Intelligenza Artificiale, 5 startup italiane per la digitalizzazione delle assicurazioni

Fornire un servizio più agile per il cliente, e allo stesso tempo meno costoso per le compagnia assicurative: è la promessa dell’automazione dei processi, una delle grande sfide della digitalizzazione del settore. Sfida che già alcune realtà innovative hanno saputo cogliere e sfruttare, com’è il caso della startup Insoore per la gestione dei sinistri in meno di 24 ore.

La tecnologia abilitante di questa trasformazione nelle assicurazioni è l’intelligenza artificiale, mercato che in Italia ha registrato una crescita del 15% nel 2020, con un valore di 300 milioni di euro. Uno dei rami dell’AI che ha catturato la maggiore attenzione del mercato negli ultimi anni è quella della Language AI, ovvero Chatbot o Virtual Assistant e algoritmi di Natural Language Processing, che permettono di comprendere e utilizzare il linguaggio a un livello assimilabile a quello di un essere umano.

Ecco cinque startup italiane che ne se occupano, selezionate dagli Osservatori del Politecnico di Milano.

Intelligenza artificiale per le assicurazioni: 5 startup italiane

Indigo.AI

Fondata nel 2016 da Gianluca Maruzzella (CEO), Marco Falcone (CTO) e Andrea Tangredi (CDO), Indigo.AI è una piattaforma di AI Conversazionale per progettare e costruire interfacce conversazionali, assistenti virtuali, esperienze e tecnologie di Intelligenza Artificiale in grado di elaborare il linguaggio naturale.

La soluzione è progettata per essere integrabile con qualsiasi canale di comunicazione: web, assistenti vocali, Facebook Messenger, IVR di nuova generazione, app o smartwatch, ed è già stata declinata per supportare diversi tipi di business, tra cui anche banche e assicurazioni.

Userbot

Nasce nel 2017 a Milano Userbot, un chatbot che si distingue per la sua capacità di comprendere il linguaggio naturale e riconoscere gli errori grammaticali tipici delle chat.

Creato da Antonio Giarrusso, Jacopo Paoletti, Marco Muracchioli, Ricardo Piana, Userbot utilizza il machine learning e l’intelligenza artificiale per rispondere a domande frequenti, ed è programmato per invitare in chat un operatore umano in caso si presenti un problema mai incontrato prima, così da apprendere nuove risposte per affrontare in futuro simili situazioni in autonomia.

OpenAi

Fondato da Gennaro Calì nel 2018, OpenAi si basa sui workbot (evoluzione dei più famosi chatbot), assistenti virtuali che imparano dalle risposte e dai comportamenti degli umani e migliorano costantemente le proprie performance.

OpenAi fornisce un intero ecosistema di tecnologie di intelligenza artificiale adeguatamente combinate, che permettono alle macchine di agire con livelli di intelligenza riconducibili a quelli dell’essere umano. La tecnologia è facilmente integrabile con i sistemi interni delle aziende e consente di assolvere numerosi compiti: dal social media management e lead generation tramite AI allo sviluppo e potenziamento della customer experience, dall’ottimizzazione dei processi e analisi predittive per il supporto nelle decisioni, alla riduzione dei costi e alla valorizzazione del know-how aziendale e delle risorse.

Ghostwriter AI

Passando al Natural Language Processing, la prima proposta è quella di Ghostwriter, startup fondata da Ester Liquori che utilizza i dati raccolti da fonti di terze parti per arricchire le informazioni interne alle aziende e suggerire azioni concrete per migliorare le operazioni di vendita, i tempi di risposta del customer care e le campagne marketing.

Il focus è fornire uno strumento automatico che comprenda il pubblico e anticipi la sua reazione a un dato argomento/messaggio che si intende pubblicare sui social.

Writexp

Fa invece il lavoro di un (ottimo) correttore di bozze Writexp. Progettato e realizzato con Intelligenza Artificiale e Machine Learning, in congiunzione con metodologie di Linguistica Computazionale, si tratta di un supporto capace di rielaborare testi complessi in modo da “farsi capire subito”.

La sua intelligenza artificiale può venire particolarmente utile per settori complessi come quello delle assicurazioni: Writexp è un sistema completo per gestire e semplificare la scrittura professionale, nel rispetto dei requisiti di accessibilità, identificando in tempo reale l’apporto informativo e la qualità comunicativa, e suggerendo azioni per la revisione dei testi. In questo modo, lo strumento velocizza l’emissione di documenti o preparazione di testi per comunicazione e web,  e minimizza le richieste di chiarimenti.

L’articolo Intelligenza Artificiale, 5 startup italiane per la digitalizzazione delle assicurazioni proviene da InsuranceUp.


Intelligenza Artificiale, 5 startup italiane per la digitalizzazione delle assicurazioni

Fornire un servizio più agile per il cliente, e allo stesso tempo meno costoso per le compagnia assicurative: è la promessa dell’automazione dei processi, una delle grande sfide della digitalizzazione del settore. Sfida che già alcune realtà innovative hanno saputo cogliere e sfruttare, com’è il caso della startup Insoore per la gestione dei sinistri in meno di 24 ore.

La tecnologia abilitante di questa trasformazione nelle assicurazioni è l’intelligenza artificiale, mercato che in Italia ha registrato una crescita del 15% nel 2020, con un valore di 300 milioni di euro. Uno dei rami dell’AI che ha catturato la maggiore attenzione del mercato negli ultimi anni è quella della Language AI, ovvero Chatbot o Virtual Assistant e algoritmi di Natural Language Processing, che permettono di comprendere e utilizzare il linguaggio a un livello assimilabile a quello di un essere umano.

Ecco cinque startup italiane che ne se occupano, selezionate dagli Osservatori del Politecnico di Milano.

Intelligenza artificiale per le assicurazioni: 5 startup italiane

Indigo.AI

Fondata nel 2016 da Gianluca Maruzzella (CEO), Marco Falcone (CTO) e Andrea Tangredi (CDO), Indigo.AI è una piattaforma di AI Conversazionale per progettare e costruire interfacce conversazionali, assistenti virtuali, esperienze e tecnologie di Intelligenza Artificiale in grado di elaborare il linguaggio naturale.

La soluzione è progettata per essere integrabile con qualsiasi canale di comunicazione: web, assistenti vocali, Facebook Messenger, IVR di nuova generazione, app o smartwatch, ed è già stata declinata per supportare diversi tipi di business, tra cui anche banche e assicurazioni.

Userbot

Nasce nel 2017 a Milano Userbot, un chatbot che si distingue per la sua capacità di comprendere il linguaggio naturale e riconoscere gli errori grammaticali tipici delle chat.

Creato da Antonio Giarrusso, Jacopo Paoletti, Marco Muracchioli, Ricardo Piana, Userbot utilizza il machine learning e l’intelligenza artificiale per rispondere a domande frequenti, ed è programmato per invitare in chat un operatore umano in caso si presenti un problema mai incontrato prima, così da apprendere nuove risposte per affrontare in futuro simili situazioni in autonomia.

OpenAi

Fondato da Gennaro Calì nel 2018, OpenAi si basa sui workbot (evoluzione dei più famosi chatbot), assistenti virtuali che imparano dalle risposte e dai comportamenti degli umani e migliorano costantemente le proprie performance.

OpenAi fornisce un intero ecosistema di tecnologie di intelligenza artificiale adeguatamente combinate, che permettono alle macchine di agire con livelli di intelligenza riconducibili a quelli dell’essere umano. La tecnologia è facilmente integrabile con i sistemi interni delle aziende e consente di assolvere numerosi compiti: dal social media management e lead generation tramite AI allo sviluppo e potenziamento della customer experience, dall’ottimizzazione dei processi e analisi predittive per il supporto nelle decisioni, alla riduzione dei costi e alla valorizzazione del know-how aziendale e delle risorse.

Ghostwriter AI

Passando al Natural Language Processing, la prima proposta è quella di Ghostwriter, startup fondata da Ester Liquori che utilizza i dati raccolti da fonti di terze parti per arricchire le informazioni interne alle aziende e suggerire azioni concrete per migliorare le operazioni di vendita, i tempi di risposta del customer care e le campagne marketing.

Il focus è fornire uno strumento automatico che comprenda il pubblico e anticipi la sua reazione a un dato argomento/messaggio che si intende pubblicare sui social.

Writexp

Fa invece il lavoro di un (ottimo) correttore di bozze Writexp. Progettato e realizzato con Intelligenza Artificiale e Machine Learning, in congiunzione con metodologie di Linguistica Computazionale, si tratta di un supporto capace di rielaborare testi complessi in modo da “farsi capire subito”.

La sua intelligenza artificiale può venire particolarmente utile per settori complessi come quello delle assicurazioni: Writexp è un sistema completo per gestire e semplificare la scrittura professionale, nel rispetto dei requisiti di accessibilità, identificando in tempo reale l’apporto informativo e la qualità comunicativa, e suggerendo azioni per la revisione dei testi. In questo modo, lo strumento velocizza l’emissione di documenti o preparazione di testi per comunicazione e web,  e minimizza le richieste di chiarimenti.

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Insurtech: cos’è e come cambierà il mondo delle assicurazioni

Che cos’è l’insurtech

La parola insurtech, formato dalle parole insurance + technology, identifica praticamente tutto ciò che è innovazione technology – driven in ambito assicurativo: software, applicazioni, startup, prodotti, servizi, modelli di business. Mutuato dal termine fintech che afferisce al mondo più propriamente bancario, l’insurtech è considerato anche un figlio di questo ed è pertanto molto simile, sia come impatto che sta producendo sulle imprese tradizionali del settore, sia come fondamenti su cui si basa e velocità con la quale si va affermando.

Come le banche, anche le assicurazioni sono state tra le industrie più lente nell’adattarsi alla digitalizzazione e nel cogliere le opportunità offerte dalla digital transformation.

Se in epoca di internet 1.0 la digitalizzazione delle imprese (in Italia particolarmente difficoltosa) veniva interpretata come la banale apertura di un sito web aziendale, inteso come trasposizione online della brochure cartacea; e in epoca di internet 2.0 come ingresso nel mondo dei social o nell’ecommerce; ora, in epoca industria 4.0, la tecnologia digitale ha un impatto ancora più profondo e incide direttamente sui modelli di business e la tipologia di servizi. E ha investito l’industria assicurativa con la forza di un tornado, imponendo un cambiamento radicale che travolge cultura aziendale,  processi,  gestione dei dati, relazione con i clienti. L’industria assicurativa è cambiata per sempre.

Negli ultimi anni vi è stata una netta accelerazione, che ha condotto alla moltiplicazione degli investimenti, in startup e società che sviluppano soluzioni per l’industria assicurativa, sia da parte di fondi di Venture Capital, sia da parte delle stesse Compagnie assicurative, attraverso i propri fondi di Corporate Venture Capital.

Insurtech, gli investimenti

CBInsights, società di consulenza e reportistica che segue da tempo l’insurtech, va indietro nel tempo fino al 2011 nell’individuazione dei primi investimenti nel settore, ma è nel 2015, come riporta il grafico, che avviene internazionalmente (sebbene con forte concentrazione in US) il vero boom. 

numeri dell'insutech

Quello che ha caratterizzato gli ultimi anni in ambito insurtech è stato, oltre al numero e all’entità degli investimenti, anche il fatto che, con diverse modalità, le compagnie tradizionali hanno “abbracciato” questo mondo: hanno cominciato a guardare al mondo delle startup insurtech e a collaborare con esse, spesso a finanziarle con i propri fondi di venture capital o ad acquisirle. Sono sorti innovation lab aziendali, programmi di accelerazione, incubatori, eventi dedicati.

Il taglio degli investimenti è cresciuto esponenzialmente, con cifre da capogiro ora che i venture capitalist puntano non più solo su startup early stage, ma su startup in espansione e scaleup, portanda alla nascita di veri e propri unicorni insurtech. Secondo recenti report, per esempio quello di Willis Tower, il 2020 ha visto 2,5 miliardi di dollari investiti solo nel terzo trimestre.

Il 2021 è partito in quarta, raggiungendo nell primo trimestre il maggior numero totale di round di finanziamento insurtech dal 2019.

Quali sono i pilastri dell’insurtech

SHARING ECONOMY

Secondo quanto indicato da Enrico Aprico, Adjunct Professor Università Cattolica del Sacro Cuore, esperto di sharing economy e marketing, uno dei temi chiave per il settore insurtech è rappresentato dalla sharing economy. L’intera catena del valore delle compagnie è minacciata dai nuovi modelli di business legati all’economia della condivisione  e alla digitalizzazione. Prodotti, marketing, distribuzione, prezzi si trasformano.

Un caso emblematico è rappresentato da Lemonade, startup insurtech newyorkese molto aggressiva, la cui intuizione è stata ripensare non solo i prodotti assicurativi, ma ogni parte della value chain, per creare un’offerta sempre più responsive, modulata sulle reali esigenze dei clienti, perfettamente collocata all’interno della contemporaneità. Il risultato è un pacchetto assicurativo technology‐first e legacy‐free, capace di offrire un prodotto istantaneo, smart e completamente incantevole. Già nei suoi primi mesi di attività, Lemonade ha battuto anche un record sulla gestione dei claim: un cliente lo ha risolto in 3 secondi. Lemonade è rapidamente diventata un’unicorno, e nel 2020 ha debuttato alla Borsa di New York, raddoppiando in pochi giorni il valore della sua IPO.

BLOCKCHAIN

La tecnologia blockchain è considerata da molti non solo utile alle assicurazioni, ma un vero e proprio volano. Kevin Wang, Ali Safavi, Scott Robinson del Plug and Play Tech Center, (un acceleratore per startup della Silicon Valley che ha sede in 22 Paesi al mondo, focalizzato in programmi verticali tra cui uno dedicato all’Insurance), sostengono che il potere di questa tecnologia risieda nella sua capacità di alimentare nuove modalità di transazioni finanziarie, di migliorare i processi di assicurazione esistenti, e tenere traccia dei documenti. Le valute digitali basate su blockchain possono supportare molti nuovi modelli assicurativi, in particolare le micro assicurazioni e il P2P. Molte delle applicazioni blockchain potrebbero essere raggruppate in una nuova categoria di “smart contracts” cioè contratti intelligenti: in termini semplici, questi contratti sarebbero software sviluppato ed eseguito all’interno di un sistema blockchain. La tecnologia blockchain ha il potere di far fare alle assicurazioni un salto in una nuova era, a partire proprio dai nuovi modelli delle micro assicurazioni, del P2P, delle assicurazioni parametriche.

Blockchain, quali concreti vantaggi per le Compagnie assicurative?

CYBER SECURITY

Per le assicurazioni il tema rappresenta un grande sfida, che può valere decine di miliardi di dollari.

In questi ultimi anni,  le assicurazioni per la cyber security sono cresciute moltissimo come dimensione del mercato e fatturato, nonostante si trattasse inizialmente di un settore in cui entrare con i piedi di piombo per le Compagnie, viste le oggettive difficoltà a prevedere, contenere, gestire gli attacchi informatici. Sono ancora pochi i dati storici necessari per stabilire un pricing corretto delle polizze e vi è una grande variazione di anno in anno nel tipo di attacchi informatici e danni che le aziende si trovano ad affrontare di più. Uno studio di Ibm ha stimato che nel 2019 le violazioni informatiche sono costate in media 3,5 milioni di dollari a ogni azienda italiana, e questi costi sono destinati a crescere con la diffusione della digitalizzazione e dell’integrazione digitale di tutta la supply chain delle organizzazioni aziendali.

Secondo quanto evidenziato dal nuovo studio pubblicato da Fortune Business Insights, il mercato della cyber security ha raggiungo un valore di 153,16 miliardi di dollari nel 2020, ed è destinato a raggiungere un valore pari a 366 miliardi di dollari nel 2028.

MICRO-INSURANCE

Devie Mohan di BurnMark dice che le compagnie stanno cominciando a sfruttare i dati in modo sempre più sofisticato per fornire prodotti più personalizzati che soddisfano le aspettative sempre più specifiche dei consumatori. Inoltre, l’economia della condivisione richiede prodotti di nicchia, e solo quei prodotti che sono rilevanti per i modelli di utilizzo e di comportamento degli utenti avrà successo. Questa evoluzione ha portato a uno degli sviluppi più interessanti dell’insurtech, cioè la possibilità di stipulare polizze solo quando e solo per il tempo necessario (vedi ad esempio Trov e l’italiana Neosurance), di pagare assicurazioni auto solo per le miglia o le ore di guida reali (usage based insurance come Metromile).

Inoltre, la micro-assicurazione si sta rivelando anche un sistema per garantire coperture assicurative in aree a bassissimo reddito perchè offre polizze a prezzi accessibili, pagabili in piccole rate che sono sottoscrivibili da molte più persone. (Per esempio, in tale direzione si muove la svedese BIMA)

IOT E INSURTECH

La proliferazione di aziende tecnologiche concentrate sull’IoT, avrà un enorme impatto su banche e imprese di assicurazione, perchè offriranno dati più rilevanti che possono ridurre i costi, fornire al cliente così come all’assicuratore maggiore efficienza, e creare un’esperienza coerente attraverso tutti i punti di contatto, essere alla base di polizze usage based, che rappresentano un trend certo nel settore auto. In ambito IoT possiamo ricomprendere anche sottocategorie come la smart home e lo smart building, che offrono molteplici opportunità al mondo assicurativo.

Le tecnologie IoT abilitano inoltre un nuovo trend insurtech: quello dell’assicurazione connessa o connected insurance.

Connected insurance, che cos’è e qual è lo stato del mercato

DRIVERLESS CAR

Il settore assicurativo auto sta per essere modificato in modo consistente, a causa dell’arrivo di driverless car e avanzati sistemi ADAS, KPMG prevede che il mercato assicurativo auto può ridursi del 60% entro il 2040 e Peter Diamandis, cofondatore della Singularity University,  ritiene che sia addirittura una sottostima dell’impatto. 

Ogni grande casa automobilistica sta lavorando sulla driverless car, e dal momento che queste auto, si dice, ridurranno gli incidenti fino al 90%, potrebbe trattarsi della fine per l’assicurazione auto.

Benchè a monte ci sia una battaglia legislativa incombente per rimodellare il sistema RCA nell’ambito del nuovo scenario: la responsabilità ricadrà su case automobilistiche? sui possessori dell’auto? sugli ingegneri del software? E’ ancora tutto da stabilire.

In merito a questo tema il Regno Unito sarà probabilmente il primo Paese al mondo a regolamentare il settore con una disciplina che stabilisce responsabilità dell’assicuratore e del costruttore, dopo essere stato il primo a procedere con l’inquadramento a “livello normativo” della guida autonoma.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CHATBOT, ROBO-ADVISOR

Qualcuno prevede una fine della figura dell’agente: robo-advisor e chatbot dotati di intelligenza artificiale, sostituiscono già ora i broker tradizionali, questo è certo per un buon numero di nuove tipologie di polizze, per esempio quelle consumer on-demand. “Gli utenti sono sempre più connessi al web e preferiscono usare i dispositivi mobile, lo scorso ottobre per la prima volta il traffico Internet ‘mobile’ ha superato quello da pc. – afferma Gabriele Antoniazzi, Founder e CEO di Responsa, società che sviluppa chatbot – Gli utenti oggi vogliono gestire tutto da smartphone e tablet ed avere la possibilità di accedere a ogni prodotto o servizio in mobilità e in autonomia, senza doversi rivolgere a terzi, senza dover aspettare e soprattutto senza doversi scomodare.”

Il trend del momento in campo di intelligenza artificiale sono i chatbot, assistenti virtuali che interagiscono con gli utenti come fossero operatori umani e che li supportano durante il loro processo di acquisto, di richiesta di informazioni e di assistenza online. Questi nuovi strumenti stanno avendo largo impiego in molteplici settori e stanno riscuotendo grande consenso tra il pubblico ma anche tra le aziende, perché aumentano la qualità del servizio riducendo i costi di supporto.

Ma non necessariamente la figura degli agenti deve tramontare, c’è anche chi ritiene che almeno per il momento il mercato ne abbia ancora bisogno e che l’innovazione tecnologica debba essere complementare e supportare il lavoro degli agenti  “L’alfabetizzazione digitale non è ancora completa – ci ha detto Diego Pizzocaro, Ceo e founder di Sellf, startup che ha sviluppato una piattaforma di CRM per agenti – Inoltre la stipula di una polizza richiede spesso anche un rapporto di fiducia e riservatezza, anche per la delicatezza dei dati privati condivisi, per cui molte tipologie di clienti preferiscono ancora oggi l’agente in carne e ossa”.

Certamente la customer experience dei clienti varia in base anche all’età e altre caratteristiche personali e di stile di vita, come ha evidenziato Accenture che individua Nomadi digitali, Value explorer, Quality seeker, tre tipologie di clienti assicurativi di oggi.

Le tecnologie di intelligenza artificiale come chatbot e robo-advisor sono probabilmente il mezzo più efficace per raggiungere i millennial sono soluzioni cui le assicurazioni guardano con estremo interesse. Un caso è rappresentato da Spixii, startup fondata da due italiani a Londra, che ha vinto tra gli altri premi anche Open-F@b Call4Ideas 2016, il contest pan-europeo promosso da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp e Polihub.  La startup sviluppa un chatbot per il settore assicurativo, di cui abbiamo parlato in questo articolo, ed è nata proprio dall’osservazione del processo di acquisto delle giovani generazioni rispetto a una polizza.

Insurtech, gli effetti sulle PMI

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano nel 2020, l’84% delle PMI italiane ha almeno una copertura assicurativa attiva e, di queste, il 42% acquista le polizze in modalità tradizionale, quindi tramite incontri di persona con un agente e utilizzo di documentazione cartacea. Tuttavia, il canale d’acquisto sta attraversando un significativo processo di digitalizzazione, considerato che il 38% delle PMI italiane si affida ad una modalità ibrida, cioè parzialmente digitale, e il 26% utilizza esclusivamente canali digitali.

Questo è possibile anche grazie al numero sempre maggiore di compagnie assicurative che si impegnano a supportare digitalmente i propri clienti nella gestione delle assicurazioni, garantendo la possibilità di rinnovare e verificare polizze, gestire i sinistri e aggiungere coperture tramite sistemi digitali.

La pandemia da Covid-19 ha dato un ulteriore importante impulso a questo percorso di digitalizzazione: a seguito dell’emergenza sanitaria gli incontri fisici con agenti e consulenti si sono ridotti del 32% a favore di videoconferenze, così come l’accesso ai servizi in filiale ha registrato un calo del 39% spostandosi parzialmente sul sito web della compagnia. C’è quindi un trend crescente di affidamento alla tecnologia, che potrebbe preparare il terreno per una maggiore penetrazione di tecnologie e attori insurtech anche tra le PMI.

I dati e le startup dell’insurtech in italia

Il panorama insurtech italiano presenta alcuni casi di successo, ma ha ancora ancora significativi margini di sviluppo.

Guardando al trend nelle operazioni di investimento degli ultimi anni si può osservare una costante crescita, con una punta rappresentata da Prima.it, intermediario digitale al momento prevalentemente nel ramo auto, che nel 2018 ha realizzato un mega round di finanziamento di oltre 100 milioni di euro, l’operazione maggiore mai realizzata in Italia.

Dal 2010 al 2019 il numero di iniziative nel settore sono cresciute del 255%. Nel 2019 il volume di investimenti attratto è stato di 35 milioni di dollari, non certo elevato rispetto a quello di altri paesi come la Francia e la Germania ma non del tutto trascurabile.

Tra le startup italiane più promettenti ci sono Yolo, intermediario digitale B2B2C che lavora nel campo della cosiddetta “instant insurance”, Claider, che ha completamente reingegnerizzato il processo di denuncia e gestione di un sinistro offrendo una customer experience completamente digitale,
Insoore, piattaforma per il riconoscimento delle immagini a supporto dei processi di gestione dei sinistri, e Virtuoso, piattaforma digitale a supporto dei programmi di welfare e wellbeing aziendali.

Le startup insurtech nel mondo

Secondo la ricerca del 2020 di AmCham Italy, si contano a livello globale, circa 1.200 startup insurtech: un significativo incremento, se si pensa che nel 2014 erano meno della metà (574).

Complessivamente queste startup hanno raccolto, sino ad oggi, all’incirca 19,6 miliardi di dollari di finanziamenti in capitale di rischio da parte di investitori terzi. Questi numeri potrebbero sembrare modesti se comparati alle oltre 16.000 startup operanti nel fintech, con circa 213,7 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti negli ultimi 20 anni. Tuttavia, il tasso di crescita degli investimenti in insurtech negli ultimi 2 anni (2018/19) è stato significativamente maggiore: circa 40% nell’insurtech contro il 28% del fintech.

Non bisogna però dimenticare che il settore insurtech ha sfornato negli ultimi anni non pochi unicorni (startup dalla valutazione superiore a un miliardo): a partire da Lemonade, che ora si è quotato in borsa, passando per altri grandi nomi come Hippo Insurance, Oscar Health, Next Insurance, Zego, Alan, Shift Technology.

Insurtech, 11 startup che stanno cambiando le assicurazioni

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Per il mondo assicurativo il dopo Covid-19 è già iniziato

I dati, come spesso accade, aiutano a capire. La ricerca on line di prodotti assicurativi per la salute è cresciuta nelle ultime settimane dell’800%. In forte aumento anche la ricerca di coperture per annullamento eventi da rischi da contagio virale nelle attività di servizio (retail, turismo, trasporti) cresciuta di oltre il 650%.

Il traffico digitale sulle offerte di alcuni prodotti per la persona e la famiglia (casa, Vita, salute, animali domestici) e le richieste d’informazione (via mail telefono, chatbot) su questi prodotti sono aumentate del 30%. Un interesse di analoga entità si è registrato, da parte delle imprese, per le coperture dei rischi da business interruption.

Le tendenze sono state rilevate nelle ultime tre settimane dalla piattaforma di YOLO. Prevedibili, data l’eccezionalità dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, ma forse anche anticipatorie di quanto vedremo nel prossimo futuro. Per una semplice ragione: la sensibilità di persone e imprese per la protezione dai rischi sarà molto più forte, e per lungo tempo, di quella che abbiamo conosciuto fin qui. Sta quindi per aprirsi una fase che richiederà all’industria assicurativa nuove risposte, in termini di prodotti e servizi di supporto, verosimilmente caratterizzate dall’impiego delle tecnologie digitali.

L’accelerazione delle innovazioni tecnologiche segue le crisi

E’ interessante notare che le due grandi crisi degli anni duemila (lo scoppio della bolla internet e il terrorismo globale nel 2000 e 2001; la crisi scatenata dai subprime nel 2008) hanno determinato un’accelerazione nella digitalizzazione delle abitudini di vita e consumo. Google, Amazon, Ebay e Paypal nacquero all’inizio degli anni duemila mentre la crisi del 2008 ha preparato il terreno allo sviluppo del fintech e alla diffusione globale di servizi di diversa natura (Uber e Airbnb per citarne qualcuno).

La crisi di questi giorni ha origini diverse (pur rispettando la periodicità decennale) ma lo schema potrebbe ripetersi: repentini cambiamenti nel mindset del consumatore determinati dalla profondità dell’impatto emotivo, emergere di una nuova domanda e nascita di servizi, (abilitati dall’innovazione tecnologica digitale) capaci di rispondere alle mutate condizioni.

Sarà così anche questa volta? E’ possibile. Le parole chiave del nuovo paradigma saranno disintermediazione, e-commerce, AI, teleworking, digital health e c’è da aspettarsi:

· una maggiore domanda di protezione legata alla percepita imprevedibilità e intensità degli eventi rischiosi (gli effetti del Covid-19 lasceranno prevedibilmente un segno indelebile);

· un uso più intenso dei canali digitali per individuare e acquistare i prodotti più adeguati ai nuovi bisogni.

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E’ evidente che questo scenario metterà seriamente alla prova l’intera industria dei servizi alla persone alle imprese e che gli operatori fintech e insurtech assumeranno un ruolo centrale.

A che punto è l’industria assicurativa

Per affrontare con successo queste nuova fase l’industria assicurativa italiana dovrà lavorare su due fronti: l’offerta, in termini di estensione delle coperture e personalizzazione (se n’è avuta una prova di fronte alle richieste di questi giorni); l’organizzazione distributiva, per renderla più adatta al contesto socio-economico.

L’approssimarsi di un ciclo come quello appena descritto apre spazi inattesi. La penetrazione relativamente minore delle assicurazioni in Italia è stata a lungo motivata con una cultura italiana poco incline alla gestione preventiva dei rischi. Può essere. Certo, il mindset di famiglie, imprese e professionisti è destinato a cambiare: per rispondere a questa evoluzione servirà riformare l’industria.

Di qui l’urgenza, per compagnie e intermediari, di destinare risorse agli investimenti in tecnologia e capitale umano (funzionali all’innovazione dell’offerta e dei modelli operativi e di distribuzione) e di costruire alleanze strategiche per affrontare il mercato, più grande dell’attuale, che prenderà forma dopo la crisi.

Velocità d’intervento e capacità d’investimento, dunque: saranno questi due fattori, più che l’attuale posizione competitiva, a determinare la gerarchia nell’industria assicurativa come è già avvenuto in altri settori (banking, distribuzione retail, informazione).

L’agenda delle priorità per il prossimo futuro

In sintesi: stiamo per entrare in una nuova fase del mercato dei servizi; l’industria assicurativa italiana ha un’opportunità di sviluppo che potrà cogliere accelerando l’innovazione. L’agenda, per gli operatori della filiera, è fatta di cinque priorità.

1. Progettare strategie di business fondate sull’integrazione tra insurtech e modelli tradizionali.

2. Pianificare gli investimenti della propria impresa in capitale tecnologico e umano ma costruire alleanze anche per investimenti di sistema (nell’area della formazione, per esempio).

3. Dotarsi rapidamente di nuove competenze professionali e tecnologiche.

4. Progettare un’offerta customer centric e mobile centric.

5. Fare sistema per promuovere una normativa funzionale alla distribuzione della nuova offerta.

Se rispetteremo quest’agenda, daremo una risposta efficace alle nuove domande di protezione e sicurezza di cittadini e imprese, l’industria continuerà a contribuire alla crescita economica e, forse, non parleremo più di un Paese sotto assicurato.

Simone Ranucci Brandimarte, Presidente e Co-fondatore YOLO Group

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I clienti italiani fedeli ai canali tradizionali: solo il 14% compra la polizza online

L’innovazione digitale del settore bancario, finanziario e assicurativo inizia ad avere un impatto finalmente visibile, con effetti che diventeranno via via più marcati. Non v’è dubbio che assisteremo ad una profonda trasformazione dell’industria, con una forte ridefinizione dei confini della competizione. Tre le direttrici su cui agire, innanzitutto, gli operatori devono saper definire strategie di open innovation e collaborare con attori anche diversi, in primis fintech e insurtech, per sviluppare il cambiamento. Inoltre, le fintech e le insurtech devono saper dialogare con gli incumbent per ‘scalare’ più velocemente e ottimizzare il rapporto tra i costi e i benefici della crescita. Infine, sarà necessario pensare ad operazioni straordinarie per raggiungere quelle dimensioni coerenti con gli investimenti necessari alle economie di scala e di scopo del mercato digitale“.

Così Marco Giorgino, Direttore scientifico dell’Osservatorio Fintech & Insurtech, incornicia in una nota stampa, gli ultimi dati dell’Osservatorio relativi al mercato italiano.

Il digitale in Italia è un processo di tranquilla metabolizzazione che conduce a progressi visibili e solidi di anno in anno, ma senza exploit. Questa lettura vale sia lato aziende che lato clienti.

Sono 12,7 milioni di italiani utilizzano servizi Fintech & Insurtech con alto livello di soddisfazione.

Lo scorso anno, lo stesso report ne aveva contati 11 milioni, quindi non si può parlare di grande entusiasmo degli italiani per i servizi finanziari e assicurativi erogati via internet.

C’è da sottolineare che il dato cambia notevolmente se si guarda alla fascia d’età:  i giovani tra i 18 e 24 anni usano nettamente di più i canali digitali nella loro relazione con banche e assicurazioni, infatti, dice il report, l’89% conosce bene almeno un servizio finanziario digitale e il 72% ne usa almeno uno. I servizi più utilizzati sono il Mobile Payment (14%) e i Chatbot per comunicare con la banca (10%), mentre tra i meno utilizzati ci sono le assicurazioni istantanee/on demand (2%), la gestione dei sinistri da mobile (2%) e le assicurazioni con premi basati sul comportamento (1%). Tutti servizi, questi ultimi, che però riscuotono il maggior grado di soddisfazione.

Riguardo alle assicurazioni, solo il 14% degli utenti ha già acquistato una polizza completamente online (l’86% di questi una polizza auto, poche coperture per la casa e prodotti vita). La maggioranza (66%) dei consumatori non ha mai acquistato polizze in forma digitale e non intende farlo nel prossimo futuro, principalmente per mancanza di fiducia e perché soddisfatto del canale tradizionale. La condivisione dei dati è sempre più rilevante: già oggi il 12% della popolazione italiana condivide informazioni sullo stile di guida tramite black box e a le preclusioni sono limitate, con il 65% che condividerebbe informazioni sullo stile di guida, il 66% sulla sicurezza della casa, il 62% sulla salute fisica.

Il comportamento delle PMI

Nella scelta delle assicurazioni, le PMI si rivolgono principalmente ad attori tradizionali, come compagnie assicurative (90%) e banche (36%), acquistando soprattutto con modalità tradizionali (il 78% delle PMI opta per un canale completamente fisico), ma il 18% che si affida a soluzioni ibride, dove il digitale supporta il processo.

Questo dato è rimasto praticamente invariato rispetto allo scorso anno, anche allora infatti, le PMI risultavano poco propense ad allontanarsi dal classico rapporto con l’agente assicurativo.

Servizi online e offline in concorrenza

Alla luce di tali dati è d’obbligo domandarsi quale fattore freni ancora un pieno slancio in Italia da parte dei consumatori verso i servizi finanziari e assicurativi digitali.

Certamente un ruolo decisivo è giocato in ambito assicurativo dal rapporto di fiducia che lega consumatori e agenti assicurativi che, anche se non sono a disposizione H24 e sempre connessi, hanno però la capacità di umanizzare la relazione, di dare suggerimenti, consigli, accompagnare all’interno di processi che ancora oggi risultano complessi per la maggior parte delle persone. Inoltre, bisogna ricordare che la digital transformation riguarda moltissimo  i processi interni e gli strumenti messi a disposizione degli agenti, il che conduce al fatto che oggi l’agente può spesso offrire anche un prezzo migliore di quello che trova online.

In definitiva, i clienti non cercano il servizio digitale a tutti i costi, cercano il servizio migliore e che li fa sentire tranquilli.

La chiave è quindi, per le Compagnie, mettere l’innovazione digitale al servizio del cliente e farlo bene, un percorso in cui possono aiutare le startup e la open innovation.

Startup fintech e insurtech

Sono 326 le startup Fintech & Insurtech censite in Italia, per un volume di finanziamenti complessivo di 654 milioni di euro. In media 2,6 milioni per azienda, non ancora capitali consistenti (con l’eccezione alcuni di casi limitatissimi come i 100 milioni di Prima Assicurazioni e gli oltre 70 di MoneyFarm). I settori in cui operano sono eterogenei: dai servizi bancari (42%) ai servizi tecnologici orientati al mondo finanziario e assicurativo (25%).

Il 44% delle startup fintech & insurtech ritiene che sarebbe utile creare un Sandbox Italiano, la sperimentazione di un’attività disciplinata dalla normativa del settore bancario, finanziario, assicurativo, previsto dal legislatore a giugno 2019, a prescindere dal rientrare o meno nel perimetro regolamentato di Banca d’Italia – evidenzia Laura Grassi, co-Direttore dell’Osservatorio Fintech & Insurtech -. Le ragioni principali sono poter crescere di più riducendo i costi, potendo sperimentare nuove soluzioni, creando fiducia negli stakeholder, e adempiere più efficientemente alla regolamentazione“.

L’articolo I clienti italiani fedeli ai canali tradizionali: solo il 14% compra la polizza online proviene da InsuranceUp.


I clienti italiani fedeli ai canali tradizionali: solo il 14% compra la polizza online

L’innovazione digitale del settore bancario, finanziario e assicurativo inizia ad avere un impatto finalmente visibile, con effetti che diventeranno via via più marcati. Non v’è dubbio che assisteremo ad una profonda trasformazione dell’industria, con una forte ridefinizione dei confini della competizione. Tre le direttrici su cui agire, innanzitutto, gli operatori devono saper definire strategie di open innovation e collaborare con attori anche diversi, in primis fintech e insurtech, per sviluppare il cambiamento. Inoltre, le fintech e le insurtech devono saper dialogare con gli incumbent per ‘scalare’ più velocemente e ottimizzare il rapporto tra i costi e i benefici della crescita. Infine, sarà necessario pensare ad operazioni straordinarie per raggiungere quelle dimensioni coerenti con gli investimenti necessari alle economie di scala e di scopo del mercato digitale“.

Così Marco Giorgino, Direttore scientifico dell’Osservatorio Fintech & Insurtech, incornicia in una nota stampa, gli ultimi dati dell’Osservatorio relativi al mercato italiano.

Il digitale in Italia è un processo di tranquilla metabolizzazione che conduce a progressi visibili e solidi di anno in anno, ma senza exploit. Questa lettura vale sia lato aziende che lato clienti.

Sono 12,7 milioni di italiani utilizzano servizi Fintech & Insurtech con alto livello di soddisfazione.

Lo scorso anno, lo stesso report ne aveva contati 11 milioni, quindi non si può parlare di grande entusiasmo degli italiani per i servizi finanziari e assicurativi erogati via internet.

C’è da sottolineare che il dato cambia notevolmente se si guarda alla fascia d’età:  i giovani tra i 18 e 24 anni usano nettamente di più i canali digitali nella loro relazione con banche e assicurazioni, infatti, dice il report, l’89% conosce bene almeno un servizio finanziario digitale e il 72% ne usa almeno uno. I servizi più utilizzati sono il Mobile Payment (14%) e i Chatbot per comunicare con la banca (10%), mentre tra i meno utilizzati ci sono le assicurazioni istantanee/on demand (2%), la gestione dei sinistri da mobile (2%) e le assicurazioni con premi basati sul comportamento (1%). Tutti servizi, questi ultimi, che però riscuotono il maggior grado di soddisfazione.

Riguardo alle assicurazioni, solo il 14% degli utenti ha già acquistato una polizza completamente online (l’86% di questi una polizza auto, poche coperture per la casa e prodotti vita). La maggioranza (66%) dei consumatori non ha mai acquistato polizze in forma digitale e non intende farlo nel prossimo futuro, principalmente per mancanza di fiducia e perché soddisfatto del canale tradizionale. La condivisione dei dati è sempre più rilevante: già oggi il 12% della popolazione italiana condivide informazioni sullo stile di guida tramite black box e a le preclusioni sono limitate, con il 65% che condividerebbe informazioni sullo stile di guida, il 66% sulla sicurezza della casa, il 62% sulla salute fisica.

Il comportamento delle PMI

Nella scelta delle assicurazioni, le PMI si rivolgono principalmente ad attori tradizionali, come compagnie assicurative (90%) e banche (36%), acquistando soprattutto con modalità tradizionali (il 78% delle PMI opta per un canale completamente fisico), ma il 18% che si affida a soluzioni ibride, dove il digitale supporta il processo.

Questo dato è rimasto praticamente invariato rispetto allo scorso anno, anche allora infatti, le PMI risultavano poco propense ad allontanarsi dal classico rapporto con l’agente assicurativo.

Servizi online e offline in concorrenza

Alla luce di tali dati è d’obbligo domandarsi quale fattore freni ancora un pieno slancio in Italia da parte dei consumatori verso i servizi finanziari e assicurativi digitali.

Certamente un ruolo decisivo è giocato in ambito assicurativo dal rapporto di fiducia che lega consumatori e agenti assicurativi che, anche se non sono a disposizione H24 e sempre connessi, hanno però la capacità di umanizzare la relazione, di dare suggerimenti, consigli, accompagnare all’interno di processi che ancora oggi risultano complessi per la maggior parte delle persone. Inoltre, bisogna ricordare che la digital transformation riguarda moltissimo  i processi interni e gli strumenti messi a disposizione degli agenti, il che conduce al fatto che oggi l’agente può spesso offrire anche un prezzo migliore di quello che trova online.

In definitiva, i clienti non cercano il servizio digitale a tutti i costi, cercano il servizio migliore e che li fa sentire tranquilli.

La chiave è quindi, per le Compagnie, mettere l’innovazione digitale al servizio del cliente e farlo bene, un percorso in cui possono aiutare le startup e la open innovation.

Startup fintech e insurtech

Sono 326 le startup Fintech & Insurtech censite in Italia, per un volume di finanziamenti complessivo di 654 milioni di euro. In media 2,6 milioni per azienda, non ancora capitali consistenti (con l’eccezione alcuni di casi limitatissimi come i 100 milioni di Prima Assicurazioni e gli oltre 70 di MoneyFarm). I settori in cui operano sono eterogenei: dai servizi bancari (42%) ai servizi tecnologici orientati al mondo finanziario e assicurativo (25%).

Il 44% delle startup fintech & insurtech ritiene che sarebbe utile creare un Sandbox Italiano, la sperimentazione di un’attività disciplinata dalla normativa del settore bancario, finanziario, assicurativo, previsto dal legislatore a giugno 2019, a prescindere dal rientrare o meno nel perimetro regolamentato di Banca d’Italia – evidenzia Laura Grassi, co-Direttore dell’Osservatorio Fintech & Insurtech -. Le ragioni principali sono poter crescere di più riducendo i costi, potendo sperimentare nuove soluzioni, creando fiducia negli stakeholder, e adempiere più efficientemente alla regolamentazione“.

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I Big Data nelle assicurazioni, tra opportunità e approccio etico

I Big Data, nelle assicurazioni, sono un tema centrale, che oggi pone diverse sfide, ma presenta enormi opportunità. Le Compagnie hanno accesso a dati granulari come mai prima, ognuno di noi quotidianamente produce dati, un’enorme quantità di dati, consapevolmente (carte di credito, social, le app, ricerche online, messaggistica, email, foto, video, wearable); ma anche inconsapevolmente, attraverso cartelle cliniche digitali e pratiche amministrative e di vario genere digitalizzate che ci riguardano. E non sono solo le persone a generare dati, sono anche le aziende, le organizzazioni pubbliche e private, gli oggetti connessi, a cominciare dai nostri smartphone. I dati sono informazioni in formato digitale e ne generiamo talmente tanti che non esiste stima davvero attendibile, sono tutte necessariamente approssimative. IDC nel 2013 in uno studio per EMC prevedeva che nel 2020 la produzione raggiungerà circa 44 zettabyte a livello mondiale, ogni persona ne genererà 1.7 megabytes ogni secondo; ma uno stesso studio più recente (2018) di IDC per Seagate, parla addirittura di 175 ZB entro il 2025, oltre il 60% di crescita all’anno.

Sono numeri che impressionano anche quando non se ne coglie appieno la dimensione, ma possiamo dire che si tratta di una crescita esponenziale.

IDC fa un esempio per far comprendere la misura di 175 ZB (l’intera Global Datasphere) e dice: se si fosse in grado di memorizzare 175 ZB su DVD, allora si avrebbe una pila di DVD che ci potrebbe portare alla luna 23 volte o intorno alla Terra 222 volte.

Definizione di big data

I big data sono tutte le informazioni in formato digitale, sono enormi volumi di dati eterogenei per fonte e formato, che possono essere raccolti, immagazzinati e attraverso appositi software analizzati, diventare conoscenza e valore.

Secondo la maggior parte degli esperti, i big data sono caratterizzati da determinate caratteristiche. Nel 2001, Doug Laney, allora vice presidente e Service Director dell’azienda Meta Group, descrisse in un report il Modello delle 3V relativo alle 3V dei Big Data: Volume, Velocità e Varietà. Oggi il paradigma di Laney è stato arricchito dalle variabili di Veridicità e Valore e per questo si parla di 5V dei Big Data

Cosa significano le 5V dei Big Data

Volume – Il volume si riferisce alla grande quantità di dati generati ogni secondo. I set di dati sono diventati troppo grandi per essere gestiti, archiviati e analizzati utilizzando la tradizionale tecnologia di database, oggi si utilizzano sistemi distribuiti, dove parti dei dati sono memorizzati in luoghi diversi, collegati in rete e riuniti da software.

Velocità – Si riferisce alla velocità con cui vengono generati nuovi dati e alla velocità con cui i dati si muovono. Basti pensare ai post dei social media che diventano virali in pochi minuti, alla velocità con cui un’email o un messaggio raggiunge il destinatario o alle transazioni con carta di credito, ai millisecondi necessari ai sistemi di trading per analizzare i social media per raccogliere segnali che innescano decisioni di acquisto o vendita di azioni.

Varietà – Si riferisce ai diversi tipi di dati che possiamo utilizzare. In passato ci si limitava a dati strutturati che potevano essere inseriti in tabelle o database relazionali come i dati finanziari (ad esempio, vendite per prodotto o regione). Oggi la maggior parte dei dati è destrutturato, cioè eterogeneo – foto, video,  audio, testi, output di sensori o iot, aggiornamenti dei social media. Con le tecnologie big data oggi è possibile sfruttare anche questo tipo di dati destrutturati e riunirli con dati più tradizionali e strutturati, per ottenere ‘risposte’, indicazioni, previsioni, conoscenza.

Veridicità – Si riferisce sia alla confusione che all’affidabilità dei dati. Con i dati destrutturati, la qualità e l’accuratezza sono meno controllabili, ad esempio i post di Twitter con hashtag, abbreviazioni, errori di battitura e discorsi colloquiali a volte non sono affidabili. Ma i volumi spesso compensano la mancanza di qualità e precisione.

Valore – Si riferisce alla nostra capacità di estrarre dall’analisi dei dati elementi utili per migliorare il business, un servizio, la nostra salute, e qualsiasi altro contesto in cui determinate informazioni possono avere un impatto decisionale positivo. Molti definiscono il valore anche monetizzazione, che è corretto, ma insufficiente a capire la portata che l’analisi dei dati può avere nella qualità della vita e in diversi contesti in cui il valore non è solo economico, ma qualcosa di diverso come la salute, la sostenibilità ambientale, la ricerca, la sicurezza, la giustizia.

Secondo Bernard Marr (esperto di dati e autore del libro ‘Big Data – Using Smart Big Data, Analytics and Metrics To Make Better Decisions and Improve Performance) la V di Valore è l’unica che ha veramente importanza. Se i dati non vengono utilizzati, gestiti e capiti, non si trasformano in conoscenza, che in ultima analisi è ciò che serve per prendere decisioni più consapevoli, in ambito business e non solo. Dalla personalizzazione della comunicazione con il cliente all’efficientamento dei processi produttivi, passando per la gestione dei flussi e delle emergenze, i Big Data Analytics hanno un impatto in tutti i processi.

L’impatto dei Big Data

L’uso dei dati oggi sta trasformando il nostro modo di vivere e lavorare, sta trasformando le nostre economie. Le aziende di tutto il mondo utilizzano i dati per trasformarsi e diventare più agili, migliorare l’esperienza dei clienti, introdurre nuovi modelli di business e ottenere vantaggio competitivo. I consumatori vivono in un mondo sempre più digitale, che dipende dai canali online e mobili per connettersi con amici e familiari, accedere a beni e servizi, e gestire quasi ogni aspetto della loro vita, anche mentre dormono. Gran parte dell’economia di oggi si basa sui dati, anche in un settore come l’agricoltura, e questa dipendenza non potrà che aumentare in futuro, poiché le aziende catturano, catalogano e immagazzinano dati in ogni fase della loro catena di fornitura; le imprese raccolgono grandi quantità di dati dei clienti per fornire maggiori livelli di personalizzazione; e i consumatori integrano social media, intrattenimento, cloud storage, e servizi personalizzati in tempo reale nei loro flussi di vita. La conseguenza di questa crescente dipendenza dai dati sarà una continua espansione delle dimensioni della Global Datasphere.

Sul fronte del business, i settori che possono maggiormente trarre benefici dai big data sono: Banche, Manifatturiero, Telco e Media, Intrattenimento, Sanità, Servizi, Retail/GDO, Utility, Assicurazioni, Agricoltura, Marketing e comunicazione, Formazione, Education.

L’unico ‘ostacolo’ all’utilizzo dei dati da parte delle varie industrie, ma in particolare quelle che sviluppano business con l’utente finale, è costituito dai limiti imposti da questioni di privacy e tutela del consumatore, questioni che vanno risolte a monte con l’intervento del legislatore che a livello europeo ha adottato, per esempio, il GDPR. Ma la regolamentazione non è uguale in tutto il mondo.

Quali Big Data nelle assicurazioni: data enrichment

Le assicurazione sono un settore da sempre basato sull’uso di dati, necessari per una valutazione del rischio, e la conseguente fissazione del premio, quanto più accurata possibile. L’elaborazione dei dati dell’attività assicurativa ha tradizionalmente riguardato dati demografici, dati sull’esposizione o dati comportamentali, ma oggi, queste serie di dati tradizionali sono sempre più spesso combinate con nuovi tipi di dati, come i dati dell’internet degli oggetti (Internet of Things – IoT), i dati che arrivano dai social network e i comportamenti online, i dati dei conti bancari e delle carte di credito, al fine di effettuare analisi più sofisticate e complete, in un processo comunemente noto come “data enrichment”. Che attraverso intelligenza artificiale e analytics, forniscono alle Compagnie lo strumento per rivoluzionare processi, costi operativi, offerte, relazione con il cliente.

I Big Data possono aiutare le Compagnie in diversi modi:

Valutazione del rischio e fissazione dei premi. Un esempio applicativo sotto gli occhi di tutti è in ambito polizze auto, dove attraverso i dati ulteriori forniti dalle black box è oggi possibile per le Compagnie ridurre il premio, fare sconti o addirittura fornire polizze usage-based;

–  Conoscere meglio i clienti e le sue esigenze. L’analisi dei dati offre una comprensione più profonda del comportamento dei clienti, di ciò che cercano con le polizze assicurative, di potenziali problemi che possono causare attriti, dei canali più efficaci per raggiungerli e così via; ciò significa in definitiva migliorare l’acquisizione di nuovi clienti, la soddisfazione e la fidelizzazione;

Realizzare nuovi modelli di distribuzione – assistenti virtuali, robot-consulenti e chatbot migliorano le interazioni con i clienti e rendono il marketing più mirato;

– Innovare il modello di business. I Big Data permettono alle Compagnie di ottimizzare e automatizzare i processi, riducendo costi e migliorando l’efficacia; ma soprattutto di agire in un’ottica di preventive insurance, aiutando il cliente a prevenire il danno piuttosto che occuparsi del mero risarcimento; di personalizzare servizi e pricing, di creare modelli alternativi come le polizze peer-to-peer,  on demand, micropolizze, ecc.;

Claim management. La gestione dei sinistri è uno degli ambiti che possono trarre vantaggio dai Big Data, sia in riferimento alla customer experience, sia rispetto alla riduzione delle frodi e dei costi operativi.

Le Assicurazioni stanno già utilizzando i Big Data, ma la situazione è leggermente diversa nei diversi rami.
Per esempio, nelle assicurazioni Vita e Salute, l’utilizzo di nuove fonti di dati (come i wearable) e i software di data analytics, permettono di sviluppare nuovi modelli assicurativi che non solo possono essere più mirati, ma incoraggiano anche i consumatori a migliorare il proprio stile di vita offrendo sconti a coloro che realizzano comportamenti più virtuosi. Tuttavia, in questi ambiti l’utilizzo di Big Data pone anche questioni circa la tutela della privacy, la sicurezza e l’etica.

La situazione è più semplice per il ramo danni, dove tali problemi relativi all’uso dei dati pongono meno problemi, in quanto si tratta spesso di dati crittografati (quelli dei GPS usati per le assicurazioni auto, per esempio) o in ogni caso dati meno afferenti la sfera personale, quindi dati non sensibili.

Un ambito in cui si sta verificando un’ampia applicazione di Big Data e tecnologie AI è quello del Travel Insurance. Il prezzo relativamente basso della polizza rende l’assicurazione viaggio una decisione piuttosto rapida e le tecnologie possono accelerare l’interazione con i clienti, fornire prodotti e servizi più personalizzati, automatizzare la comunicazione semplice, migliorare la soddisfazione del cliente e configurare rapidamente l’offerta più vantaggiosa.

Big Data in ambito salute

In ambito salute, l’approccio data-driven cambia radicalmente la prospettiva di servizi e soluzioni anche per le assicurazioni. La salute è un bene primario ad ogni latitudine e l’attenzione a questo tema è affidata a differenti entità pubbliche e private, oltre naturalmente al coinvolgimento della persona in prima persona. Il sistema sanitario è anche molto complesso, tradizionalmente afflitto da problemi di costi, di efficienza ed efficacia.

Le tecnologie Big Data nell’Healthcare possono condurre a numerosi benefici rispetto a tutti questi tipici, annosi problemi. Ma non solo, i big data permettono finalmente di spingere e fare leva sulla prevenzione come mai prima. Proprio in questa direzione stanno andando anche le assicurazioni, ribaltando la loro tradizionale posizione di risarcimento in caso di malattia verso un supporto alla prevenzione della malattia.

Grazie all’utilizzo di Big Data analytics e di sistemi digitali di monitoraggio della salute (wearable, tracker, dispositivi medici di nuova generazione, app), le assicurazioni possono oggi cambiare pelle ed avere un ruolo attivo nell’ecosistema della salute, rinnovando i propri modelli di business e la proposizione al cliente.

Come si evolve la Data Science

La Data Science è un settore interdisciplinare che utilizza metodi scientifici, processi, algoritmi e sistemi per estrarre valore dai dati. I data scientist combinano le competenze in varie discipline, tra cui statistica, informatica ed economia aziendale, per analizzare i dati raccolti dal Web, dagli smartphone, dai clienti, dai sensori e da altre fonti. Sempre di più il team data science delle aziende includerà profili umanistici, come psicologi, filosofi, antropologhi, comportamentisti, così come esperti di neuroscienze.

Perché?

Si è oramai capito che la raccolta e la gestione dei dati non può essere un ‘far west’, soprattutto laddove si parla di dati personali e sensibili: come dicevamo all’inizio, ognuno di noi quotidianamente produce dati, consapevolmente o inconsapevolmente. In questa prima decina di anni di boom della ‘data economy’ i limiti imposti alla privacy e al trattamento dati sono stati davvero pochi e i big data hanno già rivelato il loro lato oscuro. Pochi concreti vantaggi per gli utenti. L’Europa è stata pioniera con il GDPR di una regolamentazione standardizzata, ma in altri Paesi del mondo non ci sono ancora grandi limiti. Lo Stato della California, la terra delle tech company, ha da qualche mese approvato (sarà pienamente operativo nel 2020) una legge che si ispira al GDPR, il California Consumer Privacy Act. Un deciso passo avanti.

La legge, tuttavia, con i suoi tempi e le sue esigenze di contemperanza di diversi interessi, non riuscirà a stare al passo con lo sfruttamento dei dati e con le continue evoluzioni tecnologiche, è pertanto un bene che stia emergendo il cosiddetto ‘ethical approach’, l’approccio etico ai dati, che le aziende scelgono se fare proprio a prescindere da quanto la legge richiederebbe.

L’approccio etico ai dati richiede alle aziende trasparenza, equità e un utilizzo che abbia quale fine ultimo il miglioramento dei servizi in ottica customer centric, capace di restituire reale valore al cliente finale.  E’ una transizione importante che porta un campo prettamente tecnico, quello della Data Science tradizionale, all’integrazione con le Scienze Umane, che da un lato aiutano a capire e interpretare i dati stessi e li rendono più aderenti alla vita reale, cogliendo anche aspetti emotivi e irrazionali; dall’altro aiutano a coltivare l’etica dei dati e supportare decisioni aziendali profittevoli ma responsabili.

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Claim management, come si trasforma con la tecnologia

Il claim management (gestione dei sinistri) è senza dubbio uno dei pilastri assicurativi ed anche anche una delle sue maggiori criticità, sia per la complessità della sua gestione, che per la sua delicatezza essendo il più importante touchpoint con il cliente. La gestione del sinistro è, per una Compagnia, il momento della verità nella sua relazione con il cliente: se, rispetto a quest’ultimo, tutto il processo risarcitorio è efficace, veloce, trasparente, soddisfacente, nulla vale di più per la fidelizzazione del cliente stesso. La sfida è oggi ancora più impegnativa, perché le aspettative della clientela si sono evolute, sono cresciute, ciò che un tempo per il cliente era una ‘speranza’, adesso è una, giusta, pretesa che se disattesa induce l’interessato a cambiare Compagnia con la stessa facilità con cui cambia un canale in TV.

Come può la trasformazione digitale contribuire a migliorare il claim management?

Migliorare l’efficenza – La liquidazione dei sinistri assicurativi è solo uno degli aspetti del processo di gestione dei sinistri. Il tempo necessario per la gestione di un sinistro coinvolge diverse fasi che iniziano con la denuncia del  sinistro, e già qui la customer experience è determinante. Le fasi successive determinano se il sinistro è legittimo (cioè se rientra nella copertura della polizza), autentico, e quanto pagherà la Compagnia di assicurazione. I clienti assicurativi si aspettano che la Compagnia sia rapida e soddisfacente, sia al suo fianco e non un ‘problema nel problema’. Ridurre il tempo necessario per liquidare i sinistri assicurativi è un modo per ridurre il numero di reclami dei clienti e migliorare il servizio, aumentando il livello di soddisfazione e garantendo alla Compagnia vantaggio competitivo. Ed è anche un ambito in una la digital transformation permette grandi cose: l’uso di un software per la gestione di tutto il processo del claim, a partire dall’utente, e con un alto livello di automazione, velocizza il processo e riduce al minimo i costi.

Ridurre le frodi – Un altro aspetto molto importante è il contributo che la tecnologia può dare per il rilevamento delle frodi. Come è noto, il pagamento di sinistri fraudolenti costa denaro alle Compagnie, un costo che l’industria assicurativa trasferisce poi ai propri clienti, quindi il costo delle frodi grava sui clienti onesti. Dagli strumenti software che analizzano big data, fino alle infrastrutture blockchain, sono diverse le soluzioni che il digitale può offrire per far diminuire il numero di frodi alle Compagnie assicurative, con vantaggio per le stesse e per tutti i suoi clienti.

Ridurre i costi e le spese operative e di staff – Come abbiamo accennato sopra, la digitalizzazione dell’intero processo del claim management conduce a migliorare l’efficienza del processo con soddisfazione del cliente. Ma permette anche di ridurre i costi operativi della Compagnia: automazione dei processi e uso di e strumenti digitali collaborativi (che permettano a tutte le risorse umane coinvolte nella gestione di un claim di lavorare insieme più facilmente, condividere file, analizzare dati, prendere decisioni), velocizzano il processo e in ultima analisi ne riducono il costo.

Quali sono le tecnologie che hanno un maggiore impatto in questo ambito?

Cloud, Intelligenza artificiale e Machine Learning, Big Data analytics, Blockchain, IoT, Chatbot sono le tecnologie che stanno rivoluzionando tante industrie e anche quella assicurativa. In particolare, tutte queste (tranne la Blockchain) sono tecnologie che vengono già ampiamente utilizzate e che hanno dato prova, nelle loro applicazioni, dell’alto potenziale, per cui costituiscono un terreno che vedrà lo sviluppo sempre più importante di nuove soluzioni; la Blockchain, che rappresenta per molti la più importante piattaforma tecnologica dopo la stessa Internet, è anch’esso un trend in continua crescita, ma si tratta di un ambito più complesso in cui c’è ancora molta sperimentazione.

Le startup del claim management

Il claim management non è per tutti.

“La nostra analisi di oltre 2500 startup insurtech in Europa ci ha permesso di osservare che solo il 15% degli assicuratori puri si occupa di questioni relative alla liquidazione dei sinistri e alla lotta alle frodi. Il restante 85% si concentra su nuovi canali di distribuzione, nuovi prodotti assicurativi o sulla valutazione e valutazione del rischio. Non è una sorpresa, poiché sinistri e frodi sono gli anelli di una catena del valore, che richiedono la combinazione di tecnologie avanzate e conoscenze specialistiche e non sempre vanno di pari passo”. Così dice Florian Graillot, fondatore di astorya.vc, società di venture capital focalizzata in startup insurtech europee.

Vediamo qualche esempio di startup che si vanno affermando in questo settore.

I chatbot, (che poi altro non sono che un’espressione applicativa dell’intellienza artificiale) in ambito claim management saranno sempre più importanti. Secondo Gartner entro il 2020, l’85% delle interazioni con i clienti sarà gestito dai chatbot. La gestione dei sinistri via chatbot permette di automatizzare il processo di reporting iniziale e di renderlo disponibile e di facile utilizzo 24/7. Alcuni esempi?

La newyorkese Lemonade , che è tra le più finanziate, ha affermato di aver risolto un claim in tre secondi, via chatbot. Tra le startup insurtech più finanziate c’è anche Trov, polizze on-demand per proteggere beni personali, caratterizzata anch’essa dall’uso di una chatbot per la gestione dei claim.

Cove, una startup neozelandese ha costruito su tecnologia chatbot l’intero processo dall’acquisto al claim. La convinzione dei fondatori è che possa essere proprio l’ intelligenza artificiale a rendere più umana la materia assicurativa.

Spixii, startup italo-francese, già nel 2016 aveva conquistato Open-F@b Call4Ideas 2016 con il proprio chatbot.

Una tecnologia meno citata ma di crescente importanza per il claim management è quella del riconoscimento delle immagini, o image recognition.

Già da molti anni, con l’arrivo del digitale, realizzare fotografie è diventato molto più semplice e meno dispensioso di un tempo. Ciò ha un’enorme potenziale anche nel claim management, rappresentando per i clienti l’opportunità per avere maggiore controllo in un processo lungo e opaco. La startup italiana Insoore ha colto in parte questa opportunità offrendo alle Compagnie assicurative un innovativo sistema per acquisire le immagini dei veicoli facendo leva sul crowdsourcing, ovvero attraverso una piattaforma che mette in contatto le Compagnie con migliaia di rilevatori per realizzare documentazioni fotografiche di veicoli assicurati, sia Assuntive che Crash. Se le foto realizzate sono conformi ai criteri di accettazione, la Compagnia assicurativa accetta la rilevazione e Insoore trasferisce la ricompensa sul conto dell’utente. La conformità delle immagini è però stabilita da operatori umani.

La startup britannica  Tractable, specializzata in intelligenza artificiale in incidenti e disaster recovery, e andata oltre e ha pensato di automatizzare questo passaggio: utilizzando un database di oltre 130 milioni di immagini di auto distrutte, ha addestrato i suoi sistemi a riconoscere il tipo di danno che un veicolo ha subito e a prevedere il probabile costo della riparazione, che può poi comunicare all’assicuratore.

Questa tecnologia è stata resa possibile dai recenti passi da gigante nel cloud computing, nella memorizzazione dei dati, nella potenza di elaborazione e nell’apprendimento automatico.

Intelligenza artificiale, machine learning e data science sono tecnologie che possono garantire un netto miglioramento nella gestione dei sinistri soprattutto se implementate nell’intero processo. E se sono di ausilio ai manager dei claim. La startup francese Zelros fa proprio questo: la sua piattaforma end-to-end abbraccia l’intera attività di ‘back office’ di una compagnia, aiutando il personale a gestire meglio da un lato le vendite, dall’altro i claim. In particolare gli algoritmi di Zelros aiutano a estrarre e dare senso alle informazioni, riducendo temi e migliorando le decisioni. Scrivono gli investitori di questa startup, Astorya VC, sul loro blog: “I dipendenti delle assicurazioni (gestori di sinistri, agenti di vendita, sottoscrittori di rischi) prendono le decisioni quotidiane sulla base dei dati relativi agli assicurati. Tuttavia, le compagnie di assicurazione di solito lavorano su numerosi sistemi informatici e banche dati (CRM, amministrazione delle polizze, rischi, ecc.) e limitano l’accesso solo ai dipendenti necessari. La maggior parte dei dipendenti non ha accesso a questi set di dati o deve accedere manualmente a molti sistemi per raccogliere informazioni distaccate. È un incubo. I fondatori di Zelros, dipendenti di assicurazione di lunga data, avevano una perfetta comprensione del problema. Grazie alla tecnologia (PNL, AutoML, SHAP, SHAP, ecc.) Zelros permette ai manager assicurativi di accedere ai dati dei clienti sparsi in molti silos attraverso un semplice messenger (o un plug-in per qualsiasi messenger aziendale). Ponendo domande ai set di dati dell’azienda, gli assicuratori ricevono informazioni sui clienti o suggerimenti di vendita basati sull’IA. Grazie agli algoritmi dell’intelligenza artificiale, in alcuni casi, le risposte arrivano anche prima che la domanda venga posta. L’algoritmo classifica i sinistri in base al livello di complessità, calcolando i punteggi di frode o di eleggibilità e anticipando il tipo di risoluzione”.

Un’altra startup britannica, Rightindem, offre alle Compagnie una soluzione concepita con lo sguardo rivolto alla customer experience, il loro slogan è ‘ti aiutiamo a fornire il servizio sinistri che i tuoi clienti si aspettano oggi’. Si tratta in sostanza di uno strumento (anche qui in forma di chatbot) che la Compagnia mette a disposizione del cliente rendendolo autonomo nella gestione della pratica di sinistro. Il sistema consente ai clienti di descrivere facilmente, con linguaggio naturale, come si è verificato l’incidente e di aggiungere foto e video di supporto, aiutandoli a presentare e gestire il reclamo in modo più rapido e trasparente.

Il claim management richiede uno sforzo elevato in termini di tempo e di risorse umane, è necessario coordinare molte entità (ad es. l’assicurato, l’assicuratore, il meccanico) e manca spesso un facile accesso alle informazioni.
Una startup lituana chiamata Claims Control e una olandese Openclaims offrono piattaforme di collaborazione che riuniscono tutte le entità impegnate nella gestione dei sinistri. Ciò consente un accesso facile e rapido alle informazioni, la condivisione di foto e il mantenimento di tutte le comunicazioni in un unico luogo.

Un problema molto spinoso, e costoso, per le Compagnie che le nuove tecnologie e le startup possono contribuire a risolvere e quello delle frodi assicurative.

Shift Technologies, francese, ha sviluppato un software-as-a-service (SaaS) che sfrutta big data  e intelligenza artificiale, progettato per rilevare potenziali frodi assicurative e automatizzare il claim. Il software dell’azienda utilizza modelli matematici e algoritmi per rilevare comportamenti fraudolenti e guida i manager del claim supportandoli in un processo decisionale molto più accurato e veloce. Lavorando con molte assicurazioni e avendo di conseguenza a disposizione i dati di numerosi database, Shift può migliorare costantemente i propri algoritmi ed essere sempre più precisa nella rilevazione di frodi assicurative.

L’articolo Claim management, come si trasforma con la tecnologia proviene da InsuranceUp.


Insurtech Lemonade arriva in Europa, ecco cosa porterà nell’assicurazione casa

Lemonade è una delle stratup insurtech P&C del panorama internazionale che abbiamo seguito con maggiore attenzione in questi anni e tra le più finanziate di sempre: nata a New York nel 2016 dall’iniziativa di fondatori Daniel Schreiber e Shai Winniger , si è imposta subito per alcune caratteristiche, che sono la sua tecnologia e il suo modello di business.

La sua tecnologia, che coinvolge intelligenza artificiale, machine learning e chatbot, è stata costruita attorno ad alcuni principi cardine: customer experience, che significa eliminare tutti i possibili momenti di frizione tra l’assicurazione e il suo cliente, come i processi complicati, i tempi lunghi, la parte burocratica, i costi elevati; e il business etico, poichè Lemonade devolve una parte delle cifre incassate in beneficenza (è anche attualmente l’unica Compagnia assicurativa certificata B-Corporation).

Il modello (che mette in pratica le teorie dell’economia comportamentale)  introduce un sistema di giveback del premio, che è integrato nel prodotto assicurativo: Lemonade chiede ai clienti di nominare un ente di beneficenza quando acquistano una polizza. Poi, i premi di persone che scelgono la stessa “buona causa” sono raggruppati e vanno a costituire un unico fondo a copertura dei sinistri. A fine anno, i soldi che non sono stati utilizzati per i sinistri, sono devoluti da Lemonade alla causa prescelta da quel gruppo, Lemonade non trattiene nulla. Come guadagagna? Lemonade trattiene una fee fissa nel pagamento mensile degli utenti e accantona il resto per i sinistri.

Con questa formula magica ha conquistato clienti allargandosi dallo Stato di New York alla maggior parte degli Stati federali, fatto non banale in un mercato molto regolamentato e differentemente da Stato a Stato, in cui anche la presenza degli operatori tradizionali è radicata e variegata; ha venduto oltre mezzo milione di polizze e, secondo quanto riporta Fortune, ha raggiunto 57 milioni di dollari di fatturato l’anno scorso ed è sulla buona strada per fare 100 milioni di dollari quest’anno. “In meno di tre anni, Lemonade si è espansa negli Stati Uniti, ha devoluto soldi a decine di enti di beneficenza scelti dalla nostra comunità, e ha cambiato radicalmente il modo in cui una nuova generazione di consumatori interagisce con le assicurazioni”, ha detto Daniel Schreiber, CEO e co-fondatore, Lemonade. Dove la nuova generazione di consumatori sono i Millennials, il suo principale target di riferimento: il  75% dei suoi sottoscrittori è al di sotto dei 35 anni, il 90% non si è mai assicurato prima (fonte: Lemonade)

Sul fronte degli investitori ha attratto fondi di primissimo piano a cominciare da Sequoia Capital, fondo di venture capital US storico, che è stato il suo primo grande investitore puntando al cifra di 13 milioni di dollari in un seed round, il più elevato investimento seed mai realizzato dal fondo; hanno seguito GV (Google Ventures), General Catalyst, Tusk Ventures, XL Innovate, Allianz e ora Softbank (gigantesco fondo di venture capital), che ha investito nel 2017 120 milioni di dollari e ora altri 300. In totale ha raccolto 480 milioni di dollari dal venture capital ed è valutata oltre 2 miliardi. E’ un colosso insurtech.

“La nostra sfida più grande è gestire la crescita”, ha detto Schreiber a TechCrunch “Come si crea un’organizzazione che deve trasformarsi costantemente? L’organizzazione che eravamo due anni fa e quella che siamo oggi hanno ben poco in comune. Siamo passati da un unico prodotto in un unico stato a pensare al multiprodotto attraverso i continenti e le cinque sedi di uffici. Come si fa a farlo senza mettere a dura prova il sistema e continuare a fornire un servizio di buona qualità?”

300 milioni di dollari certamente aiutano, vedremo i prossimi passi quali saranno, e li vedremo presto perché il prossimo passo di Lemonade è oltre gli Stati Uniti, è portare il suo modello di assicurazione casa in Europa, ed è già iniziata la campagna assunzioni.

Tutti i primati di Lemonade

Altri primati la contraddistinguono: è arrivata a gestire un claim in 3 secondi; è la prima startup insurtech ad aver ottenuto la certificazione come benefit corporation; è tra le applicazioni più veloci nella gestione di un processo di sottoscrizione, che dura al massimo un paio di minuti (90 seconds to get insured, 3minutes to get paid); ha sviluppato una delle tecnologie più sofisticate in circolazione (in questa industria) basata su intelligenza artificiale e chatbot. E’ probabilmente la prima assicurazione al mondo ad avere un approccio anche ‘politico’ nella gestione delle policy: un esempio viene dalla posizione presa e comunicata in modo molto trasparente da uno dei due fondatori circa le coperture assicurative sul possesso e uso di armi, che ha generato parecchie critiche sui social da parte di detentori di armi ma anche picchi di sottoscrittori. E’ probabilmente anche la prima assicurazione ad aver aperto al mondo degli sviluppatori le proprie API: ciò significa che qualsiasi sito di ecommerce, di affitti, servizi finanziari, sicurezza domestica/Iot, può integrare le proposte assicurative di Lemonade offrendo immediatamente insieme al proprio servizio anche una copertura. E’ la scelta per il B2B di Lemonade, che è valsa nelle prime 24 ore oltre 400 sottoscrittori ‘business’.

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Insurtech Lemonade arriva in Europa, ecco cosa porterà nell’assicurazione casa

Lemonade è una delle stratup insurtech P&C del panorama internazionale che abbiamo seguito con maggiore attenzione in questi anni e tra le più finanziate di sempre: nata a New York nel 2016 dall’iniziativa di fondatori Daniel Schreiber e Shai Winniger , si è imposta subito per alcune caratteristiche, che sono la sua tecnologia e il suo modello di business.

La sua tecnologia, che coinvolge intelligenza artificiale, machine learning e chatbot, è stata costruita attorno ad alcuni principi cardine: customer experience, che significa eliminare tutti i possibili momenti di frizione tra l’assicurazione e il suo cliente, come i processi complicati, i tempi lunghi, la parte burocratica, i costi elevati; e il business etico, poichè Lemonade devolve una parte delle cifre incassate in beneficenza (è anche attualmente l’unica Compagnia assicurativa certificata B-Corporation).

Il modello (che mette in pratica le teorie dell’economia comportamentale)  introduce un sistema di giveback del premio, che è integrato nel prodotto assicurativo: Lemonade chiede ai clienti di nominare un ente di beneficenza quando acquistano una polizza. Poi, i premi di persone che scelgono la stessa “buona causa” sono raggruppati e vanno a costituire un unico fondo a copertura dei sinistri. A fine anno, i soldi che non sono stati utilizzati per i sinistri, sono devoluti da Lemonade alla causa prescelta da quel gruppo, Lemonade non trattiene nulla. Come guadagagna? Lemonade trattiene una fee fissa nel pagamento mensile degli utenti e accantona il resto per i sinistri.

Con questa formula magica ha conquistato clienti allargandosi dallo Stato di New York alla maggior parte degli Stati federali, fatto non banale in un mercato molto regolamentato e differentemente da Stato a Stato, in cui anche la presenza degli operatori tradizionali è radicata e variegata; ha venduto oltre mezzo milione di polizze e, secondo quanto riporta Fortune, ha raggiunto 57 milioni di dollari di fatturato l’anno scorso ed è sulla buona strada per fare 100 milioni di dollari quest’anno. “In meno di tre anni, Lemonade si è espansa negli Stati Uniti, ha devoluto soldi a decine di enti di beneficenza scelti dalla nostra comunità, e ha cambiato radicalmente il modo in cui una nuova generazione di consumatori interagisce con le assicurazioni”, ha detto Daniel Schreiber, CEO e co-fondatore, Lemonade. Dove la nuova generazione di consumatori sono i Millennials, il suo principale target di riferimento: il  75% dei suoi sottoscrittori è al di sotto dei 35 anni, il 90% non si è mai assicurato prima (fonte: Lemonade)

Sul fronte degli investitori ha attratto fondi di primissimo piano a cominciare da Sequoia Capital, fondo di venture capital US storico, che è stato il suo primo grande investitore puntando al cifra di 13 milioni di dollari in un seed round, il più elevato investimento seed mai realizzato dal fondo; hanno seguito GV (Google Ventures), General Catalyst, Tusk Ventures, XL Innovate, Allianz e ora Softbank (gigantesco fondo di venture capital), che ha investito nel 2017 120 milioni di dollari e ora altri 300. In totale ha raccolto 480 milioni di dollari dal venture capital ed è valutata oltre 2 miliardi. E’ un colosso insurtech.

“La nostra sfida più grande è gestire la crescita”, ha detto Schreiber a TechCrunch “Come si crea un’organizzazione che deve trasformarsi costantemente? L’organizzazione che eravamo due anni fa e quella che siamo oggi hanno ben poco in comune. Siamo passati da un unico prodotto in un unico stato a pensare al multiprodotto attraverso i continenti e le cinque sedi di uffici. Come si fa a farlo senza mettere a dura prova il sistema e continuare a fornire un servizio di buona qualità?”

300 milioni di dollari certamente aiutano, vedremo i prossimi passi quali saranno, e li vedremo presto perché il prossimo passo di Lemonade è oltre gli Stati Uniti, è portare il suo modello di assicurazione casa in Europa, ed è già iniziata la campagna assunzioni.

Tutti i primati di Lemonade

Altri primati la contraddistinguono: è arrivata a gestire un claim in 3 secondi; è la prima startup insurtech ad aver ottenuto la certificazione come benefit corporation; è tra le applicazioni più veloci nella gestione di un processo di sottoscrizione, che dura al massimo un paio di minuti (90 seconds to get insured, 3minutes to get paid); ha sviluppato una delle tecnologie più sofisticate in circolazione (in questa industria) basata su intelligenza artificiale e chatbot. E’ probabilmente la prima assicurazione al mondo ad avere un approccio anche ‘politico’ nella gestione delle policy: un esempio viene dalla posizione presa e comunicata in modo molto trasparente da uno dei due fondatori circa le coperture assicurative sul possesso e uso di armi, che ha generato parecchie critiche sui social da parte di detentori di armi ma anche picchi di sottoscrittori. E’ probabilmente anche la prima assicurazione ad aver aperto al mondo degli sviluppatori le proprie API: ciò significa che qualsiasi sito di ecommerce, di affitti, servizi finanziari, sicurezza domestica/Iot, può integrare le proposte assicurative di Lemonade offrendo immediatamente insieme al proprio servizio anche una copertura. E’ la scelta per il B2B di Lemonade, che è valsa nelle prime 24 ore oltre 400 sottoscrittori ‘business’.

L’articolo Insurtech Lemonade arriva in Europa, ecco cosa porterà nell’assicurazione casa proviene da InsuranceUp.