Le competenze necessarie per accelerare l’innovazione delle assicurazioni

Fatto l’Insurtech, adesso bisogna fare gli “Insurtechiani”.  La citazione da Massimo D’Azeglio può aiutarci per mettere a fuoco una delle sfide che l’industria delle assicurazioni deve affrontare e vincere per poter entrare nel futuro: creare le competenze digitali per comprendere e gestire i cambiamenti del mercato e dei clienti e strutturare correttamente il dialogo con le startup.

La consapevolezza sulla necessità della trasformazione digitale è sempre più diffusa, come dimostrano diverse indagini. La pandemia ha evidentemente impresso una accelerazione in questo senso. La pressione delle startup sugli incumbent aumenta e i migliori sempre più spesso riescono a tradurla in nuove opportunità di business e di sviluppo. Ma la sensazione, anche all’interno delle aziende, è che ancora si faccia meno di quel che dovrebbe e potrebbe fare. E non certo per cattiva volontà.

Il recente Insurtech Innovation Index elaborato dall’Italian Insurtech Association con con l’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano ci ricorda che nel 2020 ben il 63% delle compagnie assicurative ha avviato progetti interni di Insurtech. Meno è stato fatto aprendosi verso l’esterno (partnership e progetti con startup pesano per circa il 40%).

L’innovazione dell’industria assicurativa, quindi, è ancora prevalentemente interna. Ma il 71% degli operatori del settore assicurativo ritiene che ci sia un gap di competenze tecniche e digitali e addirittura l’82% chiede più formazione tecnica e digitale (questi dati provengono da un’altra indagine di Italian Insurtech association con EY).

Il problema appare a questo punto evidente. Da una parte le assicurazioni stanno lavorando per la loro trasformazione digitale contando prevalentemente su risorse e modelli interni (magari sostenute da supporti consulenziali esterni), dall’altra non si sentono adeguatamente attrezzati per farlo. Non è certamente la migliore condizione per affrontare la sfida della trasformazione digitale che diventerà sempre di più una sfida per la competitività.

Servono quindi nuove competenze digitali. Arriveranno dall’esterno, certamente. Ma dovranno soprattutto essere “generate” dalla riqualificazione di chi lavora già dentro le compagnie di assicurazione. Il binomio Skills e Reskill diventerà un’ossessione nell’insurance e non solo per gli HR manager. “Non basta più avere nuove idee, nel fintech come nell’insurtech, servono nuove persone”, sostiene con convinzione Laura Grassi, direttore dell’Osservatorio Fintech & Insurtech. Nuove persone che possono venire fuori anche dalle “vecchie”, se inserite in percorsi di formazione efficienti ed efficaci.

L’esigenza delle aziende è chiara, come anche la domanda del mercato: anche le startup stesse e le scaleup stanno diventando datori di lavoro alla ricerca dei “lavoratori della trasformazione digitale”. E poi ci sono le autorità regolatorie che hanno bisogno di figure capaci di comprendere e affrontare i cambiamenti della tecnologia e del business. Non a caso il MIP, la School of Management del Politecnico di Milano ha appena lanciato il primo programma online di formazione per i Fintech Professional

Quando anche nelle assicurazioni entreranno (o aumenteranno)  UX Designer o Data Scientist, Ethical Hacker o Blockchain Advisor certamente aumenterà la velocità di innovazione. Anche se fatta all’interno.

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Innovazione e assicurazioni: non bastano gli investimenti, servono poli insurtech di eccellenza

Innovazione e assicurazioni, alla ricerca di un equilibrio fra domanda e offerta. La percentuale di polizze digitali crescerà dall’attuale 1,5/2% a livello Europeo, ad un 30 / 40% in un decennio, coerentemente con lo sviluppo del consumatore digitale e con i cicli di trasformazione digitale che hanno riguardato già molte altre industrie. Ci aspettiamo quindi in poco tempo un mercato assicurativo diverso, più digitale, più tecnologico e sicuramente più grande.

Innovazione e assicurazioni, il rischio di un Technology Gap

Ma se la domanda di un’offerta digitale sembra essere già matura ed incalzante, la progettazione è l’adeguatezza dell’offerta assicurativa stenta ancora, soprattutto in Italia, dove gli investimenti risultano essere, soprattutto nell’ultimo biennio, sotto le medie Europee. Nel 2020, con investimenti Globali in Insurtech superiori ai 7 miliardi di dollari, l’Italia si attesta a meno dello 0,5%, un ordine di grandezza decisamente inferiore rispetto a Francia, Germania e UK.

La realtà è che l’Italia, negli ultimi cinque anni, ha assorbito meno del 5% del totale investito in Europa: è urgente colmare questo ritardo, che se confermato negli anni futuri, creerà anche nel settore assicurativo un Technology Gap che avrà come conseguenza un danno nel posizionamento competitivo dei nostri champion sia a livello europeo sia a livello nazionale.

Innovazione e assicurazioni, la necessità di un approccio di sistema

Al fine di evitare che un gap di innovazione oggi si trasformi presto in un gap di performance e quindi di quote di mercato, magari a beneficio di attori stranieri fortemente tecnologici ed orientati sul nuovo consumatore emergente, non è sufficiente aumentare gli investimenti ma è necessario che l’Industria Assicurativa Italiana abbia un approccio sistemico alla creazione di poli Insurtech che permettano di accelerare la raccolta di risorse tecnico-finanziarie, lo sviluppo di competenze, la sperimentazione e la creazione di nuovi ruoli occupazionali in ambito Insurtech e che stimolino il settore creando una nuova offerta e nuove metriche.

La creazione di poli insurtech di eccellenza

Questi poli insurtech di eccellenza dovrebbero essere finanziati non solo per eseguire piani ambiziosi ma per creare competenze, accelerazione tecnologica e sperimentazione, in una logica sistemica: il capitale di rischio messo a loro disposizione dovrebbe essere sia pubblico che privato, premiato con opportunità di ritorno degli investimenti superiore a qualsiasi media laddove l’iniziativa abbia successo – meglio se tramite il sistema borsistico – e comunque pari ad almeno 10 volte quello oggi disponibile per finanziare iniziative Insurtech. Ovvero non stanziato in una logica di breve o medio termine ma solo ed esclusivamente con approccio di lungo periodo, finalizzato al finanziamento dell’Innovazione Insurtech e intenzionato a raccoglierne i benefici economici di questo progresso.

Ad oggi purtroppo questo non sta accadendo, non per colpa di poca ambizione dei top manager assicurativi (molti dei quali invece direttamente impegnati nel soddisfare la nuova domanda digitale), ma per assenza di un ecosistema industriale che premi la creazione di tali poli, destinati ad investire (e quindi a perdere) molti denari nel breve ma a creare un vantaggio sostenibile nel lungo periodo che dia stimolo all’Industria tutta.

Il caso Lemonade: un polo insurtech sostenuto dalla finanza privata

Ma se in Italia tarda a succedere, altrove è realtà. In USA il modello di finanziamento dell’innovazione passa attraverso poli che aggregano start up ambiziose, molto ben finanziate, internazionali, che non si curano – così come i loro investitori – dei risultati di breve. Dopo gli innumerevoli casi degli OTT (Amazon, …) ma anche di decine di player minori ma pure sempre billion companies (come UBER, Tesla, Paypal, etc), l’onda lunga della Visione Strategica USA di finanziamento del digitale è arrivato sull’Insurtech: è il caso di Lemonade.

Lemonade è una compagnia di assicurazioni americana che offre polizze per affittuari, proprietari di case e animali domestici negli Stati Uniti, contenuti e polizze di responsabilità civile in Germania, Paesi Bassi e Francia. Lemonade fornisce polizze assicurative e gestisce i reclami tramite app desktop e mobile utilizzando i chatbot. Il suo modello di business include la concessione di profitti di sottoscrizione a organizzazioni non profit scelte dai clienti. Questo viene fatto ogni anno in un evento che Lemonade chiama “Giveback”.

La storia di Lemonade e la sua crescita è un classico esempio di progettazione ed implementazione di polo insurtech fortemente supportato da finanza privata, mercato dei capitali e supporto del sistema.

  • Lemonade è stata fondata da Daniel Schreiber (ex presidente di Powermat), Shai Wininger (co-fondatore di Fiverr) e Ty Sagalow, nell’aprile 2015.
  • Nel dicembre 2015, Lemonade Inc. ha annunciato di essersi assicurata 13 milioni di dollari di finanziamenti iniziali da Sequoia Capital e Aleph ad una valutazione (non confermata dalla società) di circa 50 milioni di dollari. Aveva appena venduto dall’inizio della sua storia circa 1.000 polizze.
  • Nel 2016, Lemonade Inc. ha raccolto 47 milioni di dollari di finanziamenti da XL Innovate, General Catalyst con la partecipazione di Thrive Capital, Tusk Ventures e GV (ex Google Ventures), il ramo VC della società madre di Google Alphabet Inc. Aveva appena completato le 10.000 polizze dall’inizio della sua storia per un totale di premi inferiore al milione di dollari.
  • Nell’aprile 2017, la società ha annunciato ulteriori investitori: Allianz SE e Sound Ventures di Ashton Kutcher. Nel dicembre 2017, Softbank ha investito altri 120 milioni di dollari in Lemonade in un round di serie C, aumentando il denaro totale raccolto dalla società a circa $ 180 milioni. Aveva appena completato le 60.000 polizze.
  • Nell’aprile 2019, Lemonade ha annunciato un ulteriore investimento di 300 milioni di dollari in un finanziamento di serie D guidato dal Gruppo SoftBank, con la partecipazione di Allianz, General Catalyst, GV, OurCrowd e Thrive Capital, aumentando il denaro totale raccolto dalla società a $ 480 milioni.
  • Il 1 ° luglio 2020, Lemonade Inc. è andata in IPO, valutando 11 milioni di azioni a 29,00 dollari per azione sul NYSE. Le azioni hanno iniziato la negoziazione il 2 luglio 2020 con il simbolo LMND. In tal data, si legge dai prospetti, Lemonade aveva appena completato le 500.000 polizze dall’inizio della sua storia.
  • Da tale data, Lemonade ha visto lievitare la propria valutazione a quasi 10 miliardi di dollari, crescendo nei mercati Europei (Germania, Francia e Paesi bassi) e raggiungendo 1 milione di polizze.

Dalla sua origine, Lemonade ha investito oltre 600 milioni di dollari in sviluppo, ha sempre presentato bilanci in perdita ed anche le sue stime sul 2021 sono negative. Ma è sempre cresciuta, assumendo centinaia di persone, sviluppando tecnologia di customer centricity e claims management uniche e creando una proposizione innovativa per il nuovo consumatore digitale. In tale scopo, Lemonade è stata sostenuta da un mercato dei capitali che ne ha fatto un “Polo Digitale Insurtech” forte di quasi 800 milioni di dollari di raccolta. Ed in soli 5 anni.

Lemonade, investire sull’innovazione e non sui profitti

  • Tutti coloro che hanno investito in Lemonade (investendo sull’innovazione e non sui profitti) stanno realizzando un importante ritorno sugli investimenti.
  • Il consumatore finale ha beneficiato di una nuova offerta, flessibile e dinamica, che ne soddisfa le nuove esigenze.
  • I mercati assicurativi sono stati scossi da un nuovo player, che vede nella customer satisfaction un obiettivo più importante del ritorno sugli investimenti. Che guarda al long term. Tale scossa ha un effetto benefico su competizione e filiera che devono evolvere al pari dello sviluppo di Lemonade.
  • Lemonade, a fronte di grandi capitali e conseguenti investimenti, ha migliorato le metriche, non solo il numero di polizze ma anche il valore medio per utente. Perché con 800 milioni di raccolta, è prevedibile che le cose migliorino.
  • A metà gennaio 2021, Lemonade ha annunciato il lancio dell’offerta Vita, che non solo gli permette di differenziare il portafoglio e portare Innovazione in un altro segmento ma anche, di accelerare il raggiungimento dei profitti.

È difficile non pensare che – seguendo la corsa di altri Giganti Tech – Lemonade non possa puntare un giorno non lontano a 50 miliardi di dollari valutazione (nota: il gruppo Generali vale 22 miliardi di euro) e 10 paesi di attività, fra cui l’Italia. E laddove necessiti di altre risorse la sua quotazione lo renderebbe facile. E in quel momento tutti, non solo gli investitori, si dimenticheranno delle ingenti perdite dal 2015 al 2021 che in realtà sono investimenti. Perché Amazon stesso ha perso miliardi di dollari per 11 anni di fila.

Tutto questo in Italia non potrebbe accadere. Non per assenza di capitali, ma per un modello sistemico che non premia la creazione di aziende tech e digitali, per le poche competenze e la scarsa lungimiranza che tende a distribuire opulenza ad aristocrazie industriali ormai sorpassate, ad accettare spesso in modo remissivo l’egemonia tecnologica straniera, ma a non mettersi seriamente in gioco per creare una propria elite tecno-digitale.

Le compagnie di assicurazione chiedono poli digitali insurtech

Se non creiamo dei poli digitali insurtech, dotati di una sufficiente massa critica di assets e risorse, non riusciremo a fare il salto: come emerge da ultima ricerca EY in collaborazione con IIA, solamente una compagnia su due è dotata di una struttura devota all’innovazione ma solamente 1 su 3 riesce a garantire sufficienti risorse all’Innovazione. Il 100% delle compagnie credono invece di poter “ottenere” innovazione da enti esterni (startup, università, abilitatori) con collaborazioni, osmosi e stimoli: è molto chiaro come l’industry chieda la nascita, la crescita e lo sviluppo di poli digitali insurtech che porterebbe benefici a tutti, agli investitori, a tutti i player della filiera ed al consumatore finale.

E questo non vale solo nel settore assicurativo: dobbiamo sfruttare al pieno l’economia della conoscenza che proviene dalla Digital Economy – la cui domanda è stata fortemente accelerata dalla pandemia – ma la cui offerta richiede investimenti ben maggiori. È necessario progettare ed implementare un modello di supporto alle iniziative tech & digital più meritevoli, favorendo massa critica e facendole crescere in modo più veloce, solido e sostenibile, tramite investimenti pubblici, privati ed un mercato della Borsa più flessibile che investa sul lungo periodo. Questo con la forte consapevolezza che saranno proprio queste Iniziative Tech & Digital a sostenere lo sviluppo economico dei prossimi anni, lquindi a creazione di posti di lavoro e le aspirazioni delle nuove generazioni.

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Competenze digitali, il gap che frena il mercato assicurativo in Italia

Competenze digitali, ecco la sfida per l’insurance. Se la domanda del potenziale cliente assicurativo è matura per un’interazione completamente digitale con la propria compagnia, l’offerta tarda ad essere sviluppata e proposta adeguatamente.

Appuntamenti virtuali, customer service automatizzati e in sintonia con le  esigenze del singolo cliente, acquisti attraverso social network come Tik Tok: questo è il panorama nel quale siamo sempre più immersi, ma il mercato assicurativo non si sta muovendo con la stessa velocità con cui cambia e soprattutto in linea con le aspettative del nuovo consumatore digitale.

La tecnologia ha profondamente trasformato l’economia, la società ed i modelli di erogazione dei servizi e le competenze digitali diventano fondamentali: questo è il vero gap da colmare ed uno dei principali limiti alla digital trasformation del nostro settore.

Le competenze tecnologiche e digitali nel settore assicurativo: una ricerca

Da una survey realizzata da Italian Insurtech Association a fine 2020 (analisi su base associati – Impiegati, Quadri, Agenti, Brokers) emergono dati che confermano una situazione sulla quale è necessario e urgente intervenire :

  • Il 71% degli operanti nel settore assicurativo ritiene ci sia un gap di competenze tecniche e digitali nel proprio settore;
  • Il 39% degli operanti nel settore assicurativo ritiene ci sia un gap di competenze digitali di base (alfabetizzazione digitale, come il corretto uso dell’email) nel proprio settore;
  • Il 65% degli operanti nel settore assicurativo non sa dare una definizione di 3 concetti quali BlockChain, IOT e Machine Learning;
  • Il 43% degli operanti nel settore assicurativo non sa cosa sono polizze on demand;
  • Al 58% degli operanti nel settore assicurativo non è mai stato proposto un corso di formazione Tecnico e/o Digitale;
  • Al 67% degli operanti nel settore assicurativo non è mai stato proposto un corso di formazione Tecnico e/o Digitale coordinato internamente dalla propria azienda;
  • Il 45% degli operanti nel settore assicurativo ritiene ci sia un gap con i propri clienti in termini di competenze Tecniche e/o Digitali;
  • L’82% degli operanti nel settore assicurativo auspica di avere più formazione Tecnico e/o Digitale.
  • Il 54% di coloro che auspicano ci possa essere più formazione Tecnico e/o Digitale, pagherebbero di tasca propria tale formazione.

Competenze digitali, il rischio di un technology gap

Emerge quindi un quadro con una forte esigenza di creazione di nuove competenze all’interno del settore assicurativo, tramite sperimentazione, collaborazione con aziende native digitali, ma soprattutto percorsi di formazione ad hoc, che vanno sistematizzati, strutturati e resi disponibili all’intera filiera assicurativo. Il rischio è  – laddove questo non succeda –  veder crescere un gap di competenze che potrebbe presto trasformarsi in un gap di competitività professionale ed anche aziendale.

D’altro canto i dati parlano chiaro: il 2019 è stato un anno record per l’insurtech con 6,8 miliardi investiti nel mondo attraverso 250 operazioni (+62% rispetto ai 2,6 miliardi del 2018), tuttavia in Europa sono stati investiti solo 897 milioni e l’Italia, negli ultimi tre anni, ha assorbito meno del 5% del totale investito in Europa.

Investire in risorse umane per creare nuova offerta

Per questo, per scongiurare un Technology Gap del mercato dobbiamo creare le condizioni per cui si possa instaurare un sistema di rapido sviluppo tecnologico del settore assicurativo, un sistema nel quale gli investimenti – economici, di brain power, di risorse umane – portino a creare una nuova offerta, nuove tecnologie, nuove competenze e nuovi modelli operativi.

La risposta, celere e positiva, non può essere demandata ai singoli attori, ma richiesta al sistema Paese, all’interno del quale Compagnie, Intermediari e Fornitori operano: se il sistema non creerà il contesto favorevole, il settore assicurativo Italiano perderà di competitività.

In quest’ottica, all’interno del suo manifesto programmatico Italian Insurtech Association indica la creazione di nuove competenze digitali diffuse una delle direttive principali di investimento del comparto assicurativo, insieme allo stimolo agli Investimenti in Insurtech tramite incentivi e alla collaboratività di Assicurazioni e Banche con aziende tecnologiche e Start-up Insurtech.

In ambito formativo bisognerà favorire corsi di base gratuiti e un progetto di rinascimento digitale che sia inclusivo e diffuso su tutta la filiera, un rinascimento che sia veloce come i tempi e al contempo rassicurante, in modo tale che tutti i lavoratori abbiano fiducia nelle conseguenze positive che la tecnologia potrà apportare alla qualità del loro lavoro.

Se il 2021 dovrà essere l’anno della rinascita e dell’Insurtech – e noi ne siamo certi – bisognerà partire dalla creazione delle competenze.

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Il fattore P(eople) per essere Insurtech nel 2021

Il 2021 sarà un anno decisivo per l’Italia, per le sue imprese, per tutti noi. C’è da vincere la battaglia con il Covid-19, reagire a una crisi di sistema come mai ne abbiamo vissute dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, cogliere le opportunità che da questa ne deriverà con il Recovery Plan europeo che sarebbe meglio da adesso chiamare con il suo vero nome: Next Generation EU.

Adesso comincia il vero, e duro, lavoro per costruire il futuro, per pensare alla prossima generazione di imprese e di clienti. Digitalizzazione e sostenibilità non possono essere più solo ingredienti di visioni strategiche ma priorità operative da perseguire con convinzione e determinazione. Le risorse, pubbliche e private, non mancheranno ma servono piani, progetti e modelli organizzativi efficaci. E questo vale sia a livello di Governo, nonostante il livello insoddisfacente dell’attuale dibattito politico, sia a livello della singola impresa e dei suoi ecosistemi. Fermarsi alle questioni tecnologiche potrebbe essere un grave errore, perché decisivo in questo processo di trasformazione sarà il fattore P(eople): dalla scuola alla formazione in azienda.

Sappiamo che l’Italia è in ritardo nel percorso di trasformazione digitale ma non è ferma. Proprio come l’industria delle assicurazioni, che non parte certo da zero ma deve cambiare passo per mantenere competitività, quote di mercato, margini. Il 2020 ha amplificato la distanza fra l’offerta di servizi digitali e la domanda, una crepa pericolosa da sanare velocemente per evitare che vi si insinuino nuovi player. Ci sarebbe poco da preoccuparsi se fossero solo startup e scaleup. In agguato, pronti a scattare, ci sono i Digital Giants, soprattutto statunitensi ma non solo, che non hanno cultura assicurativa certo ma tecnologie, dati e capacità di combinarli per arrivare sul mercato con proposte aggressive, semplici e soprattutto convenienti.

L’Italia è un Paese di grandi tradizioni. La storia ci ricorda che il primo contratto di assicurazione di cui si ha traccia fu stipulato a Genova nel 1189. Ma la tradizione non è più sufficiente e anzi può diventare un handicap se non viene potenziata con visioni e azioni capaci di comprendere il cambiamento, un macigno che trattiene le imprese e ne frena la trasformazione e la crescita.

Che cosa manca al’insurance italiano per essere insurtech?  C’è il know how, la tradizione e il trust dei clienti, anche quando la reputation non è al massimo. E c’è anche la consapevolezza dei propri limiti, e non è cosa di poco conto, come ci dice una survey condotta da Italian Insurtech Association con EY, che viene presentata mercoledì 27 gennaio nel corso del webinar L’impatto dell’innovazione sui modelli organizzativi delle assicurazioni” (qui puoi registrati all’evento).

Anche se solo 1 azienda su tre ha un Chief Innovation Officer, la maggioranza considera una priorità la diffusione di un mindset innovativo all’interno dell’ organizzazione. Nella maggioranza dei casi prevale l’open innovation sull’innovazione interna, ma quando si domanda quali siano le priorità per favorire l’innovazione le prime due risposte sono: formazione e acquisizione di nuove competenze.

Per diventare insurtech, quindi, alle compagnie di assicurazione servono prima di tutto “startupper in azienda”, per usare il titolo del libro di Roberto Battaglia, appena pubblicato da Egea, che sviluppa questa tesi: si può diventare imprenditori all’interno di un’organizzazione. Come? Gli ingredienti base sono: aziende che mettono a disposizione “spazi di espressione” non momentanei, dall’altra persone pronte a occuparli con coraggio. Perché la miscela funzioni, però, non possono mancare pochi e chiari meccanismi per l’uso di questi spazi e una cassetta degli attrezzi per trasformare problemi e sfide in soluzioni concrete.

Il mindset per l’innovazione, quindi, non si costruisce solo attivando e diffondendo competenze tecnologiche ma avviando  un cambiamento culturale capace di rendere le tecnologie produttive per il business. Lavorando sul fattore P(eople). Scrive provocatoriamente Battaglia: “Per andare in questa direzione è necessario vivere di più con chi in azienda si occupa dei clienti esterni, pensare come loro e, soprattutto, entrare nella loro area di azione fino a quasi diventarne parte integrante”.

C’è da fare, quindi, una vera rivoluzione culturale nelle organizzazione, e quindi nelle assicurazioni, per arrivare all’altro lato del fattore umano. Da una parte la “rivalutazione”, il reskilling, delle persone interne e il reclutamento di nuovi talenti con profili di innovazione, dall’altra l’attenzione, potremmo quasi dire la simbiosi, con le persone esterne, i clienti. Non a caso la customer centricity è una delle direttrici di innovazione individuate dall’Italian Insurtech Association e uno dei mantra di qualsiasi progetto di trasformazione digitale.

Per le compagnie di assicurazioni creare questa simbiosi significa passare dalla logica del prodotto a quella del servizio e di fatto ripensare i modelli organizzativi come quelli di business, le relazioni con la filiera, l’apertura verso nuovi ecosistemi. Startup e scalup possono essere fonti di ispirazione e di stimolo ma il capitale da valorizzare è già dentro le compagnie, nella loro storia, nei loro portafogli. Va reinvestito con strategie adeguate ai cambiamenti del mercato e con consapevolezza che nel business non si è più soli. La vera sorpresa, alla fine, sarà scoprire che essere insurtech significa prestare più attenzione alle persone e ai loro bisogni, dentro e fuori le aziende.

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2020, il migliore peggiore anno di sempre

Il migliore peggiore anno di sempre il 2020. Il virus è ancora fra noi e ci sta facendo comprendere l’importanza della ricerca e dell’innovazione, che ci hanno permesso di avere vaccini in tempi record. Tutto sembra sospeso ma tutto è andato avanti velocemente in questi mesi in cui si sono alternati paura, dolore, speranze e illusioni.

Siamo stati messi di fronte a una sfida che va colta come un’opportunità, anche quando nell’immediato sembra produrre solo danni. Nel mondo delle assicurazioni questo è apparso subito chiaro, e a fine anno lo confermano i numeri sulle polizze anti Covid: c’è una nuova domanda di protezione e di sicurezza, che va dalla salute ovviamente ma arriva fino alla vita digitale, dove aumentano i rischi per aziende e persone visto la crescita delle attività online.

Abbiamo dovuto ridurre la nostra mobilità nel 2020 ma non siamo rimasti fermi. Il Pil registrerà una pesante battuta d’arresto ma ci sono comparti che hanno retto bene alla crisi, aziende che hanno reagito immediatamente con coraggio, determinazione e innovazione. I fatturati hanno sofferto certo, ma gli investimenti in tecnologia hanno tenuto perché chi guarda lontano (e ha i polmoni sufficientemente robusti per resistere a una temporanea rarefazione dell’ossigeno finanziario) sa che l’emergenza ha creato le condizioni per una profonda trasformazione dei nostri modelli di vita, di relazione, di consumo e che il digitale sarà sempre più centrale.

Gli investimenti tecnologici in Europa nel 2020 sono cresciuti nonostante il coronavirus, dice l’annuale report di Atomico. Ma non in Italia, che si trova al 19° posto per investimenti pro capite. C’è molto terreno da recuperare e in parte nel 2020 sono state create le premesse per un’inversione di tendenza con l’attivazione di diversi interventi da parte del Governo, direttamente e attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Il Fondo Nazionale Innovazione è una realtà che ha cominciato a operare per “stimolare” l’ecosistema italiano; ENEA Tech, la Fondazione che gestisce un fondo da mezzo miliardo per il trasferimento tecnologico, è pronta al debutto. Trasformazione digitale ed economia circolare poi sono le parole chiave dei piani europei per fronteggiare la crisi prodotta dalla pandemia: importanti risorse arriveranno nel futuro prossimo grazie al Next Generation Eu.

Nel 2020 anche le imprese hanno fatto la loro parte, con importanti investimenti su startup e scaleup (da Poste Italiane a Campari solo per ricordare le operazioni di maggiori dimensioni). Ma c’è da fare molto di più. La pandemia ha rappresentato per tutti uno stress digitale: smart working, didattica a distanza, ecommerce. In questo contesto è aumentato la domanda di servizi di nuova generazione che non tutte le aziende sono state in grado di garantire con il livello di qualità a cui le big tech company hanno abituato gli utenti. È stato l’anno, il 2020, in cui anche gli scettici hanno dovuto accettare che il mondo sta cambiando.

In questo contesto il fintech non poteva non esplodere: il 2020 è stato l’anno in cui si è cominciato a parlare di “fintegration”: finanza hitech e industria tradizionale dei servizi finanziari vanno ormai verso un inevitabile incontro dopo una prima fase di presunto conflitto. La PSD2 ha fatto la sua parte anche se non ha ancora espresso tutti gli effetti potenziali. Accordi, partnership, investimenti dicono che il cantiere è aperto: a fare la differenza saranno visione e velocità, anche nel mondo delle assicurazioni, che sarà sempre più integrato in un grande flusso di servizi dove confluiscono salute, mobilità, sicurezza.

Per le compagnie di assicurazioni è ancora aperta una grande finestra di opportunità. Hanno i clienti, godono di riconoscibilità e, nonostante quel che di solito si dice, di fiducia. Devono, però, fare presto perché il 2020 ha mostrato e confermato che la domanda di servizi assicurativi digitali è molto superiore all’offerta. C’è quindi uno spazio di mercato e di sviluppo possibile ma non resterà a lungo vuoto. E se non ci penseranno i leader tradizionali lo faranno altri soggetti che arrivano da altri settori e si stanno velocemente attrezzando, dalle piattaforme digitali globali agli operatori della mobilità fino alle multiutility.

Prendiamo quindi quel che di buono ci lascia questo orribile 2020: una grande voglia di muoversi.

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2020, il migliore peggiore anno di sempre

Il migliore peggiore anno di sempre il 2020. Il virus è ancora fra noi e ci sta facendo comprendere l’importanza della ricerca e dell’innovazione, che ci hanno permesso di avere vaccini in tempi record. Tutto sembra sospeso ma tutto è andato avanti velocemente in questi mesi in cui si sono alternati paura, dolore, speranze e illusioni.

Siamo stati messi di fronte a una sfida che va colta come un’opportunità, anche quando nell’immediato sembra produrre solo danni. Nel mondo delle assicurazioni questo è apparso subito chiaro, e a fine anno lo confermano i numeri sulle polizze anti Covid: c’è una nuova domanda di protezione e di sicurezza, che va dalla salute ovviamente ma arriva fino alla vita digitale, dove aumentano i rischi per aziende e persone visto la crescita delle attività online.

Abbiamo dovuto ridurre la nostra mobilità nel 2020 ma non siamo rimasti fermi. Il Pil registrerà una pesante battuta d’arresto ma ci sono comparti che hanno retto bene alla crisi, aziende che hanno reagito immediatamente con coraggio, determinazione e innovazione. I fatturati hanno sofferto certo, ma gli investimenti in tecnologia hanno tenuto perché chi guarda lontano (e ha i polmoni sufficientemente robusti per resistere a una temporanea rarefazione dell’ossigeno finanziario) sa che l’emergenza ha creato le condizioni per una profonda trasformazione dei nostri modelli di vita, di relazione, di consumo e che il digitale sarà sempre più centrale.

Gli investimenti tecnologici in Europa nel 2020 sono cresciuti nonostante il coronavirus, dice l’annuale report di Atomico. Ma non in Italia, che si trova al 19° posto per investimenti pro capite. C’è molto terreno da recuperare e in parte nel 2020 sono state create le premesse per un’inversione di tendenza con l’attivazione di diversi interventi da parte del Governo, direttamente e attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Il Fondo Nazionale Innovazione è una realtà che ha cominciato a operare per “stimolare” l’ecosistema italiano; ENEA Tech, la Fondazione che gestisce un fondo da mezzo miliardo per il trasferimento tecnologico, è pronta al debutto. Trasformazione digitale ed economia circolare poi sono le parole chiave dei piani europei per fronteggiare la crisi prodotta dalla pandemia: importanti risorse arriveranno nel futuro prossimo grazie al Next Generation Eu.

Nel 2020 anche le imprese hanno fatto la loro parte, con importanti investimenti su startup e scaleup (da Poste Italiane a Campari solo per ricordare le operazioni di maggiori dimensioni). Ma c’è da fare molto di più. La pandemia ha rappresentato per tutti uno stress digitale: smart working, didattica a distanza, ecommerce. In questo contesto è aumentato la domanda di servizi di nuova generazione che non tutte le aziende sono state in grado di garantire con il livello di qualità a cui le big tech company hanno abituato gli utenti. È stato l’anno, il 2020, in cui anche gli scettici hanno dovuto accettare che il mondo sta cambiando.

In questo contesto il fintech non poteva non esplodere: il 2020 è stato l’anno in cui si è cominciato a parlare di “fintegration”: finanza hitech e industria tradizionale dei servizi finanziari vanno ormai verso un inevitabile incontro dopo una prima fase di presunto conflitto. La PSD2 ha fatto la sua parte anche se non ha ancora espresso tutti gli effetti potenziali. Accordi, partnership, investimenti dicono che il cantiere è aperto: a fare la differenza saranno visione e velocità, anche nel mondo delle assicurazioni, che sarà sempre più integrato in un grande flusso di servizi dove confluiscono salute, mobilità, sicurezza.

Per le compagnie di assicurazioni è ancora aperta una grande finestra di opportunità. Hanno i clienti, godono di riconoscibilità e, nonostante quel che di solito si dice, di fiducia. Devono, però, fare presto perché il 2020 ha mostrato e confermato che la domanda di servizi assicurativi digitali è molto superiore all’offerta. C’è quindi uno spazio di mercato e di sviluppo possibile ma non resterà a lungo vuoto. E se non ci penseranno i leader tradizionali lo faranno altri soggetti che arrivano da altri settori e si stanno velocemente attrezzando, dalle piattaforme digitali globali agli operatori della mobilità fino alle multiutility.

Prendiamo quindi quel che di buono ci lascia questo orribile 2020: una grande voglia di muoversi.

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La forza (e la lezione) delle startup

Da settembre 2019 a ottobre 2020 negli Stati Uniti le startup sono crescite del 40%. Un dato che all’Economist ha fatto titolare così: “The number of new businesses in America is booming”.

In Italia non possiamo certo parlare di boom ma, se andiamo a guardare i numeri dei report che il Ministero dello Sviluppo Economico pubblica ogni tre mesi, troviamo dati che forse molti non si aspetterebbero in un anno terribile come il 2020, segnato dalla pandemia e dalla conseguente crisi economica.

Le startup innovative erano 10.610 a fine settembre 2019. Sono diventate 12.068 al 30 settembre 2020. Oltre 1.400 in più con un incremento di circa il 14%, che non è poca roba in un esercizio in cui l’ISTAT prevede un calo del PIL di quasi il 9%.

E c’è di più. Se andiamo a scorporare i numeri del Registro delle imprese per trimestri, scopriamo che oltre la metà (862) delle nuove imprese innovative sono nate da aprile 2020, quindi in pieno lock down. Gli Osservatori Startup Intelligence e Digital Transformation Academy del Politecnico di Milano l’hanno definito “effetto startup” nel loro nuovo report. E non solo per il costante tasso di natalità ma anche per la reattività (ben il 63% ha lanciato iniziative e soluzioni gratuite per fronteggiare l’emergenza sanitaria) e l’adattabilità (il 30% ha modificato il proprio modello di business).

In una parola: la resilienza dimostrata dalle startup è stata esemplare e in qualche modo il mercato le ha premiate, visto che l’ecosistema ha retto all’impatto della pandemia: nel 2020 gli investimenti sono scesi solo del 2%, secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Startup Hi-Tech del Polimi e in totale sono stati raccolti 683milioni di euro. Un rallentamento inevitabile ma contenuto.

Certamente anche le startup, specie in alcuni settori particolarmente colpiti dal lockdown come il turismo ad esempio, hanno sofferto. Ma in questo anno orribile hanno tratto vantaggio dello stress digitale a cui tutti siamo stati sottoposti, nel lavoro come nello studio e nel tempo libero: quando abbiamo cercato un servizio digitale con una customer experience amichevole spesso abbiamo trovato più pronte le startup o le aziende che hanno sviluppato progetti con le startup.

La forza delle startup è stata evidente anche in occasione della settima edizione di Open-F@b Call for Ideas, il contest internazionale promosso da BNP Paribas Cardif con InsuranceUp. Non è mancata la partecipazione, non sono mancati i progetti di valore, non poteva mancare la digital battle per arrivare ai 10 finalisti. E i tre vincitori segnalano aree sensibili del Next Normal: la sicurezza personale nell’infosfera, la cybersecurity, la digital health.

Per l’industria assicurativa la pandemia è un momento di svolta che ha impresso accelerazione a cambiamenti in corso da tempo. I dati dicono che le Compagnie restano ancora la principale fonte di protezione (vedi il Report 2020 dell’Osservatorio Fintech & Insurtech), ma si fa largo una nuova disponibilità a prendere in considerazione altri interlocutori. Sta già accadendo, succederà sempre di più. Per i leader sarà possibile comprendere i cambiamenti e mantenere le posizioni solo con un’attenta osservazione delle startup, della loro intraprendenza e creatività. Per investire, collaborare, sperimentare. Comunque per attrezzarsi ad affrontare il Next Normal.

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The New Insurance tra scenari travolgenti e pratiche quotidiane

Fast and furious: così viene definito nel World Insurtech Report 2020 il cambiamento che negli ultimi due anni ha investito l’insurance. L’emergenza sanitaria ne sta amplificando l’impatto e spiega il nuovo record di investimenti sull’Insurtech nel terzo trimestre 2020: 2,5 miliardi di dollari.

Lo scenario è travolgente ma sappiamo che le transizioni sono più lente di quanto studi e analisi prevedano. Andare verso la New Insurance non richiede solo azioni disruptive ma anche interventi coraggiosi sui processi aziendali, anche quelli apparentemente più lontani dai territori dell’innovazione, come ad esempio il procurement.

Cambiano i rischi, cambia il quadro competitivo ma soprattutto stanno cambiando le preferenze e le domande dei clienti/consumatori. È un macro-trend inarrestabile, che pretende risposte soddisfacenti: su queste stanno nascendo i nuovi competitor e su queste non possono mancare gli incumbent, che ancora i clienti li hanno e devono trovare il modo di tenerli mostrandosi in grado di seguirne l’evoluzione.

Uno dei modi più condivisi per trovare queste risposte è lopen innovation: bisogna aprirsi, ormai è noto, e sperimentare nuovi prodotti e servizi lavorando con le startup. E qui si scende dagli scenari alla pratica quotidiana. Ma come contrattualizzo la relazione con una startup?

Su questa domanda si arenano ancora troppi progetti di innovazione, perché i modelli di procurement delle aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni, non prevedono relazioni con soggetti come le startup. Anzi, le regole vanno esattamente nella direzione opposta e le condizioni sono di solito insostenibili per una startup, a cominciare dai tempi di pagamento. Risultato: passare dalle buone intenzioni ai fatti non è semplice.

Nel clima di incertezza che regna ci sono poche certezze e una è senza dubbio la necessità e l’urgenza di una trasformazione digitale che permetta da una parte di ottimizzare i costi e dall’altra di avere una diversa relazione con i consumatori/clienti. L’emergenza sanitaria sta accelerando il processo di dematerializzazione, che richiede interventi tecnologici ma anche nuovi modelli di business per compensare la perdita di valore in quelli tradizionali.

C’è consapevolezza di questo cambiamento? Senza dubbio è in aumento. Le aziende stanno reagendo? Assolutamente sì, visto che sono diventate la principale fonte di finanziamento delle startup, secondo il Quinto Osservatorio sull’Open Innovation 2020 e il Corporate Venture Capital Italiano: la partecipazione delle aziende e dei Family & Friends nel capitale di startup e PMI negli ultimi due anni è aumentata dell’82% e dal 2012 sono stati investiti oltre 1,7 miliardi, il doppio degli investitori specializzati. Un segnale positivo, generato in verità più dalla debolezza del venture capital visto che sono ancora poche in Italia le aziende con programmi strutturati di venture capital (e rare nell’insurance).

L’investimento di capitali di rischio, però, non è una garanzia di innovazione e non è un lavoro adatto a tutte le aziende. Ma tutte le aziende potrebbero “comprare” prodotti e servizi dalle startup, creando quel mercato dell’innovazione che è condizione necessaria per lo sviluppo delle nuove imprese così come per la trasformazione degli incumbent. Per una startup il finanziamento non è garanzia di crescita. Soprattutto se è una startup b2b i clienti sono altrettanto importanti. E qui cominciano le difficoltà. Per le startup ma anche per chi fa innovazione all’interno dell’azienda e si trova di fronte a processi inadeguati alla velocità dell’innovazione e al profilo delle startup.

Si può superare questa difficoltà? Sì. Una soluzione l’ha trovata il Gruppo Acea con un modello di lean procurement che ha definito gli standard  per qualificare una nuova categoria di fornitori: startup e PMI innovative. Una fast track che elimina dubbi e accelera le attività di innovazione. Un modello che sta permettendo alla multiutility di fare gare a regola d’arte, persino nel rispetto del Codice degli Appalti, per cercare soluzioni innovative a bisogni interni. Un buon esempio anche per l’insurance Industry alle prese con il cambiamento fast and furious.

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Innovare le assicurazioni, il tempo per farlo è adesso

Nei giorni scorsi nel mondo degli investimenti insurtech si sono viste le notizie dell’americana Bright Health che ha annunciato un round di finanziamento di serie E da 500 milioni di dollari e dell’italiana Lokky, che ha raccolto 1 milione di euro, un investimento già piuttosto dignitoso nel panorama italiano. Premettendo che ci sono una serie di differenze tra le due società, sia nel modello di business che nello stadio di sviluppo, questo paragone rende bene l’idea dell’abisso che c’è tra gli investimenti d’oltreoceano e i nostrani, tra l’ecosistema insurtech statunitense e il nostro. Bright Health è nata solo nel 2016, al primo round ha raccolto 80 milioni di dollari e in 4 anni ha realizzato 1,6 miliardi circa di funding e messo in piedi un’azienda che ha oltre 500 dipendenti e ha da poco messo in carica come Ceo la giovane Rachel Winokur, in precedenza capo della ‘business intelligence’ della società’, che basa il business su una piattaforma tecnlogica.

Insomma, il mondo assicurativo è più che mai in fermento e occorre pensare in grande. Il processo di digital transformation iniziato in epoca pre-covid ha accelerato esponenzialmente e ora sulla giostra che gira vorticosamente è ancora più difficile salire, ma la sfida è di quelle in cui non si fanno prigionieri, bisogna provarci ora guardando all’orizzonte dei nuovi bisogni che sono anche nuove opportunità.

“Bisogna alzare l’asticella dell’intero comparto assicurativo Italiano, – dice Yuri Poletto, Insurance Open Innovation Consultant – e far arrivare il nostro ecosistema insurtech al livello di quelli degli altri grandi paesi Europei (UK e Germania in primis). Per fare questo bisogna agire su più fronti: facilitare la nascita di più insurtech (l’estensione della sandbox dell’IVASS dal Fintech all’Insurtech va in questa direzione); incrementare esponenzialmente il flusso degli investimenti di venture capital in insurtech (nel 2019 sono stati investiti nell’insurtech Italiano meno di 10 milioni di euro, nello stesso anno l’insurtech tedesca Friday da sola ne ha raccolti 128 milioni); innalzare il livello di educazione finanziaria degli italiani, che ancora oggi quando devono decidere come far fronte a possibili eventi avversi futuri preferiscono far affidamento sui loro risparmi piuttosto che acquistare prodotti e servizi di prevenzione e protezione dai rischi”.

L’ecosistema italiano delle startup insurtech è ancora piccolo, seppure dinamico, ma a livello mondiale bisogna sottolineare che nel secondo trimestre del 2020 è forse partita una corsa, giacché, secondo l’ultimo report pubblicato dalla società Wills Tower Watson, le società insurtech hanno raccolto 1,56 miliardi di dollari (nel secondo trimestre), andando a registrare un 71% di crescita rispetto al trimestre precedente. E’ ancora molto difficile valutare il vero impatto che COVID-19 avrà sul futuro delle Insurtech, dice Wills Tower Watson, perché molte cose stanno cambiando forse per sempre, per esempio:  il settore delle assicurazioni di viaggio tornerà mai ad essere vivace? Riusciremo mai a guidare di nuovo così tanto? Avremo tutti degli uffici a casa nostra? Ma comunque la si giri, sarà la tecnologia a tirar fuori il settore da queste grane, perciò è il momento di agire per le compagnie.

“DO IT NOW!” dice Gerardo Di Francesco, managing partneer Wide Group e vicepresidente Italian Insurtech Association – “L’emergenza sanitaria, il cambiamento dei consumatori delle nuove generazioni e quindi dei trend assicurativi richiedono una pronta risposta e relativa organizzazione da parte di tutta l’industry. E’ sempre più necessaria la condivisione di idee e best practice e la creazione di ecosistemi per la digitalizzazione dei processi di intermediazione e gestione assicurativa. Questo per rispondere e soddisfare le nuove esigenze dei consumatori e nell’ottica di una reale integrazione tra tecnologia e insurance”.

Il primo Insurtech Summit italiano, svoltosi recentemente, è stato un passo importante per alzare l’asticella (citando Poletti) e per condividere idee e best practice (citando Di Francesco), e ha infatti avuto una grandissima partecipazione, lasciando ricchi spunti di riflessione.

“La prima edizione dell’Italian Insurtech Summit ha confermato in un periodo complesso a livello economico e sociale una crescente attenzione verso il settore assicurativo, non solo più a livello internazionale. – sottolinea Alberto Garuccio, Innovation Leader Reale Lab 1828 – Fa piacere soprattutto intravedere diversi punti di contatto tra le iniziative che sono state raccontate durante gli interventi, elemento che fa ben sperare in un’ulteriore fase di sviluppo del nostro settore. In questo senso i principali attori, sia istituzionali sia privati, devono interpretare un ruolo attivo nel favorire l’aumento di velocità nella trasformazione del settore assicurativo, sempre più contaminato da differenti business model, nuovi player ma anche opportunità da cogliere. Sono convinto che aumentare il livello di consapevolezza possa creare un elemento di discontinuità rispetto al passato, e sicuramente iniziative come questa possono aiutare a condividere una visione comune ed aumentare l’apertura del settore”.

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Tre rivoluzioni che spingono l’insurtech

Le cose accadono sempre per la concorrenza di diversi fattori che, ad un certo punto, arrivano a maturazione o esplodono. È quel che sta accadendo per la trasformazione digitale della nostra società, dai comportamenti quotidiani al business. Alla cosiddetta quarta rivoluzione industriale, in atto da tempo, si è aggiunta in questo bisestile la pandemia da coronavirus. Mentre incombe un passaggio generazionale di cui è ancora poco chiaro l’impatto.

Di fronte a questa pressione della storia pochi possono resistere, molti lo stanno comprendendo ma non sempre la velocità di reazione è quella necessaria. Succede in molte industry, sta accadendo anche nell’insurance, dove crescono gli investimenti ma non sempre la consapevolezza delle aziende. Soprattutto in Europa, ancora di più in Italia. Se ne parlerà molto in occasione del primo Italian Insurtech Summit del 17 settembre.

La rivoluzione generazionale: l’impatto dei Millennial

Partiamo dalla terza rivoluzione, quella portata dal passaggio generazionale. Una evidenza: per la prima volta nelle prossime elezioni americane la maggioranza degli elettori non sarà più costituita da Babyboomers (gentili signori nati tra la fine della seconda Guerra Mondiale e i mitici Anni Sessanta) ma da Millennials (baldi giovanotti arrivati al mondo fra l’inizio degli anni Ottanta e la metà dei Novanta e non dopo il 2000, come spesso si crede…). Negli Stati Uniti è scattato l’allarme, perché la demografia è politica (e Trump potrebbe scivolare proprio su questo slittamento anagrafico) ma anche economia (e gli States hanno  ben chiaro da tempo dove sta il futuro, anche se in competizione con la Cina, vista la quantità di investimenti in genere sul digitale e in particolare sul fintech).

Il Vecchio Continente, Italia compresa, invecchia di più ma il tempo scorre comunque: cambiano culture, abitudini, comportamenti. Agli uomini e alle donne che crescono le assicurazioni sanno di non poter più presentarsi con le stesse proposte, e nelle stesse modalità dell’ultimo mezzo secolo, come hanno fatto con nonni e genitori. Le polizze digitali non arrivano ancora all’1,5% del mercato ma non sarà ancora così per molto. Già oggi il 55% dei millennial si dichiara pronto ad utilizzare nuovi prodotti assicurativi, purchè in linea con le proprie esigenze e on demand, dice un’indagine dell’Italian Insurtech Association. E il suo presidente Simone Ranucci Brandimerti dice in un’analisi pubblicata su EconomyUp: “Ci aspettiamo quindi in poco tempo un mercato assicurativo diverso, più digitale, più tecnologico e sicuramente più grande”. Arriveranno certamente nuovi player e, se l’offerta tradizionale non si aggiornerà, potrebbero persino diventare leader di segmenti di un mercato della protezione e del benessere inevitabilmente destinato a crescere.

La trasformazione digitale inevitabile

Ecco perché la trasformazione digitale, uno dei numerosi, diversi e anche controversi portati della quarta rivoluzione industriale, diventa necessaria per garantire un futuro ad aziende e persino a intere filiere. Ritengo sarebbe molto utile per chi governa oggi le grandi compagnie (e non solo per i loro CIO, CIIO, CInO o Innovation Manager) andare a vedere su che cosa stanno puntando i 5 principali investitori fintech (si chiamano Sequoia, 500 Capital, Ribbit Capital, Accel, Global Founder Capital) e quanti soldi.

L’untouched society generata dal virus

Se non ce ne fosse stato abbastanza, è arrivato il Covid-19 e con esso la prospettiva di una untouched society, visto che dovremo imparare a convivere con i rischi dei virus, come da tempo ci aveva avvertito Bill Gates(rivedi qui il suo intervento al TED). Nessuno può escludere che, superato il coronavirus, non ne arrivi un altro più o meno misterioso e minaccioso. Il digitale non è più, quindi, solo una opportunità ma diventa una necessità. Permette di ridurre i costi, migliorare il servizio, ampliare l’utenza potenziale. Ed è più sicuro, ovviamente se non saranno dimenticati gli investimenti in cybersecurity.

Il digitale è il primo punto del piano europeo che accompagna il Recovery Fund. Ci sarà una disponibilità di risorse finanziarie come mai in passato. Ma serviranno a poco se l’intero sistema delle aziende non farà la sua parte. Assicurazioni comprese.

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