Guida autonoma in Europa, i primi passi sulle normative

Il settore della guida autonoma è in fermento. Dopo tante attese, finalmente qualcosa si sta muovendo in Europa sul piano della regolamentazione: a fine aprile il Regno Unito ha annunciato di voler procedere con l’inquadramento a livello normativo della guida autonoma, e a giugno è stato approvato da una delle due Camere in Germania un provvedimento che autorizza la guida autonoma su strade pubbliche.

Ora UK e Germania si sfidano in un vero testa a testa su chi sarà il primo a permettere la circolazione su strade pubbliche vetture a guida autonoma. Per ora in vantaggio sembra il Regno Unito, che conta di vedere le prime vetture con sistemi ALKS circolare “da sole” entro la fine del 2021, mentre in Germania si parla di guida autonoma a livello 4 nel 2022.

Se da un lato l’UK ha compiuto il primo passo ufficiale, dall’altra la Germania aveva impostato già nel 2017 un disegno di legge per disciplinare la circolazione delle auto driverless. A detta del governo tedesco, una volta passata l’approvazione del Bundestat (la Camera delle Regioni), sarebbe il primo quadro giuridico al mondo per l’integrazione dei veicoli autonomi nel traffico regolare, da bus navetta a veicoli privati.

La sua soluzione, secondo il ministero dei Trasporti, è stata ideata per essere il più flessibile possibile, eliminando la necessità di un autista umano in stand-by: molta più libertà rispetto alla soluzione del governo britannico, che permetterebbe al guidatore di staccare le mani dal volante solo sotto condizioni specifiche, in autostrada, e con la postilla di rimanere sempre pronto a riprendere il controllo del veicolo.

Ma nulla è ancora scolpito nella pietra, e la gara è ancora aperta. Nel frattempo, il mondo delle assicurazioni farà meglio a prepararsi: la transizione a guida autonoma potrebbe sconvolgere gli equilibri del settore car insurance. Saranno inoltre non poche le patate bollenti da affrontare a livello di responsabilità e copertura in caso di sinistri – ma altrettante le opportunità per chi saprà venire incontro alla nuova domanda.

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Insurtech: cos’è e come cambierà il mondo delle assicurazioni

Che cos’è l’insurtech

La parola insurtech, formato dalle parole insurance + technology, identifica praticamente tutto ciò che è innovazione technology – driven in ambito assicurativo: software, applicazioni, startup, prodotti, servizi, modelli di business. Mutuato dal termine fintech che afferisce al mondo più propriamente bancario, l’insurtech è considerato anche un figlio di questo ed è pertanto molto simile, sia come impatto che sta producendo sulle imprese tradizionali del settore, sia come fondamenti su cui si basa e velocità con la quale si va affermando.

Come le banche, anche le assicurazioni sono state tra le industrie più lente nell’adattarsi alla digitalizzazione e nel cogliere le opportunità offerte dalla digital transformation.

Se in epoca di internet 1.0 la digitalizzazione delle imprese (in Italia particolarmente difficoltosa) veniva interpretata come la banale apertura di un sito web aziendale, inteso come trasposizione online della brochure cartacea; e in epoca di internet 2.0 come ingresso nel mondo dei social o nell’ecommerce; ora, in epoca industria 4.0, la tecnologia digitale ha un impatto ancora più profondo e incide direttamente sui modelli di business e la tipologia di servizi. E ha investito l’industria assicurativa con la forza di un tornado, imponendo un cambiamento radicale che travolge cultura aziendale,  processi,  gestione dei dati, relazione con i clienti. L’industria assicurativa è cambiata per sempre.

Negli ultimi anni vi è stata una netta accelerazione, che ha condotto alla moltiplicazione degli investimenti, in startup e società che sviluppano soluzioni per l’industria assicurativa, sia da parte di fondi di Venture Capital, sia da parte delle stesse Compagnie assicurative, attraverso i propri fondi di Corporate Venture Capital.

Insurtech, gli investimenti

CBInsights, società di consulenza e reportistica che segue da tempo l’insurtech, va indietro nel tempo fino al 2011 nell’individuazione dei primi investimenti nel settore, ma è nel 2015, come riporta il grafico, che avviene internazionalmente (sebbene con forte concentrazione in US) il vero boom. 

numeri dell'insutech

Quello che ha caratterizzato gli ultimi anni in ambito insurtech è stato, oltre al numero e all’entità degli investimenti, anche il fatto che, con diverse modalità, le compagnie tradizionali hanno “abbracciato” questo mondo: hanno cominciato a guardare al mondo delle startup insurtech e a collaborare con esse, spesso a finanziarle con i propri fondi di venture capital o ad acquisirle. Sono sorti innovation lab aziendali, programmi di accelerazione, incubatori, eventi dedicati.

Il taglio degli investimenti è cresciuto esponenzialmente, con cifre da capogiro ora che i venture capitalist puntano non più solo su startup early stage, ma su startup in espansione e scaleup, portanda alla nascita di veri e propri unicorni insurtech. Secondo recenti report, per esempio quello di Willis Tower, il 2020 ha visto 2,5 miliardi di dollari investiti solo nel terzo trimestre.

Il 2021 è partito in quarta, raggiungendo nell primo trimestre il maggior numero totale di round di finanziamento insurtech dal 2019.

Quali sono i pilastri dell’insurtech

SHARING ECONOMY

Secondo quanto indicato da Enrico Aprico, Adjunct Professor Università Cattolica del Sacro Cuore, esperto di sharing economy e marketing, uno dei temi chiave per il settore insurtech è rappresentato dalla sharing economy. L’intera catena del valore delle compagnie è minacciata dai nuovi modelli di business legati all’economia della condivisione  e alla digitalizzazione. Prodotti, marketing, distribuzione, prezzi si trasformano.

Un caso emblematico è rappresentato da Lemonade, startup insurtech newyorkese molto aggressiva, la cui intuizione è stata ripensare non solo i prodotti assicurativi, ma ogni parte della value chain, per creare un’offerta sempre più responsive, modulata sulle reali esigenze dei clienti, perfettamente collocata all’interno della contemporaneità. Il risultato è un pacchetto assicurativo technology‐first e legacy‐free, capace di offrire un prodotto istantaneo, smart e completamente incantevole. Già nei suoi primi mesi di attività, Lemonade ha battuto anche un record sulla gestione dei claim: un cliente lo ha risolto in 3 secondi. Lemonade è rapidamente diventata un’unicorno, e nel 2020 ha debuttato alla Borsa di New York, raddoppiando in pochi giorni il valore della sua IPO.

BLOCKCHAIN

La tecnologia blockchain è considerata da molti non solo utile alle assicurazioni, ma un vero e proprio volano. Kevin Wang, Ali Safavi, Scott Robinson del Plug and Play Tech Center, (un acceleratore per startup della Silicon Valley che ha sede in 22 Paesi al mondo, focalizzato in programmi verticali tra cui uno dedicato all’Insurance), sostengono che il potere di questa tecnologia risieda nella sua capacità di alimentare nuove modalità di transazioni finanziarie, di migliorare i processi di assicurazione esistenti, e tenere traccia dei documenti. Le valute digitali basate su blockchain possono supportare molti nuovi modelli assicurativi, in particolare le micro assicurazioni e il P2P. Molte delle applicazioni blockchain potrebbero essere raggruppate in una nuova categoria di “smart contracts” cioè contratti intelligenti: in termini semplici, questi contratti sarebbero software sviluppato ed eseguito all’interno di un sistema blockchain. La tecnologia blockchain ha il potere di far fare alle assicurazioni un salto in una nuova era, a partire proprio dai nuovi modelli delle micro assicurazioni, del P2P, delle assicurazioni parametriche.

Blockchain, quali concreti vantaggi per le Compagnie assicurative?

CYBER SECURITY

Per le assicurazioni il tema rappresenta un grande sfida, che può valere decine di miliardi di dollari.

In questi ultimi anni,  le assicurazioni per la cyber security sono cresciute moltissimo come dimensione del mercato e fatturato, nonostante si trattasse inizialmente di un settore in cui entrare con i piedi di piombo per le Compagnie, viste le oggettive difficoltà a prevedere, contenere, gestire gli attacchi informatici. Sono ancora pochi i dati storici necessari per stabilire un pricing corretto delle polizze e vi è una grande variazione di anno in anno nel tipo di attacchi informatici e danni che le aziende si trovano ad affrontare di più. Uno studio di Ibm ha stimato che nel 2019 le violazioni informatiche sono costate in media 3,5 milioni di dollari a ogni azienda italiana, e questi costi sono destinati a crescere con la diffusione della digitalizzazione e dell’integrazione digitale di tutta la supply chain delle organizzazioni aziendali.

Secondo quanto evidenziato dal nuovo studio pubblicato da Fortune Business Insights, il mercato della cyber security ha raggiungo un valore di 153,16 miliardi di dollari nel 2020, ed è destinato a raggiungere un valore pari a 366 miliardi di dollari nel 2028.

MICRO-INSURANCE

Devie Mohan di BurnMark dice che le compagnie stanno cominciando a sfruttare i dati in modo sempre più sofisticato per fornire prodotti più personalizzati che soddisfano le aspettative sempre più specifiche dei consumatori. Inoltre, l’economia della condivisione richiede prodotti di nicchia, e solo quei prodotti che sono rilevanti per i modelli di utilizzo e di comportamento degli utenti avrà successo. Questa evoluzione ha portato a uno degli sviluppi più interessanti dell’insurtech, cioè la possibilità di stipulare polizze solo quando e solo per il tempo necessario (vedi ad esempio Trov e l’italiana Neosurance), di pagare assicurazioni auto solo per le miglia o le ore di guida reali (usage based insurance come Metromile).

Inoltre, la micro-assicurazione si sta rivelando anche un sistema per garantire coperture assicurative in aree a bassissimo reddito perchè offre polizze a prezzi accessibili, pagabili in piccole rate che sono sottoscrivibili da molte più persone. (Per esempio, in tale direzione si muove la svedese BIMA)

IOT E INSURTECH

La proliferazione di aziende tecnologiche concentrate sull’IoT, avrà un enorme impatto su banche e imprese di assicurazione, perchè offriranno dati più rilevanti che possono ridurre i costi, fornire al cliente così come all’assicuratore maggiore efficienza, e creare un’esperienza coerente attraverso tutti i punti di contatto, essere alla base di polizze usage based, che rappresentano un trend certo nel settore auto. In ambito IoT possiamo ricomprendere anche sottocategorie come la smart home e lo smart building, che offrono molteplici opportunità al mondo assicurativo.

Le tecnologie IoT abilitano inoltre un nuovo trend insurtech: quello dell’assicurazione connessa o connected insurance.

Connected insurance, che cos’è e qual è lo stato del mercato

DRIVERLESS CAR

Il settore assicurativo auto sta per essere modificato in modo consistente, a causa dell’arrivo di driverless car e avanzati sistemi ADAS, KPMG prevede che il mercato assicurativo auto può ridursi del 60% entro il 2040 e Peter Diamandis, cofondatore della Singularity University,  ritiene che sia addirittura una sottostima dell’impatto. 

Ogni grande casa automobilistica sta lavorando sulla driverless car, e dal momento che queste auto, si dice, ridurranno gli incidenti fino al 90%, potrebbe trattarsi della fine per l’assicurazione auto.

Benchè a monte ci sia una battaglia legislativa incombente per rimodellare il sistema RCA nell’ambito del nuovo scenario: la responsabilità ricadrà su case automobilistiche? sui possessori dell’auto? sugli ingegneri del software? E’ ancora tutto da stabilire.

In merito a questo tema il Regno Unito sarà probabilmente il primo Paese al mondo a regolamentare il settore con una disciplina che stabilisce responsabilità dell’assicuratore e del costruttore, dopo essere stato il primo a procedere con l’inquadramento a “livello normativo” della guida autonoma.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CHATBOT, ROBO-ADVISOR

Qualcuno prevede una fine della figura dell’agente: robo-advisor e chatbot dotati di intelligenza artificiale, sostituiscono già ora i broker tradizionali, questo è certo per un buon numero di nuove tipologie di polizze, per esempio quelle consumer on-demand. “Gli utenti sono sempre più connessi al web e preferiscono usare i dispositivi mobile, lo scorso ottobre per la prima volta il traffico Internet ‘mobile’ ha superato quello da pc. – afferma Gabriele Antoniazzi, Founder e CEO di Responsa, società che sviluppa chatbot – Gli utenti oggi vogliono gestire tutto da smartphone e tablet ed avere la possibilità di accedere a ogni prodotto o servizio in mobilità e in autonomia, senza doversi rivolgere a terzi, senza dover aspettare e soprattutto senza doversi scomodare.”

Il trend del momento in campo di intelligenza artificiale sono i chatbot, assistenti virtuali che interagiscono con gli utenti come fossero operatori umani e che li supportano durante il loro processo di acquisto, di richiesta di informazioni e di assistenza online. Questi nuovi strumenti stanno avendo largo impiego in molteplici settori e stanno riscuotendo grande consenso tra il pubblico ma anche tra le aziende, perché aumentano la qualità del servizio riducendo i costi di supporto.

Ma non necessariamente la figura degli agenti deve tramontare, c’è anche chi ritiene che almeno per il momento il mercato ne abbia ancora bisogno e che l’innovazione tecnologica debba essere complementare e supportare il lavoro degli agenti  “L’alfabetizzazione digitale non è ancora completa – ci ha detto Diego Pizzocaro, Ceo e founder di Sellf, startup che ha sviluppato una piattaforma di CRM per agenti – Inoltre la stipula di una polizza richiede spesso anche un rapporto di fiducia e riservatezza, anche per la delicatezza dei dati privati condivisi, per cui molte tipologie di clienti preferiscono ancora oggi l’agente in carne e ossa”.

Certamente la customer experience dei clienti varia in base anche all’età e altre caratteristiche personali e di stile di vita, come ha evidenziato Accenture che individua Nomadi digitali, Value explorer, Quality seeker, tre tipologie di clienti assicurativi di oggi.

Le tecnologie di intelligenza artificiale come chatbot e robo-advisor sono probabilmente il mezzo più efficace per raggiungere i millennial sono soluzioni cui le assicurazioni guardano con estremo interesse. Un caso è rappresentato da Spixii, startup fondata da due italiani a Londra, che ha vinto tra gli altri premi anche Open-F@b Call4Ideas 2016, il contest pan-europeo promosso da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp e Polihub.  La startup sviluppa un chatbot per il settore assicurativo, di cui abbiamo parlato in questo articolo, ed è nata proprio dall’osservazione del processo di acquisto delle giovani generazioni rispetto a una polizza.

Insurtech, gli effetti sulle PMI

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano nel 2020, l’84% delle PMI italiane ha almeno una copertura assicurativa attiva e, di queste, il 42% acquista le polizze in modalità tradizionale, quindi tramite incontri di persona con un agente e utilizzo di documentazione cartacea. Tuttavia, il canale d’acquisto sta attraversando un significativo processo di digitalizzazione, considerato che il 38% delle PMI italiane si affida ad una modalità ibrida, cioè parzialmente digitale, e il 26% utilizza esclusivamente canali digitali.

Questo è possibile anche grazie al numero sempre maggiore di compagnie assicurative che si impegnano a supportare digitalmente i propri clienti nella gestione delle assicurazioni, garantendo la possibilità di rinnovare e verificare polizze, gestire i sinistri e aggiungere coperture tramite sistemi digitali.

La pandemia da Covid-19 ha dato un ulteriore importante impulso a questo percorso di digitalizzazione: a seguito dell’emergenza sanitaria gli incontri fisici con agenti e consulenti si sono ridotti del 32% a favore di videoconferenze, così come l’accesso ai servizi in filiale ha registrato un calo del 39% spostandosi parzialmente sul sito web della compagnia. C’è quindi un trend crescente di affidamento alla tecnologia, che potrebbe preparare il terreno per una maggiore penetrazione di tecnologie e attori insurtech anche tra le PMI.

I dati e le startup dell’insurtech in italia

Il panorama insurtech italiano presenta alcuni casi di successo, ma ha ancora ancora significativi margini di sviluppo.

Guardando al trend nelle operazioni di investimento degli ultimi anni si può osservare una costante crescita, con una punta rappresentata da Prima.it, intermediario digitale al momento prevalentemente nel ramo auto, che nel 2018 ha realizzato un mega round di finanziamento di oltre 100 milioni di euro, l’operazione maggiore mai realizzata in Italia.

Dal 2010 al 2019 il numero di iniziative nel settore sono cresciute del 255%. Nel 2019 il volume di investimenti attratto è stato di 35 milioni di dollari, non certo elevato rispetto a quello di altri paesi come la Francia e la Germania ma non del tutto trascurabile.

Tra le startup italiane più promettenti ci sono Yolo, intermediario digitale B2B2C che lavora nel campo della cosiddetta “instant insurance”, Claider, che ha completamente reingegnerizzato il processo di denuncia e gestione di un sinistro offrendo una customer experience completamente digitale,
Insoore, piattaforma per il riconoscimento delle immagini a supporto dei processi di gestione dei sinistri, e Virtuoso, piattaforma digitale a supporto dei programmi di welfare e wellbeing aziendali.

Le startup insurtech nel mondo

Secondo la ricerca del 2020 di AmCham Italy, si contano a livello globale, circa 1.200 startup insurtech: un significativo incremento, se si pensa che nel 2014 erano meno della metà (574).

Complessivamente queste startup hanno raccolto, sino ad oggi, all’incirca 19,6 miliardi di dollari di finanziamenti in capitale di rischio da parte di investitori terzi. Questi numeri potrebbero sembrare modesti se comparati alle oltre 16.000 startup operanti nel fintech, con circa 213,7 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti negli ultimi 20 anni. Tuttavia, il tasso di crescita degli investimenti in insurtech negli ultimi 2 anni (2018/19) è stato significativamente maggiore: circa 40% nell’insurtech contro il 28% del fintech.

Non bisogna però dimenticare che il settore insurtech ha sfornato negli ultimi anni non pochi unicorni (startup dalla valutazione superiore a un miliardo): a partire da Lemonade, che ora si è quotato in borsa, passando per altri grandi nomi come Hippo Insurance, Oscar Health, Next Insurance, Zego, Alan, Shift Technology.

Insurtech, 11 startup che stanno cambiando le assicurazioni

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L’impatto coronavirus sullo sviluppo dell’auto autonoma

Riporta un articolo di Mashable, realizzato dalla giornalista Sasha Lekach, che Motional, il nuovo marchio di auto a guida autonoma frutto della partnership tra la startup Aptiv e Hyundai, ha chiesto a circa 1.000 adulti statunitensi nel mese di lugliocosa ne pensassero del veicolo autonomo (AV). Più del 60% ha detto che gli AV “sono la via del futuro”. Un quarto degli intervistati ha detto di essere interessato a sperimentare la tecnologia regolarmente. Solo un anno fa, l’Associazione Automobilistica Americana (AAA) aveva intervistato un gruppo di americani di dimensioni simili con il risultato che il 71% aveva paura di guidare un’automobile autonoma.

Questo passaggio di mentalità è forse dovuto al Covid? Certamente la pandemia e il lockdown hanno avvicinato tutti, anche i più resistenti, al mondo digitale e alle nuove tecnologie, facendone scoprire i vantaggi. Ma forse sta cambiando proprio il concetto stesso di mobilità e anche come intendiamo la sicurezza.

Secondo il Ceo di Motional Karl Iagnemma, (come riporta sempre Mashable) ‘entro il 2025, se non avrai fatto un viaggio personalmente in un veicolo senza conducente, conoscerai senz’altro qualcuno che lo ha fatto”. La predizione è quindi che i prossimi cinque anni saranno decisivi per l’arrivo della driveless car e per la sua accettazione.

Il Covid ha spinto le persone verso nuove aspettative, che in relazione alle auto, interferiscono anche con il concetto di sicurezza, che adesso deve includere la sanificazione.

‘Gli effetti persistenti della pandemia cambieranno la nostra definizione di sicurezza. Oltre a un viaggio in auto senza incidenti, gli utenti vorranno anche un’esperienza sanitaria senza incidenti’, ha sottolineato Iagnemma.

Frank Menchaca, chief growth officer del gruppo di ingegneria automobilistica SAE International, ha fatto eco al fatto che la pulizia è una nuova preoccupazione che proseguirà nel design AV (autonomous vehicole), specialmente per le corse condivise. “Le regole di sanificazione devono essere applicate”, ha detto.

“I divisori popolari nei veicoli Lyft e Uber diventeranno ora un modo per mantenere i passeggeri separati in veicoli autonomi condivisi, come la navetta autoguidata Origin di Cruise svelata pochi mesi prima dell’epidemia”.

Il boom delle consegne a domicilio

Anthony Townsend, autore del libro pubblicato di recente, Ghost Road: Beyond the Driverless Car, suggerisce di pensare oltre l’uso personale, ma piuttosto alle consegne e alla movimentazione merci.

“C’è una domanda dei consumatori per la consegna senza contatto che persisterà a lungo”, ha detto in una conversazione poco dopo l’uscita del suo libro a giugno. “L’e-commerce sta esplodendo in questo momento, quindi invece di pensare a come spostare gli esseri umani in un’auto robotizzata, “si pensi a come potràcambiare la logistica per spostare tutti quei beni in modo più sicuro, affidabile ed economico grazie all’automazione”, ha osservato.

E’ un esempio già palese di questo l’acquisizione da parte di Amazon della startup Zoox . Qualcosa di nemmeno tanto vagamente ‘pericoloso’ secondo Towsend, che vede Amazon impadronirsi delle città, i furgoni per le consegne di Amazon sono ovunque, sta invadendo il sistema postale, si sta lentamente insinuando nello spazio del marciapiede con i robot di consegna, sta facendo chiudere i rivenditori locali, si sta espandendo nello spazio del negozio di alimentari e sta costruendo enormi impianti fisici che richiedono risorse energetiche sbalorditive.

Menchaca, di SAE International, considera anche lui l’automazione più importante  per gli autotrasportatori, lo shopping online e lo smart working. “Dobbiamo accettare la premessa che le persone saranno riluttanti a fare molto shopping nei negozi fisici”, ha detto. La pressione è alta per aumentare le operazioni di consegna dell’e-commerce.

Anche Katrin Zimmermann, amministratore delegato della società di consulenza per la gestione dell’industria automobilistica TLGG Consulting, ritiene che la consegna autonoma stia prendendo piede prima della mobilità personale. “La guida autonoma diventerà parte della nostra vita quotidiana”, ha previsto. “Non perché stiamo saltando sulle nostre Tesla autonome, ma perché Amazon sta usando un camion a guida autonoma per portarci l’accappatoio che abbiamo ordinato online”.

Continua a leggere l’articolo su Mashable.

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Auto, il Grande Cambiamento. Siamo pronti per l’accelerazione?

Se c’è un’industria che meglio esprime le contraddizioni e le opportunità in cui ci troviamo in questa difficile ripartenza dopo la pandemia è certamente quella dell’auto che costituisce un’importante arena competitiva per il settore delle assicurazioni.

Due mesi abbondanti di blocco non potevano che mettere in ginocchio chi lavora per la nostra mobilità: i numeri sono devastanti e, anche se le previsioni parlano di un ritorno al mezzo privato e quindi di una ripresa delle vendite, ci vorrà tempo per recuperare il valore perso, e non solo in termini di ricavi. Si stima che sui piazzali d’Europa siano immobilizzati milioni di veicoli, la svalutazione media quotidiana è di circa 7 euro, la perdita di valore è difficilmente recuperabile.

L’industria dell’auto è un pezzo importante del sistema economico europeo, il 7% del PIL. E non a caso, mentre in Italia si stava dietro alla polemica politica su un prestito  garantito dallo Stato per l’unico brand con una radice italiana, in Francia il presidente Macron annunciava un piano da 8miliardi a sostegno della filiera automotive, con un focus sui veicoli elettrici.

Investimenti di retroguardia per puntellare un’industria pesante senza alcune prospettiva che non leccarsi le ferite? Per nulla, perché c’è un grande futuro per l’industria dell’auto ma sarà molto diverso dal suo passato. “La pandemia ha provocato il più grande cambiamento da quando Henry Ford inventò il modello T, mi ha detto Marco Marlia, fondatore e CEO di MotorK, nel corso di un recente incontro (puoi vederlo qui). MotorK è una tech company italiana leader in Europa, che lavora con il 90% delle case auto per digitalizzare la filiera, soprattutto nella fase di vendita.

Un solo dato per rendersi conto di quel che sta accadendo: prima dell’era Internet per comprare un’auto si andava in concessionaria circa 8,5 volte. In epoca pre-Covid 2,5. MotorK stima che questo numero scenderà a poco più di 1. Una rivoluzione che cambierà tutto: l’uso delle tecnologie, i modelli organizzativi, la gestione degli spazi, il modo di ingaggiare i clienti. Che dovrà essere sempre di più digitale.

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Potrebbe sembrare un paradosso il fatto che un’industria così maledettamente fisica come quella dell’auto debba fare ricorso al digitale per riprendere fiato. Ma non lo è poi così tanto se si guarda in avanti, seguendo le evoluzioni che già si intravvedono per i prossimi decenni. Oggi digital marketing e reputazione sono fondamentali per tornare a vendere, domani Big Data, Internet delle Cose, Intelligenza Artificiale saranno il software indispensabile per fare girare le quattro ruote, come le due e qualsiasi altro veicolo verrà inventato.

Solo due flash per capire dove sta andando il valore: Intel a inizio maggio ha comprato Moovit per un cifra che si avvicina al miliardo di dollari. La startup tedesca Lilium all’inizio di questa primavera ha ricevuto un finanziamento di 240milioni di dollari in un round guidato dalla cinese Tencent. Moovit è il più grande aggregatore mondiale di dati sulla mobilità, che ora servono alla regina dei microchip per i suoi progetti di auto a guida autonoma. Lilium sta costruendo a Monaco, la città di BMW, un veicolo volante per la mobilità urbana che nel 2025 sarà utilizzato per un servizio di taxi.

L’auto è in crisi, W l’auto! anche se sarà molto diversa.

L’impatto sulle assicurazioni sarà importante perché qui non si tratta più di vendere una polizza on line ma di pensarne nuove per veicoli e situazioni mai previste. Cambieranno anche i profili di rischio, ma aumenteranno a dismisura le informazioni a disposizione per gestirli, a patto di saperle usare per cogliere il business e ottimizzare i costi.  Se le compagnie di assicurazione non cominciano a prepararsi adesso per comprendere il cambiamento ed essere pronte a cavalcarlo, il rischio è che a bordo dell’auto dei prossimi decenni del XXI secolo salgano altri player, che stanno già puntando verso il grande business della mobilità.

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Tra 10 anni 3000 km di strade intelligenti in Italia: il progetto Smart Road di Anas

Entro i prossimi 10 anni 3000 km di strade italiane diventeranno smart road: è l’ambizioso progetto di Anas, che prevede un investimento di  1 miliardo di euro. Consentirà ai veicoli che percorrono le autostrade italiane di dialogare tra loro, in modo da scambiarsi dati che possano poi essere utilizzati in vari modi, in particolare per garantire maggiore sicurezza agli automobilisti.

 Il progetto si chiama Piano Smart Road ed è realizzato da Anas, dal 2018 parte del gruppo Ferrovie dello Stato, che gestire strade e autostrade di proprietà dello Stato.  Luigi Carrarini, Responsabile Unità Infrastrutturazione tecnologica della Direzione Operation e Coordinamento territoriale di Anas SpA, spiega: “Di fatto la strada è un grande network, una ragnatela che arriva nei posti più disparati, perciò abbiamo immaginato una grande rete di fibra ottica che collegasse le nostre strade, accompagnata da sistemi di comunicazione radio.”

Il programma Smart Road è in corso di attuazione ed è suddiviso in step, le prime tratte saranno attrezzate entro la fine del 2020. Il traguardo finale è dotare il Paese di una rete stradale efficiente e aperta alle nuove sfide del futuro, dall’alimentazione elettrica alla guida assistita e oltre, come nel caso dei veicoli senza conducente.

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In questo momento, sulla Roma-Fiumicino si sta sperimentando il progetto Wi-fi in motion attraverso un’app in beta test con comandi vocali. Il guidatore che usa l’app otterrà una serie di informazioni utili per il suo percorso come se avesse un’auto connessa, per esempio potrà essere avvertito se sta arrivando un’altra vettura da un’angolazione nascosta alla sua vista.

Il piano prevede diverse tecnologie all’avanguardia, sistemi di sicurezza ed automazione con connessioni di ultima generazione V2X (Vehicle To Everything).  C’è anche una particolare attenzione per la sostenibilità, con la realizzazione di apposite aree denominate Green Island in cui verrà prodotta energia elettrica rinnovabile.

Leggi tutti i dettagli del progetto spiegati da Carrarini nell’articolo integrale su Economyup.

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Driverless car, driverless Tir, a che punto è Google

Driverless car: sul fatto che il potenziale sia enorme, tutti convengono; ma sul fatto che possa essere disponibile in tempi relativamente rapidi, molti sono parecchio scettici.

Alcuni, comunque, negli ultimi anni ci hanno scommesso, investendo miliardi. Il rischio, però, è che il grande entusiasmo iniziale per l’auto a guida autonoma possa rapidamente scemare: prova ne è il fatto che a fine settembre Morgan Stanley abbia deciso di declassare il rating di Waymo, divisione di Alphabet (la holding di Google) che si occupa di guida autonoma: nonostante i proclami e le aspettative degli ultimi anni, infatti, i test vanno a rilento, e nonostante gli investimenti miliardari (secondo Forbes Google ha iniettato nella divisione auto autonome ben oltre 5 miliardi di dollari) i tempi di commercializzazione si stanno sempre più allungando.

Leader del settore negli Usa, Waymo (i cui test più avanzati vengono condotti con i robotaxi a Phoenix, in Arizona) ha anche annunciato poche settimane fa la chiusura della sede di Austin (dove la società ha condotto, nel 2015, il primo test di auto autonoma), in Texas, con lo spostamento di tutto il personale a Phoenix e a Chicago. In un comunicato l’azienda ha sottolineato che la chiusura della sede texana non implica né l’abbandono del campo né un ridimensionamento del programma, ma semplicemente “la necessità di riunire i nostri team operativi” per concentrarsi su Waymo One, il progetto in corso in Arizona.

E sempre a Phoenix la società ha avviato a settembre anche un secondo programma, con test di guida autonoma dedicati ai Tir: si tratta di Waymo Driver, l’estensione di test che Waymo conduce già da un paio d’anni in Georgia, in California e nella stessa Arizona, e che ora verranno concentrati sulle strade urbane di Phoenix e sull’autostrada I-10, tra Phoenix e Tucson. Una scommessa ancor più difficile di quella relativa alle auto: manovrare un camion è molto più difficile, e frenare e cercare di evitare ostacoli più complicato a causa della massa enormemente più grande da rallentare e mantenere in asse per evitare sbandamenti.

Un segnale, quello dell’estensione ai Tir dei test di guida autonoma, che l’auto di Waymo è finalmente pronta? Nonostante lo scetticismo di Morgan Stanley, non è escluso: a giugno Waymo ha infatti stretto un accordo con Renault e Nissan per far uscire i veicoli a guida autonoma dagli States facendoli approdare in Europa e in Giappone; e a ottobre l’azienda ha iniziato a eliminare dai veicoli del programma Waymo One l’operatore umano (che finora era seduto al posto di guida per poter intervenire in caso di problemi), lanciando, come è stato annunciato agli utenti, un servizio “completely driverless”. Il programma prevede dunque che ora alcuni (ma non tutti) robotaxi di Waymo One viaggino senza controllore umano: segno che la società ritiene di aver raggiunto una tale affidabilità con i propri algoritmi da “rischiare” di metterli alla prova senza rete di sicurezza. E segno anche che, forse, l’arrivo di una vera driverless car può essere più vicino di quanto si osasse sperare.

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Smart mobility, quello che devi sapere e le ultime novità sulla nuova mobilità

Una grande piattaforma che si occuperà di car sharing, ride-hailing, ricariche per veicoli elettrici, trasporto multi-modale e parking. In poche parole, una piattaforma dedicata alla smart mobility. È quella targata BMW-Daimler, progetto nel quale rientra la fusione tra due protagonisti del car sharing, car2go e DriveNow, già preannunciata circa un anno fa dalle case automobilistiche tedesche. Il nuovo servizio di condivisione auto nato da questa fusione si chiamerà Share Now, e l’investimento complessivo nella joint venture è calcolato in 1,13 miliardi di dollari.

Questa è solo l’ultima iniziativa nel settore della nuova mobilità. Un segnale concreto della trasformazione nel modo di usare l’auto e di muoversi che si sta diffondendo anche grazie all’uso delle tecnologie digitali: oggi ci muoviamo in città noleggiando auto on demand, usufruendo di servizi di car sharing e bike sharing, ricorrendo a nuovi servizi e modalità di pagamento, guidando veicoli elettrici o senza autista. La smart mobility è già realtà e, oltre al modo di muoversi e viaggiare, sta impattando anche sul business delle assicurazioni mettendo in crisi alcuni prodotti e richiedendone di nuovi.

Smart mobility: che cos’è

Come riporta EconomyUp, la Smart Mobility è una mobilità altamente tecnologica, a misura di cittadino e a basso impatto ambientale. Il termine smart mobility include una serie di elementi: la tecnologia, le infrastrutture per la mobilità (parcheggi, reti di ricarica, segnaletica, veicoli), le soluzioni per la mobilità (tra cui i modelli di new mobility) e le persone. La Smart mobility punta a offrire un’esperienza di mobilità senza soluzione di continuità, dal primo all’ultimo miglio, che sia flessibile, integrata, sicura, on demand e conveniente dal punto di vista economico. L’obiettivo finale dell’introduzione di una mobilità smart nelle nostre città è ridurre traffico e inquinamento, creare flussi di traffico intelligenti e senza interruzioni, e rafforzare le economie di scala per promuovere una mobilità accessibile a tutte le tasche.

Smart mobility e assicurazioni: che cosa sta cambiando

Con l’espansione della smart mobility, è ovviamente destinato a cambiare profondamente anche il mercato assicurativo relativo ai nuovi stili di mobilità. A partire dalle modalità di calcolo del premio assicurativo, che ovviamente non potranno più essere calibrate legando il singolo individuo, la sua età, la professione e le sue abitudini di mobilità al singolo veicolo come accade oggi. Senza contare che nel futuro, con l’avvento della guida autonoma, le cose potrebbero complicarsi ancor di più. Non a caso, un paio d’anni fa, un report di Deloitte si era domandando proprio, nel momento in cui le persone smetteranno di guidare, chi dovrà essere l’oggetto dell’assicurazione auto. E la risposta è che gli assicuratori devono (e dovranno sempre più) ripensare al proprio ruolo all’interno dell’ecosistema della mobilità, e alle loro relazioni con i guidatori, i proprietari e i veicoli. Qualunque siano le politiche adottate dalle assicurazioni per modulare i premi, in ogni caso, la previsione è che, dopo un picco tra il 2025 e il 2030, i costi assicurativi caleranno e saranno ripartiti piuttosto equamente tra auto personali, car sharing e auto autonome. Nel frattempo, alcune compagnie stanno già iniziando a offrire prodotti concepiti proprio per la smart mobility, come ad esempio polizze “on demand” oppure coperture integrate che, oltre alle esigenze di mobilità, riguardino ad esempio casa e famiglia. Non solo. Le compagnie stanno elaborando soluzioni di Instant Insurance, polizze personalizzabili ideate per rispondere alle nuove esigenze di mobilità multimodale e condivisa. L’Instant Insurance segue la persona e non il veicolo, permette di godere della libertà di viaggiare e spostarsi, usando diversi mezzi di trasporto, con tutta la sicurezza e la tranquillità di una protezione personalizzata. Un prodotto che viene incontro ai bisogni di assistenza e copertura assicurativa che emergono prevalentemente tra i giovani, gli abitanti delle aree metropolitane e i professional che effettuano trasferte di lavoro di breve-media distanza utilizzando più mezzi. Fenomeno che si osserva con l’affermarsi di una nuova concezione di mobilità, sempre più multimodale, smart e condivisa, oltre che di forme sempre più diffuse di uso più che di possesso.

Insomma, in tema assicurativo quello della smart mobility è un mercato ancora totalmente da esplorare.

Dalla smart mobility alla sharing mobility

Tassello chiave della smart mobility, e tra i punti più interessanti per le polizze, la sharing mobility – riporta EconomyUp – è il fenomeno in base al quale i trasferimenti da un luogo ad un altro, ovvero la mobilità, avvengono con mezzi e veicoli condivisi: car sharing, bike sharing, scooter sharing, ma anche car pooling e analoghe modalità di condivisione. I business model ispirati dalla sharing economy (economia della condivisione) e dalle tecnologie digitali stanno contribuendo a creare modalità innovative di spostarsi da un luogo all’altro: si pensi ai servizi di ridesharing e on demand come Uber o Lyft o ai programmi di car sharing o bike sharing. L’obiettivo finale è rendere movimenti e flussi più efficienti e meno inquinanti.

Secondo dati dell’Osservatorio Nazionale Sharing Mobility, a fine 2017 erano già 357 i diversi servizi di mobilità condivisa diffusi sul territorio italiano, tra bikesharing, carsharing, scootersharing, e altre forme, come carpooling e aggregatori. Un fenomeno che ha già messo 18,1 milioni di italiani (28% della popolazione) nella possibilità di usufruire di almeno un servizio di mobilità condivisa, con punte del 46% al nord.

Smart mobility e big data: come cambiano mobilità e trasporti

Alla base del cambiamento che sta interessando il mondo dei trasporti ci sono i big data. In un’intervista rilasciata a EconomyUp, Fabio Pressi, Ceo di Infoblu, ha spiegato come cambiano mobilità e trasporti grazie all’utilizzo, sempre crescente, dei big data. “La mobilità non è più legata al veicolo: oggi l’utente vuole spostarsi dal punto A al punto B nel miglior modo possibile, senza doversi occupare di scegliere il mezzo, ma attraverso una soluzione che gli consenta di muoversi risparmiando tempo o soldi, o entrambi – spiega Pressi -. In questi anni le aziende si sono attivate per capire come ottenere i dati per le soluzioni di mobilità e hanno iniziato a considerare il veicolo come un sensore e da lì a ottenere la mappatura del traffico. La tecnologia ci sta portando ad avere informazioni più complete e integrate. Non ci preoccuperemo più di sapere se in una certa zona c’è traffico, ma ci sarà chi ci suggerisce in automatico il percorso migliore personalizzato e diverso per ognuno di noi. Questa è la mobilità integrata: emergeranno soggetti in grado di dirci che conviene prendere l’auto per un determinato tratto di strada, per poi lasciarla in un parcheggio, salire sulla metro e magari percorrere l’ultimo miglio in monopattino”.

Non solo trasporto: i punti chiave della smart mobility

Smart mobility non significa solo forme alternative di trasporto, è un fenomeno più ampio e complesso ed è basato sui seguenti principi, sui quali anche le polizze sono chiamate a confrontarsi:

1. Flessibilità: Molteplici modalità di trasporto consentono a chi si sposta di scegliere quale di questa è la migliore in un determinato contesto;

2. Efficienza: Il viaggiatore è in grado di arrivare a destinazione con il minimo sforzo e nel più breve tempo possibile

3. Integrazione: Il tragitto completo è pianificato senza tener conto di quali mezzi di trasporto vengono usati

4. Tecnologie pulite: Dai veicoli che causano inquinamento ci si sposta verso quelli a zero emissioni.

5. Sicurezza: Morti e feriti vengono drasticamente ridotti

6. Accessibilità: Tutti devono poter avere accesso alle diverse forme di Smart Mobility.

7. Benefici sociali: La Smart Mobility deve contribuire a una migliore qualità della vita.

L’articolo Smart mobility, quello che devi sapere e le ultime novità sulla nuova mobilità proviene da InsuranceUp.