Insurtech, in Italia solo 8 investimenti su startup nel 2021: come arrivare a 1 miliardo nel 2023?

Nonostante i numeri in chiusura del 2021 siano stati incoraggianti e gli investimenti in Insurtech in Italia siano cresciuti del +460%, con 280 milioni di euro investiti contro i soli 50 milioni del 2020, secondo un’analisi di Italian Insurtech Association c’è ancora tanta strada da fare per raggiungere l’obiettivo di un miliardo di euro di investimenti al 2023, specialmente per quanto riguarda le startup.

L’obiettivo del miliardo di euro di investimenti al 2023 è importantissimo, da un lato per aumentare la competitività del settore, che rischia di rimanere indietro e schiacciato rispetto ad altri player maggiormente digitalizzati e al passo coi tempi, dall’altro perché la domanda è completamente diversa oggi, e l’industry deve attrezzarsi per fornire risposte, servizi e prodotti adeguati. In quest’ottica, le start up sono fondamentali, ma in Italia sono pochissime quelle che sono riuscite ad ottenere investimenti lo scorso anno.

Insurtech, gli investimenti in startup nel 2021

Nel 2021 infatti, sono state solamente 8 (Yolo Group, Mio Assicuratore e Insoore le prime tre) le startup insurtech che hanno chiuso round di investimento: un numero irrisorio se si pensa che in Inghilterra, Francia e Germania hanno ottenuto investimenti rispettivamente 30, 18 e 16 Start up. Se poi si guarda alle cifre, il dato è ancora più discordante. In Francia, nel 2021, sono stati investiti in startup Insurtech 601 milioni di euro, in Germania 749 e in Inghilterra 882; in Italia , la cifra investita in startup Insurtech nel 2021 ammonta solo a 17 milioni di euro.

Nei 17 milioni di investimenti in startup Insurtech italiane sono anche compresi gli investimenti di fondi VC stranieri (ammontare purtroppo pari a zero) a differenza della Francia, dove il 20% dei 600 milioni circa è di fondi stranieri e della Germania, dove il 25% dei 750 milioni circa è di fondi stranieri. La poca offerta italiana e un mercato poco dinamico, soprattutto in considerazione della rilevante concentrazione degli investimenti nelle mani di pochi attori, sono un contesto poco attrattivo per gli investimenti stranieri e rappresentano un limite ulteriore allo sviluppo di questi numeri.

 Per quanto rispetto al 2020 ci siano stati ampi miglioramenti, per il nostro Paese la strada è ancora in salita. Se volgiamo che l’economia cresca, se vogliamo essere un mercato interessante per gli investitori stranieri, se vogliamo che il PIL aumenti, gli investimenti Venture Capital in startup dovranno aumentare e di conseguenza aumenteranno il numero di nuovi profili e di risorse assunte. C è una fortissima correlazione tra questi tre fattori, e non ci sarà crescita del Paese senza crescita delle startup.

Insurtech, perche gli investimenti in startup fanno fatica a decollare

Vediamo quindi perché in Italia gli investimenti in startup fanno fatica a decollare. L’arretratezza in questo ambito è dovuta sostanzialmente a tre barriere all’ingresso su cui dobbiamo lavorare. La prima barriera sono i limiti del sistema di finanziamento delle start up, che rende complesso l’accesso ai round; in secondo luogo c’è un tema legato alla disponibilità di capitali e di investitori; infine, una parte del problema di ambizione ed esperienza che risiede negli imprenditori stessi.

10 fattori che frenano lo sviluppo delle startup in Italia

Queste tre barriere all’ingresso si intersecano e si mescolano, generando dieci fattori che limitano lo sviluppo delle startup non solo in ambito Insurtech ma nell’intero sistema tech Italia:

  1. Poca ambizione da parte degli imprenditori, che tendono a darsi obiettivi minimi, di sopravvivenza delle società, mentre dovrebbero alzare l’asticella e puntare a traguardi alti, di crescita e sviluppo importanti;
  2. Paura di fallire, in quanto il fallimento viene visto in maniera negativa e tendenzialmente condannato, anziché essere percepito semplicemente come qualcosa che può accadere lungo il percorso di crescita di un’azienda;
  3. Il modello di accesso degli investitori è lungo e complicato, e tende a far diventare l’investitore un capo e non un socio, rendendo di fatto meno attraente la prospettiva di far crescere una società che diverrebbe di qualcun altro;
  4. La scarsità delle exit di start up o di PMI innovative, a causa della poca dinamicità delle aziende maggiori ad acquisire assets tecnologiche e un mercato borsistico non ricettivo nei confronti delle aziende ad EBITDA negativo, rende il ritorno sugli investimenti in start up lontano e rischioso, limitandone ulteriormente la disponibilità all’origine;
  5. Approccio generalmente short term che impedisce, alle grandi aziende in particolare, di guardare a 5 anni: questa visione a breve termine, concentrata su risultati immediati, va a scapito di una lungimiranza che potrebbe far decollare l’azienda;
  6. Il Corporate Venture Capital è ancora sottosviluppato, a causa di un gap di attitude e mentalità tra Start up (dinamiche, in continua evoluzione, altamente digitalizzate) e grandi aziende (tendenzialmente lente, restie al cambiamento);
  7. Il mercato borsistico non è in grado di valutare le startup (contrariamente a Francia e Inghilterra dove la borsa le fa decollare) per una sostanziale incapacità di valutare modelli di business e bid done negative, che sono invece parte del rischio di crescita;
  8. Il nostro mercato interno è limitato e piccolo: di fatto, considerando le differenze tra nord e sud, siamo più simili alla Spagna che alla Francia. Questo impedisce di generare massa critica velocemente, bloccando di fatto lo sviluppo del mercato;
  9. Lo status dello startupper e dell’imprenditore digitale tecnologico è ancora marginalizzato dal sistema – inclusi i media prevalenti – rispetto ai percorsi di carriera tradizionali che appaiono maggiormente solidi e incasellabili;
  10. Nonostante la comparsa di acceleratori e hub c’è carenza di informazione non solo legata alla progettazione, lancio e gestione di Start up innovative, ma anche sul reperimento di capitale e sull’accesso agli investimenti.

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