Siamo pronti per l’onda insurtech?

Se si guarda dall’alto l’Insurtech, si vede un gran movimento. Anche in Europa. Ma l’Italia non sembra ancora in posizione per cogliere l’onda e trarre beneficio dell’inevitabile accelerazione nella trasformazione digitale dell’insurance. Il rischio? Diventare una colonia tecnologica e finanziaria.

Gli investimenti in fintech in Europa hanno già superato il record del 2019

Nei primi sei mei del 2021, secondo i dati di Dealroom, siamo già arrivati a 10.4 miliardi con round clamorosi come quello di Klarna (639).

Il 2020 ci ha fatto vedere e capire quanto siano importanti le relazioni digital nel mondo dei servizi finanziari e i capitali corrono dietro le imprese che le stanno curando, gestendo e valorizzando. Siamo di fronte a un’accelerazione importante che dovrebbe vincere le residue resistenze degli incumbent e convincerli a mettersi in gioco, andando oltre lo scouting e i POC: non c’è tempo da perdere. Per diverse ragioni.

L’insurance è un’industria globale di 6 trilioni di dollari, finora poco toccata dalla trasformazione digitale

Costituisce quindi una grande opportunità per le tech company, soprattutto startup che stanno lavorando sui suoi punti di debolezza: una catena del valore complicata e frammentata, la crescita dei costi operativi che hanno ridotto i margini, una sensazione rassicurante di protezione ispirata dalla quantità di capitale necessario e da apparati normativi stringenti.

La disruption può ridurre i costi, estrarre nuovo valore senza fermarsi certo davanti alle barriere burocratiche. Soprattutto quando cominciano ad affluire ingenti risorse finanziarie come sta accadendo sempre di più , anno dopo anno. Se il fintech ha fatto boom non è solo grazie a diversi mega round abilitati soprattutto dall’open banking, ma anche a una nuova ondata insurtech che in Italia facciamo fatica a vedere.

Il fintech resta il settore dell’innovazione dove si concentrano gran parte degli investimenti, con i fondi americani e cinesi in prima fila

In Europa finora lo scenario è stato dominato dalla Gran Bretagna, secondo mercato dopo gli Stati Uniti. Finora, perché la quota di UK nel Vecchio Continente per la prima volta è sotto il 50%. Avanzano Francia, Germania, Svezia con masse investite fra 1,5 e 2 miliardi. Promemoria: stiamo parlando solo di fintech, in Italia il totale degli investimenti in startup è ancora abbondantemente sotto il miliardo.

L’insurtech è stato finora “sottoinvestito”, sottolinea un report del fondo di venture capital Mundi Ventures con Dealroom, e forse anche per questa ragione gli investimenti hanno un tasso di crescita superiore ad altri settori: dal 2016 sono aumentati di oltre quattro volte contro le 2.6 di Health e l’1.4 dell’intero comparto fintech: 7.3 miliardi dollari a livello globale contro l’1.8 del 2016, appunto.

Nei primi mesi del 2021 sull’Insurtech europeo si sono già riversati 1,8 miliardi con 34 round superiori ai 2 milioni

dicono ancora le analisi di Dealroom, che prevedono una chiusura d’anno a 4,2 miliardi con 78 round. Stiamo parlando di un mercato valutato 23 miliardi, valore che al 2024 dovrebbe arrivare a 1.6 trilioni.

Insomma, il gioco comincia a farsi duro. E l’Europa diventa attraente. Anche nell’insurtech ci sono i megaround (come quelli della tedesca Wefox che presto arriverà in Italia – 650 milioni, valutazione 3 miliardi – o l’inglese Bought by Many – 350 milioni, valutazione oltre 2 miliardi). Per la prima volta quest’anno un fondo come Sequoia ha investito nel Vecchio Continente, in Germania e in Francia.

Sono lontani i tempi in cui Peter Thiel, founder di PayPal ma anche di Palantir, definiva l’Europa “un fannullone da cui aspettarsi poco”

Il suo fondo Mthral Capital ha guidato a metà giugno un round da 30 milioni sulla fintech inglese Generation Home. Sarà perché UK è adesso fuori dall’Europa? È molto più probabile che Thiel abbia cambiato idea, come molti altri investitori nordamericani e del Far East che adesso vedono nell’Europa un potenziale di crescita e di cambiamento ancora tutto da cavalcare. Ma dove stanno guardando? Nella solita Gran Bretagna, certo, ma anche in Germania e in Francia.

Dove vanno i capitali? Gran Bretagna, Germania, Francia. E l’Italia?

I capitali stanno andando verso quegli ecosistemi più maturi e dove l’innovazione è meglio accolta e considerata. Il vantaggio non è solo per le startup finanziate, che così hanno più probabilità di diventare vere aziende, ma per tutto il sistema economico e delle imprese di quei Paesi. Non mancherà molto che gli unicorni tedeschi o francesi si muoveranno alla conquista dell’Italia, mangiando quote di mercato agli incumbent e alle startup. L’onda sta salendo: l’Italia è pronta a cavalcarla? Se non lo farà, qualcuno in un futuro prossimo probabilmente dirà non tanto che siamo fannulloni ma bamboccioni si.

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Mercato assicurativo e innovazione, le sfide che ci attendono

L’insurance è come una grande nave, veloce e con un grande abbrivio ma difficile da far virare. È arrivata una grossa onda che ovviamente ci ha rallentato e fatto ballare. Ma chi continuava ad andare dritto sulla vecchia rotta si è solo preso l’onda di faccia. Chi, come noi, aveva già avviato la virata, l’ha presa lateralmente ed ha potuto usare la sua forza per accelerare il cambiamento.

L’effetto della pandemia sui conti delle compagnie assicurative ancora dobbiamo vederlo in pieno e abbiamo fiducia che le manovre di rilancio dell’economia ci aiuteranno a non vederlo mai. Quello che però vediamo tutti è questa magica convergenza che si è creata fra i bisogni dei nostri clienti, la prioritizzazione degli investimenti nel digitale da parte delle compagnie e il contesto normativo che, va detto, ci ha dato una forte mano in particolare con la semplificazione dei contratti per email.

Tutti abbiamo tuttavia operato in velocità, spostando budget da altre voci, in deroga agli abituali processi ed in un contesto normativo favorevole. Per il post pandemia abbiamo quindi due grandi sfide che ci attendono: mantenere questo focus sull’innovazione e la customer experience e adattarci alla minore capacità di spesa dei clienti. Come l’Istat evidenzia, il calo della spesa per servizi non riferiti all’abitazione è del 19,4% e se vogliamo veramente giocare un ruolo sociale dobbiamo essere veramente accessibili a tutti.

L’innovazione non è il fine ma il mezzo

A parte il salto tecnologico che abbiamo fatto negli ultimi mesi, la crescita più importante è culturale. Abbiamo finalmente fatto pace con la tecnologia, abbiamo riportato il mondo digitale nella dimensione dello strumento, utile per fare cose normali in modo semplice o per consentire cose altrimenti impossibili, come sembrava fino a ieri poter frequentare la scuola senza uscire da casa.

Purtroppo considerare l’innovazione come qualcosa di esotico è una debolezza molto diffusa fra gli addetti ai lavori. Tendiamo ad innamorarci della tecnologia, siamo affascinati dalle soluzioni innovative, dimenticandoci di valutare se rispondano o meno ad un reale bisogno. Solo il 6% dei progetti innovativi avviati nell’insurance è oggi nella fase di industrializzazione e il 60% dei progetti in Intelligenza Artificiale aperti da banche e assicurazioni è stato chiuso prima dell’implementazione. Sono convinto che fossero tutti progetti bellissimi, per chi li seguiva o dal punto di vista “accademico”, ma hanno funzionato più per fare bella figura in qualche convention che per un reale obiettivo di business. Diciamo che quel genere di progetti diventa il fine di chi li aveva lanciati, più che il mezzo per raggiungere un obiettivo. E non deve andare così: l’innovazione deve essere un abilitatore trasversale, non una struttura organizzativa.

I kpi dell’innovazione: non ci sono solo la transazioni digitali

Se l’innovazione è uno strumento, credo sia un errore cercare di misurarla con KPI diretti. Devo invece misurarne l’efficacia che ha avuto nel raggiungimento dell’obiettivo, che sia di business, di NPS (Net Promoter Score) o di cost cutting. Inizialmente avevamo un KPI di numero di transazioni digitali sul totale. Però non sempre la scelta binaria digitale è esaustiva, perché in molti casi l’intervento umano aggiunge valore oggettivo, in molti altri aggiunge un valore soggettivo per il cliente in termini di esperienza e in altri casi l’intervento umano può costare meno che sviluppare un automatismo. Insomma, il KPI dovrebbe essere usare al massimo le transazioni digitali tutte le volte che servano, piacciano, convengano etc. e il KPI vero torna ad essere l’NPS (quanto i clienti consigliano la tua azienda?) le vendite, i costi non l’utilizzo del digitale in se.  È anche un errore allocarvi un budget dedicato, il budget deve essere del business/process owner che poi, credendo nell’utilità dello strumento innovativo, lo alloca a queste iniziative per raggiungere utilitaristicamente il suo obiettivo, non perché vuole fare una cosa “tech”.

Gli investimenti in insurtech e il ritardo italiano

Detto tutto questo, c’è ancora molto da fare sul fronte dell’insurtech. Gli investimenti in Italia sono ancora limitati, per due motivi principali. Il primo è la complessità del sistema regolamentare italiano a fronte di un basso rapporto premi su PIL, che da tempo diciamo destinato a crescere ma ancora allineato al trend del settore auto.

Nessuna delle insurtech italiane ha lo status di compagnia: le startup sono broker, managing general agent, solution providers o molto più spesso “semplici” società di servizi che svolgono parte del processo assicurativo. La prateria dell’insurtech oggi è quindi nei servizi di prevenzione e di assistenza, che sono centrali per passare dal pagare i sinistri a prevenire e mitigare i rischi.

Il secondo motivo del ritardo insurtech italiano è una miscela fra la dimensione del mercato dei capitali e ambizioni delle startup nostrane, entrambi limitate. Chi nasce pensando al mondo, o quantomeno all’Europa, parte direttamente da Londra, dove gli startupper italiani fanno fortuna. Per gli altri c’è un mercato in Italia comunque efficiente a misura delle loro ambizioni, entrambi settati sulla dimensione domestica. Con un mercato limitato ed un ritorno sul capitale solo nel medio termine è difficile attrarre risorse ingenti pensando poi di scalare a livello europeo: è più semplice entrare in mercati più maturi e per tornare in Italia successivamente.

I segnali di cambiamento positivo, comunque, non mancano. Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare. Finalmente vediamo scendere in campo le grandi istituzioni, come Cassa Depositi e Prestiti con CdP Venture Capital, che non solo stanno portando dimensione e struttura ma stanno catalizzando competenze e attori diversi, attraendo altri player. Così facendo, riusciremo in una cosa che agli italiani di solito non riesce sempre bene: fare sistema.

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La digi-intermediation e il futuro ibrido delle assicurazioni

Nello stesso momento in cui ci spingeva verso la dimensione digitale l’emergenza sanitaria ci ha mostrato la potenza, e la necessità, delle relazioni fisiche. Nella scuola, nel lavoro, nell’intrattenimento.. Dopo il 2020 gli scenari e i modelli full digital sono improbabili così come però diventano insostenibili  quelli che non riescono ancora ad accogliere e integrare le tecnologie digitali nei processi e nei prodotti, per quanto fisici possano essere.

Nel mondo dei servizi, e di quelli finanziari in particolare, la pandemia ha accelerato l’offerta digitale, ormai lo sappiamo. È stato uno strappo che non prevede un ritorno a come eravamo ma impone molte domande su come saremo. Sono diverse le parole usate per descrivere il mondo che verrà, da phygital a ibrido.

In ogni caso quel che conta è la produttiva convivenza di esperienze, canali e relazioni fisici e digitali in un flusso in cui è ancora più l’offerta che la domanda a fare la differenza fra online e offline. C’è una sola vita e c’è un solo cliente-utente-consumatore: è l’onlife definita qualche anno fa dal filosofo Luciano Floridi e drammaticamente esplosa con il Covid-19.

Per l’industria delle assicurazione c’è una grande opportunità per valorizzare competenze, capacità e professionalità di grade tradizione ma ancora poco propense all’ibridazione, soprattutto in alcuni snodi decisivi della filiera. Ma per coglierla ci sono ancora molte resistenze da vincere e qualche ostacolo da superare.

Più dell’80% dei contatti cliente-compagnie passa dai canali digitali su cui l’87% delle compagnie dichiara di voler investire, ricorda il World Insurance Report 2021 di Capgemini ed Efma, che nell’edizione post pandemia si concentra sulla filiera dell’insurance e sulla relazione con il cliente. Le assicurazioni, quindi, stanno investendo sul digitale ma circa il 70% considera questo canale poco produttivo: non fa vendere, insomma.

Qualcosa evidentemente ancora non torna. Ci sono valutazioni da fare sui target ma anche sui prodotti. Online è più dispoibile il cliente giovane ed è più facile vendere prodotti semplici, collegati a un’esigenza immediata, meno vincolanti nel tempo. È la frontiera dell’instant insurance in cui conta molto l’associazione con ecosistemi, che aiutano a individuare comunità e bisogni specifici, e in cui più accesa sarà la competizione di operatori extrasettore.

Nella nuova normalità la customer care è un’equazione in cui la cura diventa maiuscola, CARE, acronimo di Convenience, Advice e REach, suggerisce il Wolrd Insurance Report. Per stabilire una relazione di successo con i clienti contano 1) la convenience/comodità del prodotto-servizio, 2) la capacità di consulenza, 3) l’efficacia della comunicazione. L’equazione si risolve solo con massicce iniezioni di tecnologia digitale che valorizzi il capitale di esperienza, competenze e credibilità della filiera assicurativa.

Una recente indagine dell’Italia Insurtech Association ha acceso i riflettori sul ritardo digitale degli intermediari assicurativi: sono il 90% degli addetti del settore ma l’80% non ha neanche un sito Internet. Evidentemente broker e agenti non sono in sintonia con un mercato in cui oltre l’80% delle interazioni con le compagnie assicurative passa da una canale digitale. Ma questo non significa che non abbiano un ruolo. Anzi rappresentano ancora la migliore soluzione della contraddizione sopra ricordata: hanno un’efficacia commerciale superiore ai canali digitali soprattutto per i prodotti finanziari complessi e ad alta valore aggiunto (per la compagnia e il cliente).

Dal World Insurance Report 2021 arriva però un’indicazione netta. Ogni competizione fra canali digitali e intermediari è ormai antistorica: le compagnie ne sono abbastanza consapevoli, fra broker e agenti probabilmente serve ancora una più forte presa di coscienza anche se i più lungimiranti chiedono già il supporto delle tecnologie per ridurre i costi e avere una maggiore capacità di personalizzare le offerte grazie alla data intelligence. Il futuro è dell’augmented broker, consulente fisico potenziato dall’intelligenza artificiale.

Siamo in marcia vero la Digi-intermediation, come la definiziscono gli analisti di Capgemini nel Report: l’intermediazione sostenuta dalle tecnologie digitale, un ambiente in cui muoversi senza soluzione di continuità fra canali digitali e touchpoint fisici. È un percorso che tutta l’industry assicurativa deve condividere perché è quello che porta alla Customer CARE, alla soddisfazione del cliente nella Nuova Normalità.

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Le competenze necessarie per accelerare l’innovazione delle assicurazioni

Fatto l’Insurtech, adesso bisogna fare gli “Insurtechiani”.  La citazione da Massimo D’Azeglio può aiutarci per mettere a fuoco una delle sfide che l’industria delle assicurazioni deve affrontare e vincere per poter entrare nel futuro: creare le competenze digitali per comprendere e gestire i cambiamenti del mercato e dei clienti e strutturare correttamente il dialogo con le startup.

La consapevolezza sulla necessità della trasformazione digitale è sempre più diffusa, come dimostrano diverse indagini. La pandemia ha evidentemente impresso una accelerazione in questo senso. La pressione delle startup sugli incumbent aumenta e i migliori sempre più spesso riescono a tradurla in nuove opportunità di business e di sviluppo. Ma la sensazione, anche all’interno delle aziende, è che ancora si faccia meno di quel che dovrebbe e potrebbe fare. E non certo per cattiva volontà.

Il recente Insurtech Innovation Index elaborato dall’Italian Insurtech Association con con l’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano ci ricorda che nel 2020 ben il 63% delle compagnie assicurative ha avviato progetti interni di Insurtech. Meno è stato fatto aprendosi verso l’esterno (partnership e progetti con startup pesano per circa il 40%).

L’innovazione dell’industria assicurativa, quindi, è ancora prevalentemente interna. Ma il 71% degli operatori del settore assicurativo ritiene che ci sia un gap di competenze tecniche e digitali e addirittura l’82% chiede più formazione tecnica e digitale (questi dati provengono da un’altra indagine di Italian Insurtech association con EY).

Il problema appare a questo punto evidente. Da una parte le assicurazioni stanno lavorando per la loro trasformazione digitale contando prevalentemente su risorse e modelli interni (magari sostenute da supporti consulenziali esterni), dall’altra non si sentono adeguatamente attrezzati per farlo. Non è certamente la migliore condizione per affrontare la sfida della trasformazione digitale che diventerà sempre di più una sfida per la competitività.

Servono quindi nuove competenze digitali. Arriveranno dall’esterno, certamente. Ma dovranno soprattutto essere “generate” dalla riqualificazione di chi lavora già dentro le compagnie di assicurazione. Il binomio Skills e Reskill diventerà un’ossessione nell’insurance e non solo per gli HR manager. “Non basta più avere nuove idee, nel fintech come nell’insurtech, servono nuove persone”, sostiene con convinzione Laura Grassi, direttore dell’Osservatorio Fintech & Insurtech. Nuove persone che possono venire fuori anche dalle “vecchie”, se inserite in percorsi di formazione efficienti ed efficaci.

L’esigenza delle aziende è chiara, come anche la domanda del mercato: anche le startup stesse e le scaleup stanno diventando datori di lavoro alla ricerca dei “lavoratori della trasformazione digitale”. E poi ci sono le autorità regolatorie che hanno bisogno di figure capaci di comprendere e affrontare i cambiamenti della tecnologia e del business. Non a caso il MIP, la School of Management del Politecnico di Milano ha appena lanciato il primo programma online di formazione per i Fintech Professional

Quando anche nelle assicurazioni entreranno (o aumenteranno)  UX Designer o Data Scientist, Ethical Hacker o Blockchain Advisor certamente aumenterà la velocità di innovazione. Anche se fatta all’interno.

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Innovazione e assicurazioni: non bastano gli investimenti, servono poli insurtech di eccellenza

Innovazione e assicurazioni, alla ricerca di un equilibrio fra domanda e offerta. La percentuale di polizze digitali crescerà dall’attuale 1,5/2% a livello Europeo, ad un 30 / 40% in un decennio, coerentemente con lo sviluppo del consumatore digitale e con i cicli di trasformazione digitale che hanno riguardato già molte altre industrie. Ci aspettiamo quindi in poco tempo un mercato assicurativo diverso, più digitale, più tecnologico e sicuramente più grande.

Innovazione e assicurazioni, il rischio di un Technology Gap

Ma se la domanda di un’offerta digitale sembra essere già matura ed incalzante, la progettazione è l’adeguatezza dell’offerta assicurativa stenta ancora, soprattutto in Italia, dove gli investimenti risultano essere, soprattutto nell’ultimo biennio, sotto le medie Europee. Nel 2020, con investimenti Globali in Insurtech superiori ai 7 miliardi di dollari, l’Italia si attesta a meno dello 0,5%, un ordine di grandezza decisamente inferiore rispetto a Francia, Germania e UK.

La realtà è che l’Italia, negli ultimi cinque anni, ha assorbito meno del 5% del totale investito in Europa: è urgente colmare questo ritardo, che se confermato negli anni futuri, creerà anche nel settore assicurativo un Technology Gap che avrà come conseguenza un danno nel posizionamento competitivo dei nostri champion sia a livello europeo sia a livello nazionale.

Innovazione e assicurazioni, la necessità di un approccio di sistema

Al fine di evitare che un gap di innovazione oggi si trasformi presto in un gap di performance e quindi di quote di mercato, magari a beneficio di attori stranieri fortemente tecnologici ed orientati sul nuovo consumatore emergente, non è sufficiente aumentare gli investimenti ma è necessario che l’Industria Assicurativa Italiana abbia un approccio sistemico alla creazione di poli Insurtech che permettano di accelerare la raccolta di risorse tecnico-finanziarie, lo sviluppo di competenze, la sperimentazione e la creazione di nuovi ruoli occupazionali in ambito Insurtech e che stimolino il settore creando una nuova offerta e nuove metriche.

La creazione di poli insurtech di eccellenza

Questi poli insurtech di eccellenza dovrebbero essere finanziati non solo per eseguire piani ambiziosi ma per creare competenze, accelerazione tecnologica e sperimentazione, in una logica sistemica: il capitale di rischio messo a loro disposizione dovrebbe essere sia pubblico che privato, premiato con opportunità di ritorno degli investimenti superiore a qualsiasi media laddove l’iniziativa abbia successo – meglio se tramite il sistema borsistico – e comunque pari ad almeno 10 volte quello oggi disponibile per finanziare iniziative Insurtech. Ovvero non stanziato in una logica di breve o medio termine ma solo ed esclusivamente con approccio di lungo periodo, finalizzato al finanziamento dell’Innovazione Insurtech e intenzionato a raccoglierne i benefici economici di questo progresso.

Ad oggi purtroppo questo non sta accadendo, non per colpa di poca ambizione dei top manager assicurativi (molti dei quali invece direttamente impegnati nel soddisfare la nuova domanda digitale), ma per assenza di un ecosistema industriale che premi la creazione di tali poli, destinati ad investire (e quindi a perdere) molti denari nel breve ma a creare un vantaggio sostenibile nel lungo periodo che dia stimolo all’Industria tutta.

Il caso Lemonade: un polo insurtech sostenuto dalla finanza privata

Ma se in Italia tarda a succedere, altrove è realtà. In USA il modello di finanziamento dell’innovazione passa attraverso poli che aggregano start up ambiziose, molto ben finanziate, internazionali, che non si curano – così come i loro investitori – dei risultati di breve. Dopo gli innumerevoli casi degli OTT (Amazon, …) ma anche di decine di player minori ma pure sempre billion companies (come UBER, Tesla, Paypal, etc), l’onda lunga della Visione Strategica USA di finanziamento del digitale è arrivato sull’Insurtech: è il caso di Lemonade.

Lemonade è una compagnia di assicurazioni americana che offre polizze per affittuari, proprietari di case e animali domestici negli Stati Uniti, contenuti e polizze di responsabilità civile in Germania, Paesi Bassi e Francia. Lemonade fornisce polizze assicurative e gestisce i reclami tramite app desktop e mobile utilizzando i chatbot. Il suo modello di business include la concessione di profitti di sottoscrizione a organizzazioni non profit scelte dai clienti. Questo viene fatto ogni anno in un evento che Lemonade chiama “Giveback”.

La storia di Lemonade e la sua crescita è un classico esempio di progettazione ed implementazione di polo insurtech fortemente supportato da finanza privata, mercato dei capitali e supporto del sistema.

  • Lemonade è stata fondata da Daniel Schreiber (ex presidente di Powermat), Shai Wininger (co-fondatore di Fiverr) e Ty Sagalow, nell’aprile 2015.
  • Nel dicembre 2015, Lemonade Inc. ha annunciato di essersi assicurata 13 milioni di dollari di finanziamenti iniziali da Sequoia Capital e Aleph ad una valutazione (non confermata dalla società) di circa 50 milioni di dollari. Aveva appena venduto dall’inizio della sua storia circa 1.000 polizze.
  • Nel 2016, Lemonade Inc. ha raccolto 47 milioni di dollari di finanziamenti da XL Innovate, General Catalyst con la partecipazione di Thrive Capital, Tusk Ventures e GV (ex Google Ventures), il ramo VC della società madre di Google Alphabet Inc. Aveva appena completato le 10.000 polizze dall’inizio della sua storia per un totale di premi inferiore al milione di dollari.
  • Nell’aprile 2017, la società ha annunciato ulteriori investitori: Allianz SE e Sound Ventures di Ashton Kutcher. Nel dicembre 2017, Softbank ha investito altri 120 milioni di dollari in Lemonade in un round di serie C, aumentando il denaro totale raccolto dalla società a circa $ 180 milioni. Aveva appena completato le 60.000 polizze.
  • Nell’aprile 2019, Lemonade ha annunciato un ulteriore investimento di 300 milioni di dollari in un finanziamento di serie D guidato dal Gruppo SoftBank, con la partecipazione di Allianz, General Catalyst, GV, OurCrowd e Thrive Capital, aumentando il denaro totale raccolto dalla società a $ 480 milioni.
  • Il 1 ° luglio 2020, Lemonade Inc. è andata in IPO, valutando 11 milioni di azioni a 29,00 dollari per azione sul NYSE. Le azioni hanno iniziato la negoziazione il 2 luglio 2020 con il simbolo LMND. In tal data, si legge dai prospetti, Lemonade aveva appena completato le 500.000 polizze dall’inizio della sua storia.
  • Da tale data, Lemonade ha visto lievitare la propria valutazione a quasi 10 miliardi di dollari, crescendo nei mercati Europei (Germania, Francia e Paesi bassi) e raggiungendo 1 milione di polizze.

Dalla sua origine, Lemonade ha investito oltre 600 milioni di dollari in sviluppo, ha sempre presentato bilanci in perdita ed anche le sue stime sul 2021 sono negative. Ma è sempre cresciuta, assumendo centinaia di persone, sviluppando tecnologia di customer centricity e claims management uniche e creando una proposizione innovativa per il nuovo consumatore digitale. In tale scopo, Lemonade è stata sostenuta da un mercato dei capitali che ne ha fatto un “Polo Digitale Insurtech” forte di quasi 800 milioni di dollari di raccolta. Ed in soli 5 anni.

Lemonade, investire sull’innovazione e non sui profitti

  • Tutti coloro che hanno investito in Lemonade (investendo sull’innovazione e non sui profitti) stanno realizzando un importante ritorno sugli investimenti.
  • Il consumatore finale ha beneficiato di una nuova offerta, flessibile e dinamica, che ne soddisfa le nuove esigenze.
  • I mercati assicurativi sono stati scossi da un nuovo player, che vede nella customer satisfaction un obiettivo più importante del ritorno sugli investimenti. Che guarda al long term. Tale scossa ha un effetto benefico su competizione e filiera che devono evolvere al pari dello sviluppo di Lemonade.
  • Lemonade, a fronte di grandi capitali e conseguenti investimenti, ha migliorato le metriche, non solo il numero di polizze ma anche il valore medio per utente. Perché con 800 milioni di raccolta, è prevedibile che le cose migliorino.
  • A metà gennaio 2021, Lemonade ha annunciato il lancio dell’offerta Vita, che non solo gli permette di differenziare il portafoglio e portare Innovazione in un altro segmento ma anche, di accelerare il raggiungimento dei profitti.

È difficile non pensare che – seguendo la corsa di altri Giganti Tech – Lemonade non possa puntare un giorno non lontano a 50 miliardi di dollari valutazione (nota: il gruppo Generali vale 22 miliardi di euro) e 10 paesi di attività, fra cui l’Italia. E laddove necessiti di altre risorse la sua quotazione lo renderebbe facile. E in quel momento tutti, non solo gli investitori, si dimenticheranno delle ingenti perdite dal 2015 al 2021 che in realtà sono investimenti. Perché Amazon stesso ha perso miliardi di dollari per 11 anni di fila.

Tutto questo in Italia non potrebbe accadere. Non per assenza di capitali, ma per un modello sistemico che non premia la creazione di aziende tech e digitali, per le poche competenze e la scarsa lungimiranza che tende a distribuire opulenza ad aristocrazie industriali ormai sorpassate, ad accettare spesso in modo remissivo l’egemonia tecnologica straniera, ma a non mettersi seriamente in gioco per creare una propria elite tecno-digitale.

Le compagnie di assicurazione chiedono poli digitali insurtech

Se non creiamo dei poli digitali insurtech, dotati di una sufficiente massa critica di assets e risorse, non riusciremo a fare il salto: come emerge da ultima ricerca EY in collaborazione con IIA, solamente una compagnia su due è dotata di una struttura devota all’innovazione ma solamente 1 su 3 riesce a garantire sufficienti risorse all’Innovazione. Il 100% delle compagnie credono invece di poter “ottenere” innovazione da enti esterni (startup, università, abilitatori) con collaborazioni, osmosi e stimoli: è molto chiaro come l’industry chieda la nascita, la crescita e lo sviluppo di poli digitali insurtech che porterebbe benefici a tutti, agli investitori, a tutti i player della filiera ed al consumatore finale.

E questo non vale solo nel settore assicurativo: dobbiamo sfruttare al pieno l’economia della conoscenza che proviene dalla Digital Economy – la cui domanda è stata fortemente accelerata dalla pandemia – ma la cui offerta richiede investimenti ben maggiori. È necessario progettare ed implementare un modello di supporto alle iniziative tech & digital più meritevoli, favorendo massa critica e facendole crescere in modo più veloce, solido e sostenibile, tramite investimenti pubblici, privati ed un mercato della Borsa più flessibile che investa sul lungo periodo. Questo con la forte consapevolezza che saranno proprio queste Iniziative Tech & Digital a sostenere lo sviluppo economico dei prossimi anni, lquindi a creazione di posti di lavoro e le aspirazioni delle nuove generazioni.

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Il fattore P(eople) per essere Insurtech nel 2021

Il 2021 sarà un anno decisivo per l’Italia, per le sue imprese, per tutti noi. C’è da vincere la battaglia con il Covid-19, reagire a una crisi di sistema come mai ne abbiamo vissute dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, cogliere le opportunità che da questa ne deriverà con il Recovery Plan europeo che sarebbe meglio da adesso chiamare con il suo vero nome: Next Generation EU.

Adesso comincia il vero, e duro, lavoro per costruire il futuro, per pensare alla prossima generazione di imprese e di clienti. Digitalizzazione e sostenibilità non possono essere più solo ingredienti di visioni strategiche ma priorità operative da perseguire con convinzione e determinazione. Le risorse, pubbliche e private, non mancheranno ma servono piani, progetti e modelli organizzativi efficaci. E questo vale sia a livello di Governo, nonostante il livello insoddisfacente dell’attuale dibattito politico, sia a livello della singola impresa e dei suoi ecosistemi. Fermarsi alle questioni tecnologiche potrebbe essere un grave errore, perché decisivo in questo processo di trasformazione sarà il fattore P(eople): dalla scuola alla formazione in azienda.

Sappiamo che l’Italia è in ritardo nel percorso di trasformazione digitale ma non è ferma. Proprio come l’industria delle assicurazioni, che non parte certo da zero ma deve cambiare passo per mantenere competitività, quote di mercato, margini. Il 2020 ha amplificato la distanza fra l’offerta di servizi digitali e la domanda, una crepa pericolosa da sanare velocemente per evitare che vi si insinuino nuovi player. Ci sarebbe poco da preoccuparsi se fossero solo startup e scaleup. In agguato, pronti a scattare, ci sono i Digital Giants, soprattutto statunitensi ma non solo, che non hanno cultura assicurativa certo ma tecnologie, dati e capacità di combinarli per arrivare sul mercato con proposte aggressive, semplici e soprattutto convenienti.

L’Italia è un Paese di grandi tradizioni. La storia ci ricorda che il primo contratto di assicurazione di cui si ha traccia fu stipulato a Genova nel 1189. Ma la tradizione non è più sufficiente e anzi può diventare un handicap se non viene potenziata con visioni e azioni capaci di comprendere il cambiamento, un macigno che trattiene le imprese e ne frena la trasformazione e la crescita.

Che cosa manca al’insurance italiano per essere insurtech?  C’è il know how, la tradizione e il trust dei clienti, anche quando la reputation non è al massimo. E c’è anche la consapevolezza dei propri limiti, e non è cosa di poco conto, come ci dice una survey condotta da Italian Insurtech Association con EY, che viene presentata mercoledì 27 gennaio nel corso del webinar L’impatto dell’innovazione sui modelli organizzativi delle assicurazioni” (qui puoi registrati all’evento).

Anche se solo 1 azienda su tre ha un Chief Innovation Officer, la maggioranza considera una priorità la diffusione di un mindset innovativo all’interno dell’ organizzazione. Nella maggioranza dei casi prevale l’open innovation sull’innovazione interna, ma quando si domanda quali siano le priorità per favorire l’innovazione le prime due risposte sono: formazione e acquisizione di nuove competenze.

Per diventare insurtech, quindi, alle compagnie di assicurazione servono prima di tutto “startupper in azienda”, per usare il titolo del libro di Roberto Battaglia, appena pubblicato da Egea, che sviluppa questa tesi: si può diventare imprenditori all’interno di un’organizzazione. Come? Gli ingredienti base sono: aziende che mettono a disposizione “spazi di espressione” non momentanei, dall’altra persone pronte a occuparli con coraggio. Perché la miscela funzioni, però, non possono mancare pochi e chiari meccanismi per l’uso di questi spazi e una cassetta degli attrezzi per trasformare problemi e sfide in soluzioni concrete.

Il mindset per l’innovazione, quindi, non si costruisce solo attivando e diffondendo competenze tecnologiche ma avviando  un cambiamento culturale capace di rendere le tecnologie produttive per il business. Lavorando sul fattore P(eople). Scrive provocatoriamente Battaglia: “Per andare in questa direzione è necessario vivere di più con chi in azienda si occupa dei clienti esterni, pensare come loro e, soprattutto, entrare nella loro area di azione fino a quasi diventarne parte integrante”.

C’è da fare, quindi, una vera rivoluzione culturale nelle organizzazione, e quindi nelle assicurazioni, per arrivare all’altro lato del fattore umano. Da una parte la “rivalutazione”, il reskilling, delle persone interne e il reclutamento di nuovi talenti con profili di innovazione, dall’altra l’attenzione, potremmo quasi dire la simbiosi, con le persone esterne, i clienti. Non a caso la customer centricity è una delle direttrici di innovazione individuate dall’Italian Insurtech Association e uno dei mantra di qualsiasi progetto di trasformazione digitale.

Per le compagnie di assicurazioni creare questa simbiosi significa passare dalla logica del prodotto a quella del servizio e di fatto ripensare i modelli organizzativi come quelli di business, le relazioni con la filiera, l’apertura verso nuovi ecosistemi. Startup e scalup possono essere fonti di ispirazione e di stimolo ma il capitale da valorizzare è già dentro le compagnie, nella loro storia, nei loro portafogli. Va reinvestito con strategie adeguate ai cambiamenti del mercato e con consapevolezza che nel business non si è più soli. La vera sorpresa, alla fine, sarà scoprire che essere insurtech significa prestare più attenzione alle persone e ai loro bisogni, dentro e fuori le aziende.

L’articolo Il fattore P(eople) per essere Insurtech nel 2021 proviene da InsuranceUp.


Competenze digitali, il gap che frena il mercato assicurativo in Italia

Competenze digitali, ecco la sfida per l’insurance. Se la domanda del potenziale cliente assicurativo è matura per un’interazione completamente digitale con la propria compagnia, l’offerta tarda ad essere sviluppata e proposta adeguatamente.

Appuntamenti virtuali, customer service automatizzati e in sintonia con le  esigenze del singolo cliente, acquisti attraverso social network come Tik Tok: questo è il panorama nel quale siamo sempre più immersi, ma il mercato assicurativo non si sta muovendo con la stessa velocità con cui cambia e soprattutto in linea con le aspettative del nuovo consumatore digitale.

La tecnologia ha profondamente trasformato l’economia, la società ed i modelli di erogazione dei servizi e le competenze digitali diventano fondamentali: questo è il vero gap da colmare ed uno dei principali limiti alla digital trasformation del nostro settore.

Le competenze tecnologiche e digitali nel settore assicurativo: una ricerca

Da una survey realizzata da Italian Insurtech Association a fine 2020 (analisi su base associati – Impiegati, Quadri, Agenti, Brokers) emergono dati che confermano una situazione sulla quale è necessario e urgente intervenire :

  • Il 71% degli operanti nel settore assicurativo ritiene ci sia un gap di competenze tecniche e digitali nel proprio settore;
  • Il 39% degli operanti nel settore assicurativo ritiene ci sia un gap di competenze digitali di base (alfabetizzazione digitale, come il corretto uso dell’email) nel proprio settore;
  • Il 65% degli operanti nel settore assicurativo non sa dare una definizione di 3 concetti quali BlockChain, IOT e Machine Learning;
  • Il 43% degli operanti nel settore assicurativo non sa cosa sono polizze on demand;
  • Al 58% degli operanti nel settore assicurativo non è mai stato proposto un corso di formazione Tecnico e/o Digitale;
  • Al 67% degli operanti nel settore assicurativo non è mai stato proposto un corso di formazione Tecnico e/o Digitale coordinato internamente dalla propria azienda;
  • Il 45% degli operanti nel settore assicurativo ritiene ci sia un gap con i propri clienti in termini di competenze Tecniche e/o Digitali;
  • L’82% degli operanti nel settore assicurativo auspica di avere più formazione Tecnico e/o Digitale.
  • Il 54% di coloro che auspicano ci possa essere più formazione Tecnico e/o Digitale, pagherebbero di tasca propria tale formazione.

Competenze digitali, il rischio di un technology gap

Emerge quindi un quadro con una forte esigenza di creazione di nuove competenze all’interno del settore assicurativo, tramite sperimentazione, collaborazione con aziende native digitali, ma soprattutto percorsi di formazione ad hoc, che vanno sistematizzati, strutturati e resi disponibili all’intera filiera assicurativo. Il rischio è  – laddove questo non succeda –  veder crescere un gap di competenze che potrebbe presto trasformarsi in un gap di competitività professionale ed anche aziendale.

D’altro canto i dati parlano chiaro: il 2019 è stato un anno record per l’insurtech con 6,8 miliardi investiti nel mondo attraverso 250 operazioni (+62% rispetto ai 2,6 miliardi del 2018), tuttavia in Europa sono stati investiti solo 897 milioni e l’Italia, negli ultimi tre anni, ha assorbito meno del 5% del totale investito in Europa.

Investire in risorse umane per creare nuova offerta

Per questo, per scongiurare un Technology Gap del mercato dobbiamo creare le condizioni per cui si possa instaurare un sistema di rapido sviluppo tecnologico del settore assicurativo, un sistema nel quale gli investimenti – economici, di brain power, di risorse umane – portino a creare una nuova offerta, nuove tecnologie, nuove competenze e nuovi modelli operativi.

La risposta, celere e positiva, non può essere demandata ai singoli attori, ma richiesta al sistema Paese, all’interno del quale Compagnie, Intermediari e Fornitori operano: se il sistema non creerà il contesto favorevole, il settore assicurativo Italiano perderà di competitività.

In quest’ottica, all’interno del suo manifesto programmatico Italian Insurtech Association indica la creazione di nuove competenze digitali diffuse una delle direttive principali di investimento del comparto assicurativo, insieme allo stimolo agli Investimenti in Insurtech tramite incentivi e alla collaboratività di Assicurazioni e Banche con aziende tecnologiche e Start-up Insurtech.

In ambito formativo bisognerà favorire corsi di base gratuiti e un progetto di rinascimento digitale che sia inclusivo e diffuso su tutta la filiera, un rinascimento che sia veloce come i tempi e al contempo rassicurante, in modo tale che tutti i lavoratori abbiano fiducia nelle conseguenze positive che la tecnologia potrà apportare alla qualità del loro lavoro.

Se il 2021 dovrà essere l’anno della rinascita e dell’Insurtech – e noi ne siamo certi – bisognerà partire dalla creazione delle competenze.

L’articolo Competenze digitali, il gap che frena il mercato assicurativo in Italia proviene da InsuranceUp.


2020, il migliore peggiore anno di sempre

Il migliore peggiore anno di sempre il 2020. Il virus è ancora fra noi e ci sta facendo comprendere l’importanza della ricerca e dell’innovazione, che ci hanno permesso di avere vaccini in tempi record. Tutto sembra sospeso ma tutto è andato avanti velocemente in questi mesi in cui si sono alternati paura, dolore, speranze e illusioni.

Siamo stati messi di fronte a una sfida che va colta come un’opportunità, anche quando nell’immediato sembra produrre solo danni. Nel mondo delle assicurazioni questo è apparso subito chiaro, e a fine anno lo confermano i numeri sulle polizze anti Covid: c’è una nuova domanda di protezione e di sicurezza, che va dalla salute ovviamente ma arriva fino alla vita digitale, dove aumentano i rischi per aziende e persone visto la crescita delle attività online.

Abbiamo dovuto ridurre la nostra mobilità nel 2020 ma non siamo rimasti fermi. Il Pil registrerà una pesante battuta d’arresto ma ci sono comparti che hanno retto bene alla crisi, aziende che hanno reagito immediatamente con coraggio, determinazione e innovazione. I fatturati hanno sofferto certo, ma gli investimenti in tecnologia hanno tenuto perché chi guarda lontano (e ha i polmoni sufficientemente robusti per resistere a una temporanea rarefazione dell’ossigeno finanziario) sa che l’emergenza ha creato le condizioni per una profonda trasformazione dei nostri modelli di vita, di relazione, di consumo e che il digitale sarà sempre più centrale.

Gli investimenti tecnologici in Europa nel 2020 sono cresciuti nonostante il coronavirus, dice l’annuale report di Atomico. Ma non in Italia, che si trova al 19° posto per investimenti pro capite. C’è molto terreno da recuperare e in parte nel 2020 sono state create le premesse per un’inversione di tendenza con l’attivazione di diversi interventi da parte del Governo, direttamente e attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Il Fondo Nazionale Innovazione è una realtà che ha cominciato a operare per “stimolare” l’ecosistema italiano; ENEA Tech, la Fondazione che gestisce un fondo da mezzo miliardo per il trasferimento tecnologico, è pronta al debutto. Trasformazione digitale ed economia circolare poi sono le parole chiave dei piani europei per fronteggiare la crisi prodotta dalla pandemia: importanti risorse arriveranno nel futuro prossimo grazie al Next Generation Eu.

Nel 2020 anche le imprese hanno fatto la loro parte, con importanti investimenti su startup e scaleup (da Poste Italiane a Campari solo per ricordare le operazioni di maggiori dimensioni). Ma c’è da fare molto di più. La pandemia ha rappresentato per tutti uno stress digitale: smart working, didattica a distanza, ecommerce. In questo contesto è aumentato la domanda di servizi di nuova generazione che non tutte le aziende sono state in grado di garantire con il livello di qualità a cui le big tech company hanno abituato gli utenti. È stato l’anno, il 2020, in cui anche gli scettici hanno dovuto accettare che il mondo sta cambiando.

In questo contesto il fintech non poteva non esplodere: il 2020 è stato l’anno in cui si è cominciato a parlare di “fintegration”: finanza hitech e industria tradizionale dei servizi finanziari vanno ormai verso un inevitabile incontro dopo una prima fase di presunto conflitto. La PSD2 ha fatto la sua parte anche se non ha ancora espresso tutti gli effetti potenziali. Accordi, partnership, investimenti dicono che il cantiere è aperto: a fare la differenza saranno visione e velocità, anche nel mondo delle assicurazioni, che sarà sempre più integrato in un grande flusso di servizi dove confluiscono salute, mobilità, sicurezza.

Per le compagnie di assicurazioni è ancora aperta una grande finestra di opportunità. Hanno i clienti, godono di riconoscibilità e, nonostante quel che di solito si dice, di fiducia. Devono, però, fare presto perché il 2020 ha mostrato e confermato che la domanda di servizi assicurativi digitali è molto superiore all’offerta. C’è quindi uno spazio di mercato e di sviluppo possibile ma non resterà a lungo vuoto. E se non ci penseranno i leader tradizionali lo faranno altri soggetti che arrivano da altri settori e si stanno velocemente attrezzando, dalle piattaforme digitali globali agli operatori della mobilità fino alle multiutility.

Prendiamo quindi quel che di buono ci lascia questo orribile 2020: una grande voglia di muoversi.

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2020, il migliore peggiore anno di sempre

Il migliore peggiore anno di sempre il 2020. Il virus è ancora fra noi e ci sta facendo comprendere l’importanza della ricerca e dell’innovazione, che ci hanno permesso di avere vaccini in tempi record. Tutto sembra sospeso ma tutto è andato avanti velocemente in questi mesi in cui si sono alternati paura, dolore, speranze e illusioni.

Siamo stati messi di fronte a una sfida che va colta come un’opportunità, anche quando nell’immediato sembra produrre solo danni. Nel mondo delle assicurazioni questo è apparso subito chiaro, e a fine anno lo confermano i numeri sulle polizze anti Covid: c’è una nuova domanda di protezione e di sicurezza, che va dalla salute ovviamente ma arriva fino alla vita digitale, dove aumentano i rischi per aziende e persone visto la crescita delle attività online.

Abbiamo dovuto ridurre la nostra mobilità nel 2020 ma non siamo rimasti fermi. Il Pil registrerà una pesante battuta d’arresto ma ci sono comparti che hanno retto bene alla crisi, aziende che hanno reagito immediatamente con coraggio, determinazione e innovazione. I fatturati hanno sofferto certo, ma gli investimenti in tecnologia hanno tenuto perché chi guarda lontano (e ha i polmoni sufficientemente robusti per resistere a una temporanea rarefazione dell’ossigeno finanziario) sa che l’emergenza ha creato le condizioni per una profonda trasformazione dei nostri modelli di vita, di relazione, di consumo e che il digitale sarà sempre più centrale.

Gli investimenti tecnologici in Europa nel 2020 sono cresciuti nonostante il coronavirus, dice l’annuale report di Atomico. Ma non in Italia, che si trova al 19° posto per investimenti pro capite. C’è molto terreno da recuperare e in parte nel 2020 sono state create le premesse per un’inversione di tendenza con l’attivazione di diversi interventi da parte del Governo, direttamente e attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Il Fondo Nazionale Innovazione è una realtà che ha cominciato a operare per “stimolare” l’ecosistema italiano; ENEA Tech, la Fondazione che gestisce un fondo da mezzo miliardo per il trasferimento tecnologico, è pronta al debutto. Trasformazione digitale ed economia circolare poi sono le parole chiave dei piani europei per fronteggiare la crisi prodotta dalla pandemia: importanti risorse arriveranno nel futuro prossimo grazie al Next Generation Eu.

Nel 2020 anche le imprese hanno fatto la loro parte, con importanti investimenti su startup e scaleup (da Poste Italiane a Campari solo per ricordare le operazioni di maggiori dimensioni). Ma c’è da fare molto di più. La pandemia ha rappresentato per tutti uno stress digitale: smart working, didattica a distanza, ecommerce. In questo contesto è aumentato la domanda di servizi di nuova generazione che non tutte le aziende sono state in grado di garantire con il livello di qualità a cui le big tech company hanno abituato gli utenti. È stato l’anno, il 2020, in cui anche gli scettici hanno dovuto accettare che il mondo sta cambiando.

In questo contesto il fintech non poteva non esplodere: il 2020 è stato l’anno in cui si è cominciato a parlare di “fintegration”: finanza hitech e industria tradizionale dei servizi finanziari vanno ormai verso un inevitabile incontro dopo una prima fase di presunto conflitto. La PSD2 ha fatto la sua parte anche se non ha ancora espresso tutti gli effetti potenziali. Accordi, partnership, investimenti dicono che il cantiere è aperto: a fare la differenza saranno visione e velocità, anche nel mondo delle assicurazioni, che sarà sempre più integrato in un grande flusso di servizi dove confluiscono salute, mobilità, sicurezza.

Per le compagnie di assicurazioni è ancora aperta una grande finestra di opportunità. Hanno i clienti, godono di riconoscibilità e, nonostante quel che di solito si dice, di fiducia. Devono, però, fare presto perché il 2020 ha mostrato e confermato che la domanda di servizi assicurativi digitali è molto superiore all’offerta. C’è quindi uno spazio di mercato e di sviluppo possibile ma non resterà a lungo vuoto. E se non ci penseranno i leader tradizionali lo faranno altri soggetti che arrivano da altri settori e si stanno velocemente attrezzando, dalle piattaforme digitali globali agli operatori della mobilità fino alle multiutility.

Prendiamo quindi quel che di buono ci lascia questo orribile 2020: una grande voglia di muoversi.

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La forza (e la lezione) delle startup

Da settembre 2019 a ottobre 2020 negli Stati Uniti le startup sono crescite del 40%. Un dato che all’Economist ha fatto titolare così: “The number of new businesses in America is booming”.

In Italia non possiamo certo parlare di boom ma, se andiamo a guardare i numeri dei report che il Ministero dello Sviluppo Economico pubblica ogni tre mesi, troviamo dati che forse molti non si aspetterebbero in un anno terribile come il 2020, segnato dalla pandemia e dalla conseguente crisi economica.

Le startup innovative erano 10.610 a fine settembre 2019. Sono diventate 12.068 al 30 settembre 2020. Oltre 1.400 in più con un incremento di circa il 14%, che non è poca roba in un esercizio in cui l’ISTAT prevede un calo del PIL di quasi il 9%.

E c’è di più. Se andiamo a scorporare i numeri del Registro delle imprese per trimestri, scopriamo che oltre la metà (862) delle nuove imprese innovative sono nate da aprile 2020, quindi in pieno lock down. Gli Osservatori Startup Intelligence e Digital Transformation Academy del Politecnico di Milano l’hanno definito “effetto startup” nel loro nuovo report. E non solo per il costante tasso di natalità ma anche per la reattività (ben il 63% ha lanciato iniziative e soluzioni gratuite per fronteggiare l’emergenza sanitaria) e l’adattabilità (il 30% ha modificato il proprio modello di business).

In una parola: la resilienza dimostrata dalle startup è stata esemplare e in qualche modo il mercato le ha premiate, visto che l’ecosistema ha retto all’impatto della pandemia: nel 2020 gli investimenti sono scesi solo del 2%, secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Startup Hi-Tech del Polimi e in totale sono stati raccolti 683milioni di euro. Un rallentamento inevitabile ma contenuto.

Certamente anche le startup, specie in alcuni settori particolarmente colpiti dal lockdown come il turismo ad esempio, hanno sofferto. Ma in questo anno orribile hanno tratto vantaggio dello stress digitale a cui tutti siamo stati sottoposti, nel lavoro come nello studio e nel tempo libero: quando abbiamo cercato un servizio digitale con una customer experience amichevole spesso abbiamo trovato più pronte le startup o le aziende che hanno sviluppato progetti con le startup.

La forza delle startup è stata evidente anche in occasione della settima edizione di Open-F@b Call for Ideas, il contest internazionale promosso da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp. Non è mancata la partecipazione, non sono mancati i progetti di valore, non poteva mancare la digital battle per arrivare ai 10 finalisti. E i tre vincitori segnalano aree sensibili del Next Normal: la sicurezza personale nell’infosfera, la cybersecurity, la digital health.

Per l’industria assicurativa la pandemia è un momento di svolta che ha impresso accelerazione a cambiamenti in corso da tempo. I dati dicono che le Compagnie restano ancora la principale fonte di protezione (vedi il Report 2020 dell’Osservatorio Fintech & Insurtech), ma si fa largo una nuova disponibilità a prendere in considerazione altri interlocutori. Sta già accadendo, succederà sempre di più. Per i leader sarà possibile comprendere i cambiamenti e mantenere le posizioni solo con un’attenta osservazione delle startup, della loro intraprendenza e creatività. Per investire, collaborare, sperimentare. Comunque per attrezzarsi ad affrontare il Next Normal.

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