Insurtech: cos’è e come cambierà il mondo delle assicurazioni

Che cos’è l’insurtech

La parola insurtech, formato dalle parole insurance + technology, identifica praticamente tutto ciò che è innovazione technology – driven in ambito assicurativo: software, applicazioni, startup, prodotti, servizi, modelli di business. Mutuato dal termine fintech che afferisce al mondo più propriamente bancario, l’insurtech è considerato anche un figlio di questo ed è pertanto molto simile, sia come impatto che sta producendo sulle imprese tradizionali del settore, sia come fondamenti su cui si basa e velocità con la quale si va affermando.

Come le banche, anche le assicurazioni sono state tra le industrie più lente nell’adattarsi alla digitalizzazione e nel cogliere le opportunità offerte dalla digital transformation.

Se in epoca di internet 1.0 la digitalizzazione delle imprese (in Italia particolarmente difficoltosa) veniva interpretata come la banale apertura di un sito web aziendale, inteso come trasposizione online della brochure cartacea; e in epoca di internet 2.0 come ingresso nel mondo dei social o nell’ecommerce; ora, in epoca industria 4.0, la tecnologia digitale ha un impatto ancora più profondo e incide direttamente sui modelli di business e la tipologia di servizi. E ha investito l’industria assicurativa con la forza di un tornado, imponendo un cambiamento radicale che travolge cultura aziendale,  processi,  gestione dei dati, relazione con i clienti. L’industria assicurativa è cambiata per sempre.

Negli ultimi anni vi è stata una netta accelerazione, che ha condotto alla moltiplicazione degli investimenti, in startup e società che sviluppano soluzioni per l’industria assicurativa, sia da parte di fondi di Venture Capital, sia da parte delle stesse Compagnie assicurative, attraverso i propri fondi di Corporate Venture Capital.

Insurtech, gli investimenti

CBInsights, società di consulenza e reportistica che segue da tempo l’insurtech, va indietro nel tempo fino al 2011 nell’individuazione dei primi investimenti nel settore, ma è nel 2015, come riporta il grafico, che avviene internazionalmente (sebbene con forte concentrazione in US) il vero boom. 

numeri dell'insutech

Quello che ha caratterizzato gli ultimi anni in ambito insurtech è stato, oltre al numero e all’entità degli investimenti, anche il fatto che, con diverse modalità, le compagnie tradizionali hanno “abbracciato” questo mondo: hanno cominciato a guardare al mondo delle startup insurtech e a collaborare con esse, spesso a finanziarle con i propri fondi di venture capital o ad acquisirle. Sono sorti innovation lab aziendali, programmi di accelerazione, incubatori, eventi dedicati.

Il taglio degli investimenti è cresciuto esponenzialmente, con cifre da capogiro ora che i venture capitalist puntano non più solo su startup early stage, ma su startup in espansione e scaleup, portanda alla nascita di veri e propri unicorni insurtech. Secondo recenti report, per esempio quello di Willis Tower, il 2020 ha visto 2,5 miliardi di dollari investiti solo nel terzo trimestre.

Il 2021 è partito in quarta, raggiungendo nell primo trimestre il maggior numero totale di round di finanziamento insurtech dal 2019.

Quali sono i pilastri dell’insurtech

SHARING ECONOMY

Secondo quanto indicato da Enrico Aprico, Adjunct Professor Università Cattolica del Sacro Cuore, esperto di sharing economy e marketing, uno dei temi chiave per il settore insurtech è rappresentato dalla sharing economy. L’intera catena del valore delle compagnie è minacciata dai nuovi modelli di business legati all’economia della condivisione  e alla digitalizzazione. Prodotti, marketing, distribuzione, prezzi si trasformano.

Un caso emblematico è rappresentato da Lemonade, startup insurtech newyorkese molto aggressiva, la cui intuizione è stata ripensare non solo i prodotti assicurativi, ma ogni parte della value chain, per creare un’offerta sempre più responsive, modulata sulle reali esigenze dei clienti, perfettamente collocata all’interno della contemporaneità. Il risultato è un pacchetto assicurativo technology‐first e legacy‐free, capace di offrire un prodotto istantaneo, smart e completamente incantevole. Già nei suoi primi mesi di attività, Lemonade ha battuto anche un record sulla gestione dei claim: un cliente lo ha risolto in 3 secondi. Lemonade è rapidamente diventata un’unicorno, e nel 2020 ha debuttato alla Borsa di New York, raddoppiando in pochi giorni il valore della sua IPO.

BLOCKCHAIN

La tecnologia blockchain è considerata da molti non solo utile alle assicurazioni, ma un vero e proprio volano. Kevin Wang, Ali Safavi, Scott Robinson del Plug and Play Tech Center, (un acceleratore per startup della Silicon Valley che ha sede in 22 Paesi al mondo, focalizzato in programmi verticali tra cui uno dedicato all’Insurance), sostengono che il potere di questa tecnologia risieda nella sua capacità di alimentare nuove modalità di transazioni finanziarie, di migliorare i processi di assicurazione esistenti, e tenere traccia dei documenti. Le valute digitali basate su blockchain possono supportare molti nuovi modelli assicurativi, in particolare le micro assicurazioni e il P2P. Molte delle applicazioni blockchain potrebbero essere raggruppate in una nuova categoria di “smart contracts” cioè contratti intelligenti: in termini semplici, questi contratti sarebbero software sviluppato ed eseguito all’interno di un sistema blockchain. La tecnologia blockchain ha il potere di far fare alle assicurazioni un salto in una nuova era, a partire proprio dai nuovi modelli delle micro assicurazioni, del P2P, delle assicurazioni parametriche.

Blockchain, quali concreti vantaggi per le Compagnie assicurative?

CYBER SECURITY

Per le assicurazioni il tema rappresenta un grande sfida, che può valere decine di miliardi di dollari.

In questi ultimi anni,  le assicurazioni per la cyber security sono cresciute moltissimo come dimensione del mercato e fatturato, nonostante si trattasse inizialmente di un settore in cui entrare con i piedi di piombo per le Compagnie, viste le oggettive difficoltà a prevedere, contenere, gestire gli attacchi informatici. Sono ancora pochi i dati storici necessari per stabilire un pricing corretto delle polizze e vi è una grande variazione di anno in anno nel tipo di attacchi informatici e danni che le aziende si trovano ad affrontare di più. Uno studio di Ibm ha stimato che nel 2019 le violazioni informatiche sono costate in media 3,5 milioni di dollari a ogni azienda italiana, e questi costi sono destinati a crescere con la diffusione della digitalizzazione e dell’integrazione digitale di tutta la supply chain delle organizzazioni aziendali.

Secondo quanto evidenziato dal nuovo studio pubblicato da Fortune Business Insights, il mercato della cyber security ha raggiungo un valore di 153,16 miliardi di dollari nel 2020, ed è destinato a raggiungere un valore pari a 366 miliardi di dollari nel 2028.

MICRO-INSURANCE

Devie Mohan di BurnMark dice che le compagnie stanno cominciando a sfruttare i dati in modo sempre più sofisticato per fornire prodotti più personalizzati che soddisfano le aspettative sempre più specifiche dei consumatori. Inoltre, l’economia della condivisione richiede prodotti di nicchia, e solo quei prodotti che sono rilevanti per i modelli di utilizzo e di comportamento degli utenti avrà successo. Questa evoluzione ha portato a uno degli sviluppi più interessanti dell’insurtech, cioè la possibilità di stipulare polizze solo quando e solo per il tempo necessario (vedi ad esempio Trov e l’italiana Neosurance), di pagare assicurazioni auto solo per le miglia o le ore di guida reali (usage based insurance come Metromile).

Inoltre, la micro-assicurazione si sta rivelando anche un sistema per garantire coperture assicurative in aree a bassissimo reddito perchè offre polizze a prezzi accessibili, pagabili in piccole rate che sono sottoscrivibili da molte più persone. (Per esempio, in tale direzione si muove la svedese BIMA)

IOT E INSURTECH

La proliferazione di aziende tecnologiche concentrate sull’IoT, avrà un enorme impatto su banche e imprese di assicurazione, perchè offriranno dati più rilevanti che possono ridurre i costi, fornire al cliente così come all’assicuratore maggiore efficienza, e creare un’esperienza coerente attraverso tutti i punti di contatto, essere alla base di polizze usage based, che rappresentano un trend certo nel settore auto. In ambito IoT possiamo ricomprendere anche sottocategorie come la smart home e lo smart building, che offrono molteplici opportunità al mondo assicurativo.

Le tecnologie IoT abilitano inoltre un nuovo trend insurtech: quello dell’assicurazione connessa o connected insurance.

Connected insurance, che cos’è e qual è lo stato del mercato

DRIVERLESS CAR

Il settore assicurativo auto sta per essere modificato in modo consistente, a causa dell’arrivo di driverless car e avanzati sistemi ADAS, KPMG prevede che il mercato assicurativo auto può ridursi del 60% entro il 2040 e Peter Diamandis, cofondatore della Singularity University,  ritiene che sia addirittura una sottostima dell’impatto. 

Ogni grande casa automobilistica sta lavorando sulla driverless car, e dal momento che queste auto, si dice, ridurranno gli incidenti fino al 90%, potrebbe trattarsi della fine per l’assicurazione auto.

Benchè a monte ci sia una battaglia legislativa incombente per rimodellare il sistema RCA nell’ambito del nuovo scenario: la responsabilità ricadrà su case automobilistiche? sui possessori dell’auto? sugli ingegneri del software? E’ ancora tutto da stabilire.

In merito a questo tema il Regno Unito sarà probabilmente il primo Paese al mondo a regolamentare il settore con una disciplina che stabilisce responsabilità dell’assicuratore e del costruttore, dopo essere stato il primo a procedere con l’inquadramento a “livello normativo” della guida autonoma.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CHATBOT, ROBO-ADVISOR

Qualcuno prevede una fine della figura dell’agente: robo-advisor e chatbot dotati di intelligenza artificiale, sostituiscono già ora i broker tradizionali, questo è certo per un buon numero di nuove tipologie di polizze, per esempio quelle consumer on-demand. “Gli utenti sono sempre più connessi al web e preferiscono usare i dispositivi mobile, lo scorso ottobre per la prima volta il traffico Internet ‘mobile’ ha superato quello da pc. – afferma Gabriele Antoniazzi, Founder e CEO di Responsa, società che sviluppa chatbot – Gli utenti oggi vogliono gestire tutto da smartphone e tablet ed avere la possibilità di accedere a ogni prodotto o servizio in mobilità e in autonomia, senza doversi rivolgere a terzi, senza dover aspettare e soprattutto senza doversi scomodare.”

Il trend del momento in campo di intelligenza artificiale sono i chatbot, assistenti virtuali che interagiscono con gli utenti come fossero operatori umani e che li supportano durante il loro processo di acquisto, di richiesta di informazioni e di assistenza online. Questi nuovi strumenti stanno avendo largo impiego in molteplici settori e stanno riscuotendo grande consenso tra il pubblico ma anche tra le aziende, perché aumentano la qualità del servizio riducendo i costi di supporto.

Ma non necessariamente la figura degli agenti deve tramontare, c’è anche chi ritiene che almeno per il momento il mercato ne abbia ancora bisogno e che l’innovazione tecnologica debba essere complementare e supportare il lavoro degli agenti  “L’alfabetizzazione digitale non è ancora completa – ci ha detto Diego Pizzocaro, Ceo e founder di Sellf, startup che ha sviluppato una piattaforma di CRM per agenti – Inoltre la stipula di una polizza richiede spesso anche un rapporto di fiducia e riservatezza, anche per la delicatezza dei dati privati condivisi, per cui molte tipologie di clienti preferiscono ancora oggi l’agente in carne e ossa”.

Certamente la customer experience dei clienti varia in base anche all’età e altre caratteristiche personali e di stile di vita, come ha evidenziato Accenture che individua Nomadi digitali, Value explorer, Quality seeker, tre tipologie di clienti assicurativi di oggi.

Le tecnologie di intelligenza artificiale come chatbot e robo-advisor sono probabilmente il mezzo più efficace per raggiungere i millennial sono soluzioni cui le assicurazioni guardano con estremo interesse. Un caso è rappresentato da Spixii, startup fondata da due italiani a Londra, che ha vinto tra gli altri premi anche Open-F@b Call4Ideas 2016, il contest pan-europeo promosso da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp e Polihub.  La startup sviluppa un chatbot per il settore assicurativo, di cui abbiamo parlato in questo articolo, ed è nata proprio dall’osservazione del processo di acquisto delle giovani generazioni rispetto a una polizza.

Insurtech, gli effetti sulle PMI

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano nel 2020, l’84% delle PMI italiane ha almeno una copertura assicurativa attiva e, di queste, il 42% acquista le polizze in modalità tradizionale, quindi tramite incontri di persona con un agente e utilizzo di documentazione cartacea. Tuttavia, il canale d’acquisto sta attraversando un significativo processo di digitalizzazione, considerato che il 38% delle PMI italiane si affida ad una modalità ibrida, cioè parzialmente digitale, e il 26% utilizza esclusivamente canali digitali.

Questo è possibile anche grazie al numero sempre maggiore di compagnie assicurative che si impegnano a supportare digitalmente i propri clienti nella gestione delle assicurazioni, garantendo la possibilità di rinnovare e verificare polizze, gestire i sinistri e aggiungere coperture tramite sistemi digitali.

La pandemia da Covid-19 ha dato un ulteriore importante impulso a questo percorso di digitalizzazione: a seguito dell’emergenza sanitaria gli incontri fisici con agenti e consulenti si sono ridotti del 32% a favore di videoconferenze, così come l’accesso ai servizi in filiale ha registrato un calo del 39% spostandosi parzialmente sul sito web della compagnia. C’è quindi un trend crescente di affidamento alla tecnologia, che potrebbe preparare il terreno per una maggiore penetrazione di tecnologie e attori insurtech anche tra le PMI.

I dati e le startup dell’insurtech in italia

Il panorama insurtech italiano presenta alcuni casi di successo, ma ha ancora ancora significativi margini di sviluppo.

Guardando al trend nelle operazioni di investimento degli ultimi anni si può osservare una costante crescita, con una punta rappresentata da Prima.it, intermediario digitale al momento prevalentemente nel ramo auto, che nel 2018 ha realizzato un mega round di finanziamento di oltre 100 milioni di euro, l’operazione maggiore mai realizzata in Italia.

Dal 2010 al 2019 il numero di iniziative nel settore sono cresciute del 255%. Nel 2019 il volume di investimenti attratto è stato di 35 milioni di dollari, non certo elevato rispetto a quello di altri paesi come la Francia e la Germania ma non del tutto trascurabile.

Tra le startup italiane più promettenti ci sono Yolo, intermediario digitale B2B2C che lavora nel campo della cosiddetta “instant insurance”, Claider, che ha completamente reingegnerizzato il processo di denuncia e gestione di un sinistro offrendo una customer experience completamente digitale,
Insoore, piattaforma per il riconoscimento delle immagini a supporto dei processi di gestione dei sinistri, e Virtuoso, piattaforma digitale a supporto dei programmi di welfare e wellbeing aziendali.

Le startup insurtech nel mondo

Secondo la ricerca del 2020 di AmCham Italy, si contano a livello globale, circa 1.200 startup insurtech: un significativo incremento, se si pensa che nel 2014 erano meno della metà (574).

Complessivamente queste startup hanno raccolto, sino ad oggi, all’incirca 19,6 miliardi di dollari di finanziamenti in capitale di rischio da parte di investitori terzi. Questi numeri potrebbero sembrare modesti se comparati alle oltre 16.000 startup operanti nel fintech, con circa 213,7 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti negli ultimi 20 anni. Tuttavia, il tasso di crescita degli investimenti in insurtech negli ultimi 2 anni (2018/19) è stato significativamente maggiore: circa 40% nell’insurtech contro il 28% del fintech.

Non bisogna però dimenticare che il settore insurtech ha sfornato negli ultimi anni non pochi unicorni (startup dalla valutazione superiore a un miliardo): a partire da Lemonade, che ora si è quotato in borsa, passando per altri grandi nomi come Hippo Insurance, Oscar Health, Next Insurance, Zego, Alan, Shift Technology.

Insurtech, 11 startup che stanno cambiando le assicurazioni

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Tre rivoluzioni che spingono l’insurtech

Le cose accadono sempre per la concorrenza di diversi fattori che, ad un certo punto, arrivano a maturazione o esplodono. È quel che sta accadendo per la trasformazione digitale della nostra società, dai comportamenti quotidiani al business. Alla cosiddetta quarta rivoluzione industriale, in atto da tempo, si è aggiunta in questo bisestile la pandemia da coronavirus. Mentre incombe un passaggio generazionale di cui è ancora poco chiaro l’impatto.

Di fronte a questa pressione della storia pochi possono resistere, molti lo stanno comprendendo ma non sempre la velocità di reazione è quella necessaria. Succede in molte industry, sta accadendo anche nell’insurance, dove crescono gli investimenti ma non sempre la consapevolezza delle aziende. Soprattutto in Europa, ancora di più in Italia. Se ne parlerà molto in occasione del primo Italian Insurtech Summit del 17 settembre.

La rivoluzione generazionale: l’impatto dei Millennial

Partiamo dalla terza rivoluzione, quella portata dal passaggio generazionale. Una evidenza: per la prima volta nelle prossime elezioni americane la maggioranza degli elettori non sarà più costituita da Babyboomers (gentili signori nati tra la fine della seconda Guerra Mondiale e i mitici Anni Sessanta) ma da Millennials (baldi giovanotti arrivati al mondo fra l’inizio degli anni Ottanta e la metà dei Novanta e non dopo il 2000, come spesso si crede…). Negli Stati Uniti è scattato l’allarme, perché la demografia è politica (e Trump potrebbe scivolare proprio su questo slittamento anagrafico) ma anche economia (e gli States hanno  ben chiaro da tempo dove sta il futuro, anche se in competizione con la Cina, vista la quantità di investimenti in genere sul digitale e in particolare sul fintech).

Il Vecchio Continente, Italia compresa, invecchia di più ma il tempo scorre comunque: cambiano culture, abitudini, comportamenti. Agli uomini e alle donne che crescono le assicurazioni sanno di non poter più presentarsi con le stesse proposte, e nelle stesse modalità dell’ultimo mezzo secolo, come hanno fatto con nonni e genitori. Le polizze digitali non arrivano ancora all’1,5% del mercato ma non sarà ancora così per molto. Già oggi il 55% dei millennial si dichiara pronto ad utilizzare nuovi prodotti assicurativi, purchè in linea con le proprie esigenze e on demand, dice un’indagine dell’Italian Insurtech Association. E il suo presidente Simone Ranucci Brandimerti dice in un’analisi pubblicata su EconomyUp: “Ci aspettiamo quindi in poco tempo un mercato assicurativo diverso, più digitale, più tecnologico e sicuramente più grande”. Arriveranno certamente nuovi player e, se l’offerta tradizionale non si aggiornerà, potrebbero persino diventare leader di segmenti di un mercato della protezione e del benessere inevitabilmente destinato a crescere.

La trasformazione digitale inevitabile

Ecco perché la trasformazione digitale, uno dei numerosi, diversi e anche controversi portati della quarta rivoluzione industriale, diventa necessaria per garantire un futuro ad aziende e persino a intere filiere. Ritengo sarebbe molto utile per chi governa oggi le grandi compagnie (e non solo per i loro CIO, CIIO, CInO o Innovation Manager) andare a vedere su che cosa stanno puntando i 5 principali investitori fintech (si chiamano Sequoia, 500 Capital, Ribbit Capital, Accel, Global Founder Capital) e quanti soldi.

L’untouched society generata dal virus

Se non ce ne fosse stato abbastanza, è arrivato il Covid-19 e con esso la prospettiva di una untouched society, visto che dovremo imparare a convivere con i rischi dei virus, come da tempo ci aveva avvertito Bill Gates(rivedi qui il suo intervento al TED). Nessuno può escludere che, superato il coronavirus, non ne arrivi un altro più o meno misterioso e minaccioso. Il digitale non è più, quindi, solo una opportunità ma diventa una necessità. Permette di ridurre i costi, migliorare il servizio, ampliare l’utenza potenziale. Ed è più sicuro, ovviamente se non saranno dimenticati gli investimenti in cybersecurity.

Il digitale è il primo punto del piano europeo che accompagna il Recovery Fund. Ci sarà una disponibilità di risorse finanziarie come mai in passato. Ma serviranno a poco se l’intero sistema delle aziende non farà la sua parte. Assicurazioni comprese.

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Colossi insurtech, Lemonade adesso vuole assicurare gli animali domestici

Lemonade, l’unicorno insurtech di New York che vende polizze casa, intende entrare anche nel mercato dell’assicurazione sanitaria per animali domestici. La società, che ha raccolto circa mezzo miliardo di dollari in finanziamenti venture capital ed è presente dallo scorso anno anche in Germania, ha annunciato a febbraio i suoi piani per espandersi nel settore delle assicurazioni per animali domestici. In questo momento, l’azienda sta aspettando le autorizzazioni, un passaggio che potrebbe richiedere “mesi”, secondo il fondatore e CEO Daniel Schreiber.

Perciò non si hanno ancora notizie su ‘come saranno’ queste ‘polizze pet’, che prezzo avranno o che tipo di copertura offriranno, si sa però che saranno destinate esclusivamente a cani e gatti e a copertura della loro salute. E sappiamo anche che Lemonade sa già a chi andare a proporre tali polizze, i suoi clienti delle assicurazioni casa ai quali in fase di sottoscrizione ha chiesto se possiedono animali domestici. Per esempio, Schreiber ha spiegato che la proprietà di un cane è uno dei tanti segnali usati da Lemonade per determinare le quotazioni dell’assicurazione per proprietari e affittuari di case, in quanto i cani possono a volte giocare un ruolo nella valutazione del rischio di una casa, come ad esempio scoraggiare i furti con scasso.

Il nuovo prodotto assicurativo, dice la società, si baserà sugli stessi principi seguiti dalla Compagnia per gli altri prodotti assicurativi: un’esperienza digitale  semplice, condizioni chiare e leggibili, zero problemi con pagamenti di sinistri fulminei, un servizio clienti al top della categoria e il give back del premio residuo a cause caritatevoli scelte dai clienti.

“Molti al team Lemonade, me compreso, sono genitori di animali domestici devoti, così abbiamo deciso di costruire il prodotto di assicurazione sanitaria da sogno per i nostri migliori amici”, ha detto Shai Wininger, COO e co-fondatore di Lemonade. “Molti di noi pensano ai nostri animali domestici come a membri della famiglia, eppure così pochi di noi fanno il passo importante per ottenere un’assicurazione sanitaria. Ci siamo sfidati a creare un prodotto che colmi questa lacuna e renda l’assicurazione sanitaria per animali domestici accessibile e conveniente”.

Solo una piccolissima parte dei proprietari di animali domestici negli Stati Uniti ha oggi un’assicurazione per animali domestici, con numeri che vanno dall’1 al 2%. Nel frattempo, secondo Schreiber, il 70% dei clienti di Lemonade che hanno acquistato una polizza casa sono anche proprietari di animali domestici.  Circa il 90% dei clienti di Lemonade sono Millennials e hanno acquistato per la prima volta una polizza assicurativa.

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E non guasta il fatto che, in generale, gli americani spendono sempre di più per i loro animali domestici, con una spesa stimata di 75 miliardi di dollari solo nel 2019. E infatti il mercato sta iniziando a crescere sia con le startup (ad esempio Figo e Wagmo), sia con gli operatori tradizionali  (ad esempio, l’acquisizione di PetFirst Healthcare da parte di MetLife e la nuova copertura per animali esotici di Nationwide).

“L’assicurazione sanitaria per gli animali domestici risale a oltre 100 anni fa”, ha detto Schreiber a Techcrunch. “E’ iniziata con i cavalli nei Paesi Bassi, e l’erede di quell’assicurazione per animali domestici è in realtà un’assicurazione auto”. I cavalli erano un mezzo di trasporto, e l’assicurazione aveva lo scopo di proteggervi se succedeva qualcosa a quel mezzo di trasporto. Ma gli animali domestici sono ora membri della famiglia”.

Lemonade è stata fondata nel 2015, è una B Corp certificata, e ha un modello di business basato su Intelligenza Artificiale e Behavioural Economics. Sui premi pagati trattiene una fee fissa, mentre l’accantonamento degli stessi premi che non viene utilizzato per i risarcimenti ogni anno viene donata a un’organizzazione selezionata dal cliente stesso (give back).

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Colossi insurtech, Lemonade adesso vuole assicurare gli animali domestici

Lemonade, l’unicorno insurtech di New York che vende polizze casa, intende entrare anche nel mercato dell’assicurazione sanitaria per animali domestici. La società, che ha raccolto circa mezzo miliardo di dollari in finanziamenti venture capital ed è presente dallo scorso anno anche in Germania, ha annunciato a febbraio i suoi piani per espandersi nel settore delle assicurazioni per animali domestici. In questo momento, l’azienda sta aspettando le autorizzazioni, un passaggio che potrebbe richiedere “mesi”, secondo il fondatore e CEO Daniel Schreiber.

Perciò non si hanno ancora notizie su ‘come saranno’ queste ‘polizze pet’, che prezzo avranno o che tipo di copertura offriranno, si sa però che saranno destinate esclusivamente a cani e gatti e a copertura della loro salute. E sappiamo anche che Lemonade sa già a chi andare a proporre tali polizze, i suoi clienti delle assicurazioni casa ai quali in fase di sottoscrizione ha chiesto se possiedono animali domestici. Per esempio, Schreiber ha spiegato che la proprietà di un cane è uno dei tanti segnali usati da Lemonade per determinare le quotazioni dell’assicurazione per proprietari e affittuari di case, in quanto i cani possono a volte giocare un ruolo nella valutazione del rischio di una casa, come ad esempio scoraggiare i furti con scasso.

Il nuovo prodotto assicurativo, dice la società, si baserà sugli stessi principi seguiti dalla Compagnia per gli altri prodotti assicurativi: un’esperienza digitale  semplice, condizioni chiare e leggibili, zero problemi con pagamenti di sinistri fulminei, un servizio clienti al top della categoria e il give back del premio residuo a cause caritatevoli scelte dai clienti.

“Molti al team Lemonade, me compreso, sono genitori di animali domestici devoti, così abbiamo deciso di costruire il prodotto di assicurazione sanitaria da sogno per i nostri migliori amici”, ha detto Shai Wininger, COO e co-fondatore di Lemonade. “Molti di noi pensano ai nostri animali domestici come a membri della famiglia, eppure così pochi di noi fanno il passo importante per ottenere un’assicurazione sanitaria. Ci siamo sfidati a creare un prodotto che colmi questa lacuna e renda l’assicurazione sanitaria per animali domestici accessibile e conveniente”.

Solo una piccolissima parte dei proprietari di animali domestici negli Stati Uniti ha oggi un’assicurazione per animali domestici, con numeri che vanno dall’1 al 2%. Nel frattempo, secondo Schreiber, il 70% dei clienti di Lemonade che hanno acquistato una polizza casa sono anche proprietari di animali domestici.  Circa il 90% dei clienti di Lemonade sono Millennials e hanno acquistato per la prima volta una polizza assicurativa.

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E non guasta il fatto che, in generale, gli americani spendono sempre di più per i loro animali domestici, con una spesa stimata di 75 miliardi di dollari solo nel 2019. E infatti il mercato sta iniziando a crescere sia con le startup (ad esempio Figo e Wagmo), sia con gli operatori tradizionali  (ad esempio, l’acquisizione di PetFirst Healthcare da parte di MetLife e la nuova copertura per animali esotici di Nationwide).

“L’assicurazione sanitaria per gli animali domestici risale a oltre 100 anni fa”, ha detto Schreiber a Techcrunch. “E’ iniziata con i cavalli nei Paesi Bassi, e l’erede di quell’assicurazione per animali domestici è in realtà un’assicurazione auto”. I cavalli erano un mezzo di trasporto, e l’assicurazione aveva lo scopo di proteggervi se succedeva qualcosa a quel mezzo di trasporto. Ma gli animali domestici sono ora membri della famiglia”.

Lemonade è stata fondata nel 2015, è una B Corp certificata, e ha un modello di business basato su Intelligenza Artificiale e Behavioural Economics. Sui premi pagati trattiene una fee fissa, mentre l’accantonamento degli stessi premi che non viene utilizzato per i risarcimenti ogni anno viene donata a un’organizzazione selezionata dal cliente stesso (give back).

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Social insurance, la startup Axieme conquista investitori con il crowdfunding

Axieme è un intermediario assicurativo, un broker quindi che collabora con le Compagnie, per le quali rappresenta un nuovo canale distributivo nativamente digitale, pensato per un pubblico Millennials. Adotta un modello di business molto innovativo figlio della trasformazione digitale: la social insurance.

Si rivolge infatti ai consumatori finali con una piattaforma attraverso la quale si formano gruppi di persone accomunati da una stessa esigenza assicurativa e che stipulano insieme una polizza, ottenendo risparmi e addirittura ottenendo un give back se non ci sono stati sinistri. Il gruppo condivide la probabilità che accadano sinistri ai suoi membri e controlla in modo trasparente il risparmio maturato in tempo reale, ottenendo quindi una ricompensa ed evitando le frodi.

Recentemente Axieme , di cui avevamo già parlato qui, ha lanciato la sua campagna di equity crowdfunding sulla piattaforma 200crowd, ottenendo immediatamente un grande riscontro: partita con un obiettivo minimo di raccolta di 150.000€, lo ha raggiunto in soli 10 giorni. E dopo aver puntato al secondo obiettivo di 350.000€, ha raggiunto anch’esso dopo 3 settimane dal lancio, con la conseguenza che ha rilanciato ulteriormente verso il suo obiettivo massimo di 500.000€. A chiusura campagna, ora in corso di validazione è arrivata a 505mila euro.

“Un risultato eccezionale – ha affermato Edoardo Monaco, CEO di Axieme – per il quale abbiamo lavorato duramente ma che non ci saremmo mai aspettati di raggiungere in così poco tempo. Questo dimostra che il mercato è pronto per un’idea rivoluzionaria, e anche gli investitori se ne stanno accorgendo. Gli investimenti arrivano persino da oltreoceano, tra gli investitori infatti , compare (dice la società)  anche un Business Angel dalla Silicon Valley con un importante track-record in startup di successo.

“Questo investimento – continua Edoardo – apre Axieme a nuovi scenari che le permetteranno di accelerare la propria crescita. Il recente lancio di Axieme Business, servizio insurtech dedicato alle aziende e l’ingresso in società di Massimo Michaud, ex CEO di Axa Assicurazioni e Allianz, sono solo alcune delle novità che contribuiranno, ne siamo certi, alla crescita esponenziale della startup.

La startup ha anche annunciato di essere recentemente stata ammessa al bando Smart & Start di Invitalia rivolto alle migliori startup innovative d’Italia, che porteranno nelle casse della società ulteriori 508.420€, (finanziamento a tasso zero e della durata di 8 anni + 2 di preammortamento),  permetterà di potenziare ulteriormente il capitale raccolto in equity, contribuendo a valorizzare ulteriormente la quota degli investitori nella campagna di crowdfunding.

Complessivamente, tra il nuovo obiettivo di raccolta con il crowdfunding e il prestito Smart&Start, la società mette assieme circa un milione di nuove risorse che le permettono di allargare il team, investire sullo sviluppo tecnologico della piattaforma e certamente rafforzare le operazioni di marketing.

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Insurtech, un capitale di fiducia da investire sull’innovazione per il cliente

“La visione a breve termine”. È questa la principale difficoltà che incontra chi vuol fare e portare innovazione nelle grandi compagnie assicurative: lo sostiene Pietro Menghi, oggi CEO della startup Neosurance dopo 30 anni di lavoro a livello internazionale nel mondo dell’assicurazione e della riassicurazione. Eppoi i tempi, ancora troppo lunghi per portare in maniera efficace ed efficiente progetti e prodotti innovativi sul mercato.

Per questo Menghi, a 50 anni, ha deciso di “mettersi fuori” per poi tornare a stimolare da fuori le grandi compagnie proponendo le opportunità di algoritmi e big data per creare un ponte intelligente verso persone che fanno parte di community digitali, soprattutto quando sono in mobilità.

Il suo sogno nel cassetto infatti resta assicurativo: “Un’industria che per disegno dovrebbe avere come obiettivo la soddisfazione del cliente. Molti stanno cercando di ridefinire il modello e questi sforzi vanno apprezzati e sostenuti. È un tema enorme, non solo tecnologico ma strategico, perché ti riporta alle origini dell’industria assicurativa, al concetto stesso di comunità che ha bisogno di protezione”. E oggi questa protezione può essere garantita offrendo risposte quasi a livello individuale, quindi capovolgendo la logica prodotto-centrica fino ad oggi prevalente.

VIDEO – PIETRO MENGHI RACCONTA PERCHÉ È DIVENTATO STARTUPPER

Quella di Menghi non è solo nostalgia per l’industry in cui è cresciuto e si è professionalmente affermato. È il segnale di un approccio intelligente sempre più diffuso fra molte startup: non tutte possono portare la disruption fino a diventare una minaccia per gli incumbent. La gran parte non pensano di “abbattere il sistema” ma hanno l’ambizione di cambiarlo, di portare la rivoluzione dentro le aziende consolidate che hanno ancora molto da dire, da fare e importanti asset da spendere. Molti incumbent lo stanno comprendendo e non guardano più alle startup come una minaccia.

“L’assenza di alcuni servizi innovativi nella propria offerta non ha ridotto la fiducia degli utenti”, dice Filippo Renga, Direttore dell’Osservatorio Fintech & Insurtech, a proposito di banche e servizi postali sui quali ha da poco realizzato un’indagine. Credo che l’osservazione si possa estendere a tutti i servizi finanziari, compresi quelli assicurativi che hanno inoltre qualcosa di più e di diverso: entrano intimamente nella vita e nel benessere di ciascuno di noi e non si fermano solo alle questioni di portafoglio.

C’è quindi ancora un capitale riconoscibilità dei brand e di fiducia che i grandi player del mercato finanziario possono e devono investire in innovazione. Ma devono farlo rapidamente. Ricorda Renga: “La fiducia è molto più evidente nei clienti over 55, mentre scende di parecchi punti nei giovani sotto i 25 anni”. Sono loro a chiedere disponibilità 24 ore al giorno, trasparenza, velocità di risposta. Non c’è più molto tempo per preparare risposte reali e credibili per i nuovi clienti. Parliamo tanto di Millennial ma presto passeranno anche loro e arriverà una nuova generazione ancora più digitale ed esigente.

Serve quindi una visione strategica per essere sopraffatti da startup che, in molti casi, non hanno alcuna intenzione di sopraffazione ma vorrebbero essere parte del cambiamento di una grande compagnia decisa a guardare alle tecnologie come un’opportunità per pensare al futuro e ai clienti, oltre il prossimo trimestre.

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Il colosso insurtech Lemonade apre in Germania e si prepara alla quotazione in Borsa

Come avevamo preannunciato in questo articolo, la startup Lemonade (oramai colosso dell’insurtech) con  l’ultimo investimento da 300mln $ ricevuto da Softbank, si prepararava all’espanzione internazionale, comincinado dall’Europa.

Il primo Paese in cui la società stabilisce la sua presenza e lancia le sue innovative polizze casa è la Germania, che sarà anche il primo mercato in cui la startup utilizzerà la Policy 2.0, una polizza che mira a rendere più semplice e comprensibile il documento della copertura assicurativa e per il quale non ha ancora ottenuto l’approvazione normativa negli Stati Uniti, come riporta Business Insider.

“Stiamo  lanciando la polizza assicurativa più sintetica, più semplice e, oseremmo dire, più cool, mai creata, scritta in una lingua che l’uomo può capire. – dice con entusiasmo il fondatore e presidente Shai Wininger su Linkedin – La Polizza 2.0 è stata concepita nell’ambito di un primo progetto di collaborazione tra clienti, esperti assicurativi e il nostro team. Abbiamo reso Policy 2.0 un progetto open source, disponibile per uso commerciale in tutto il mondo”.

Il mercato tedesco sarà dunque il sito di test per l’espansione europea di Lemonade, scelto anche per il fatto che Lemonade si rivolge in particolare ai Millennial digital-savvy che in Germania rappresentano una componente forte della società. Forse in tempi pre Brexit avrebbe cominciato dal mercato UK. Intanto, riporta ancora BI, la società è già stata autorizzata a operare nei Paesi Bassi, e grazie alle regole sui passaporti in tutta l’Unione Europea potrà utilizzare la sua licenza olandese per operare in tutto il continente.

L’altra grande novità che riguarda questa società è la sua imminente quotazione in Borsa. La notizia non è ancora ufficiale, ma è stata riportata da diverse testate (ad esempio New York Buusiness Journal) e mai smentita. Si riporta anche che Lemonade abbia già affidato a JP Morgan and Chase and Goldman Sachs la gestione dell’operazione, con la quale si andranno a cercare nuovi finanziatori per 500 milioni di dollari.

Alla fine del 2018, Lemonade ha registrato vendite circa 57 milioni di dollari – più di 5 volte l’anno prima – assicurato circa 425.000 case, con un valore di copertura di circa 50 miliardi di dollari; fino a oggi ha raccolto investimenti di venture capital per 480 millioni di dollari ed è valutata 2 miliardi.

La società attualmente non e’ ancora in attivo. Come molte nuove aziende, si è concentrata più sull’aumento della quota di mercato e della base clienti che sul raggiungimento precoce della redditività. Nel settore assicurativo in particolare, le compagnie cominciano a vedere i profitti solo dopo diversi anni di attività. Lemonade opera attualmente nel segmento delle assicurazioni casa.

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RC inquilino, ecco come la innova la startup insurtech Urban Jungle

Urban Jungle è una startup nata nel 2016 a Londra, cuore dell’insurtech europeo, e ha appena annunciato una nuova raccolta di investimenti per oltre 2 milioni di sterline. Il suo nome già evoca quello che è il suo mercato di riferimento, quello dei millennials cittadini, sempre più protesi verso la locazione (tradizionale o attraverso piattaforme di sharing) e più sensibili ai canali digitali anche quando si tratta di acquistare una polizza.

Urban Jungle offre una gamma di polizze assicurative pensate per gli inquilini, che comprende anche la copertura non solo dell’immobile, ma anche di tutto quello che può contenere, i prodotti destinati specificamente a coloro che condividono appartamenti o case o valori personali.

La promessa della società è di rendere più facile il processo di acquisto della polizza, tutto online, ma anche la richiesta di un eventuale risarcimento.

Il co-fondatore di Urban Jungle Jimmy Williams ha detto a Techcrunch: “Stiamo correggendo l’assicurazione sulla casa, che ha un sacco di problemi su cui lavorare. Di tutti i tipi di assicurazione personale è ancora quella più acquistata e gestita offline, soprattutto attraverso agenti immobiliari, banche e broker ipotecari. I prezzi sono alti, le condizioni sono complesse e ci sono commissioni per tutto”.

Williams dice che la sua azienda può snellire il processo, e rendere più conveniente acquistare la polizza. “Tutto questo è reso possibile dalla tecnologia. Automatizziamo la stragrande maggioranza dei processi per rendere le cose super veloci e mantenere i nostri costi molto bassi. Utilizziamo i dati anche in modo intelligente per personalizzare la copertura che offriamo ai clienti e rendere i prezzi più equi”.

Urban Jungle vanta più di 15.000 clienti e dice che sta crescendo di oltre il 30% al mese. Complessivamente ha raccolto finanziamenti per 3,7 milioni di sterline fino ad oggi.

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RC inquilino, ecco come la innova la startup insurtech Urban Jungle

Urban Jungle è una startup nata nel 2016 a Londra, cuore dell’insurtech europeo, e ha appena annunciato una nuova raccolta di investimenti per oltre 2 milioni di sterline. Il suo nome già evoca quello che è il suo mercato di riferimento, quello dei millennials cittadini, sempre più protesi verso la locazione (tradizionale o attraverso piattaforme di sharing) e più sensibili ai canali digitali anche quando si tratta di acquistare una polizza.

Urban Jungle offre una gamma di polizze assicurative pensate per gli inquilini, che comprende anche la copertura non solo dell’immobile, ma anche di tutto quello che può contenere, i prodotti destinati specificamente a coloro che condividono appartamenti o case o valori personali.

La promessa della società è di rendere più facile il processo di acquisto della polizza, tutto online, ma anche la richiesta di un eventuale risarcimento.

Il co-fondatore di Urban Jungle Jimmy Williams ha detto a Techcrunch: “Stiamo correggendo l’assicurazione sulla casa, che ha un sacco di problemi su cui lavorare. Di tutti i tipi di assicurazione personale è ancora quella più acquistata e gestita offline, soprattutto attraverso agenti immobiliari, banche e broker ipotecari. I prezzi sono alti, le condizioni sono complesse e ci sono commissioni per tutto”.

Williams dice che la sua azienda può snellire il processo, e rendere più conveniente acquistare la polizza. “Tutto questo è reso possibile dalla tecnologia. Automatizziamo la stragrande maggioranza dei processi per rendere le cose super veloci e mantenere i nostri costi molto bassi. Utilizziamo i dati anche in modo intelligente per personalizzare la copertura che offriamo ai clienti e rendere i prezzi più equi”.

Urban Jungle vanta più di 15.000 clienti e dice che sta crescendo di oltre il 30% al mese. Complessivamente ha raccolto finanziamenti per 3,7 milioni di sterline fino ad oggi.

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Generazione Z, giovani-saggi alla ricerca di certezze

Generazione Z: un futuro che guarda al passato” è il nome della ricerca commissionata da BNP Paribas Cardif, tra le prime dieci compagnie assicurative in Italia, e condotta dall’istituto di ricerca AstraRicerche, che ha voluto approfondire la cosiddetta Gen Z, quella che segue i Millennials.
La prima Generazione che non ha conoscenza diretta del Novecento, che rifugge Facebook, che non aspira a fama e successo, adora la famiglia, è contro gli sprechi e insegue l’amore. Quelli per i quali ‘papà batte Ronaldo 1.0’.
La ricerca di BNP Paribas Cardif offre un viaggio attraverso la Gen Z che offre sorprese e spunti di riflessione, indagando il loro ‘stare al mondo’ attraverso i rapporti della sfera sociale, la relazione con la tecnologia e l’informazione, le abitudini di consumo, la mobilità, il tempo libero, il lavoro e le loro aspettative sul futuro.
La Gen Z, che rappresenta ben l’11% della popolazione italiana, non è superficiale come in tanti credono, tutt’altro: sono i valori autentici a contare veramente, quelli della famiglia e delle amicizie che, sorprendentemente, non sono quelle digitali.
“Ci siamo trovati di fronte a dei giovanissimi nativi digitali concreti e con le idee chiare, dove il mondo virtuale è una ‘normalità’ che non soppianta i valori tradizionali, come la famiglia e gli amici, e quelli nuovi, come l’inclusione e la sostenibilità. – dice Isabella Fumagalli, CEO di BNP Paribas Cardif e Coordinatore di BNP Paribas International Financial Services (IFS) per l’Italia – Per la nostra Compagnia l’ascolto è il primo strumento per rispondere in maniera efficace ai cambiamenti sociali con soluzioni sempre più accessibili e orientate alle persone. Dopo Millenials e Over 65 ci interessava comprendere la Generazione Z che rappresenta il target del futuro. La nostra sfida, sarà offrire prodotti innovativi e nuovi modelli di servizio in una logica digitale che tenga sempre conto della componente esperienziale e dell’impatto sociale positivo.”

Ma vediamo con ordine cosa è emerso dall’indagine molto completa di AstraRicerche.

Sfera sociale

Pur non avendo la ricetta per la felicità, il 60% dei giovani della generazione Z si dichiara felice, soprattutto gli uomini e la fascia tra i 14 e i 18 anni e chi vive nei grandi centri. Ma c’è anche un quarto di loro al di sotto della sufficienza. Per essere felici l’importante è stare bene con se stessi (84%) e sentirsi bene fisicamente (82%), ma anche avere un clima sereno in famiglia (80%). Oltre alla famiglia, l’amicizia è un valore fondamentale e gli amici veri sono le persone che si frequentano durante il tempo libero (74%), i compagni di scuola o i colleghi di lavoro (58%) e solo in misura minore le persone conosciute sui social e poi frequentate nella vita reale (37%). Decisamente pochi coloro che indicano le amicizie solo virtuali (26%). Tradizionali nella scelta dei modelli di riferimento, i giovanissimi si lasciano ispirare soprattutto dai genitori (55%), ancora di più i giovani tra i 19 e i 24 anni, dagli amici (44%), soprattutto gli under 19, e dalle persone del proprio quotidiano (37%) o da altri familiari (35%). Contrariamente alle aspettative, al di fuori della propria rete di conoscenze, i personaggi dello spettacolo, con il 35%, e gli sportivi, con il 30%, superano i nuovi potenziali punti di riferimento come chef (19%), fashion blogger (21%) e influencer (23%). La famiglia si conferma in cima alle priorità di questa generazione (56%), soprattutto per la parte femminile delle intervistate, ma anche l’amore (47%), la salute (42%) e l’amicizia (41%) superano nettamente il lavoro (31%) e la scuola (21%). La fama, il successo, l’essere influencer contano davvero pochissimo; solo il 6% le ha come priorità. I centennials sono una generazione inclusiva, attenta all’ambiente e aperta alla diversità (soprattutto le donne per il 67%). Per loro, infatti, si tratta di valori acquisiti che fanno parte del loro quotidiano, del loro modo di essere, di pensare e di vivere. Il 66% effettua la raccolta differenziata, sono attenti agli sprechi di ogni genere (60%) ed è aperta al confronto con l’altro, con ciò che è diverso e che, dunque, può far crescere e arricchire (60%), e questo vale soprattutto per le donne o chi vive nelle grandi città. Una generazione attiva (solo il 9% non studia e non lavora) che si trova a essere più esposta a fenomeni sociali come il bullismo, con oltre la metà che afferma di aver subito a scuola o sul lavoro discriminazioni, soprattutto per la propria salute e forma fisica (51%). Un problema, quest’ultimo, che riguarda principalmente le donne.

Assicurazioni

La ricerca ha indagato anche il rapporto della Generazione Z con le assicurazioni. In generale ben il 65% ne possiede almeno una stipulata da loro o dai propri genitori; più gettonate quelle legate alla mobilità (31%), alle polizze vita (19%) e alla casa (19%). Alta anche la percentuale di chi copre il proprio viaggio con un’assicurazione (69%) tra salute, volo, valigia o viaggio stesso. Sulle polizze per coprire i device da eventuali danni o furti, questa generazione dichiara di conoscerne l’esistenza (81%), con il 21% che già la possiede. Ma nonostante la rete possa essere un terreno rischioso a livello reputazionale, più della metà non conosce le assicurazioni legate alla digital reputation (55%) e buona parte, pur conoscendole, dichiara di non esserne interessato (23%).

Device

Per quanto riguarda il mondo digitale, la ricerca conferma in gran parte l’opinione diffusa: gli smartphone sono il vero device di questa generazione (93%) e l’alternativa è il laptop (75%), mentre tablet e desktop vengono superati anche dalle consolle per giocare e lo smartwatch è scelto solo da uno su cinque, soprattutto tra gli uomini. Ovviamente, dovessero scegliere un solo dispositivo da portare con sé non avrebbero dubbi e sceglierebbero sempre lo smartphone (l’87%). Le opinioni sulla giusta spesa per uno smartphone sono variegate: per il 44% più di 500 euro, per il 38% una cifra ragionevole è tra i 200 e i 500 euro mentre per il 28% meno di 200 euro. Quasi la metà non ritiene di dover cambiare spesso cellulare e lo fa quando smette di funzionare (46%), mentre solo il 6% lo sostituisce ogni anno o più spesso. Sono soprattutto le donne ad essere più legate allo smartphone, anche se spendono meno per acquistarlo e lo cambiano anche con minore frequenza. Quali sono le App più utilizzate dalla generazione Z? Svettano quelle per vedere video (76%) e ascoltare musica (67%) e a seguire quelle per fare acquisti (63%) e vedere programmi (57%). Ancora poco utilizzate le App per la salute, l’alimentazione, per prenotare ristoranti e per informarsi.

Social network

Nel mondo dei social media WhatsApp, in assoluto (89%), e Instagram (82%) sono i padroni indiscussi, distanziando di gran lunga Facebook (72%), che tiene di più tra gli over 19 e tra le donne. Gli altri canali social sono naturalmente presenti ma in percentuale nettamente minore. Tik Tok raggiunge il 10%. Nonostante siano presenti sui social, i giovani nati tra il 1995 e il 2010 non sono molto attivi: il 35% entra raramente e si limita a qualche like. Al contrario, solo il 32% si definisce particolarmente attivo anche se meno di uno su cinque è creatore di contenuti originali. Come comunicano? Ben sei su dieci lo fanno prevalentemente con foto, preferite al testo (26%); meno con video (6%) e messaggi vocali (4%). Quasi uno su due ha postato contenuti di cui si è poi pentito (47%) e oltre la metà (52%) ha visto contenuti non graditi pubblicati da altri. Pur vivendo connessi, i giovani della Gen Z sono poco consapevoli e interessati alla reputazione digitale, hanno una debole percezione della delicatezza del tema e limitano il problema con le impostazioni sulla privacy dei diversi social network. Sempre restando in ambito di rischi legati al mondo digitale, accanto al fenomeno del bullismo diventa sempre più significativo il dato sul cyber bullismo: il 42% ha subito o visto subire episodi legati a questa sempre più diffusa problematica.

Informazione e tempo libero

Nel tempo libero ascoltare musica è la prima grande passione dei giovanissimi (78%), che amano viverla anche in maniera esperienziale preferendo i concerti alla discoteca (solo il 31%). Seguono le serie e i film visti in tv o tramite altri devices (74%), e il tempo trascorso con gli amici, sia uscendo con loro (65%) sia chattando a distanza (65%). Il cinema resta un piacevole passatempo (49%), così come leggere un buon libro (45%) e praticare sport è preferibile al seguirlo da tifoso.

Lavoro e futuro

Dalla ricerca emerge il profilo di persone proattive, dato che ben il 32% già lavora, con un’attesa professionale futura tendenzialmente positiva: se è vero che più della metà (51%), e soprattutto nelle grandi città, si vede con un lavoro stabile e da dipendente, quasi il 30% si vede impiegato in un’attività autonoma e dinamica, come free lance, consulente o in una start-up. Solo il 20% pensa che avrà un lavoro precario e incerto o addirittura che non riuscirà a trovare un’occupazione. Il dove resta l’aspetto più delicato, dato che solo il 57% pensa di restare nel Bel Paese, mentre il 30% si immagina in Europa e il 13% addirittura in un altro continente. Una vera fuga di cervelli.

Consumi

Parlando di consumi, anche una generazione multi-social come la Z, preferisce lo shopping esperienziale e dunque i negozi (40%) agli acquisti on-line (34%). Ma in questo caso il genere conta, poiché le donne preferiscono in assoluto il negozio mentre gli uomini l’on-line. Quasi l’80% di chi compra sul web acquista beni fisici (abbigliamento, elettronica, ecc.), ben più che servizi (54%). Ma da chi sono influenzati nei loro acquisti? La Gen Z si fa “consigliare” principalmente dagli amici (43%) e dalla famiglia (37%) e pochissimo dagli influencer della rete (21%) come, forse, ci si sarebbe aspettati. Oltre il 40% si sente invece capace di influenzare gli altri negli acquisti, ma senza legarsi ad aziende o brand.

Mobilità

Generalmente si spostano in auto (51%), a piedi (50%) o con i mezzi pubblici (37%). Le due ruote, invece, non sono tra i mezzi preferiti dai giovanissimi, che prediligono comunque la bici (17%) alla moto / motorino (10%). L’utilizzo del car/moto/bike sharing è limitato (anche perché non è presente in molte città) ma tutto sommato anche l’interesse è molto elevato. Fronte viaggi, siamo di fronte ad una generazione che ama viaggiare spesso (46%), in particolare le donne tra i 19 e i 24 anni.

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