Insurtech 2021, l’Italia in corsa: l’anno si chiude con investimenti a +460%

La crescita dell’Insurtech in Italia sembra finalmente partita: nel 2021 gli investimenti si attestano a 280 milioni di euro, contro i 50 di tutto il 2020, con un incremento del 460%. Un trend confermato dai dati del quarto trimestre con 140 milioni di euro di investimenti, sulla scia della forte crescita già riscontrata nel terzo trimestre, che si era chiuso con 80 milioni di euro, contro i 60 milioni di euro che hanno caratterizzato i primi sei mesi dell’anno. È quanto emerge dall’Investment Index che Italian Insurtech Association ha realizzato in collaborazione con l’Osservatorio Fintech e Insurtech del Politecnico di Milano.

“Se il 2020 è stata l’anno della consapevolezza, con 75% dei CEO che hanno dichiarato di avere Insurtech fra le priorità (contro il 45% del 2019), il 2021 è finalmente anno di crescita degli investimenti” commenta Simone Ranucci Brandimarte, Presidente di IIA-Italian Insurtech Association. “Tale crescita va comunque ponderata con lo stato delle geografie a noi prossime- in Francia siamo oltre 1,3 miliardi con investimenti oltre 4 volte gli investimenti in Insurtech in Italia – e con il fatto che il 25% degli investimenti proviene dall’estero, percentuale destinata ad aumentare con il tempo.

Nonostante questo, è sempre più vicino l’obiettivo di Italia Insurtech Association di 1 miliardo di investimenti in Insurtech nel 2023, e siamo contenti di aver aiutato l’industria finora sia in termini di consapevolezza che di recupero degli investimenti. In quest’ottica il 2022 è un anno cruciale e ci aspettiamo non solo raddoppio degli investimenti ma effettiva creazione di valore per il nuovo cliente assicurativo digitale”

A trainare la continua crescita del settore nell’ultimo trimestre del 2021 sono stati gli investimenti in startup, sviluppo di progetti Insurtech da parte di compagnie, intermediari tech e digital player, progetti di collaborazione su crossover digitali. In particolare hanno pesato gli investimenti da parte di aziende – compagnie assicurative, start up e intermediari – e fondi di investimento stranieri, pari al 25% del valore registrato dal mercato Insurtech quest’anno. Questa tendenza è confermata dalle stime sul 2022, in cui si prevede di raddoppiare gli investimenti, arrivando a oltre mezzo miliardo di euro.

Nonostante questa forte accelerata, il volume degli investimenti in Italia in Insurtech risulta tuttavia ancora insufficiente rispetto degli altri Paesi Europei. Infatti, la stima degli investimenti in Insurtech da parte della Francia per il 2021 è di 1,3 miliardi di euro, mentre Gran Bretagna e Germania arriveranno a superare 1,5 miliardi di euro.

Il gap principale si registra negli investimenti in startup Insurtech, dove a livello mondiale, nel 2021 sono stati investiti 15 miliardi di dollari, mentre in Europa la cifra si aggira intorno ai 3,5 miliardi di dollari sull’intero anno e in Italia nell’ordine di meno 20 milioni di Euro.  Gli investimenti in Insurtech realizzati in Italia hanno riguardato principalmente lo sviluppo dell’offerta di prodotti e servizi (40%), dalla distribuzione di polizze (25%), investimenti in tecnologie e piattaforme tech (25%) e da ultimo la gestione sinistri (10%). Va sottolineato inoltre che a trainare gli investimenti in Insurtech nel nostro Paese sono solo 6 compagnie su 10, particolarmente attive a perseguire progetti di innovazione.  Ed è proprio questo uno dei principali ostacoli da superare per far decollare gli investimenti in Insurtech e accelerare il processo di innovazione dell’intero settore assicurativo nel nostro Paese.

Dalla ricerca emerge inoltre come sia composto l’ecosistema insurtech in Italia: si contano 130 realtà innovative, suddivise in due categorie: il 64% sono Insurtech in senso stretto, ossia offrono servizi assicurativi, mentre il 36% Tech Insurance, ossia offrono tecnologie per gli attori del settore assicurativo. Sebbene il valore dei capitali raccolti sia importante, il mercato risulta poco dinamico, soprattutto in considerazione della rilevante concentrazione degli investimenti nelle mani di pochi attori.

“La trasformazione è cominciata, ma resta un forte gap da colmare rispetto a quanto avviene a livello internazionale in termini di investimenti in startup. Possiamo e dobbiamo fare di più” sottolinea Ranucci. “Serve in primis un cambio di mentalità: una visione di lungo periodo e una maggiore propensione culturale al rischio, senza fermarsi all’immediato ritorno degli investimenti. È fondamentale continuare ad aumentare gli investimenti attraverso la creazione e acquisizione di competenze digitali da parte di tutti gli operatori della filiera, maggiori sperimentazioni e collaborazioni, creazione di poli Insurtech, sviluppo di un modello open”.

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eHealth, 180 milioni di dollari per l’insurtech HealthCare.com: come funziona il suo marketplace virtuale

180 milioni di dollari: è questa la cifra complessiva raccolta dalla startup insurtech americana HealthCare.com con una nuova operazione di finanziamento chiusa lo scorso 13 dicembre.

La compagnia cura un marketplace virtuale tramite il quale i clienti possono acquistare polizze mediche personalizzate scegliendo sia tra quelle sviluppate direttamente da HealthCare.com che tra prodotti offerti da una lunga lista di partner esterni. Vediamo comune funzionano i suoi servizi e quali sono i piani per il futuro.

Il marketplace di HealthCare.com

Attiva dal 2006, HealthCare.com è stata fondata da un gruppo di sei imprenditori: Glenn Luk, Howard Yeh, Jeff Smedsrud, Jose Vargas, Julio Gonzalez Arrivillaga e Matias de Tezanos.

Il sito originario di HealthCare.com si presentava principalmente come un aggregatore di informazioni mediche e un database utile per cercare dottori o fornitori di servizi medici specifici. Il marketplace virtuale per le polizze sanitarie è stato lanciato nel 2014, e da quel momento in poi la compagnia ha sempre lavorato per migliorarne la tecnologia e l’esperienza utente.

Oggi la startup permette ai clienti trovare il piano assicurativo migliore in base alle loro esigenze individuali, analizzate a partire dalla compilazione di un rapido questionario online. Il database di HealthCare.com include sia polizze offerte da partner esterni che prodotti insurance sviluppati direttamente dalla startup tramite il marchio Pivot Health.

Nel corso dell’ultimo anno HealthCare.com ha aiutato milioni di utenti a trovare una polizza sanitaria, e i miglioramenti nell’esperienza utente hanno portato a un aumento delle sottoscrizioni del 97% nel 2021.

Il round di investimenti

Lo scorso 13 dicembre HealthCare.com ha raccolto 180 milioni di dollari, suddivisi in 130 milioni di dollari in azioni Senior Non-Convertible Preferred e 50 milioni di dollari in Preferred Equity tramite un round di Serie C guidato da Oaktree Capital Management.  Hanno partecipato alle operazioni, tra gli altri, Axis Capital, Second Alpha e Link Ventures.

“Siamo contenti di collaborare con investitori di primo livello che riconoscono come HealthCare.com sia ormai pronta per la prossima fase di crescita esplosiva” ha affermato Don Loonam, Ceo della compagnia.

“Oggi i settori della sanità e delle assicurazioni mediche stanno attraversando un periodo di crisi per quanto riguarda i costi, la trasparenza e le difficoltà di accesso, causato soprattutto dalla complessità e da una generale lentezza nei processi di cambiamento. I clienti sono al centro della nostra proposta, e il nostro prodotto finale consiste nella loro esperienza assicurativa end-to-end. Puntiamo a creare rapporti duraturi con i clienti, che possano continuare per decenni”.

I nuovi fondi saranno utilizzati per allargare il team – attualmente composto da 370 dipendenti, il 130% in più rispetto all’inizio del 2021 – migliorare le capacità di data science, lo sviluppo dei prodotti e il dipartimento di ingegneria.

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Insurtech Italia 2021, 130 realtà e 120 milioni di finanziamenti: si può e deve fare di più

A fine 2021 in Italia si contano 130 realtà innovative Insurtech: il 64% sono Insurtech in senso stretto, focalizzate sull’offerta di servizi assicurativi, mentre il 36% rientrano nell’ambito Tech Insurance, ossia offrono tecnologie per gli attori del settore assicurativo. 120 milioni di euro i finanziamenti complessivamente raccolti da tutte queste realtà.

Sono dati provenienti dalla ricerca dell’Osservatorio Fintech & Insurtech della School of Management del Politecnico di Milano presentata al convegno “Fintech & Insurtech: è ora di puntare sulla collaborazione!” tenutosi il 14 dicembre.

Buona parte di queste realtà (66%) hanno sede nel Nord Italia, con un 28% tra Centro e Sud e una piccola quota del 6% con sede all’estero. Per quanto riguarda la distribuzione dei capitali raccolti, oltre metà (54%) sono sempre al Nord, con una considerevole fetta deò 25% destinata invece alle realtà all’estero.

Risultati che ancora mostrano forti margini di miglioramento e delineano il quadro di un settore che sta cominciando a muoversi ma ha molta strada da fare.

“Il valore di capitali raccolti è certamente significativo, ma si può e deve fare di più, soprattutto alla luce della rilevante concentrazione della raccolta in poche realtà” è il commento di Laura Grassi, Direttrice dell’Osservatorio Fintech & Insurtech. “È evidente infatti come l’accesso ai fondi delle Fintech e Insurtech sia ancora limitato e la provenienza dei capitali sia prevalentemente locale, segno che Venture Capital e fondi esteri non hanno ancora riconosciuto alto potenziale in queste realtà o trovato il modo per intercettarle. Inoltre, si evidenzia un’alta concentrazione delle quote azionarie in posizioni di controllo: per le nuove sfide della crescita è importante avere compagni di viaggio imprenditoriale che possano apportare conoscenze e competenze, al di là dei capitali”.

“Non voglio lasciare un messaggio di pessimismo, ma spronare tutte le realtà a fare di più” ha precisato Marco Giorgino, Responsabile scientifico dell’Osservatorio, “Oggi in Italia vediamo pochi operatori molto attivi e il resto del sistema, per così dire, “a rimorchio”.”

Scopri di più sulla ricerca nell’articolo integrale su Economyup

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MioAssicuratore, il broker digitale italiano fa record di crowdfunding per l’insurtech

Si è conquistato il primato per la più grande campagna di crowdfunding per il settore insurtech il broker assicurativo digitale MioAssicuratore, con 1,25 milioni di euro raccolti su Mamacrowd, la più importante piattaforma italiana per operazioni di equity crowdfunding.

MioAssicuratore è una startup insurtech che nasce per fornire ai consumatori un’alternativa full digital semplice e sicura al processo di scelta e acquisto dell’assicurazione. Un’inizativa importante in un panorama come quello italiano, che vede ancora un forte gap digitale per gli intermediari assicurativi.

Vediamo cosa fa e come ha ottenuto questo grande risultato.

Che cos’è MioAssicuratore 

Fondato nel 2015 a Roma, MioAssicuratore è una startup insurtech innovativa nata da un’idea di Giorgio Campagnano, figlio d’arte di 5 generazioni di assicuratori tradizionali, con l’obiettivo di semplificare la vita del consumatore e permettere il confronto, l’acquisto e la gestione in autonomia dei prodotti assicurativi utilizzando il canale online.

Attraverso la sua piattaforma, MioAssicuratore permette di scegliere le polizza e le garanzie più adeguate alle proprie esigenze di copertura e confrontare tra diversi preventivi di assicurazioni offerte da varie compagnie, sia in modo automatizzato sia tramite il supporto di un Consulente. L’intero processo di acquisto è completamente online, e la polizza è consultable in qualsiasi momento con tutti i documenti di riferimento nell’Area Riservata.

Questo il suo video di presentazione:

MioAssicuratore sotto la vigilanza dell‘IVASS, l’ente che vigila sul mercato assicurativo, garantendo che il trattamento dei dati sia nel completo rispetto delle norme di tutela della privacy.

Ad oggi gestisce oltre 125 tipi di assicurazione tra danni non-auto come casa, RC professionale, natanti ed imbarcazioni, polizze per negozi e strutture ricettive, infortuni e sanitarie. E’ stata finanziata da grandi nomi del panorama investitori italiano come Innogest Capital SGR e H-Farm, e conta accordi con oltre 35 compagnie.

MioAssicuratore, il record di crowdfunding per l’insurtech

A dicembre 2021 MioAssicuratore ha chiuso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Mamacrowd con grande successo: ha raccolto circa 1,25 milioni di euro, un nuovo record per il settore.

Sono stati più di 70 gli investitori che hanno creduto nel progetto. Tra questi, anche il comparto AZ ELTIF – ALIcrowd, primo ELTIF di venture capital che utilizza anche il rowdfunding per ricercare le aziende oggetto di investimento, istituito da Azimut Investments SA e gestito in delega da Azimut Libera Impresa SGR SpA.

“Raggiungere l’obiettivo non era facile perchè il target che ci eravamo prefissati non aveva precedenti nel campo dell’equity crowdfunding” spiega Giorgio Campagnano, CEO di MioAssicuratore.it,  “ma sappiamo che quello dell’insurtech è un settore che deve essere innovato e per questo siamo aperti alle sfide. Quella dell’equity crowdfunding l’abbiamo vinta, l’obiettivo è stato raggiunto, ora dobbiamo saper utilizzare il risultato ottenuto per crescere ancora. Operiamo in un campo ancora troppo legato a strumenti assicurativi tradizionali e questo suggerisce che esista ancora spazio affinché broker digitali del campo assicurativo come MioAssicuratore possano conquistare la propria fetta di mercato e innovare il settore”.

A certificare il record è stata Insurtech Italy, l’associazione che raccoglie i nuovi player delle assicurazioni digitali.

Cosa farà con i nuovi fondi

Con i nuovi fondi MioAssicuratore potenzierà il proprio algoritmo per attribuire al cliente la polizza perfetta per le sue esigenze. Al centro dello sviluppo del portale polizze assicurative sempre più su misura, l’automatizzazione del processo assicurativo e il miglioramento della digitalizzazione, della tecnologia e dell’esperienza di acquisto e di navigazione per gli utenti.

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AgentSync diventa unicorno: come funziona l’insurtech che semplifica la compliance

Un nuovo, ingente round di investimenti di Serie B da 75 milioni di dollari ha fatto salire la valutazione della startup insurtech AgentSync a 1,2 miliardi di dollari, assicurandole quindi il titolo di unicorno.

Attiva nel complesso ambito della compliance, tramite la sua piattaforma digitale AgentSync aiuta le aziende che operano in campo insurance a fare in modo che tutti i propri agenti rispettino le normative e i requisiti del settore, noti per essere particolarmente articolati e in continuo cambiamento.

Ecco come funzionano i servizi della startup e quali sono i suoi piani per il futuro.

Cosa fa AgentSync

AgentSync è stata fondata a Denver (Colorado) nel 2018 da Jenn Knight, oggi CTO, e Niranjan Sabharwal, attuale CEO.

La startup offre una piattaforma virtuale pensata per aiutare i vari player attivi in ambito assicurativo a fare in modo che tutti i propri agenti rimangano sempre al passo con la miriade di norme e requisiti che regolano il settore. Per farlo, la startup ha integrato la sua piattaforma direttamente con il National Insurance Producer Registry (NIPR), un database che riunisce informazioni sulle licenze assicurative valide in tutti i 50 stati americani.

I servizi di AgentSync permettono quindi ai clienti di ridurre tempi e costi relativi alle operazioni di controllo e amministrazione e prevenire, allo stesso tempo, i rischi che potrebbero derivare dal mancato rispetto delle normative.

Con il programma AutoPilot, inoltre, la startup permette ad agenzie ed enti assicurativi di accedere a servizi personalizzati e studiati dagli esperti proprio per rispondere alle diverse esigenze individuali.

Gli investimenti e i piani per il futuro

Il 7 dicembre AgentSync ha chiuso un round di Serie B da 75 milioni di dollari guidato da Valor Equity Partners a cui hanno partecipato, tra gli altri, Tiger Global, Craft Ventures, Atreides Management e Anthemis. I nuovi fondi si aggiungono ai 25 milioni di dollari raccolti lo scorso marzo, ai 6,7 milioni di dicembre 2020 e ai 4,4 di agosto.

Secondo quanto riportato da TechCrunch, anche grazie alla nuova liquidità il Ceo Sabharwal ha intenzione di raddoppiare le vendite nel 2022, quadruplicare il team di marketing e rafforzare le operazioni nei settori dei prodotti e dell’ingegneria.

Il round di Serie B ha inoltre permesso ad AgentSync di entrare a far parte dell’ormai ben nutrito gruppo di unicorni insurtech americani, che riunisce le startup del settore la cui valutazione è pari o superiore al miliardo di dollari.

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L’insurtech per assicurazioni più aperte in una società che cresce

Che cosa sarebbe accaduto se la pandemia fosse scoppiata nel 2001? Oppure, ancora peggio, nel 1981? Senza Internet, senza l’ecommerce, senza la rete digitale che ormai ci avvolge? Di fronte alla quarta ondata del coronavirus mutato le domande pulsano in testa. Come avremmo potuto reggere senza la possibilità di fare scuola a distanza? Di continuare a lavorare seppur davanti a un monitor? Di ordinare la spesa online? Di vedere i nostri cari attraverso uno schermo?
È stato comunque un dramma ma sarebbe stato molto peggio senza il lavoro di tante imprese che hanno visto il futuro prima di altre, hanno investito sulla tecnologia ma hanno soprattutto saputo immaginare modi nuovi per fare cose vecchie, che è poi l’essenza dell’innovazione. Molte sono startup, avvantaggiate dalla loro agilità e dalla dimestichezza con la tecnologia e le sue applicazioni.
Durante l’emergenza, a più di un italiano su due le tecnologie digitali hanno consentito di provvedere alle proprie necessità (58,6%), di mantenere le relazioni sociali (55,3%) e di continuare a lavorare o studiare (55,2%), ci ricorda il 55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: la dimensione digitale ha mostrato tutta la sua potenza e, come dice da tempo il filosofo Luciano Floridi, la sua inevitabile legame con la dimensione fisica. Siamo sempre gli stessi ma possiamo fare cose, ottenere servizi, avere accesso a relazioni prima impossibili o in modalità prima impensabili. Difficilmente si potrà tornare allo stato ante Covid.

Il digital vortex è entrato nelle nostre vite. Adesso aziende e pubbliche amministrazioni devono adeguarsi. Lo stanno facendo, non sempre è facile ma è ormai necessario, inevitabile. Un modo per farlo più rapidamente è scoprire le soluzioni delle startup, sostenerle, farle proprie, lavorare con imprenditori che hanno deciso di affrontare un rischio e lavorano per farlo diventare un valore. La tendenza è forte: l’81% delle grandi aziende fa open innovation e la metà collabora con le startup, ci dice la ricerca annuale degli Osservatori Startup Intelligence e Digital Trasformation Academy  della School of Management del Politecnico di Milano.

Sono sempre di più quindi le aziende quelle che hanno individuato nelle startup un interlocutore privilegiato per accelerare l’innovazione, che poi vuol dire crescita e sviluppo: si cercano idee, soluzioni, prodotti, competenze, modelli di business in grado di potenziare la tradizione e l’esperienza dell’azienda, la sua presenza sul mercato, la relazione con i clienti. Lo fa persino l’INPS e adesso anche Banca d’Italia, perché l’innovazione aperta può rappresentare la soluzione di un grande freno allo sviluppo.

Lasciamolo spiegare a chi ha teorizzato ormai oltre 20 anni fa l’open innovation. Henry Chesbrough, professore a Berkley, nel suo libro più recente (“Il futuro della open innovation, pubblicato in Italia dalla LUISS, dove ha una cattedra) scrive che l’open innovation serve a risolvere il paradosso davanti al quale si trovano le aziende e i Paesi ad economia avanzata: il progresso tecnologico sta accelerando, mentre la crescita della produttività economica è in calo. Conoscere e incontrarsi con le startup, accettarne gli stimoli, persino le provocazione è un modo senza dubbio concreto per risolvere questo paradosso e dare nuova spinta a un’azienda ma anche a un intero sistema economico e quindi a un Paese.
Nelle assicurazioni la risoluzione del paradosso si chiama insurtech e lo dimostra la crescita degli investimenti a livello globale. La tecnologia serve a migliorare i processi e ottimizzare i margini ma anche ad accrescere la dimensione della copertura, a portare più protezione a chi ancora non ce l’ha o non può permettersela. L’insurtech permette alle assicurazioni di essere, quindi, più inclusive, come ci ha ricordato il tema di Open-F@b Call4Ideas 2021 promossa da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp: Assicurazione+Accessibile.  Andate a vedere che cosa fanno le tre startup premiate: mostrano come sia possibile portare utilità, semplicità e velocità in un’industria antica come quella assicurativa. Ne avranno vantaggio le compagnie ma anche la società tutta.

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Demex, l’insurtech nato in pandemia che guarda al futuro del clima

Le conseguenze del cambiamento climatico, ormai innegabili, colpiscono ogni giorno migliaia di persone in tutto il mondo, e le tradizionali polizze assicurative non sempre rispondono alle nuove necessità dei clienti.

Negli ultimi anni una serie di startup insurtech si sono attivate per risolvere il problema, mettendo a punto sistemi innovativi grazie ai quali è possibile prevedere le condizioni climatiche e studiare di conseguenza le polizze migliori per rispondere ai problemi del nostro tempo.

Demex Group è tra queste: la startup di Washington, D.C., sfrutta l’analisi avanzata dei dati per calcolare i rischi legati ai fenomeni atmosferici e aiutare i clienti a creare servizi assicurativi appropriati. L’idea funziona, e a inizio dicembre 2021 la compagnia ha chiuso un round di investimenti di Serie A raccogliendo 9 milioni di dollari. Ecco come funzionano i suoi servizi.

The Demex Group: l’assicurazione per il clima

The Demex Group – un’abbreviazione per data empowered parametrix – è stato fondato nel 2020 a Washington D.C. da Edward Byrns, attuale CEO e presidente. La compagnia collabora con diversi partner le cui attività commerciali sono particolarmente esposte egli effetti, sia fisici che economici, del cambiamento climatico.

La startup gestisce il Demex Climate Resilience Center, una piattaforma interattiva tramite la quale è possibile conoscere gratuitamente l’andamento e le tendenze climatiche in corso nelle diverse regioni globali e calcolare il proprio “Demex Climate Indicator”, un indice di rischio basato su “centinaia di milioni di data points” che individuano non solo la situazione climatica di una determinata zona e la sua variabilità, ma anche l’impatto che questi fattori potrebbero avere sulle attività commerciali locali.

Sulla base di queste valutazioni, poi, Demex Group collabora con i clienti per creare le polizze migliori per le esigenze individuali. Ma l’offerta della compagnia non si ferma al suo ecosistema end-to-end: il gruppo collabora infatti anche con agenti assicurativi esterni, permettendo loro di integrare le sue analisi climatiche all’interno di prodotti già esistenti.

Per operare Demex Group utilizza una serie di strumenti all’avanguardia, dai big data al cloud computing fino al machine learning e alla blockchain, grazie ai quali è in grado di fornire analisi dettagliate e precise per ogni località. I suoi servizi sono quindi completamente personalizzati e pensati per riflettere la situazione di ogni singolo cliente.

Il round di dicembre 2021

Il 2 dicembre 2021 Demex Group ha raccolto 9 milioni di dollari con un round di investimenti di Serie A guidato da Anthemis Group, Blue Bear Capital e QBE Ventures.

“I proprietari immobiliari, gli inquilini e i manager vengono generalmente dimenticati dai marketplace emergenti per i rischi climatici, che si concentrano soprattutto sui settori dell’agricoltura e dell’energia” ha spiegato il Ceo Ed Byrns, aggiungendo: “I recenti passi avanti nel cloud computing, nei big data e nella blockchain ci hanno permesso di offrire una piattaforma semplice, sicura e scalabile studiata appositamente per la resilienza climatica”.

I servizi di Demex Group rispondono alla necessità del nostro tempo: secondo l’Amministrazione nazionale per gli oceani e l’atmosfera, un’agenzia federale americana, negli Stati Uniti nei primi sei mesi del 2021 si sono verificati 18 disastri climatici e metereologici che hanno causato danni per più di un miliardo di dollari. Nel 2020, gli eventi di questo tipo sono stati 22.

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Saranno più sicure le strade del futuro?

Veicoli intelligenti, connessi e green, città riorganizzate, informazioni condivise, ma la prudenza resta la componente più importante  

 Come sarà la mobilità del futuro? Dalla mobilità sostenibile alla guida autonoma, quali conseguenze ci saranno per la sicurezza stradale? Viaggeremo più protetti grazie alle nuove tecnologie e alle città cosiddette intelligenti? Domande che riguardano la vita di tutti, basti pensare che ad EXPO 2020 a Dubai un intero padiglione tematico è stato dedicato proprio alla mobilità. Vediamo le prospettive più concrete e gli scenari possibili.

La mobilità C.A.S.E.

Conncted, autonomous, shared, electric, come stanno cambiando le cose

 Mobilità sostenibile e città riorganizzate

Italiani molto più attenti all’ambiente e alla mobilità sostenibile

 La sicurezza stradale del futuro

Tecnologie complesse per rendere la vita più semplice e i viaggi sicuri

La mobilità individuale C.A.S.E.

C.A.S.E. è l’acronimo di connected, autonomous, shared, electric, una mobilità integrata della quale si sta parlando molto negli ultimi anni e che si basa su differenti tecnologie.

L’autonomous, ossia la guida autonoma abilitata dall’intelligenza artificiale, non sembra svilupparsi e affermarsi con decisione nel mercato come si prevedeva, per mancanza di infrastrutture pubbliche e di una normativa che ne disciplini nel dettaglio utilizzo, i limiti e le responsabilità, in caso di incidente stradale.

Lo shared, ossia l’utilizzo delle auto in modalità condivisa, resta una soluzione innovativa e smart, e la prevalenza degli investimenti viene orientata sulle auto elettriche. Quanto al connected sappiamo che le automobili sono ormai delle grandi antenne in grado di trasmettere e ricevere dati, e la sfida è renderle aggiornabili in remoto tramite software proprietario, cosa che per ora succede solo con Tesla.

Per quanto riguarda invece l’ultima lettera, la E di electric dell’acronimo C.A.S.E. in Europa si è fissato il 2035 come data limite per raggiungere un livello di emissioni sostenibili. Entro il 2030 un terzo dei nuovi veicoli sarà alimentato con batterie elettriche con una maggiore efficienza, sia nella produzione che nell’utilizzo, rendendo i veicoli più economici, ecologici, sicuri e confortevoli.

Parliamo di un mercato soggetto a numerose condizioni esogene difficilmente controllabili dai produttori e dalle politiche nazionali, ma possiamo dire con certezza che la direzione è tracciata, e nonostante le difficoltà le auto del futuro saranno progressivamente tutte elettrificate, di pari passo all’ampliamento della rete di rifornimento. Con la creazione di questi servizi, entreranno fornitori e si svilupperanno nuovi mercati lungo tutta la catena del valore della mobilità.

Verranno implementate nuove tecnologie, la guida autonoma ad esempio richiede avanzati sistemi di assistenza e interfacce per l’elaborazione dei dati e delle immagini; le auto connesse dovranno comunicare da veicolo a veicolo, e da veicolo a cloud. Le potenzialità delle nuove tecnologie necessarie per le auto del futuro, sono molto ampie, poiché queste nuove capacità di servizio trovano applicazioni potenzialmente su tutti i mezzi di spostamento, su terra, mare e aria.

Maggiore sostenibilità e città riorganizzate

Le prospettive e le suggestioni sono numerose, difficile prevedere con esattezza quali saranno gli sviluppi più promettenti e durevoli, ma sicuramente stiamo assistendo al grande cambiamento del settore della mobilità, a livello tecnico e culturale.

Secondo uno studio di Deloitte il 62% dei cittadini acquisterebbe soluzioni di mobilità da operatori non tradizionali come le società di servizi tecnologici, le assicurazioni e le utilities. Una scelta spinta dal possibile vantaggio economico, ma con una crescita dell’importanza della flessibilità dell’offerta (40%), del livello di assistenza in caso di problemi (36%) e della garanzia offerta dal brand dell’operatore (31%).

È molto forte anche l’attenzione per la sostenibilità, con l’89% dei cittadini che considera l’inquinamento del mezzo quando sceglie una soluzione di mobilità, mentre tre italiani su quattro affermano di valutare un’alternativa elettrica o ibrida al momento dell’acquisto di una nuova auto, percentuale che sale all’83% nella fascia tra i 18 e i 34 anni. Rimane l’ostacolo del costo ancora troppo elevato dei veicoli elettrificati (il 57% del campione) e delle preoccupazioni legate al rifornimento, alle carenze della rete di ricarica, oltre alla limitata autonomia dei veicoli e ai tempi di rifornimento troppo lunghi. L’81% degli intervistati dichiara che il passaggio all’elettrico sarebbe maggiore se l’accesso alle infrastrutture di ricarica diventasse più facile.

La sicurezza stradale del futuro

Anche sul fronte della sicurezza stradale ci sono ragionevoli motivi per essere ottimisti. Pensiamo alle infrastrutture stradali e alla realizzazione di sistemi di trasporto intelligente che si avvalgono di dati condivisi, dinamicamente aggiornati, mentre siamo alla guida. Avremo strade sempre più intelligenti e veicoli che comunicheranno tra loro e con le nuove infrastrutture, grazie IoT, su reti 5G. Una mobilità interamente connessa per ottenere più sicurezza e comfort di viaggio. I veicoli interconnessi comunicano tra loro e forniscono informazioni finalizzate alla scelta del percorso migliore, ad evitare incidenti e ad aumentare la fluidità del traffico. Verranno raccolti dati provenienti dai veicoli in movimento per analizzarli e renderli disponibili, visualizzando notizie, informazioni ed avvertimenti sulla sicurezza stradale e sul traffico, sui lavori stradali, cantieri e presenza di ostacoli.

Le novità non mancano, ma ricordate sempre che prima delle tecnologie, dell’innovazione e delle nuove città intelligenti, servono prudenza e rispetto del Codice della Strada.

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L’insurtech per assicurazioni più aperte in una società che cresce

Che cosa sarebbe accaduto se la pandemia fosse scoppiata nel 2001? Oppure, ancora peggio, nel 1981? Senza Internet, senza l’ecommerce, senza la rete digitale che ormai ci avvolge? Di fronte alla quarta ondata del coronavirus mutato le domande pulsano in testa. Come avremmo potuto reggere senza la possibilità di fare scuola a distanza? Di continuare a lavorare seppur davanti a un monitor? Di ordinare la spesa online? Di vedere i nostri cari attraverso uno schermo?
È stato comunque un dramma ma sarebbe stato molto peggio senza il lavoro di tante imprese che hanno visto il futuro prima di altre, hanno investito sulla tecnologia ma hanno soprattutto saputo immaginare modi nuovi per fare cose vecchie, che è poi l’essenza dell’innovazione. Molte sono startup, avvantaggiate dalla loro agilità e dalla dimestichezza con la tecnologia e le sue applicazioni.
Durante l’emergenza, a più di un italiano su due le tecnologie digitali hanno consentito di provvedere alle proprie necessità (58,6%), di mantenere le relazioni sociali (55,3%) e di continuare a lavorare o studiare (55,2%), ci ricorda il 55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: la dimensione digitale ha mostrato tutta la sua potenza e, come dice da tempo il filosofo Luciano Floridi, la sua inevitabile legame con la dimensione fisica. Siamo sempre gli stessi ma possiamo fare cose, ottenere servizi, avere accesso a relazioni prima impossibili o in modalità prima impensabili. Difficilmente si potrà tornare allo stato ante Covid.

Il digital vortex è entrato nelle nostre vite. Adesso aziende e pubbliche amministrazioni devono adeguarsi. Lo stanno facendo, non sempre è facile ma è ormai necessario, inevitabile. Un modo per farlo più rapidamente è scoprire le soluzioni delle startup, sostenerle, farle proprie, lavorare con imprenditori che hanno deciso di affrontare un rischio e lavorano per farlo diventare un valore. La tendenza è forte: l’81% delle grandi aziende fa open innovation e la metà collabora con le startup, ci dice la ricerca annuale degli Osservatori Startup Intelligence e Digital Trasformation Academy  della School of Management del Politecnico di Milano.

Sono sempre di più quindi le aziende quelle che hanno individuato nelle startup un interlocutore privilegiato per accelerare l’innovazione, che poi vuol dire crescita e sviluppo: si cercano idee, soluzioni, prodotti, competenze, modelli di business in grado di potenziare la tradizione e l’esperienza dell’azienda, la sua presenza sul mercato, la relazione con i clienti. Lo fa persino l’INPS e adesso anche Banca d’Italia, perché l’innovazione aperta può rappresentare la soluzione di un grande freno allo sviluppo.

Lasciamolo spiegare a chi ha teorizzato ormai oltre 20 anni fa l’open innovation. Henry Chesbrough, professore a Berkley, nel suo libro più recente (“Il futuro della open innovation, pubblicato in Italia dalla LUISS, dove ha una cattedra) scrive che l’open innovation serve a risolvere il paradosso davanti al quale si trovano le aziende e i Paesi ad economia avanzata: il progresso tecnologico sta accelerando, mentre la crescita della produttività economica è in calo. Conoscere e incontrarsi con le startup, accettarne gli stimoli, persino le provocazione è un modo senza dubbio concreto per risolvere questo paradosso e dare nuova spinta a un’azienda ma anche a un intero sistema economico e quindi a un Paese.
Nelle assicurazioni la risoluzione del paradosso si chiama insurtech e lo dimostra la crescita degli investimenti a livello globale. La tecnologia serve a migliorare i processi e ottimizzare i margini ma anche ad accrescere la dimensione della copertura, a portare più protezione a chi ancora non ce l’ha o non può permettersela. L’insurtech permette alle assicurazioni di essere, quindi, più inclusive, come ci ha ricordato il tema di Open-F@b Call4Ideas 2021 promossa da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp: Assicurazione+Accessibile.  Andate a vedere che cosa fanno le tre startup premiate: mostrano come sia possibile portare utilità, semplicità e velocità in un’industria antica come quella assicurativa. Ne avranno vantaggio le compagnie ma anche la società tutta.

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Demex, l’insurtech nato in pandemia che guarda al futuro del clima

Le conseguenze del cambiamento climatico, ormai innegabili, colpiscono ogni giorno migliaia di persone in tutto il mondo, e le tradizionali polizze assicurative non sempre rispondono alle nuove necessità dei clienti.

Negli ultimi anni una serie di startup insurtech si sono attivate per risolvere il problema, mettendo a punto sistemi innovativi grazie ai quali è possibile prevedere le condizioni climatiche e studiare di conseguenza le polizze migliori per rispondere ai problemi del nostro tempo.

Demex Group è tra queste: la startup di Washington, D.C., sfrutta l’analisi avanzata dei dati per calcolare i rischi legati ai fenomeni atmosferici e aiutare i clienti a creare servizi assicurativi appropriati. L’idea funziona, e a inizio dicembre 2021 la compagnia ha chiuso un round di investimenti di Serie A raccogliendo 9 milioni di dollari. Ecco come funzionano i suoi servizi.

The Demex Group: l’assicurazione per il clima

The Demex Group – un’abbreviazione per data empowered parametrix – è stato fondato nel 2020 a Washington D.C. da Edward Byrns, attuale CEO e presidente. La compagnia collabora con diversi partner le cui attività commerciali sono particolarmente esposte egli effetti, sia fisici che economici, del cambiamento climatico.

La startup gestisce il Demex Climate Resilience Center, una piattaforma interattiva tramite la quale è possibile conoscere gratuitamente l’andamento e le tendenze climatiche in corso nelle diverse regioni globali e calcolare il proprio “Demex Climate Indicator”, un indice di rischio basato su “centinaia di milioni di data points” che individuano non solo la situazione climatica di una determinata zona e la sua variabilità, ma anche l’impatto che questi fattori potrebbero avere sulle attività commerciali locali.

Sulla base di queste valutazioni, poi, Demex Group collabora con i clienti per creare le polizze migliori per le esigenze individuali. Ma l’offerta della compagnia non si ferma al suo ecosistema end-to-end: il gruppo collabora infatti anche con agenti assicurativi esterni, permettendo loro di integrare le sue analisi climatiche all’interno di prodotti già esistenti.

Per operare Demex Group utilizza una serie di strumenti all’avanguardia, dai big data al cloud computing fino al machine learning e alla blockchain, grazie ai quali è in grado di fornire analisi dettagliate e precise per ogni località. I suoi servizi sono quindi completamente personalizzati e pensati per riflettere la situazione di ogni singolo cliente.

Il round di dicembre 2021

Il 2 dicembre 2021 Demex Group ha raccolto 9 milioni di dollari con un round di investimenti di Serie A guidato da Anthemis Group, Blue Bear Capital e QBE Ventures.

“I proprietari immobiliari, gli inquilini e i manager vengono generalmente dimenticati dai marketplace emergenti per i rischi climatici, che si concentrano soprattutto sui settori dell’agricoltura e dell’energia” ha spiegato il Ceo Ed Byrns, aggiungendo: “I recenti passi avanti nel cloud computing, nei big data e nella blockchain ci hanno permesso di offrire una piattaforma semplice, sicura e scalabile studiata appositamente per la resilienza climatica”.

I servizi di Demex Group rispondono alla necessità del nostro tempo: secondo l’Amministrazione nazionale per gli oceani e l’atmosfera, un’agenzia federale americana, negli Stati Uniti nei primi sei mesi del 2021 si sono verificati 18 disastri climatici e metereologici che hanno causato danni per più di un miliardo di dollari. Nel 2020, gli eventi di questo tipo sono stati 22.

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