhi del cliente la possibilità di interfacciarsi di persona con il proprio contatto di fiducia, che la tecnologia non deve andare a sostituire, ma integrare e supportare per garantirne l’accessibilità nel rispetto della sicurezza.

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Insurtech, il ritardo digitale degli intermediari assicurativi

La penetrazione della digitalizzazione all’interno del comparto assicurativo sembra essere arrivata ad un punto cruciale: entro 10 anni l’82% dei consumatori di prodotti assicurativi sarà digitale, ma l’80% degli intermediari assicurativi non vende ancora servizi online.

È quanto emerge dall’indagine, supportata da elipsLife, prodotta da IIA – Italian Insurtech Associtation, in collaborazione con EMF Group, che ha interpellato gli intermediari, coinvolgendo sia broker che agenti di assicurazione mono e plurimandatari, sul livello di digitalizzazione del loro business.

Intermediari assicurativi: il 76% non teme la digitalizzazione

Secondo l’indagine, la maggior parte degli addetti che operano come intermediati, un ruolo centrale all’interno della catena del settore perché permette di comprendere meglio le esigenze del cliente e proporgli il prodotto assicurativo più adatto, non temono la disintermediazione dall’utilizzo di strumenti online. Se il 50% dei broker non ha paura dell’avvento del digitale nel rapporto con il cliente, la percentuale sale al 59% nel caso degli agenti monomandatari e al 63% per quelli plurimandatari.

Il 76% del campione ritiene infatti che la digitalizzazione sia un fattore molto importante per rimanere competitivi, consapevoli che l’utilizzo di servizi e soluzioni digitali quali Big Data (per il 36%), Web services (il 35%), Intelligenza artificiale (il 30%), blockchain (il 23%), ecc. possono avere un impatto positivo sul loro lavoro. Utilizzare questo genere di innovazioni non solo consentirebbe di avere una conoscenza più puntuale dei comportamenti e dei bisogni dell’utente, grazie all’analisi dei dati, ma anche di effettuare analisi predittive o di automatizzare alcune attività a basso valore aggiunto sfruttando le potenzialità degli algoritmi di AI e machine learning, migliorando in produttività ed efficienza.

Intermediari assicurativi: la digitalizzazione è cominciata, ma manca visione strategica

Se il 73% degli intermediari dichiara di aver già avviato in maniera significativa prima del 2020 un processo di digitalizzazione per automatizzare i processi, questi riguardano prevalentemente la gestione di attività quotidiane come emissioni di polizze, richieste di quotazione, gestione di pagamenti. Manca ancora una visione più strategica del processo di digitalizzazione nell’ottica di rispondere con nuovi servizi e proposte on line o via app a un consumatore sempre più digitale. L’80% degli intervistati dichiara infatti di non disporre di un sito o di un’applicazione per vendere online i propri prodotti e servizi.

Il gap tra consumatore digitale e offerta assicurativa

Dall’indagine emerge un evidente gap tra il nuovo consumatore digitale e l’offerta assicurativa tradizionale, reso ancora più complesso dal contesto di bassa retention dell’Industria Assicurativa specialmente tra i segmenti più giovani: l’85% dei giovani ritiene che l’offerta assicurativa non sia in linea con le proprie esigenze. Il cliente digitale richiede un approccio e un linguaggio nuovo, che si allinei alle esigenze dei più giovani (56% dei millennials) e prodotti che abbiano una migliore usabilità online (72%) e integrazione con lo smartphone (81%).

“In questa corsa alla digitalizzazione il fattore tempo è determinante. La sfida è evitare che in Italia si perda l’opportunità di creare un mercato assicurativo innovativo che sappia rispondere, con nuovi servizi e prodotti, a un nuovo tipo di domanda da parte di un consumatore sempre più digitale, che oggi rappresenta il 32% del target assicurativo: era al 10% nel 2010 e sarà all’82% del 2030.” spiega Simone Ranucci Brandimarte Presidente di IIA.

“Parliamo di una filiera strategica fondamentale per il nostro Paese, che vale il 7% del prodotto interno lordo italiano e che impiega quasi 400.000 addetti sul territorio nazionale, di cui quasi la metà nel solo ramo distributivo.”

Le sfide della digitalizzazione nelle assicurazioni

Sebbene confrontando i dati di quest’ultima indagine con quelli prodotti nel 2020, si possano registrare evidenti margini di miglioramento, molte sono ancora le sfide da vincere secondo gli intervistati, per arrivare a una transizione digitale adeguata di tutta la filiera.

Il 40% dichiara che la sfida più grande da vincere resta quella delle barriere culturali, erano il 60% nel 2020. La seconda sfida da affrontare riguarda la poca o non adeguata integrazione della tecnologia con i sistemi della compagnia assicurativa (per il 37% degli agenti, contro 60% dello scorso anno).
Infine, il tema della formazione, che rappresenta un fattore chiave, giudicata insufficiente e da migliorare per il 32% degli intervistati.

“Proprio su questi aspetti l’Italian Insurtech Association (IIA) è impegnata nel promuovere il progresso dell’innovazione assicurativo attraverso la formazione tecnica e la condivisione di best practice tecnologiche. Il nostro obiettivo è incentivare gli investimenti e creare valore per tutta la filiera, accelerandone le competenze tramite sinergie e favorendo la creazione di competenze digitali attraverso corsi di base gratuiti e realizzando un progetto di rinascimento digitale che sia inclusivo e diffuso su tutta la filiera.” conclude Simone Ranucci Brandimarte.

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Insurtech: cos’è e come cambierà il mondo delle assicurazioni

Che cos’è l’insurtech

La parola insurtech, formato dalle parole insurance + technology, identifica praticamente tutto ciò che è innovazione technology – driven in ambito assicurativo: software, applicazioni, startup, prodotti, servizi, modelli di business. Mutuato dal termine fintech che afferisce al mondo più propriamente bancario, l’insurtech è considerato anche un figlio di questo ed è pertanto molto simile, sia come impatto che sta producendo sulle imprese tradizionali del settore, sia come fondamenti su cui si basa e velocità con la quale si va affermando.

Come le banche, anche le assicurazioni sono state tra le industrie più lente nell’adattarsi alla digitalizzazione e nel cogliere le opportunità offerte dalla digital transformation.

Se in epoca di internet 1.0 la digitalizzazione delle imprese (in Italia particolarmente difficoltosa) veniva interpretata come la banale apertura di un sito web aziendale, inteso come trasposizione online della brochure cartacea; e in epoca di internet 2.0 come ingresso nel mondo dei social o nell’ecommerce; ora, in epoca industria 4.0, la tecnologia digitale ha un impatto ancora più profondo e incide direttamente sui modelli di business e la tipologia di servizi. E ha investito l’industria assicurativa con la forza di un tornado, imponendo un cambiamento radicale che travolge cultura aziendale,  processi,  gestione dei dati, relazione con i clienti. L’industria assicurativa è cambiata per sempre.

Negli ultimi anni vi è stata una netta accelerazione, che ha condotto alla moltiplicazione degli investimenti, in startup e società che sviluppano soluzioni per l’industria assicurativa, sia da parte di fondi di Venture Capital, sia da parte delle stesse Compagnie assicurative, attraverso i propri fondi di Corporate Venture Capital.

Insurtech, gli investimenti

CBInsights, società di consulenza e reportistica che segue da tempo l’insurtech, va indietro nel tempo fino al 2011 nell’individuazione dei primi investimenti nel settore, ma è nel 2015, come riporta il grafico, che avviene internazionalmente (sebbene con forte concentrazione in US) il vero boom. 

numeri dell'insutech

Quello che ha caratterizzato gli ultimi anni in ambito insurtech è stato, oltre al numero e all’entità degli investimenti, anche il fatto che, con diverse modalità, le compagnie tradizionali hanno “abbracciato” questo mondo: hanno cominciato a guardare al mondo delle startup insurtech e a collaborare con esse, spesso a finanziarle con i propri fondi di venture capital o ad acquisirle. Sono sorti innovation lab aziendali, programmi di accelerazione, incubatori, eventi dedicati.

Il taglio degli investimenti è cresciuto esponenzialmente, con cifre da capogiro ora che i venture capitalist puntano non più solo su startup early stage, ma su startup in espansione e scaleup, portanda alla nascita di veri e propri unicorni insurtech. Secondo recenti report, per esempio quello di Willis Tower, il 2020 ha visto 2,5 miliardi di dollari investiti solo nel terzo trimestre.

Il 2021 è partito in quarta, raggiungendo nell primo trimestre il maggior numero totale di round di finanziamento insurtech dal 2019.

Quali sono i pilastri dell’insurtech

SHARING ECONOMY

Secondo quanto indicato da Enrico Aprico, Adjunct Professor Università Cattolica del Sacro Cuore, esperto di sharing economy e marketing, uno dei temi chiave per il settore insurtech è rappresentato dalla sharing economy. L’intera catena del valore delle compagnie è minacciata dai nuovi modelli di business legati all’economia della condivisione  e alla digitalizzazione. Prodotti, marketing, distribuzione, prezzi si trasformano.

Un caso emblematico è rappresentato da Lemonade, startup insurtech newyorkese molto aggressiva, la cui intuizione è stata ripensare non solo i prodotti assicurativi, ma ogni parte della value chain, per creare un’offerta sempre più responsive, modulata sulle reali esigenze dei clienti, perfettamente collocata all’interno della contemporaneità. Il risultato è un pacchetto assicurativo technology‐first e legacy‐free, capace di offrire un prodotto istantaneo, smart e completamente incantevole. Già nei suoi primi mesi di attività, Lemonade ha battuto anche un record sulla gestione dei claim: un cliente lo ha risolto in 3 secondi. Lemonade è rapidamente diventata un’unicorno, e nel 2020 ha debuttato alla Borsa di New York, raddoppiando in pochi giorni il valore della sua IPO.

BLOCKCHAIN

La tecnologia blockchain è considerata da molti non solo utile alle assicurazioni, ma un vero e proprio volano. Kevin Wang, Ali Safavi, Scott Robinson del Plug and Play Tech Center, (un acceleratore per startup della Silicon Valley che ha sede in 22 Paesi al mondo, focalizzato in programmi verticali tra cui uno dedicato all’Insurance), sostengono che il potere di questa tecnologia risieda nella sua capacità di alimentare nuove modalità di transazioni finanziarie, di migliorare i processi di assicurazione esistenti, e tenere traccia dei documenti. Le valute digitali basate su blockchain possono supportare molti nuovi modelli assicurativi, in particolare le micro assicurazioni e il P2P. Molte delle applicazioni blockchain potrebbero essere raggruppate in una nuova categoria di “smart contracts” cioè contratti intelligenti: in termini semplici, questi contratti sarebbero software sviluppato ed eseguito all’interno di un sistema blockchain. La tecnologia blockchain ha il potere di far fare alle assicurazioni un salto in una nuova era, a partire proprio dai nuovi modelli delle micro assicurazioni, del P2P, delle assicurazioni parametriche.

Blockchain, quali concreti vantaggi per le Compagnie assicurative?

CYBER SECURITY

Per le assicurazioni il tema rappresenta un grande sfida, che può valere decine di miliardi di dollari.

In questi ultimi anni,  le assicurazioni per la cyber security sono cresciute moltissimo come dimensione del mercato e fatturato, nonostante si trattasse inizialmente di un settore in cui entrare con i piedi di piombo per le Compagnie, viste le oggettive difficoltà a prevedere, contenere, gestire gli attacchi informatici. Sono ancora pochi i dati storici necessari per stabilire un pricing corretto delle polizze e vi è una grande variazione di anno in anno nel tipo di attacchi informatici e danni che le aziende si trovano ad affrontare di più. Uno studio di Ibm ha stimato che nel 2019 le violazioni informatiche sono costate in media 3,5 milioni di dollari a ogni azienda italiana, e questi costi sono destinati a crescere con la diffusione della digitalizzazione e dell’integrazione digitale di tutta la supply chain delle organizzazioni aziendali.

Secondo quanto evidenziato dal nuovo studio pubblicato da Fortune Business Insights, il mercato della cyber security ha raggiungo un valore di 153,16 miliardi di dollari nel 2020, ed è destinato a raggiungere un valore pari a 366 miliardi di dollari nel 2028.

MICRO-INSURANCE

Devie Mohan di BurnMark dice che le compagnie stanno cominciando a sfruttare i dati in modo sempre più sofisticato per fornire prodotti più personalizzati che soddisfano le aspettative sempre più specifiche dei consumatori. Inoltre, l’economia della condivisione richiede prodotti di nicchia, e solo quei prodotti che sono rilevanti per i modelli di utilizzo e di comportamento degli utenti avrà successo. Questa evoluzione ha portato a uno degli sviluppi più interessanti dell’insurtech, cioè la possibilità di stipulare polizze solo quando e solo per il tempo necessario (vedi ad esempio Trov e l’italiana Neosurance), di pagare assicurazioni auto solo per le miglia o le ore di guida reali (usage based insurance come Metromile).

Inoltre, la micro-assicurazione si sta rivelando anche un sistema per garantire coperture assicurative in aree a bassissimo reddito perchè offre polizze a prezzi accessibili, pagabili in piccole rate che sono sottoscrivibili da molte più persone. (Per esempio, in tale direzione si muove la svedese BIMA)

IOT E INSURTECH

La proliferazione di aziende tecnologiche concentrate sull’IoT, avrà un enorme impatto su banche e imprese di assicurazione, perchè offriranno dati più rilevanti che possono ridurre i costi, fornire al cliente così come all’assicuratore maggiore efficienza, e creare un’esperienza coerente attraverso tutti i punti di contatto, essere alla base di polizze usage based, che rappresentano un trend certo nel settore auto. In ambito IoT possiamo ricomprendere anche sottocategorie come la smart home e lo smart building, che offrono molteplici opportunità al mondo assicurativo.

Le tecnologie IoT abilitano inoltre un nuovo trend insurtech: quello dell’assicurazione connessa o connected insurance.

Connected insurance, che cos’è e qual è lo stato del mercato

DRIVERLESS CAR

Il settore assicurativo auto sta per essere modificato in modo consistente, a causa dell’arrivo di driverless car e avanzati sistemi ADAS, KPMG prevede che il mercato assicurativo auto può ridursi del 60% entro il 2040 e Peter Diamandis, cofondatore della Singularity University,  ritiene che sia addirittura una sottostima dell’impatto. 

Ogni grande casa automobilistica sta lavorando sulla driverless car, e dal momento che queste auto, si dice, ridurranno gli incidenti fino al 90%, potrebbe trattarsi della fine per l’assicurazione auto.

Benchè a monte ci sia una battaglia legislativa incombente per rimodellare il sistema RCA nell’ambito del nuovo scenario: la responsabilità ricadrà su case automobilistiche? sui possessori dell’auto? sugli ingegneri del software? E’ ancora tutto da stabilire.

In merito a questo tema il Regno Unito sarà probabilmente il primo Paese al mondo a regolamentare il settore con una disciplina che stabilisce responsabilità dell’assicuratore e del costruttore, dopo essere stato il primo a procedere con l’inquadramento a “livello normativo” della guida autonoma.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CHATBOT, ROBO-ADVISOR

Qualcuno prevede una fine della figura dell’agente: robo-advisor e chatbot dotati di intelligenza artificiale, sostituiscono già ora i broker tradizionali, questo è certo per un buon numero di nuove tipologie di polizze, per esempio quelle consumer on-demand. “Gli utenti sono sempre più connessi al web e preferiscono usare i dispositivi mobile, lo scorso ottobre per la prima volta il traffico Internet ‘mobile’ ha superato quello da pc. – afferma Gabriele Antoniazzi, Founder e CEO di Responsa, società che sviluppa chatbot – Gli utenti oggi vogliono gestire tutto da smartphone e tablet ed avere la possibilità di accedere a ogni prodotto o servizio in mobilità e in autonomia, senza doversi rivolgere a terzi, senza dover aspettare e soprattutto senza doversi scomodare.”

Il trend del momento in campo di intelligenza artificiale sono i chatbot, assistenti virtuali che interagiscono con gli utenti come fossero operatori umani e che li supportano durante il loro processo di acquisto, di richiesta di informazioni e di assistenza online. Questi nuovi strumenti stanno avendo largo impiego in molteplici settori e stanno riscuotendo grande consenso tra il pubblico ma anche tra le aziende, perché aumentano la qualità del servizio riducendo i costi di supporto.

Ma non necessariamente la figura degli agenti deve tramontare, c’è anche chi ritiene che almeno per il momento il mercato ne abbia ancora bisogno e che l’innovazione tecnologica debba essere complementare e supportare il lavoro degli agenti  “L’alfabetizzazione digitale non è ancora completa – ci ha detto Diego Pizzocaro, Ceo e founder di Sellf, startup che ha sviluppato una piattaforma di CRM per agenti – Inoltre la stipula di una polizza richiede spesso anche un rapporto di fiducia e riservatezza, anche per la delicatezza dei dati privati condivisi, per cui molte tipologie di clienti preferiscono ancora oggi l’agente in carne e ossa”.

Certamente la customer experience dei clienti varia in base anche all’età e altre caratteristiche personali e di stile di vita, come ha evidenziato Accenture che individua Nomadi digitali, Value explorer, Quality seeker, tre tipologie di clienti assicurativi di oggi.

Le tecnologie di intelligenza artificiale come chatbot e robo-advisor sono probabilmente il mezzo più efficace per raggiungere i millennial sono soluzioni cui le assicurazioni guardano con estremo interesse. Un caso è rappresentato da Spixii, startup fondata da due italiani a Londra, che ha vinto tra gli altri premi anche Open-F@b Call4Ideas 2016, il contest pan-europeo promosso da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp e Polihub.  La startup sviluppa un chatbot per il settore assicurativo, di cui abbiamo parlato in questo articolo, ed è nata proprio dall’osservazione del processo di acquisto delle giovani generazioni rispetto a una polizza.

Insurtech, gli effetti sulle PMI

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano nel 2020, l’84% delle PMI italiane ha almeno una copertura assicurativa attiva e, di queste, il 42% acquista le polizze in modalità tradizionale, quindi tramite incontri di persona con un agente e utilizzo di documentazione cartacea. Tuttavia, il canale d’acquisto sta attraversando un significativo processo di digitalizzazione, considerato che il 38% delle PMI italiane si affida ad una modalità ibrida, cioè parzialmente digitale, e il 26% utilizza esclusivamente canali digitali.

Questo è possibile anche grazie al numero sempre maggiore di compagnie assicurative che si impegnano a supportare digitalmente i propri clienti nella gestione delle assicurazioni, garantendo la possibilità di rinnovare e verificare polizze, gestire i sinistri e aggiungere coperture tramite sistemi digitali.

La pandemia da Covid-19 ha dato un ulteriore importante impulso a questo percorso di digitalizzazione: a seguito dell’emergenza sanitaria gli incontri fisici con agenti e consulenti si sono ridotti del 32% a favore di videoconferenze, così come l’accesso ai servizi in filiale ha registrato un calo del 39% spostandosi parzialmente sul sito web della compagnia. C’è quindi un trend crescente di affidamento alla tecnologia, che potrebbe preparare il terreno per una maggiore penetrazione di tecnologie e attori insurtech anche tra le PMI.

I dati e le startup dell’insurtech in italia

Il panorama insurtech italiano presenta alcuni casi di successo, ma ha ancora ancora significativi margini di sviluppo.

Guardando al trend nelle operazioni di investimento degli ultimi anni si può osservare una costante crescita, con una punta rappresentata da Prima.it, intermediario digitale al momento prevalentemente nel ramo auto, che nel 2018 ha realizzato un mega round di finanziamento di oltre 100 milioni di euro, l’operazione maggiore mai realizzata in Italia.

Dal 2010 al 2019 il numero di iniziative nel settore sono cresciute del 255%. Nel 2019 il volume di investimenti attratto è stato di 35 milioni di dollari, non certo elevato rispetto a quello di altri paesi come la Francia e la Germania ma non del tutto trascurabile.

Tra le startup italiane più promettenti ci sono Yolo, intermediario digitale B2B2C che lavora nel campo della cosiddetta “instant insurance”, Claider, che ha completamente reingegnerizzato il processo di denuncia e gestione di un sinistro offrendo una customer experience completamente digitale,
Insoore, piattaforma per il riconoscimento delle immagini a supporto dei processi di gestione dei sinistri, e Virtuoso, piattaforma digitale a supporto dei programmi di welfare e wellbeing aziendali.

Le startup insurtech nel mondo

Secondo la ricerca del 2020 di AmCham Italy, si contano a livello globale, circa 1.200 startup insurtech: un significativo incremento, se si pensa che nel 2014 erano meno della metà (574).

Complessivamente queste startup hanno raccolto, sino ad oggi, all’incirca 19,6 miliardi di dollari di finanziamenti in capitale di rischio da parte di investitori terzi. Questi numeri potrebbero sembrare modesti se comparati alle oltre 16.000 startup operanti nel fintech, con circa 213,7 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti negli ultimi 20 anni. Tuttavia, il tasso di crescita degli investimenti in insurtech negli ultimi 2 anni (2018/19) è stato significativamente maggiore: circa 40% nell’insurtech contro il 28% del fintech.

Non bisogna però dimenticare che il settore insurtech ha sfornato negli ultimi anni non pochi unicorni (startup dalla valutazione superiore a un miliardo): a partire da Lemonade, che ora si è quotato in borsa, passando per altri grandi nomi come Hippo Insurance, Oscar Health, Next Insurance, Zego, Alan, Shift Technology.

Insurtech, 11 startup che stanno cambiando le assicurazioni

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